da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il piccolo George di Massimo Zaccagna - 2009

Stava stirando, Elisabeth.

Era un un afoso pomeriggio d’aprile.

Poggiava il ferro sull’asse, quello sbuffava  e  il vapore saliva  e si baciava con la luce calda del sole, che penetrava prepotente dagli impostoni.

Elisabeth, siccome  nella grande casa  c’era silenzio, un gran silenzio, sentiva benissimo il rumore del vapore che saliva, era un rumore  leggero leggero come il respiro di un bambino quando dorme.

Poteva essere un giorno di pace, ma non andò proprio così.

Elisabeth era accaldata, piccole gocce di sudore le scendevano da dietro il collo giù per la schiena, il seno sotto la  camicetta ridondava di perle luccicanti, gli occhi le brillavano, si leccò la bocca tumida,  pensò a George.

Poggiò il ferro e lo lasciò raffreddare, quello sbuffava, si affacciò alla finestra e  protese  il collo verso l’aria della campagna, sbuffò anche lei, si leccò di nuovo la bocca tumida, pensò di nuovo a George.

Ultimamente le aveva dato da pensare.

Un sacco di scompensi, di contraddizioni interne, aveva ravvisato in lui come una sorta di volontà autodistruttiva,   autolesionista, non sapeva bene cosa, un crollo nervoso, ecco.

Gli ultimi due anni poi erano stati decisivi, per l’affondamento della barca.

In fondo erano già venticinque anni di matrimonio.

I primi segni della crisi si avvertirono appena 2 anni fa, quando una sera che dovevano uscire insieme da soli, baby sitter e anticoncezionali del caso, lui tornò dal lavoro prima del solito, con 3 chili di gelato di cioccolato nero ricoperto di smarties, se lo mangiò tutto mentre attendeva che sua moglie uscisse dalla sauna e nell’istante in cui l’accappatoio bianco gli apparve, in mezzo ai vapori, in quell’ esatto momento la situazione precipitò: George avvertì un rivolgimento allo stomaco, si contorse dolorosamente e sbuffò, come il ferro da stiro.

Fu un violento conato, dalla direzione incontrollabile.

E per l’appunto lei si era appena lavata.    

Del resto ricordavano tutti che George, quando mangiava la cioccolata, sprizzava serenità da tutti i pori.

Dopo quella sera  seguirono altri episodi.

I bambini testimoniarono anche due volte davanti al giudice di pace (per alcune multe addebitate a George ingiustamente), invocando  la sua innocenza.

Non poteva essere George alla guida della macchina lo vede sig. Giudice  è soltanto un bambino  noi siamo i suoi fratelli  lo abbiamo adottato l’anno passato.

A Carnevale dell’anno scorso il primo manifestarsi della malattia: si era messo in testa che avrebbe senza problemi potuto indossare il costume di Peter Pan 12-15 anni di suo figlio.

Scommise il giorno della Pentecoste che ce l’avrebbe fatta, rimase in totale astenìa per più di una settimana dimagrendo 14 chili, parve pure accorciare di statura e successe che a Carnevale soltanto i piedi non entravano nel costume.

Invece la calzamaglia e persino il cappello donavano alla sua figura un’evanescenza infantile, agilmente George saltava qua e là, mancava che spiccasse il volo come peter, per il resto era uguale a lui.

“Fu portato dal nostro pediatra e il dottore lo sezionò con estrema cura ed anche con un professionale distacco, data la imbarazzante situazione, finchè alla fine ci disse che a giudicare dai denti doveva avere 12,13 anni di età, ma era molto più alto della norma, comunque magro, orecchi a sventola.

33 chili di peso, il 43 di piede, ecco perché non gli stavano i calzari di peter, ma era abbassato di oltre 50 centimetri. 

Dovemmo per forza iscriverlo alla scuola media come bambino adottato e furono falsificate migliaia di carte, tanto la mamma aveva un sacco di conoscenze, soprattutto maschili, ma anche il pediatra fu bravo a certificare la sua assenza dall’inizio dell’anno scolastico.

Scrisse che la  patologia di George era rarissima, che quindi era sotto osservazione di un pool di medici, americani e giapponesi, che quindi doveva recarsi periodicamente all’estero per ricevere le dovute cure.

“Adultis regressio multiforme”, la definirono.

Regressione tipica dell’adulto, che se è tipica non si capiva perché fosse così rara, multiforme non si capiva proprio, ma ci si poteva aspettare che George domattina stessa avrebbe potuto trasformarsi in un altro essere, magari in un uovo di dinosauro o in un lama tibetano, ogni forma poteva essere valida.

