da   Ass. Il Racconto Ritrovato

La soluzione di Bernardo Risino - 2010

 Dicevano che aveva un viso da bravo ragazzo. E Tommaso Corti, educato e disponibile fin dagli anni dell’adolescenza e della giovinezza, aveva tarato il suo agire quotidiano in modo aderente all’idea che amici e conoscenti si erano fatta di lui. Questa idea, era così positiva che a volte lo stesso Tommaso ci scherzava sopra, dicendo che alla sua morte lo avrebbero dovuto fare santo per acclamazione. 

  Tuttavia, da qualche tempo, ormai aveva ventidue anni, il giovane portava le stimmate dolenti di un ignoto disturbo psichico, che aveva ribaltato non solo la sua esistenza, ma anche della sua famiglia e di tutte le persone a lui vicine.

  Accadeva che, senza una regola precisa, misteriose crisi lo risucchiassero in un mondo isolato e si ritrovasse a essere incapace di comunicare con la realtà esterna a lui.

  Quando succedeva, Tommaso si sbarazzava della sua personalità come si fa con un vecchio abito, e ne assumeva un’altra, misteriosa e inquietante.

  Di colpo, gli occhi smarrivano la limpidezza abituale, come se ogni emozione fosse inghiottita nelle profondità più remote della sua anima; il viso si induriva, le vene del collo si dilatavano e incominciava a muoversi a scatti, somigliando più a una marionetta che a un essere umano. 

 Al mutamento fisico si assommava, poi, un fatto davvero fuori del comune, che rendeva il quadro generale già tragico, grottesco. Infatti, che ci fosse caldo o freddo, che piovesse o tirasse vento, Tommaso indossava guanti di pelle nera, usciva di casa e, così abbigliato, percorreva a grandi passi il Corso del suo paese, Norato, insensibile ai richiami di amici e conoscenti che avevano la ventura di incontrarlo. Non apriva bocca, come se il dono della parola gli fosse stato sottratto per sempre. Ma un’altra circostanza, ancora più bizzarra, rendeva davvero singolare il caso.

  Attraversato il Corso almeno due volte, si piantava come un mulo dinanzi a una casa e, ben saldo sulle gambe, compiva alcune oscillazioni con il tronco. Poi, se la porta dinanzi alla quale si era fermato era accostata o aperta, entrava; se invece era chiusa, cominciava a bussare con insistenza, e non la smetteva fino a quando la porta non si apriva. Subito si introduceva nell’abitazione e, una volta dentro, si lasciava cadere sulla prima sedia che trovava e se ne stava buono, senza muovere un muscolo. Quando gli pareva giunto il momento di andarsene, durante le crisi per Tommaso il tempo perdeva di significato, si alzava, usciva, andava verso casa. Appena messo piede dentro, si rintanava in camera e cadeva addormentato per ore.

  Al risveglio, dopo ore di sonno profondo, c’era di nuovo il Tommaso dal viso di bravo ragazzo, socievole e aperto, ed era come se l’altra personalità non fosse mai esistita.

  Le prime incursioni nelle case dei concittadini sollevarono vibrate proteste verso la famiglia. Accertato che l’insolito modo di agire era conseguenza della strana malattia, la comunità decise di essere indulgente con il giovane. Secondo un parere medico riportato dai giornali di quei giorni, infatti, assecondare lo strano comportamento avrebbe potuto accelerare la guarigione.

  La genesi della malattia era oscura. Tuttavia, in famiglia si era diffusa la convinzione che il male potesse essere collegato alla passione del giovane per lo studio della fisica, disciplina verso la quale aveva mostrato propensione fin dai tempi del liceo.

  I genitori, non sapendo cosa fare, lo costringevano arimpinzarsi d’ogni ben di dio, convinti, come tutti i genitori, che il figlio mangiasse poco. Nonostante le grandi abbuffate, non scorgendo miglioramenti, decisero di interpellare il medico di famiglia, il dottor Inzò.

