da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il treno di Margherita di Costantino Simonelli - 2010

Era lì ormai da quattro anni.

Confinato sull’ultimo tratto d’un binario morto. In una stazione di grossa città, di quelle grosse stazioni che, come le grosse città, alla loro periferia finiscono per dimenticare uomini e vagoni di treno.

Lui non aveva più tanta voglia né modo di rifarsi una vita dopo quella volta che, non per colpa sua, lui, quarto vagone dell’espresso semplice delle diciottoeventicinque, Firenze –Bologna,   aveva incocciato contro la cocciuta e devastante locomotiva del Lecce-Milano, rapidissimo delle diciottoeventisette.  Lui, deragliando, era rimasto in bilico, sospeso tra binario e terra, quasi sfondato nella parte di dietro, ruote ed abitacolo di fondo quasi sventrate.

Di quel disastro ne avevano parlato pure i giornali e i telegiornali.

“Errore umano o l’ultimo episodio del degrado delle nostre ferrovie?” – così avevano scritto e detto per dare un tocco di dolente mistero e di sociale intrigo alla disgrazia.

 Per giorni e giorni ne avevano parlato. D’altronde, dai quattordici vagoni tutti dei due treni in collisione c’erano scappati fuori sei morti.

Lui, il vagone numero quattro, sapeva solo che dal suo abitacolo era uscita, presa in braccio da un vigile del fuoco e poi poggiata su una barella - ma senza fretta, senza nessuna concitazione, anzi, quasi con la delicatezza riservata ai corpi da non guastare più di tanto ormai - un corpo di giovane donna. 

Altri suoi inquilini di quel viaggio erano usciti da lì e da quella avventura e dalla sua memoria.

Alcuni lo avevano fatto con le proprie gambe, insicure o rapide, aiutati a scendere dai gradini pensili o quasi saltandoli quei gradini, e, appena fuori, scappando da ogni lato, come ossessi, tenendo le mani in capo o sul viso o accennando reiteratamente ad un segno di croce; altri, i feriti di poco conto, presi in custodia dalla foga di aiutare di qualche volontario improvvisato; altri ancora, più seri, distesi prima per terra poi caricati sulle ambulanze.

Di quella bolgia che Dio volle fare a modo suo e che riuscì a protrarsi per tutta la giornata ed anche per il giorno dopo, lui ricordava il frastuono, la confusione, la frenesia.  Ma non i volti. Quelli dei tanti altri, i protagonisti e le tante comparse, quelli no, non li ricordava.

Solo quel volto muto e soffice di giovane donna distesa sulla barella, composta ed immobile.

E, accanto a lei, inginocchiato e curvo su di lei, quel   viso stranito di giovane uomo.

Loro due erano rimasti circa mezz’ora lì, estraniati da tutto il resto intorno; come se esistesse una loro storia nella storia; e questa fosse una di quelle più silenziose.

Lui per tutto il tempo non aveva fatto altro che accarezzarle ossessivamente, su e giù con il dito, la vena bluastra della mano. Su e giù, come a buttarle, pomparle ancora un pizzico di vita.

Non si può dire se la guardasse per davvero. In effetti, pareva avere il viso voltato tutto da un’altra parte.

Di sicuro per tutto il tempo non le rivolse una sola parola. 

Ad un certo punto si avvicinò ai due un gruppo di soccorritori; guardarono lei e istintivamente, come sorpresi, addolcirono appena di un po’ la loro faccia, tutta piena dell’agire frenetico ed efficiente, e la mutarono in uno sguardo di appena commossa contemplazione.

Ma il tutto durò un attimo, non di più. Subito dopo, riprendendosi, brigarono un qualcosa tra di loro A lui pure chiesero un qualcosa e gli farfugliarono pure un qualcosa di spiegazione. E alla fine lo scostarono garbatamente da lei e se la portarono via.

E lui, a tutti quei pochi che poterono guardarlo, parve non opporre alcuna resistenza; solo provò a seguire l’ambulanza per quattro o cinque passi decisi e poi per altri quattro o cinque passi meno decisi. Alla fine si fermò come se tutte le sue forze di colpo si fossero esaurite. E con un movimento lento e ridicolo, come d’una marionetta esausta, si accoccolò per terra. E lì rimase tanto tempo, tanto tempo che non si può dire quanto.

Quei due volti lui, il vagone numero quattro, ci aveva provato, ma non era riuscito a rimuoverli dalla memoria, né subito né dopo.        

 

  A sera tarda del giorno dopo, quando si era cominciata ad affievolire quella foga di fare per gli altri che prende gli uomini per gli altri uomini nelle disgrazie, alla fine pensarono pure a lui.

Quei tre vagoni più martoriati dal disastro furono definitivamente rimossi dai binari.

