da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il sangue del toro di Giorgio Baro - 2011

La strada delle colline, agosto 1967

Una strada s’insinua in mezzo a filari di zolle assetate. La corriera - un blu scalcinato - la affronta ruggendo e ansimando superata ogni curva.

Il bambino ha voluto sedere davanti, pantaloni corti e ginocchia sbucciate nei giochi sull’asfalto in città. Dal finestrino corrono vigne, e peschi, e noci carichi di foglie sul confine del cielo. Tutta questa terra tende verso il cielo; dai fossi il cielo appare irraggiungibile, la porta dei sogni.

La corriera attraversa un paese: si ferma davanti alla bottega con il pane a grandi forme disposto in vetrina, oltre, una piazza vuota nel caldo che svapora.

Poi ancora colline, e uno stagno, e un cortile e un cane accucciato lento a grattarsi dietro le orecchie.

Sul dosso la strada spiana; l’autista si accende una sigaretta, alza la visiera del cappello e strizza l’occhio al bambino come per dirgli “Anche stavolta ce l’abbiamo fatta!” Quindi una fermata in un altro paese. Dopo le case la discesa affianca il muro del cimitero. Là ci sono parenti sepolti - visi si materializzano, stinte scaglie di memoria - una messa e un inverno di galaverna a ricordarli, foto sbiadite in testa a tombe remote. I vecchi dicevano “Un uomo deve tornare alla terra ” e così nessuno di loro riposa nei loculi.

La corriera procede adagio, le colline allungano ombra e frescura dentro una valletta nascosta. Presto di nuovo il sole, e il cielo sulle vigne dai filari infiniti. La mamma ora è in piedi davanti al bambino, in una mano regge la borsa da viaggio. Scendono dove un bivio segna una strada in salita; uno sbuffo di caldo li assale, mischiato al fumo di scarico disturba occhi e narici. Il motore che romba, e la corriera scompare; l’onda delle cicale cresce imperiosa.

Sul fianco sinistro della strada in salita un moncherino di casa, quel che resta del tetto coricato contro il muro annerito. Verso il cielo i fili della luce si perdono nella loro teoria.

Quella prima salita è fatica, pochi passi e la madre posa a terra la borsa. Riprende a camminare cambiandola di mano. “Ti aiuto io,” propone il bambino, ma la donna dice di no.

Dopo la cascina bruciata la strada allunga in un falsopiano. Inaspettata una deviazione dal fondo sconnesso. “Quella è la Cavaliera, - indica la mamma - vedi il muro del parco, dentro c’era la villa dei conti, loro erano i padroni di mezzo Collebasso. Sono anni che non ci va più nessuno, chissà se il conte è ancora vivo. E chissà suo figlio, pare che verso la fine della guerra sia scappato in Sud America.”

“E’ bruciata anche quella casa?”

“No, la casa c’è ancora, anche se cade a pezzi. Quanto tempo è passato, a Collebasso abitavano più di trenta famiglie …”

Dal bivio della Cavaliera comincia una breve discesa fino alla curva a gomito che nasconde Collebasso. L’asfalto corre sempre in mezzo alle vigne. Il bambino coglie un grappolo d’uva bianca, gli acini lucidi, quasi ramati. Addenta con voglia, ripete un gesto che aveva visto fare l’anno prima allo zio Gino; una ragnatela però gli impasta la saliva, allora sputa e getta via l’uva. Si cade subito fingendo di essere grandi.

Dietro la curva a gomito la casa dello zio Gino.

La cucina, un battuto di terra in penombra: nell’angolo la stufa con il tubo che corre sotto il soffitto, voli di mosche insistono tra lampadario e finestra. Marietta, da una vita compagna dello zio Gino che non si è mai voluto sposare, saluta mamma e bambino con un abbraccio forte. “Venite a tavola - dice - vado a chiamare lo zio; certi giorni sta tutta la mattina dai conigli, certi altri sparisce per ore nella vigna o in cantina, sembra più vecchio degli anni che ha. Tu stai bene - continua rivolta al bambino - sei un po’ pallido, ma l’aria della campagna ti darà colore, vedrai.”

Lo zio Gino entra in cucina, bacia mamma e bambino; poi siede a capotavola e si versa del vino, il sangue del toro, lo chiama. Guarda il bambino che ha appena bevuto tutto d’un fiato un bicchiere d’acqua e dice: “Dai, assaggia un sorso di vino, che diventi grande!”