   Baffetti neri e occhialini cerchiati d’oro, il Dottore Inzò si presentò con sollecitudine alla chiamata.

  «Allora? Che cos’ha il giovanotto?» chiese con fare bonario, appena arrivato.

  «Dottore, Tommaso sta male. Ci sono momenti in cui il nostro ragazzo si trasforma e diviene insensibile a tutto ciò che gli sta intorno, non ci riconosce. Persino le sue fattezze si alterano. Quando succede, è come preso da una furia cieca. Indossa i suoi guanti e se ne va al Corso. Fa un paio di volte andata e ritorno, poi, solo Dio sa perché, pretende di entrare a tutti i costi nelle case degli estranei. E se non gli aprono, diventa una furia, un demonio.Una volta che è entrato cerca una sedia, si siede e se ne sta immobile come una statua, quasi senza respirare. Dopo un po’ se ne torna a casa, si addormenta e ritorna quello di prima. E il bello è che non ricorda niente di tutto quello che ha combinato. Dottore, è grave?» concluse la madre con voce rotta dalla commozione.

   «Da quanto tempo ha queste crisi?»

  «Da due mesi, due mesi che sono stati una interminabile Via Crucis. Le nostre giornate, dopo la prima volta, si sono consumate nel terrore che da un momento all’altro il nostro ragazzo fosse preda della malattia.»

  Inzò, a cui l’approssimativo quadro dipinto dalla madre stava causando un attacco di scetticismo acuto, dopo una diplomatica lisciata ai baffi, domandò:

  «Adesso, dov’è?»

  «È in camera sua, sta studiando» rispose il padre che fino a quel momento non aveva aperto bocca.

  «Lo posso vedere?»

  «Certo che può. Ma adesso sta bene. Lei lo dovrebbe vedere quando…»

  Un rumore di porta spalancata e poi sbattuta con violenza sorprese il terzetto. Tommaso, come una furia passò davanti ai tre e, senza nemmeno degnarli di uno sguardo, si catapultò fuori, fuggendo e dirigendosi a lunghe falcate verso il Corso. Indossava guanti neri di pelle, teneva i pugni stretti, e il viso aveva un’espressione dura e immobile, tanto che a Inzò ricordò la statua di San Ignazio, il santo patrono di Norato.

  Il Dottore ammutolì e, all’istante, il suo scetticismo si dileguò. I genitori di Tommaso si segnarono.

  «Dottore, che cosa ci può dire?» chiesero alla fine padre e madre.

  «Che vi posso dire? Niente di niente. Di certo ci vuole un consulto. Bisogna interpellare psichiatri e neurologi. Non c’è altra strada. Ci penso io.»

  E se ne andò.

  Pochi giorni dopo i luminari, attratti dallo strano caso, arrivarono, analizzarono, confabularono e, dopo lunghe e pensose riunioni, emisero il loro verdetto:

  «Il giovane è nel pieno del vigore fisico e l’esame obiettivo e la valutazione dei test clinici ai quali è stato sottoposto, hanno confermano che non ci sono patologie in atto. Per questo si può avanzare il sospetto, in via del tutto ipotetica, che il paziente abbia subito uno shock di natura ignota che ne ha alterato, riteniamo per ora, anche se la cautela è d’obbligo, l’equilibrio psichico. Il presente collegio medico suggerisce di monitorare per qualche tempo il comportamento del soggetto, alla scopo di individuare e di attuare le linee terapeutiche più appropriate.»

Le parole caddero dalla bocca del portavoce dei luminari come pietre pesanti, provocando nei genitori cupi presagi.

  «Non possiamo lasciarlo così» dissero i coniugi Corti, guardandosi negli occhi velati di lacrime.

  Dopo aver passato in rassegna ogni possibilità, convinti davvero che i problemi di Tommaso fossero legati all’accanimento nello studio della fisica, arrivarono alla conclusione che l’unica possibilità, anche se in cuor loro non nutrivano molte speranze, era rivolgersi al vecchio professore di matematica del loro ragazzo, Alberto Panni. Memori della stima che il docente aveva manifestato nei confronti del figlio ai tempi del Liceo, non esitarono a invitarlo a casa loro.