E così la linea ferroviaria della vita che continua poté riprendere il suo corso.

Loro, i tre, furono agganciati da una poderosa grù e messi allineati quasi insieme, come in una corsia d’ospedale, in quella pianissima campagna costeggiata dalla ferrovia che ancora non raggiunge, ma s’avvicina d’appresso a Bologna. 

Uno o due giorni dopo venne a far loro visita la commissione istituzionale del disastro, composta da un impettito ed incravattato ingegnere, un austero magistrato, un prosopopaico ed ondivago politico ed un mogio ed ossequioso figuro in meschina divisa da ferroviere.

Per la verità, dopo l’emergenza, con tutti i loro limiti, ma questa brigata di personaggi tornò a rideodorare la scena di quotidiana e burocratica normalità.

Fecero finta di guardare scrutare e ponderare tutto. Fecero anche un bel po’ di fotografie. Entrarono ed uscirono dall’abitacolo, finsero di piegarsi di sotto a vedere se gli assi portanti avessero resistito, se li si sarebbe potuti raddrizzare, se si sarebbe potuto aggiustare tutto.

Ma avevano troppa paura di macchiarsi i vestiti del fango d’intorno e del grasso che trasudava dalle parti meccaniche. In effetti, nelle parti a rischio di sporco fecero chinare solo il meschino ed ossequioso ferroviere.

Davanti allo squarcio provocato dalla fronte della locomotiva avversaria, l’ingegnere incravattato sentenziò:

$1-         “Questo non viaggia più”.

Gli altri, già a pascolo libero per altri discorsi ed altri pensieri, richiamati all’ordine dall’affermazione perentoria dell’ingegnere, tornati a fare la faccia seria professionale e di circostanza, compuntamente assentirono.

Quindici giorni dopo gli furono cambiate le ruote di dietro che erano ridotte proprio male.

Fu messo in condizione di essere trascinato e fu rimorchiato lungo un binario periferico da una di quelle che chiamano le locomotive spazzine.

 E questa lo lasciò giù giù, in fondo, alla fine della quasi infinita stazione di Bologna.

Credette, la locomotiva spazzina, di concedergli comunque un privilegio lasciandogli la dignità di restare su di un binario; di quelli che però cento metri più in là, all’improvviso, senza una ragione precisa, finiscono. 

 

                                                        ***************

 

Luca si era fatto quaranta giorni di ambiguo ospedale psichiatrico. Dove aveva masticato i primi farmaci somministratigli alla “cazzo di cane ” dal medico di turno smontante che lo aveva accolto la prima sera e che di malavoglia e con una dose tossica d’insofferenza gli aveva strappato di bocca a stento un nome  senza neppure il cognome. Ed aveva masticato da solo, rannicchiato in un angolo della sua stanza, qualche idea strana su tutta la sua vita e su quell’assenza improvvisa di Margherita.

Poi, il dopo, era stato come un veleno succhiato a piccole dosi.

Per dieci giorni fu un paziente non collaborante. I medici si alternavano, si alternavano le domande, e si alternavano e cambiavano pure le pasticche. I suoi occhi sbarrati di giorno e di notte suggerivano ai medici terapie per fargli recuperare sonno e tranquillità. Dopo quattro giorni il sonno lo vinceva più di giorno che di notte e, quanto alla tranquillità, di notte si abbracciava stretto stretto, come ad un cuscino, tutte le sue angosce. E gli occhi rimanevano sbarrati.

 Al decimo giorno gli procurarono l’arrivo dell’unica sua sorella, Lucia. Rintracciata chi sa come. Forse da un numero telefonico scritto su un pezzettino di carta che aveva avuto il tempo di ingiallirsi nel meandro più nascosto del suo portafogli.

Lei, arrivando, lo guardò contrita: di quella contrizione tra il sofferente e lo stupefatto.

 Dopo il “ come stai?” rituale, arrivo puntuale - come una coltellata inflitta su carne in solo parziale anestesia - l’altra domanda: “che ci fai qua?”.

Luca dondolò la testa ed organizzò sul viso un molto credibile sorriso ebete. Era necessario che facesse così anche con Lucia, l’unica sorella, anche amica, forse, ma restata da tanto così lontana dalla sua vita, che non era il caso di rimischiare proprio adesso le carte. Peraltro, tranciato questo, non aveva alcun altro rapporto che avrebbe potuto condizionarlo.  I due genitori? Morti, o come se fosse; almeno uno, di sicuro uno morto. L’altra, la madre?  Lucia dice che no, che era viva, che spesso pensava a lui.  Chissà, forse era pure vero. Ma perché rifarsi i percorsi del riconoscersi dopo gli abbandoni? Non gli bastava essersi abbandonato da solo?  Senza metterci altri di mezzo? L’abbandono di Margherita non bastava?