Quel nome incomprensibile però ci tranquillizzò tutti, anche per questo il dottore fu bravo, non capivamo ma ci stavamo adeguando; gli progettammo una stanza dei  giochi bellissima, in mansarda.

Ci piaceva  programmare la sua futura infanzia.

Un’infanzia da programmare all’ex capo-famiglia: roba da non credere, per due adolescenti”.

I bambini impararono a gestirlo, in qualche modo.

Lo consigliavano di comportarsi bene con la mamma e oramai lo accettavano   come fosse davvero uno di famiglia.

Non si ricordavano dei bracci muscolosi di George, delle sue partite a rugby, delle sue battute sulle belle donne, del puzzo del suo sigaro, delle sue sfuriate quando si alzavano da tavola senza chiedere il permesso.

Avrebbe fatto la prima media  il prossimo anno, il babbo.

Da Carnevale a Pasqua dello scorso anno  Elisabeth ebbe quindi praticamente tre figli, quasi coetanei: 11 la bimba, 15 il bimbo, 12-13 come diagnosticati George, che però ne dimostrava molti di più, soprattutto per le scarpe.

George era il più indisciplinato, non voleva mai fare i compiti, non voleva mai pulirsi il culo da solo, non voleva mai venire a tavola, non voleva mai fare nulla di quello che gli veniva detto di fare.

I bambini lo chiamavano Giò per farlo sentire un po’ più grande  anzi un po’ meno piccolo, per come loro pensavano che la vedesse il loro babbo.

Ma a poco a poco cominciarono anch’essi a spazientirsi, George voleva invitare tutti i giorni i suoi amici, e quando capitò per caso un suo ex collega di lavoro che si diceva preoccupato per non averlo più visto Giò stava giocando con gli amichetti alla PlayStation, George sussurrò a sua moglie che non voleva vederlo quel colletto bianco e che non voleva più saperne del passato, ora lui voleva pensare solo a studiare, alle medie, poi avrebbe pensato anche a lavorare ed a crearsi una famiglia.

Da allora tutti videro le cose sotto una luce diversa.

E cominciarono a rompersi i coglioni, delle bizze di George.

Subito dopo Pasqua, in quell’afa di aprile, ci fu la crisi più violenta, che aprì gli occhi a tutti.

Non si era capito nulla di questa malattia.  

Elisabeth tornò a stirare, lasciò perdere i pensieri, si concentrò sulle camicie, fece attenzione ad eventuali bottoni mancanti , macchie non andate, rossetto sul colletto.

Stava per passare ai calzini quando sentì prima un grido poi un altro, parecchio più acuto, che poi divenne una specie di gemito, un mugolìo.

Poggiò di nuovo il ferro sull’asse, alzò la testa, tese gli orecchi,  intanto fissava  lassù due foto incorniciate: 2 bambini inchiodati sulla parete.

Allora avevano 3 e 7 anni..

Guardò le biciclette colorate  nelle foto come fossero fantasmi, di nuovo un gran silenzio nella casa, si intorpidì un attimo, respirò profondamente in attesa di un  qualsiasi rumore, se mai, ma si augurava di no.

Invece sentì ancora piangere, pareva provenire dal bagno, i bambini erano oramai anni che non piangevano più in quel modo e comunque erano a scuola, e c’era un gran silenzio, nella casa.

Entrò in bagno e lo vide.

Lo riconobbe subito, suo marito George.

Molto più piccolo rispetto a quando lo aveva visto l’ultima volta, certo, ma era lui, aveva i due alluci versi, gli orecchi a sventola, la pancia, era senza mutande, lui non le portava mai.

Senza denti, come era quasi sempre stato, anche da grande.

Lo raccolse da terra tutto nudo, con quel misero pisellino che lei lo sapeva che sarebbe prima o poi regredito, gliel’aveva detto, a forza di fumare si perde anche la potenza virile, lo strinse a sé   e lo baciò e lo coccolò, finchè smise di piangere.

George la guardava con gli occhini sfavillanti, si aspettava evidentemente da lei un maggior conforto,  cercava forse di dirle che lui era tuttavia ancora suo marito,  di quanto l’amava, di quanto la desiderava, di quanto era confuso in quella strana contingenza.

Ma non seppe fare altro di meglio che farle pipì e cacca addosso.

Dalla contentezza.

