da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Questo sono io di Monica Ravasini - 2011

Quand’ero piccolo sognavo d fare lo scrittore.

Poi sono cresciuto, e adesso non sogno più.

Sognare è zavorra per chi se la cava da sempre facendo continuamente a botte con la fame o le bollette,  lottando a mani nude per tirarci fuori la giornata.

Sogna chi può permetterselo, sprecando tempo a fantasticare di vanagloria.

Io devo lavorare per campare e spingo l’interruttore che mi accende alle cinque del mattino, quando il rantolo metallico della sveglia infilza il mio cervello.

Una doccia, e mi vesto in poco tempo: non ho l’imbarazzo della scelta, l’indecisione potrebbe al massimo giostrare tra due jeans e altrettante felpe, un bomber sintetico e un chiodo in finta pelle, tennis o stivaletti.

Per dirla in soldoni, un guardaroba da urlo.

Urlo disperato alla Munch.

Ma così è, se vi pare. E anche se non vi pare.

Dopo un caffè fatto in moka e due biscotti di marca anonima, scendo a piedi le scale e sbuco dalla palazzina popolare orbata d’ascensore  che è la mia tana.

Prendo quello delle sei e venti per la fonderia che mi succhia il sangue, dove purgo i miei peccati dal lunedì al venerdì, senza sconto di pena se non a Pasqua, Natale e Ferragosto.

Una volta al mese mi danno la paga.

Ossia, mi castrano il morale salariandomi una cifra approssimativamente umana.

Però sono in regola, e magari un giorno affronterò con sconsolata rassegnazione il terrore esaltante della pensione da sottoposto.

Al momento non ho neppure uno straccio di donna che mi fili.

Ce l’avevo, una.

La nostra è stata una bella storia, almeno per me.

Non è durata molto, dio solo sa perché: un giorno è sparita, e amen.

Ho faticato ad accettarlo. Ho persino pensato di spararmi qualcosa in vena e solo un fottuto particolare mi ha trattenuto: non avevo un soldo bucato per procurarmi la roba.

Di buono c’è che, nonostante il mio innato cinismo, di pasta sono un ottimista, sfumato di patetico, certo, ma sempre in pace col resto dei miei simili, anche i più imbecilli.

Insomma, per me finchè c’è vita c’è speranza e non s’è mai detta l’ultima parola.

Chissà, magari il tempo mi darà ragione e un giorno sorto per miracolo mi vedranno camminare sull’acqua...

Voglio dire: dovrà ben esserci una possibilità di riscatto per un mammifero della mia specie, una gaudente rivincita su questo porco mondo che, indefesso, mi prende beffardamente a pesciate sul grugno dal primo momento che c’ho respirato dentro.

Ho vissuto la scuola come un brufolo sulla chiappa, ma il mio cervello funziona, macina idee e sforna opinioni. Leggo il giornale del bar e i libri della biblioteca comunale, non gioco al lotto e accendo la televisione esclusivamente per il piacere di spegnerla tre sbadigli dopo.

Trascino questa mia sostenibile pesantezza dell’essere con allenata fatica, eppure sorrido a chi mi sorride e non mi lagno con gli altri.

Poi, tutto cambia quando mi imbrago nelle cinghie del mio paracadute e prendo il volo lanciandomi dal pezzo di cielo che in quel momento appartiene unicamente al sottoscritto.

Mi culla il vento e mi accarezzano le nuvole, l’infinito mi corteggia e l’immenso mi esplode dentro sciogliendomi nel nulla.

In alto nell’etere do il meglio di me stesso, sto bene ed assomiglio parecchio alla persona che vorrei essere.

All’inizio un soffio di paura mi sfiora.

Risolvo patteggiando col destino: io mi sciroppo l’esistenza da diseredato che hai scelto per me, tu lasciami volare bucando di coraggio l’atmosfera.

E’ planando nell’aria che torna a scorrermi nelle vene il desiderio infantile di sognare, che torna a lievitarmi dentro la torta di compleanno della fanciullina capacità di immaginare con la mente e con il cuore.

E se per un gestaccio infingardo del fato cornuto il paracadute non s’aprisse, non me la prenderei più di tanto: penso che comincerei a ridere come un pazzo squinternato, lassù, tra cirri attoniti e nembi  basiti.

In fondo, uscirei di scena così come son nato, casualmente, piovuto dal cielo.

E siccome non v’è dubbio che  siamo tutti in gara per la stessa medaglia di cenere, a tale malaugurata idea non ci perdo il sonno.

Sputo in un occhio alla vita che prima ti frega poi scappa, e me ne strasbatto allegramente le palle del globo globalizzato che annienta chi lo asseconda.

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