da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Deux chevaux di Maurizio Moretti - 2010

Il tizio guida a strappi. Penso lo faccia apposta. Antipatia re­ciproca.

Da quando abbiamo attaccato la salita ad ogni curva è sempre la stessa sequenza: sfrizionata, giù una marcia, il motore barrisce salendo di giri e il carro attrezzi strattona come un cane al guinza­glio. La Deux Chevaux, immobilizzata sulle rampe del pianale dai blocchi alle ruote, si punta di muso, e io devo reggermi a brac­cia tese sul volante per non piantarmelo in pancia.

Non ho allacciato la cintura. D’altra parte chissenefrega della cintura, mica sto circolando, non potrei nemmeno. Ho smon­ta­to le targhe prima di caricare la Deux Chevaux sul bilico. Il tizio del carro attrezzi si è spazientito. «Poteva lasciarlo fare al demolitore», mi ha detto la voce da sopra il paio di scarpe da lavoro e i pantaloni chiazzati di morchia d’officina.

«Devo farlo io» gli ho risposto senza altre spiegazioni, ingi­nocchia­to davanti al paraurti anteriore, dove ero passato alle cattive per convincere l’ultima vite spannata a mollare l’abbraccio cristallizzato dalla ruggine e venirsene via.

Le scarpe e i calzoni si sono allontanati, mentre la voce mugugnava qualcosa in dialetto a proposito dei besughi che fanno perdere tempo alla gente che lavora. Ho preteso di fare il tragitto fino allo sfa­sciacarroz­ze nell’abitacolo della Deux Chevaux, non so nemme­no io bene il perché. Al tizio ho biascicato inesistenti ragioni d’ordine sentimentale solo per stuzzicarlo un po’.

Altri due tornanti e ci siamo. Anticipo la manovra dell’autista e mi irrigidisco sui pedali, li affondo nel ven­tre dell’ auto che risponde lamentandosi con un cigolio. La Deux Chevaux si imbarca tutta verso il lato esterno della curva, e le mani ora mi servono per agguantarmi ed evitare di finire lungo diste­so sul sedile del passeggero. Sono sicuro sia stato un marinaio nostalgico dei rollii e dei beccheggi atlantici a inventare le sospensioni delle vecchie auto francesi. Il tornante è intermi­nabile e la posizione mi fa dolere l’abbondante maniglia dell’amore sul fianco interno della curva. Come ci raddrizziamo infilo una mano sotto la polo extralarge e mi massaggio la cic­cia. Dieta e palestra: devo decidermi a cominciare.

La prima estate della Deux Chevaux non avevo questo pro­blema. Nemmeno la patente avevo. Lungo lo sterrato a picco sul mare, fra Monterosso e Vernazza, guidava Stefano. Roberto, che gli faceva da navigatore seduto accanto, produceva spinelli a ca­tena dalle forme audaci e dalle discutibili funzionalità in fase di tiraggio, dando fondo al pezzo di hascisc estorto a ini­zio settimana a un reduce di Parco Lambro, accampato col resto della sua tribù sulla spiaggia di Lévanto. Mauro, stravaccato sul sedile posteriore con un Dostoevskij qualsiasi fra le mani, tanto per darsi un tono, si lamentava della puzza dei piedi miei e di Leo che gli penzolavano davanti alla faccia. Noi due, io e Leonardo, ce ne stavamo seduti sul bordo del tettuccio avvolgi­bile a goderci l’aria di agosto, piena di salvia, salino e can­tilene d’insetti.

Stefano prendeva le curve senza mai rallentare per stabilire chi fra i due rollasse meglio, Roberto o la Deux Chevaux. Io e Leo, come l’equipaggio di una barca a vela in piena bolina, spo­stavamo i nostri pesi ondeggiando il busto a destra e a sinistra, per bi­lanciare i piegamenti dell’auto. Il numero di volte che ab­biamo rischiato di volare fuoribordo e schiantarci sul fondo del dirupo supera probabilmente il centinaio, ma il cielo quel giorno era un’immensa risata azzurra, la brezza trasformava le artigliate del solleone in tiepide carezze, e l’hascisc era di primissima qualità.

Ancora qualche chilometro e ci sarebbero apparsi davanti i tetti di Ver­nazza, appollaiata sugli ultimi cinque scogli di un burrone ter­razzato a vigna che i saraceni, dopo le prime visite, rispar­miavano perché di Vermentino, sassi e nient’altro non sapevano che farsene.

Cantavamo De André a squarciagola e io, per la prima volta dopo anni, se interrogato, mi sarei mostrato possibilista circa l’esistenza di Dio. Fra quei tetti, di lì a poco, ci aspettavano le cinque ragazze cinque conosciute la sera precedente intorno ai falò, prima che calasse la notte e dal buio spuntassero le barche cariche di carabinieri, incazzati matti per aver passato ore a farsi venire la nausea e il mal di mare, intabarrati negli asfissianti completi antisommossa, morti dal caldo e dalla puzza di gasolio bruciato, venuti a disperdere a manganellate il piccolo esercito di fricchettoni che si era dato adunanza per una crapula nottur­na sul bagnasciuga di Monterosso.