Quando i ragazzi tornarono furono molto felici di vedere il babbo, gli fecero il bagnetto, la mamma  era nel frattempo in bagno a disinfettarsi, nella casa finalmente vibravano le voci, non c’era più tanto di quel silenzio, non si sentiva più  il ferro da stiro.

Gli urletti di George si intrecciavano nell’aria con le risate sgangherate dei suoi sadici figlioli, che indubbiamente godevano a manipolarlo, a strizzarlo, lo rigiravano come la pasta per la pizza, lo sbaciucchiavano sui piedi, gli raccomandavano soprattutto di fare il bravo, ogni tanto digrignavano anche i denti dal piacere, dopo anni e anni di frustrazioni si trovavano in superiorità, fisica e numerica.

Godevano, potevanno disporre di babbo George a loro piacimento, comandarlo, ordinargli di smettere di piangere. 

George era tuttavia molto sereno.

Atmosfera familiare, finalmente, da respirare a pieni polmoni.

Arrivò  anche Mario, il compagno di banco del figlio di George,  il quale si era premurato di portargli i compiti da recuperare perché il figlio di George era stato malato.

Mario era in bici, salutò educatamente George dandogli la manina.

Ma non potè fare a meno di stuzzicargli l’ombelico allegramente scoperto, gli dette anche un bacino.

Senza farsi notare Mario lasciò sulla tavola di cucina le 3 figurine che George gli aveva chiesto ieri, quando ancora dimostrava di più,  per completare la sua collezione dei calciatori.

Poi corse via.

Fu Elisabeth ad attaccarle sull’album.

Il piccolo  seduto sulle   ginocchia  ululò appena le vide, le figurine Panini mancanti, e  tradendo la sua emozione vomitò ancora sulla solita vestaglia, ma il bagno era occupato ed Elisabeth si disinfestò al lavabo della cucina.

A cena mangiarono uova affrittellate ed insalata, un piatto semplice che piaceva tanto anche a George.

Poi però, mentre erano ancora a tavola e stavano bevendo il caffè  e intanto i bambini facevano i versi al piccolo George nella speranza che   riproducesse su richiesta gli improbabili versi di animali tipo il pipistrello o il tirannosauro, a qualcuno venne in mente che l’indomani si sarebbe per forza di cose  dovuto parlare, per diversi motivi, con la maestra dell’asilo nido, il pediatra e il commercialista.

George, evidentemente ansioso, spalancò gli occhietti azzurri e come posseduto afferrò il piatto di sua mamma-moglie e lo scaraventò via, provocando l’ esodo dell’uovo affrittellato, che schizzò dal piatto verso la solita candida vestaglia.

Certi argomenti, a tavola, George non li ha mai sopportati, ma fortunatamente per Elisabeth il bagno era libero

Stava stirando, Elisabeth.

Era un un afoso pomeriggio d’aprile.

Poggiava il ferro sull’asse, quello sbuffava  e  il vapore saliva  e si baciava con la luce calda del sole, che penetrava prepotente dagli impostoni.

Elisabeth, siccome  nella grande casa  c’era silenzio, un gran silenzio, sentiva benissimo il rumore del vapore che saliva, era un rumore  leggero leggero come il respiro di un bambino quando dorme.

Poteva essere un giorno di pace, ma non andò proprio così.

Elisabeth era accaldata, piccole gocce di sudore le scendevano da dietro il collo giù per la schiena, il seno sotto la  camicetta ridondava di perle luccicanti, gli occhi le brillavano, si leccò la bocca tumida,  pensò a George.

Poggiò il ferro e lo lasciò raffreddare, quello sbuffava, si affacciò alla finestra e  protese  il collo verso l’aria della campagna, sbuffò anche lei, si leccò di nuovo la bocca tumida, pensò di nuovo a George.

Ultimamente le aveva dato da pensare.

Un sacco di scompensi, di contraddizioni interne, aveva ravvisato in lui come una sorta di volontà autodistruttiva,   autolesionista, non sapeva bene cosa, un crollo nervoso, ecco.

Gli ultimi due anni poi erano stati decisivi, per l’affondamento della barca.

In fondo erano già venticinque anni di matrimonio.

I primi segni della crisi si avvertirono appena 2 anni fa, quando una sera che dovevano uscire insieme da soli, baby sitter e anticoncezionali del caso, lui tornò dal lavoro prima del solito, con 3 chili di gelato di cioccolato nero ricoperto di smarties, se lo mangiò tutto mentre attendeva che sua moglie uscisse dalla sauna e nell’istante in cui l’accappatoio bianco gli apparve, in mezzo ai vapori, in quell’ esatto momento la situazione precipitò: George avvertì un rivolgimento allo stomaco, si contorse dolorosamente e sbuffò, come il ferro da stiro.