Vide andarsene la sorella, non disperata -  in fondo aveva la sua vita ben organizzata lei - ma di spalle la guardò allontanarsi; sicuramente era dispiaciuta di non essere servita a niente per quel fratello diventato strano.

 

Lo dimisero quando fu appena in grado di concedere loro qualche sequenza accettabile di risposte sensate. Poca cosa, poca cosa concedeva ancora alla normalità. Molto poco – e loro, i medici, lo sapevano – per rigettarlo così indifeso e senza riferimenti nel frastuono disciplinato della vita.

Nel frastuono disciplinato della vita.

 Ma tant’è.  Quello non era un cronicario e lui, non pericoloso per se e per gli altri, si sarebbe riadattato lentamente alla vita, magari quella di margine, lasciandosi guidare soprattutto da quel gioco astruso ma efficace che si usa chiamare istinto di sopravvivenza.

 

 

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Quando il vagone numero quattro riconobbe la sagoma, e poi, mentre si avvicinava, anche il volto

di Luca, si sentì un poco imbarazzato. Non sorpreso, ma imbarazzato.

Lo vide avvicinarsi caracollando. Ed il volto, ancora come quello di quella volta, sembrava distratto in sguardi buttati in ogni dove d’intorno. Procedeva lento, quasi abulico e svagato.

Eppure c’era in lui un che di indecifrabilmente deciso, quasi meccanico, come se sapesse per istinto dove cercare, dove dirigersi.

 L’impermeabile di quel giorno gli era diventato assai largo addosso e gli faceva, scendendo giù, delle pieghe sciatte.

Quando gli arrivò vicino e stava per salire su quel predellino, il vagone numero quattro fu percorso per tutta la sua lunghezza da un brivido. La verità è che non sapeva proprio cosa fare. Sapeva che a lui, Luca, lo legava quasi un assurdo ma reale rapporto di complicità: una specie di comune condizione d’abbandono.

Ma un vagone di treno non sa come fare per dare un qualche segno di solidarietà ad un uomo.

Provò a metterlo a suo agio pensando ancora per un attimo di essere quello di quattro anni prima.

Quando Luca entrò dentro, si guardò intorno; si fermò un attimo, come intimorito. Poi camminò lungo il corridoio tenendosi con le mani, una da un lato, verso i finestrini, una dall’altro lato, verso gli scompartimenti; come se quel vagone ancora corresse e lui avesse ancora addosso quella paura di cadere che si ha sui treni in corsa.

Poi riconobbe il posto. D’impeto tirò la maniglia della vetrata dello scompartimento.

Fu indeciso assai nell’entrare. Ma poi, quasi barcollando, si lasciò andare e si risedette al suo posto.

E respirò profondo.

Iniziava a ticchettare lenta lenta una pioggia sopra i vetri dei finestrini.

Luca guardò fuori.

Novembre ai margini d’una stazione riusciva ad ingiallire ancora di più tutta la vita di fuori.

Foglie secche mulinavano lungo i binari che, per buona parte, mostravano tutta la loro ruggine.

Con le mani a piatto e con un movimento lentissimo, a scivolare, cominciò ad alliscisciarsi il viso scarnato e riempito di peli di barba incolta.

 E, chiudendo  gli occhi sotto le mani che erano diventate una morsa, disse:

“E va bene”

Accarezzò il bracciolo del sedile accanto al suo. Poi accarezzò tutto lo schienale, due, tre volte.

E la terza volta, per un attimo, sul  viso, lo colse, inaspettato, quasi un sorriso.

Poi si scosse, come per scrollarsi di dosso un sogno lontano ed inopportuno.

“E va bene”, ripeté con più forza.

 

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Il treno aveva fatto una di quelle fermate strane e senza nome di stazione; quelle nel bel mezzo della campagna, quelle che si fanno per aspettare una qualche coincidenza, quelle che fanno dire ai viaggiatori più impazienti e più insofferenti: “ma quando cavolo arriviamo?”

Dei due che erano con loro nello scompartimento, il militare andò fuori a fumarsi una sigaretta ed il distinto signore col giornale approfittò forse per sgranchirsi un po’ le gambe lungo il corridoio.

Ad un certo punto rimasero soli.

Margherita in un attimo  aveva cambiato di posto e, dal posto affianco, s’era messa di fronte a Luca.

Gli aveva preso le mani e glie le aveva strette. Glie le  aveva accarezzate e strette.

Che occhi e che faccia avesse Margherita allora, questo il vagone numero quattro non lo ricorda o non lo vuole ricordare, ma ricorda bene quello che gli disse:

“Luca, devi capirlo,  è finita.”

Questo, quattro minuti prima del disastro. Giusto il  tempo che durò, minuto più minuto meno, quel  silenzio di Luca.  Poi continuato per quattro anni

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