da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Quattro minuti di Ernesto Chiabotto - 2011

Quattro minuti.

E' il tempo che mi resta, più o meno. Lo so, lo sento. Sento le variazioni di ritmo del mio cuore, il battito sempre più irregolare, le pause innaturali, le brusche accelerazioni, gli inutili tentativi di riportarsi a una ritmica consueta. Non ce la farà.

Sono tutti affannati attorno a quello che si ostinano a considerare me e che invece è soltanto un'appendice superflua di ciò che in realtà sono diventato. Loro non lo sanno, non possono saperlo, non c'è modo di immaginare la mia condizione.

La cosa più giusta sarebbe che lasciassero entrare i miei genitori, invece di tenerli fuori, che li lasciassero piangere in santa pace, vicino e me, attendendo. Invece le procedure devono essere seguite, si deve lottare fino all'ultimo, senza arrendersi alla sconfitta, anche quando non è una sconfitta, è soltanto la morte, il traguardo naturale della vita.

Accettare la realtà è dura, lo so bene. Sono passati dieci anni dall'incidente ed io ce ne ho messi almeno la metà a farmene una ragione. Me la sono presa con il destino, con l'incolpevole camionista, con me stesso, gli amici in moto, chiunque mi venisse in mente, anche con Dio, poi ho dovuto accettare o sarei impazzito completamente.

E invece sono rimasto lucido, consapevole.

Da allora vivo nel buio, nel silenzio, mi sono rimasti soltanto due sensi. E allora? Si cercano strane forme di vita nell'universo, io ne ho sperimentata una qui sulla terra, in questo letto.

Un esemplare unico e, spero, irripetibile.

Ho conservato coscienza, immaginazione, senso dell'umorismo, i miei ricordi. Insomma, sono vivo e comprendo tutto ciò che succede intorno a me. Penso, quindi sono! Una citazione ogni tanto ci vuole, no?

E ora penso, per esempio, che sarebbe ora di finirla di starmi attorno e affannarsi inutilmente.

Non potete lasciare che muoia in santa pace, perdiana, lasciare semplicemente che accada? Prometto che se esiste un aldilà, se diventerò un fantasma, non verrò a tirarti i piedi nel letto, caro dottore che ti accanisci in nome della tua fede e del giuramento di Ippocrate!

Basta, basta!

Tre minuti. Il cuore non risponde e hanno smesso di insistere.

E Marika si è messa a piangere. Non dovresti, piccola! Tu sei una brava infermiera, ma sei giovane, sensibile, ancora non indurita dall'abitudine al dolore. Vedrai, ne conoscerai altri come me, pian piano ti abituerai ad accudire un corpo devastato e anche se continuerai a farlo con dedizione, diventerà un lavoro come un altro. Ma io mi posso ancora illudere di essere stato speciale per te? Io che ho imparato a riconoscere il ritmo del tuo respiro, il profumo della tua pelle, il suono della tua voce. Non ho mai capito una parola di ciò che mi hai detto, ma non importa, le parole erano musica! Ti ho dato un volto delicato, incorniciato da capelli neri corvini, e illuminato da occhi chiari, dolci, balcanici. E ti ho amata, Marika! Ho fatto l'amore con te, ho assaggiato il sapore delle tue labbra morbide, mi sono perso sul tuo seno piccolo e sodo, mi sono inebriato del profumo del tuo sesso, fino a goderne appieno. Ho provato che l'amore, veramente, nasce nella mente e cresce nell'anima.

L'ho immaginato tanto intensamente che l'ho davvero vissuto.

Io che ho perso tutto, non ho più tatto, né vista, né voce, cos'altro potevo usare se non la mia mente, la mia fantasia?

E la mia anima, appunto, ciò che sono.

Me lo sono ripetuto un milione di volte: io sono la mia anima, io sono la mia anima, io sono la mia anima. Soltanto la mia anima.

Ora Marika si è allontanata, hanno lasciato avvicinare i miei, che sono al mio fianco, mi tengono per mano. Non piangete, papà, mamma, tra poco sarò libero del peso di questo corpo che non mi appartiene più. Abbiamo lottato a lungo per questo, ricordate? Vi siete fatti portatori della mia voce, delle mie convinzioni, dei miei desideri. Non abbiamo ottenuto nulla, purtroppo, ma la vita alla fine ha vinto sugli stupidi burocrati e sui demagoghi a buon mercato che pontificano sulla pelle altrui. La morte mi porterà via.

Noi, insieme, siamo pronti, vero?

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