                                               *****

La strada delle colline, agosto 2008

Da quella volta ne ho assaggiati di sorsi di vino: dolci o amari, da solo nelle occasioni in cui ricordavo il sorriso stanco di mia madre, o in compagnia di amici dimenticati, al fondo di una notte o sulla cima di una montagna. Ne ho assaggiati tanti, ma mai nessuno come il vino dello  zio Gino. E ne ho vissute di estati, tra vento e umori, follie o amori, passaggi di vita che mi hanno fatto diventare grande.

L’aia davanti alla casa dello zio Gino ubriaca di luce; insetti noiosi aggrediscono con le loro traiettorie impazzite. In campagna l’estate è il ronzio della calura. Il cielo è bianco, un soffoco che si appiccica alla pelle. Marietta mi ha telefonato domenica sera: tra le lacrime ha detto “Zio Gino non c’è più. Martedì alle cinque facciamo il funerale.”

Ho deciso di scendere a Collebasso. E’dalla fine dell’altro secolo che non ci metto più piede, ma le strade della corriera - anche se ora guido il mio Suv - sono sempre le stesse. Pochi passi e respiro l’aria di quando avevo sei anni e la mamma mi portava qui a passare spiccioli d’estate. Quelle erano le mie vacanze.

Da sempre Marietta mi vuole un bene dell’anima, come se fossi suo figlio. Nell’afa del mezzogiorno ha sentito passi sulla ghiaia; scosta la tenda e guarda chi le va incontro. Il suo volto è un solco di rughe. Quanto ricorda lo zio Gino in quel puntare gli occhi. “Entra, sapevo che saresti venuto,” mi invita.

La cucina, semibuia, è un ricamo di ragnatele e muri scrostati. Sul tavolo una mezza bottiglia di vino. E’ sola in casa, Marietta. “A quest’ora la gente mangia,” dice. Mi tiene le mani “Così … anche zio Gino non c’è più,” - sussurra.

“Già,” rispondo spegnendo il cellulare.

“Fino all’altra settimana girava ancora per vigne e cascine, tornava nei posti dove era scampato alle imboscate, mi parlava dei tedeschi, delle bombe, della fame e del freddo patito per mesi ...”

“Come è successo?” - domando.

“Per ognuno c’è il suo tempo, diceva sempre zio Gino. E il suo tempo è venuto, in fondo alla scala che porta in cantina. Forse un mancamento, o è scivolato e ha battuto la testa, chissà come è successo. Io, quando non l’ho visto tornare per cena, sono andata a cercarlo. Era lungo e tirato sugli ultimi gradini, già freddo. Ha un taglio così sulla fronte; vieni, è di là!”

Zio Gino è disteso nel suo letto, gli occhi chiusi, la fronte bluastra, indosso il vestito della domenica. Stringe un rosario, piccolo tra le sue dita enormi. Gli dico “Ciao, riposa tranquillo”. Rimango a guardarlo ripassando una preghiera a memoria tra fiotti di immagini. Oltre quel silenzio soffuso, l’estate è un ronzio che trafigge la mente.

Quando torniamo in cucina Marietta aggiunge un bicchiere sul tavolo; versa il vino, sempre quello rosso, spesso, carico di tannino, il “sangue del toro” come lo chiamava zio Gino.

 “Che cosa farai della casa, adesso? E della vigna?” - domando.

“Se nessuno mi manda via, resto qui.”

“Chi vuoi che ti mandi via?”

“Non si sa mai, questa non è casa mia.”

“Come non è casa tua? Sei matta, è casa tua sì, oramai è solo casa tua!”

Marietta si volta lenta verso la stufa.

“Venendo qui - cambio discorso - ho visto che sulla collina delle Bisce ci sono vigne nuove e hanno rimesso a posto anche tante case. Solo la Cavaliera è diventata una foresta; non è più tornato nessuno?”

“No, e nessuno ci tornerà!”

“Ma, come?! Sono morti tutti? E … il figlio del conte non era andato in Sud America?”

“Quella era una voce che girava subito dopo la guerra quando si pensava che lui e suo padre - che erano sempre stati fedeli al duce - fossero riusciti a sganciarsi per tempo dai fascisti e a scappare. C’era chi giurava che il vecchio fosse andato via portandosi dietro tutto il suo oro, e ne aveva di oro. Qualcuno lo aveva visto salire sopra una macchina nera con una valigia e una borsa di pelle. Però mai nessuno si è spiegato quel rogo nel giardino della Cavaliera la notte delle Palme del ‘45. Solo dopo la liberazione si sono trovate delle ossa e due teschi tra i resti del fuoco nel parco. Sai, a quei tempi non si andava molto per il sottile.”

“Già...”

“Alla Cavaliera per pochi giorni c’era stato un comando tedesco in ritirata; si pensava che avessero giustiziato dei partigiani o qualcuno che faceva il doppio gioco. Allora ce n’era di gente così … E poi gli avevano dato fuoco.”