  Il professore, uomo all’antica, si presentò accompagnato da un mazzo di fiori per la signora e con una malcelata curiosità innescata dalle voci, pungenti come zanzare, che Tommaso avesse perso il senno.

  Padre e madre esposero lo stato delle cose, e quello, guardando negli occhi ora l’uno, ora l’altra, rispose:

  «Ci penso io.»

  Il professore, in verità, un sospetto sulle cause di quegli strani comportamenti di Tommaso lo nutriva.    Tuttavia, prima di parlarne con i familiari, da uomo prudente quale era sempre stato, volle essere certo di avere colto nel segno. E così chiese ai genitori di potere esaminare la stanza di Tommaso.

  Un giorno che il giovane si era recato all’Università, Panni si catapultò a casa Corti e incominciò a consultare centinaia di fogli sparsi alla rinfusa. Visionò appunti, controllò e ricontrollò calcoli. Alla fine si convinse di essere nel giusto e, non senza un lampo d’orgoglio, comunicò alla famiglia la sua verità.

  «Devo partire da lontano, dagli anni in cui Tommaso frequentava con profitto il liceo. In quel giovane avevo apprezzato subito versatilità e curiosità, qualità non disgiunte da una profondità di pensiero inusuale per un giovane della sua età. I programmi che svolgevamo in classe lo annoiavano. Egli, infatti, era già oltre, alla ricerca di strade nuove e stimolanti. E così, spinto dal desiderio di conoscenza, si era imbattuto in quello che oggi i fisici considerano il problema dei problemi: la teoria del Tutto, cioè la possibilità di inquadrare in un unico sistema le quattro forze fondamentali della natura. Queste forze regolano la vita dell’universo, il moto dei corpi celesti, la stessa struttura dei nostri corpi e degli oggetti che ci circondano. Per venire a capo di questo dilemma scientifico occorrono: carta, penna, conoscenza profonda della matematica e della fisica, e una passione divorante. Ebbene, Tommaso è precipitato nel pozzo della follia nel tentativo di trovare la soluzione. Pagine e pagine di calcoli compiuti nella più profonda solitudine testimoniano l’impari lotta. Tommaso non possiede ancora gli strumenti idonei per portare a compimento l’impresa. Sta pagando per quello sforzo.»

  «E noi, che cosa possiamo fare?» chiesero padre e madre.

  «Aspettare, non c’è che da aspettare.»

  Lungo il corso di Norato, quasi dinanzi al settecentesco palazzo del Municipio, abitava Elisabetta Paccini, di animo semplice e inesperta delle cose della vita. Da circa un anno era andata in sposa a Giovanni Bozzo, un quarto di secolo più anziano, ricco commerciante del paese, maldestro e goffo negli affari di cuore, quanto abile e disinvolto nei suoi commerci. Non era stato un matrimonio d’amore per Elisabetta, ma di necessità.

Infatti, il padre della ragazza Remigio, incline alle donne e alla frequentazione di bische era stato portato alla rovina da queste sue passioni, tanto che aveva firmato cambiali al solo uomo che nel momento del bisogno gli aveva aperto una linea di credito: Giovanni Bozzo. Il quale, da buon conoscitore delle umane debolezze, custodiva nella cassaforte i titoli come reliquie, anzi, certe notti che il sonno tardava a giungere, e ultimamente, vuoi per l’età, vuoi per la solitudine, le notti in bianco si erano moltiplicate, se li rimirava come tessere di un puzzle che intendeva comporre secondo un progetto elaborato da tempo.

  Quando ritenne che il momento fosse giunto, fece sapere al padre di Elisabetta che era sua intenzione presentare i titoli all’incasso. Poi attese.

 Due giorni dopo Remigio bussò alla sua porta.

  «Buongiorno, possiamo parlare?»   «Più che parole, servono fatti», rispose Giovanni, fissandolo torvo.

