da   Ass. Il Racconto Ritrovato

La tela del ragno di Giorgio Baro - 2010

Appena uscita da scuola, Laura aveva salutato i compagni della terza media lasciandoli sulle panchine della piazza a ciondolare con i soliti discorsi prevedibili o a sparare messaggini a raffica dai cellulari ed era corsa alla statale per Torino. Prima o poi qualcuno le avrebbe dato un passaggio fino in città. Sperava solo che non fosse uno di Bricherasio, c’era rischio che la conoscesse e lo riferisse a sua madre.

Laura adesso era sola, in attesa di quell’auto che sopraggiungeva lenta. Continuava a pensare al suo sogno. “Fermati, dai fermati”, si augurò piegando il pollice e abbozzando un sorriso.

Nel vederla, l’uomo al volante rallentò, la superò incerto se fermarsi, ma poi accostò.

Laura le corse dietro. Sentiva che da quel momento il suo sogno cominciava a farsi realtà, era finalmente il primo passo mosso per andare a conoscere Ivan.

“Va a Torino, vero?” domandò con il tono di chi si aspetta una sola risposta “Me lo dà un passaggio?”

L’uomo alla guida dell’utilitaria, baffi bianchi e occhi grigi, la fissò stupito; poi accennò di sì muovendo il capo.

Nelle serate limpide, dalla soffitta di via Po si vedeva appena uno spicchio di collina e il formicolare di poche luci  nell’oscurità.

In quella soffitta Mariella c’era salita la prima volta, quarant’anni addietro, quando era una bambina brufoli e treccine. Sua madre, eterna commessa in panetteria, una storia finita male con un ferroviere siciliano, aveva vissuto là fino alla mattina quando il suo cuore matto le aveva regalato la morte più bella.

All’età di venticinque anni Mariella si era diplomata infermiera professionale; al pronto soccorso del CTO aveva conosciuto Rudy, costole incrinate per una caduta dalla scala mentre sistemava l’insegna del suo spettacolo sul tendone del circo. Rudy, cantastorie, giostraio, giramondo, maestro di burattini - mille mestieri, niente soldi e la bottiglia facile, le aveva lasciato in eredità il regalo di una notte senza preservativo.

“Sarà bellissimo”, sognava Laura mentre l’auto correva lungo la statale.

“Che cosa studi?” aveva domandato l’uomo, settant’anni tutti, lo sguardo inchiodato al rettilineo della strada.

“Ivan sarà bellissimo”, continuava a sognare Laura mentre rispondeva “Medicina” inventandosi una facoltà universitaria che in realtà non frequentava. Ma poteva permetterselo, lei dimostrava ben più dei suoi quindici anni.

Ivan, conosciuto chattando su internet, le aveva dato appuntamento per quel pomeriggio alle quattro in piazza Castello davanti al caffè Mulassano: Laura lo pensava bello, alto, di sicuro una cascata di riccioli castani che scendevano fin quasi agli occhi verde ghiaccio, perché, da quando le aveva mandato quella foto, lei era rimasta come folgorata; era l’unica immagine che aveva di lui - si erano solo scritti, l’aveva stampata e la portava sempre con sé.

Anche lei gli aveva girato una sua fotografia, dove rideva e faceva le smorfie, truccata e allegra durante una festa di compleanno. A Ivan la foto era piaciuta molto; con lusinghe e dolci parole aveva insistito per fissare un appuntamento e conoscersi, ma, pure senza insistere, Laura a quell’appuntamento ci sarebbe andata lo stesso.

Ormai erano giorni che nella sua mente c’era solo il pensiero di quell’incontro, che si immaginava tutto di quell’incontro. Immaginava di andare a casa di Ivan, una casa grande con la terrazza che dominava Torino, e magari di passare la notte insieme a lui. “I miei sono in campagna”, aveva detto Ivan, “staranno via tutta la settimana.”

Laura era decisa anche a scappare da casa per Ivan, “A Torino nessuno mi troverà” ragionava.

Presto, sotto i portici in centro, il sogno si sarebbe avverato.

Ogni volta che arrivava alla grande croce del cimitero parco, prima di imboccare il suo viale di lacrime, Mariella si fermava per una preghiera.

“Ivan,” disse quel giorno, “oggi vedrò Laura. A differenza delle altre, lei non scapperà, ne sono sicura. Ha gli stessi anni che avresti avuto tu, Ivan; Laura ti piacerà, è proprio una bella ragazza!”