“E della villa? Che ne è stato della villa?”

“Hanno portato via tutto, mobili, piatti, bicchieri, tutto, fino i lavandini, poi hanno sprangato porte e finestre e chiuso il cancello del parco con un catenaccio. La gente dice che in giardino girano i fantasmi dei morti bruciati alle Palme. Certe notti di nebbia si sentono delle urla …”

“Ma dai …”

“Chiedi a Renato delle Bisce. A dicembre dell’anno scorso lui passava in macchina per la strada lungo il parco; c’era nebbia, ha puntato i fari oltre il cancello perché gli era sembrato di vedere una luce in giardino. Allora è sceso, Renato è un omone che non ha paura di niente e di nessuno, ma quando si è avvicinato ha sentito venire da dentro delle urla bestiali. Fa accapponare la pelle quando lo racconta!”

“Avrà bevuto un bicchiere di troppo.”

“ Fattelo dire da lui se aveva bevuto.”

“Mah, non ci credo ai fantasmi.”

“Intanto la Cavaliera cade a pezzi: nel parco ci sono erbacce e ortiche, l’edera sale sui muri, le gaggie crescono sempre di più. Nessuno passa volentieri da quella strada. Solo lo zio Gino ha continuato ad andare nella vigna sotto il parco. E’ l’unica vigna che non ha venduto (anche perché nessuno gliela avrebbe mai comperata, forse). Era la sua vigna preferita. Vino così, diceva, non lo dà nessuna terra. E questo è quel vino, l’ultimo che ha fatto. Toh, bevine ancora!”

“No, grazie, ho già bevuto abbastanza.”

“Bevi, che poi nessuno farà più del vino così!”

Marietta parla, parla, parla troppo, lei, che quando era vivo zio Gino non diceva mai niente; come mai parla così tanto?

“Cosa c’è, Marietta? - domando prendendole il polso - Perché questa storia della Cavaliera adesso che zio Gino è morto?”

“Perché … perché …”, lei non dice, ma è come se dovesse liberarsi di un grosso peso.

“Lui mi raccontava delle colline, della gente e delle stagioni, del suo vino, il sangue del toro, ma non mi ha mai parlato della guerra e della Cavaliera. Tu cosa sai, Marietta?”

“Vieni, - fa lei sottovoce - vieni, però … però promettimi di stare zitto. Sempre e con tutti.”

Mi guida in cantina, dietro il portico; scalini ripidi, scavati nel tufo, dove scendendo, probabilmente a causa di un malore, è scivolato zio Gino. Oltre la porta di legno e di muffa il fresco costante in estate e in inverno, ideale per invecchiare il vino. Marietta accende la luce, una lampadina di poche candele.

Zio Gino aveva più cura delle botti che della casa, una cura maniacale, un ordine che mi aveva stupito tutte le volte che lo accompagnavo. Adesso quell’ordine sembra ancora più ossessivo, non una bottiglia fuori posto, non uno spazio sfruttato male.

“Vieni,” chiama Marietta.

Sotto la volta bassa, nell’angolo buio, c’è una piccola botte, terrà  al massimo venti litri. Marietta ne solleva il coperchio e ci infila una mano. “Guarda, mi dice, è una catenina d’oro.”

Andiamo alla luce; mi passa la catenina, c’è una medaglietta, leggo la dedica “Corrado, conte della Cavaliera, Natale 1922”.

Mi tremano le gambe.

“Quella botte ha il doppio fondo: ci sono anelli, brillanti, collane. Apparteneva tutto al conte della Cavaliera. Vieni, portiamolo su, facciamo presto prima che arrivi qualcuno.”

Dentro un fazzoletto Marietta mette l’oro, poi muove la botte: è vuota. Risaliamo; sull’aia deserta la ghiaia quasi riverbera, acceca.

Nella stanza dove riposa zio Gino la penombra mi gela la schiena. Sono fermo in silenzio. Marietta mi affianca; nella mano sinistra stringe l’oro, le maglie di un braccialetto, come la coda di un serpente, sfilano tra le sue dita secche. Da un angolo solleva il cuscino dello zio, fin sotto le spalle spinge il fazzoletto con i gioielli. “Nessuno sa, nessuno deve mai sapere, giuralo,” mi dice, rigida, il volto tagliato da rughe di marmo.

“Nessuno saprà,” rispondo.

Marietta abbassa gli occhi, recita un requiem aeterna a fil di labbra. Un segno di croce, e sull’aia sentiamo muovere passi.

Comments

Lascia un commento