da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Preveggenza di Lucia Zandrino - 2011

“Quest’anno l’estate non viene” mormorò il devoto di santa Annurca, torcendo il naso in un modo tanto straordinario che, per un istante, parve fare una capriola in aria.

“A’ vverità?” replicò Donna Diana, con cortese interessamento.

“E ccerto” rispose il devoto, persuaso.

“Però si sciolse non solo il sangue del Santo, ma pure quello della Santa...” fece Donna Diana, con tono pensoso.

“Neh, ma qua’ santa?” interloquì Giuvà o’scemo.

“Santa Chiara, ignorante!” replicò il devoto, che gli era fratello, mollandogli un ceffone sulla nuca.

“Ma mo’ iesce o’sole? O cchiove?” chiese Amalia, dietro il bancone.

“Che c’entra? Il segno è importante. Spetta a noi capire che significa. Che pretendete, che il Santo vi mandi le previsioni del tempo a casa?” ribattè il devoto, offeso.

“Le mie mozzarelle?” chiese Donna Diana, serafica, allungando una mano. Amalia le passò il pacchetto. Donna Diana uscì sorridendo, in un sommesso coro di saluti.

Seduta in un angolo della pizzicheria, m’ero permessa una smorfia di divertimento, serrando la gonna a ruota tra le gambe. Donna Diana era la migliore sensitiva del quartiere; e il devoto di Santa Annurca (così chiamato per dispregio), viceversa, non ci azzeccava mai, e dava i peggiori numeri al lotto che fantasma avesse mai comunicato. L’intervento di Donna Diana era perciò stato gentile quanto ironico. L’almanaccare fideistico del devoto certo la smuoveva ad un riso interiore anche maggiore del mio. Peraltro, devoto a parte, Donna Diana aveva mostrato più volte un’interessante propensione ad assecondare i peggiori istinti di chiunque: vedeva il futuro, ma non te ne salvava.

Io di istinti non ne avevo. Mi contraddistingueva questo: che mai, in un momento della mia vita, avevo pensato o creduto possibile di disporre del mio destino, o inteso ch’io potessi fare una cosa piuttosto che un’altra; e accoglievo l’esposizione dei progetti altrui con una vaga incredulità, scuotendo il capo. A tredici anni, dover decidere che liceo frequentare mi aveva buttato nel più totale sconcerto. A diciotto, scegliere la facoltà universitaria era stato ancor più traumatico, e avevo pianto per giorni. Ero ansiosa, e le decisioni mi spaventavano; ma non era solo questo. Col tempo, avevo capito che mi ripugnava diventare qualcosa di specifico invece che di generale; che non sopportavo di essere una parte, come sono gli adulti, invece che tutto, come sono i bambini. Ma la comprensione non aveva risolto le cose: come accade a tutti, la vita mi aveva resa meno integra di un tempo; ed era probabile che mi avrebbe ulteriormente mutilata. Potevo solo sperare che le parti di me sopravviventi non fossero tanto monche da rendermi noiosa.

Perciò, da giorni osservavo Donna Diana tra lo stupore e timore. La seguivo a distanza: a volte nascondendomi, altre mischiandomi alla gente, come in pizzicheria. Cercavo il coraggio per un incontro necessario, che, tuttavia, iniziavo a pensare, non sarebbe mai avvenuto. E, come sempre, non intuivo il mio destino. Una sera, tornando a casa, me la ritrovai ad aspettarmi sulle scale, il viso coperto da larghi occhiali da sole.

“Neh, ma tu che vuo’?” mi disse

Tacqui.

Mi guardò un istante in silenzio.

“L’Annurchiano è scemo quanto suo fratello. Quest’anno ‘a stagione viene uguale uguale all’anno scorso.”

Chinai il capo. Mi sentii scoperta.

“Vabbuò, piccirì. Venite domenica. Alle quattro. E con i babbà, visto il disturbo che mi date.”

Se ne andò, o forse si dissolse.

Era evidente che non avevo scelta: il che, nella disgraziata situazione che avevo incoscientemente contribuito a determinare con i miei maldestri inseguimenti, era proprio l’unica cosa che mi consolasse.

Arrivò la domenica. Suonai alla porta accaldata, intimorita, e con un vassoio di babà avvolti in carta rossa. Mi aprì la serva, che mi fece accomodare in un salottino dai mobili antiquati, dove sedetti ad un tavolo tondo. Donna Diana comparve subito, scivolando su babbucce di velluto nero.

“Siete qua.” constatò.

Annuii.

“Come vi sentite?” mi chiese, curiosa.

“ ’Na schifezza” risposi, con studiata coincisione.

“E chest’è! E ha da esse’!” commentò con soddisfazione, mentre  la serva entrava con un caffè che non le avevo chiesto, e i babà scartati e disposti su un vassoietto d’argento.

 “Allora, ‘a quistione?”

“ ‘A quistione?” non potei fare a meno di chiedere.

“ ‘A vosta!” chiarì con pazienza. “Non sarete venuta qui per nulla?”

Non sapevo come esporre una faccenda tanto fondamentale quanto incerta.

“Amore? Salute? Soldi?” mi interrogò, spazientita.

La fermai.

“Successo... Più o meno.”

Donna Diana fece una smorfia di intesa.

“Con voi non si sa mai dove sta il più e dove il meno...”

Mi irritai. “Donna Diana, capitemi...”

“Ennò. Capirvi non è cosa per me.”

E, ancora una volta in quell’italiano accurato e cerimonioso che era solita parlare in rapida alternanza al dialetto, mi chiese, con latente ironia:

“Spiegatemi perchè siete venuta a chiedere a me ciò che già sapete. Non siete in grado di parlare a voi stessa?”

“Esattamente.” Ammisi.

Donna Diana si appoggiò allo schienale della poltrona in segno di resa, allargando le braccia e sollevando esasperatamente le palme delle mani.

“Allora?” le feci, impaziente.

“Allora, lo sapete” ribattè sospirando. “Siete un disastro e avete talento. E’ così. Dovete scegliere: che volete essere, talentosa o disastrosa?”

“E voi leggereste il futuro?”

Donna Diana sollevò le braccia al cielo.

“Ma qua’ futuro! Neh, guaglio’, ma per chi mi hai preso, per una veggente? Vattenne. E cerca di non bagnarti, tornando a casa. Mariana, dai un ombrello alla signorina!” Gridò alla serva, mentre mi allontanavo verso l’ingresso.

Afferrai l’ombrello dalle mani di Mariana e uscii. Fuori ardeva un sole spettacoloso. Camminai non più di cinque minuti, attendendo con fiducia, prima che iniziasse inevitabilmente a rannuvolarsi.

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