Noi cinque conoscevamo un paio di sentieri che dalla spiaggia, fra il mirto, l’artemisia e i pini d’Aleppo, sparivano su fino all’Alta Via che corre sulle creste dei colli delle Cinque Terre. Con le ragazze a rimorchio ci dileguammo non visti, ap­profittando della confusione e della scarsissima conoscenza to­pografica del luogo da parte dei clan provenienti dalle nebbie della Padania, che si lasciarono bastonare a sangue, schedare e caricare sul primo treno con un calcio nel sedere e il foglio di via. Organizzammo un bivacco al buio e passammo gran parte della notte infilati nei sacchi a pelo, bisbigliando l’un l’altro per paura che le torce elettriche e le voci dal piglio militare man­giassero la foglia, e noi fossimo costretti a scappare di nuovo, col rischio di perderci per strada le squinzie cadute dal cielo.

Io mi ritrovai senza occhiali, col naso a cinque centimetri dal fiato di Barbara che sapeva di violetta, pomodori e tonno. Lei mi chiese di tenerle la mano. Io, che avevo seri problemi di articolazione del linguaggio ogniqualvolta una femmina adulta rimaneva inscritta nei cinque metri di spazio circolare attorno alla mia persona, non risposi ma trovai a tastoni la sua mano. Lei intrecciò le dita con le mie e mi disse che avevo mani bel­lissime, che aveva passato la sera ipnotizzata a contem­plarle suonare la chitarra, pensando che avrebbe potuto innamo­rarsi di mani del genere, lasciarsi arpeggiare tutta come le corde della mia scassatissima Ferrarotti. Poi mi baciò veloce sulla punta del naso e mi diede la buonanotte. Io rimasi lì, fino all’alba, con gli occhi da miope sgranati su quella meravi­glia del paradiso, che emanava melodiose armonie anche mentre russava, con le ossa che mi facevano male per l’immobilità sulle pietre, alle quali non avevo fatto caso prima di sdraiarmi, e un’erezione testarda, che non volle saperne di darsi una calmata neanche quando fu il momento di uscire dai sacchi a pelo e smon­tare il bivacco.

Le accompagnammo alla stazione in tarda mattinata, sotto gli occhi sospettosi degli ultimi carabinieri che, dopo averci con­trollato i documenti e verificato che eravamo tutti, per così dire, indigeni in senso ampio (noi genovesi, le ragazze di La Spezia), ci lasciarono andare ammonendoci di non vagabondare in giro. Barbara mi regalò un altro bacio, questa volta sulla bocca, e con una voce di puro velluto mi raccomandò di far presto ad arrivare a Vernazza. Il coso in mezzo alle gambe si entusiasmò ancora in maniera spropositata. Si mise a riposo solo la sera, quando, raggiunta Vernazza e ricongiunti al quintetto delle ragazze, Barbara mi trascinò per mano sulla Deux Chevaux e mi illustrò, con dovizia di particolari, come eseguirle addosso scale, arpeggi, accordi e persino tre intere sessioni ritmiche. La Deux Chevaux, inchioda­ta su marcia e freno a mano, diede il meglio dei suoi ammortiz­zatori con una danza che si è impressa indelebile nella memoria dei miei lombi.

A scaricare la Deux Chevaux dal pianale il tizio ci mette un attimo. Lo pago, sordo ad altri mugugni che vorrebbero un so­vrapprezzo per le presunte perdite di tempo. Quando il carro at­trezzi sparisce oltre l’ingresso del demolitore mi rendo conto che così sono rimasto a piedi. Quassù, attaccati ai cancelli della principale discarica cittadina, gli autobus non arrivano. Mi toccherà chia­mare un taxi.

Il titolare dello sfasciacarrozze esige un cinquantone per ac­cettare la Deux Chevaux nel suo cimitero. «Ma come» dico, «non ci guadagna già col recupero del metallo?»

«See, caro signore» mi fa, «questo è tutto lavoro in rimessa.» Vuole vedere le tar­ghe per essere sicuro di non accollarsi un mezzo rubato. Rubato…? sto per dirgli, ma a chi diavolo verrebbe in mente di rubare questo ferrovecchio? Saranno vent’anni che non va in moto, e se non era per l’ultimatum di mia moglie, stanca di pagare inutili tasse e di vedersi davanti quel mucchio di ruggine nel giardino dietro casa dei suoi, ora che i miei suoceri hanno traslocato in riviera, e per mio figlio maggiore, che mi ha guardato come se fossi pazzo quando gli ho ventilato l’ipotesi di rimettere in sesto la Deux Chevaux per il suo battesimo alla guida, l’avrei lasciata lì dov’era a tramutarsi in fossile.

Sto già controllando quanto campo abbia il mio cellulare per sapere se dovrò anche pagargli una telefonata, quando il demolitore si sporge dal sedile di guida con un tappetino lurido in mano e mi chiede se c’è niente che voglio tenere. «No grazie» rispondo.

«Nemmeno questo?» dice lui. Qualcosa gli brilla in mano. Prendo su il piccolo gingillo di bigiotteria e di colpo rive­do davanti agli occhi il piede nudo di Barbara, con un anello al terzo dito che non mi stancavo di sfilarle, succhiandoglielo fuori, per poi ricalzarglielo con una complicata ginnastica di labbra. Chissà se le starebbe ancora… forse sì, a patto che an­che lei non sia in predicato per una dieta ipocalorica e un’iscrizione alla palestra più vicina.

«Grazie, lo tenga lei» dico al demolitore mentre faccio il numero del radiotaxi. La signorina che risponde deve essere in giornata buona perché arriva a chiedermi se desidero un tipo di vettura particolare.

«Particolare? Basta che sia un modello francese.»

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