  «La prego, non lo faccia. Non distrugga la mia famiglia. Mi dia ancora un po’ di tempo» implorò Remigio.

  La risposta fu un eloquente silenzio.

  «Che cosa si può fare?» domandò infine il poveretto, sconsolato.

  E Giovanni Bozzo spiegò che cosa si poteva fare.

  Sei mesi dopo si celebrò il matrimonio. Giovanni Bozzo non lesinò sulle spese e pretese una cerimonia sfarzosa. I compaesani non lesinarono pettegolezzi.

  Elisabetta, quando giunse il momento, si distese sul letto come massa inerte, sottomessa alle voglie del marito. Lasciò che l’uomo la usasse e si impose di non urlare, rifugiandosi lontano, nei sogni ormai spezzati che aveva coltivato fino a non molto tempo prima. Quando, più tardi, il marito cominciò a russare, un pensiero maligno concimato dall’odio germogliò nella sua mente. Attese il giorno con gli occhi spalancati, rimirando il soffitto. Voleva piangere, ma sapeva che a mutare il suo destino ci sarebbe voluto ben altro che le lacrime.  

  Le scorribande di Tommaso non erano sfuggite alla giovane sposa. Elisabetta stava con il naso appiccicato ai vetri della finestra e, quando il giovane ci passava davanti con aria fiera e occhi pieni di mistero, lo seguiva con lo sguardo fin dove era possibile.E sospirava.

  Elisabetta la condizione di moglie di questo marito non se l’era cercata, ma l’aveva dovuta subire. La sua mente, quando la tristezza la sommergeva, ruotava intorno a un pensiero semplice, ma allo stesso tempo aggrovigliato, che lei tentava sempre di cacciare via; ma quello, testardo, giorno dopo giorno, tornava. La cosa più grave è che si dava da fare per trascinarla verso un sentiero stretto, un sentiero in fondo al quale intravedeva come avrebbe potuto risolvere il suo problema.  

Tommaso, intanto, aveva trascorso mesi di piena normalità, durante i quali si era dedicato con profitto allo studio, recandosi all’Università, sostenendo due esami e conseguendo voti brillanti. Ma un giorno,  giugno era arrivato portando caldo e afa, cadde di nuovo preda del misterioso male.

  Secondo lo schema solito, indossò i guanti e si avviò a lunghi passi per il Corso, in preda al misterioso furore. Poi, dopo la solita traversata veloce, si fermò davanti alla casa di Elisabetta, compì le strane oscillazioni, bussò con la solita ostinata insistenza, entrò, si avviò verso la cucina e si mise a sedere, restando immobile, con il busto eretto e lo sguardo perso nel vuoto, come gli era sempre accaduto da quando la malattia si era manifestata.   

  Elisabetta, turbata, dopo alcuni minuti di esitazione, durante i quali non aveva distolto lo sguardo dalla figura seduta al centro della cucina, gli si avvicinò con cautela e fece scivolare il dorso della mano sul viso dell’ospite con tenerezza, senza provocare alcuna reazione in Tommaso. Lesta, prese il telefono e chiamò il marito.

  «È qui. E ho paura» disse in un soffio. E mise giù il ricevitore.

  Poi aspettò. Fu un’attesa silenziosa e sfibrante e, nell’immobilità assoluta, dolorosa.

  Il marito giunse poco dopo. Appena dentro si diresse verso la cucina. Trovò Elisabetta in piedi, accanto al tavolo, Tommaso immobile sulla sedia. La donna gli si avvicinò con una strana rigidità nel portamento. Se il marito l’avesse guardata negli occhi, forse avrebbe compreso. Ma non la guardò, anzi le riversò addosso tutto il suo malumore per essere stato chiamato.

«Ma che c’è? Perché mi hai chiamato? Quello chissà dov’è con la testa. È docile come un agnello, non lo vedi? Bisogna solo lasciarlo in pace, poveretto. Ma non lo sai quel che ho da fare?»