Nell’ora di mezzogiorno, un vento tiepido correva sull’erba. Mariella sussurrava parole e un saluto commosso davanti a una lapide. “Adesso vado, tornerò insieme a lei, Ivan.”

In ginocchio accarezzava la pietra, con le dita tremanti sfiorò due date, lo stesso anno riportato a distanza di tre mesi.

Si allontanò che un coniglietto spaventato le saltò davanti correndo a cercare riparo sotto i cespugli della collinetta.

Nel primo pomeriggio di fine maggio, la periferia della città accolse Laura con un frastuono di cantieri e motori. Scese dall’auto ringraziando per il passaggio e salì al volo sopra un autobus diretto in centro: si aggiustò lo zainetto sulle spalle, dentro c’erano stipate le illusioni di chi rincorre una follia.

“Il mio Ivan,” si ripeteva e guardava la foto del ragazzo conosciuto in rete.

Era giusta per l’ora dell’appuntamento, non doveva affannarsi così come faceva a casa, dopo la scuola, per aiutare la mamma nelle pulizie dello studio del geometra in paese. “Ivan sarà già ad aspettarmi,” sperava eccitata.

I portici di piazza Castello erano animati da giovani, studenti soprattutto, tanto che un sottofondo di voci arrivava quasi a coprire lo strombazzare delle auto e lo stridere dei tram alla fermata.

Seduta a un tavolino vicino alla vetrina del caffè Mulassano, Mariella riconobbe Laura passeggiare avanti e indietro. Era davvero una bella ragazza, Laura, e dimostrava più dei quindici anni che aveva detto di avere.

Laura scrutava la gente; aspettava da un momento all’altro di veder sbucare tra la folla una cascata di riccioli castani.

Mariella si alzò, controllò di avere nella borsetta la solita foto scaricata da internet - la solita foto che girava alle ragazze incontrate nei dialoghi virtuali, la solita foto di un viso dolce, gli occhi verde ghiaccio, una cascata di riccioli castani; accarezzò la foto, sfilò una sigaretta dal pacchetto ma non la accese. Con passi misurati pagò la consumazione e uscì.

Sulla porta puntò Laura. Le si avvicinò chiedendo se aveva da accendere. “No,” rispose secca la ragazza senza smettere di girare lo sguardo intorno. Allora Mariella salutò e si allontanò fermandosi pochi metri più in là a guardare i titoli nella vetrina di una libreria. Sbirciando Laura con la coda dell’occhio, prese la foto dalla borsetta e, ripassandole vicino, nella confusione del viavai la lasciò scivolare a terra con mossa consumata. Fu subito veloce a svoltare l’angolo di via Po.

Laura si accorse della fotografia, la raccolse, e rimase come trafitta da quel viso, da quella cascata di riccioli castani che conosceva proprio bene. Voleva correre dietro alla donna, ma le sue gambe rimasero immobili.

Girò la foto. Una calligrafia rotonda aveva scritto:

“Ciao Laura,

quindici anni fa, avrei voluto essere anch’io così, oggi, … forse …

quindici anni fa, avrei voluto solo vivere, e oggi ti avrei incontrato … forse …

Ivan                         14 agosto 1995 - 10 novembre 1995”

Scioccata, Laura guardò a lungo la foto, poi rilesse le poche parole scritte dietro, poi fissò ancora quella cascata di riccioli castani.

Le fu davvero difficile muoversi, riprendere a camminare, andare verso la stazione stordita dal viavai di via Roma.

Il suo sogno era finito, era caduta nella tela del ragno.

Anche lei.

                                                          

La sera, come faceva da mesi, Mariella accese il computer; senza cercare contatti con Laura, aspettò che fosse lei a chiamare.

Ma  non si collegò.

Prima di andare a letto, aprì un’ultima volta la foto che Laura aveva inviato a Ivan quando avevano incominciato a chattare. “Era proprio bella, Laura. E anche il suo Ivan sarebbe stato bello a quindici anni.”

Si addormentò nell’intimità di un dispiacere, sull’immagine vista e su quella impossibile, il suo Ivan, occhi verdi ghiaccio e una cascata di riccioli castani.

L’indomani avrebbe ripreso a tendere altri fili alla sua tela di ragno

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