  Poi prese una bottiglia e si versò dell’acqua. Elisabetta, che fino a quel momento lo aveva fissato senza parlare, in un istante ripensò alle amarezze e alle delusioni presenti e passate e, come in un incubo, intuì quelle future. Si avvicinò al marito, estrasse dalla manica un coltello ben affilato e gli assestò di taglio un fendente al collo, recidendo di netto la carotide.

  «Crepa.»

  Giovanni annaspò, si portò le mani sulla ferita e, prima di crollare a terra, gorgogliò:

  «Perché?»

  «Vai all’inferno» rispose Elisabetta, digrignando i denti, con il viso deformato dall’odio. 

   Il sangue, che usciva a fiotti dall’arteria recisa, imbrattò pareti e pavimento. Lo stesso Tommaso,  spettatore inconsapevole, ebbe la camicia e i pantaloni schizzati di macchie rosse.

  Elisabetta, che aveva studiato la parte fin nei minimi dettagli, prese il coltello e lo mise in mano a Tommaso, serrandogli bene le dita intorno al manico; poi gettò lo sguardo sulla scena come un regista che sta per pronunciare Ciak, si gira e incominciò a gridare:

  «Aiuto, aiuto, me l’ ha ammazzato!» gridò così forte e con tale intensità, che nel giro di pochi secondi tutto il vicinato si riversò nella cucina, gremendola all’inverosimile.

  Inginocchiata accanto al marito immerso in una pozza di sangue, la donna piangeva e, tenendolo tra le braccia, dondolava il capo in una danza di muto dolore, indicando con gli occhi Tommaso, il quale, seduto poco più in là, teneva tra le mani il coltello insanguinato.

  Durante il funerale di Giovanni Bozzo, Ernesto Fanti, commissario di polizia, passeggiava inquietosul sagrato della Chiesa Madre di Norato. Con amarezza stava elaborando come avrebbe dovuto affrontare, alla fine della cerimonia e dopo la sepoltura del marito, la giovane vedova.

  Fanti aveva trascorso molto tempo a rimuginare su quello strano delitto, abbarbicato a due elementi che, affiorati come due isolotti nel mare torbido degli eventi, avevano ribaltato l’apparente dinamica dell’omicidio. Anzi, a essere sinceri, inchiodavano la giovane Elisabetta a una colpevolezza senza appello.

  Quando era giunto sul luogo del delitto, il commissario aveva trovato Tommaso con il coltello nella mano destra. Ma, non era stato difficile scoprirlo, il giovane era mancino. Con la mano destra non riesce nemmeno a farsi il segno della croce, avevano detto i genitori. Quel fendente, invece, aveva colpito con precisione chirurgica, procurando un taglio netto dall’alto verso il basso e da destra verso sinistra. L’assassino era mancino.

  Inoltre, nel momento in cui era stata recisa la carotide, il sangue era schizzato a fiotti. Chiunque si fosse mosso in quel locale, si sarebbe imbrattato le scarpe, soprattutto le suole. Invece, sulle suole di Tommaso non ce n’era traccia perché, da quando era entrato in quella casa e si era piazzato sulla sedia, il giovane non si era più mosso.

  Il commissario si grattò la punta del naso con l’indice. Il caldo era soffocante, il sole calcinava la bella facciata della Cattedrale. Muovendosi a piccoli passi sul sagrato deserto, Fanti fissava il carro funebre e malediceva il suo mestiere. Egli conosceva bene la storia dei due giovani. Sapeva che l’uno aveva perso il lume della ragione dietro astruse teorie e complicati calcoli matematici, cercando una soluzione impossibile; l’altra, chiusa nel suo bunker disperato, doveva aver ritenuto l’omicidio l’unica soluzione possibile al dilemma della sua esistenza.

   La vita, pensò il commissario, non è che una sequela di rompicapi. Trovarne la soluzione a volte è impossibile; a volte, invece, la si trova, ma quanto dolore insieme a essa.

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