Fu un violento conato, dalla direzione incontrollabile.

E per l’appunto lei si era appena lavata.    

Del resto ricordavano tutti che George, quando mangiava la cioccolata, sprizzava serenità da tutti i pori.

Dopo quella sera  seguirono altri episodi.

I bambini testimoniarono anche due volte davanti al giudice di pace (per alcune multe addebitate a George ingiustamente), invocando  la sua innocenza.

Non poteva essere George alla guida della macchina lo vede sig. Giudice  è soltanto un bambino  noi siamo i suoi fratelli  lo abbiamo adottato l’anno passato.

A Carnevale dell’anno scorso il primo manifestarsi della malattia: si era messo in testa che avrebbe senza problemi potuto indossare il costume di Peter Pan 12-15 anni di suo figlio.

Scommise il giorno della Pentecoste che ce l’avrebbe fatta, rimase in totale astenìa per più di una settimana dimagrendo 14 chili, parve pure accorciare di statura e successe che a Carnevale soltanto i piedi non entravano nel costume.

Invece la calzamaglia e persino il cappello donavano alla sua figura un’evanescenza infantile, agilmente George saltava qua e là, mancava che spiccasse il volo come peter, per il resto era uguale a lui.

“Fu portato dal nostro pediatra e il dottore lo sezionò con estrema cura ed anche con un professionale distacco, data la imbarazzante situazione, finchè alla fine ci disse che a giudicare dai denti doveva avere 12,13 anni di età, ma era molto più alto della norma, comunque magro, orecchi a sventola.

33 chili di peso, il 43 di piede, ecco perché non gli stavano i calzari di peter, ma era abbassato di oltre 50 centimetri. 

Dovemmo per forza iscriverlo alla scuola media come bambino adottato e furono falsificate migliaia di carte, tanto la mamma aveva un sacco di conoscenze, soprattutto maschili, ma anche il pediatra fu bravo a certificare la sua assenza dall’inizio dell’anno scolastico.

Scrisse che la  patologia di George era rarissima, che quindi era sotto osservazione di un pool di medici, americani e giapponesi, che quindi doveva recarsi periodicamente all’estero per ricevere le dovute cure.

“Adultis regressio multiforme”, la definirono.

Regressione tipica dell’adulto, che se è tipica non si capiva perché fosse così rara, multiforme non si capiva proprio, ma ci si poteva aspettare che George domattina stessa avrebbe potuto trasformarsi in un altro essere, magari in un uovo di dinosauro o in un lama tibetano, ogni forma poteva essere valida.

Quel nome incomprensibile però ci tranquillizzò tutti, anche per questo il dottore fu bravo, non capivamo ma ci stavamo adeguando; gli progettammo una stanza dei  giochi bellissima, in mansarda.

Ci piaceva  programmare la sua futura infanzia.

Un’infanzia da programmare all’ex capo-famiglia: roba da non credere, per due adolescenti”.

I bambini impararono a gestirlo, in qualche modo.

Lo consigliavano di comportarsi bene con la mamma e oramai lo accettavano   come fosse davvero uno di famiglia.

Non si ricordavano dei bracci muscolosi di George, delle sue partite a rugby, delle sue battute sulle belle donne, del puzzo del suo sigaro, delle sue sfuriate quando si alzavano da tavola senza chiedere il permesso.

Avrebbe fatto la prima media  il prossimo anno, il babbo.

Da Carnevale a Pasqua dello scorso anno  Elisabeth ebbe quindi praticamente tre figli, quasi coetanei: 11 la bimba, 15 il bimbo, 12-13 come diagnosticati George, che però ne dimostrava molti di più, soprattutto per le scarpe.

George era il più indisciplinato, non voleva mai fare i compiti, non voleva mai pulirsi il culo da solo, non voleva mai venire a tavola, non voleva mai fare nulla di quello che gli veniva detto di fare.

I bambini lo chiamavano Giò per farlo sentire un po’ più grande  anzi un po’ meno piccolo, per come loro pensavano che la vedesse il loro babbo.

Ma a poco a poco cominciarono anch’essi a spazientirsi, George voleva invitare tutti i giorni i suoi amici, e quando capitò per caso un suo ex collega di lavoro che si diceva preoccupato per non averlo più visto Giò stava giocando con gli amichetti alla PlayStation, George sussurrò a sua moglie che non voleva vederlo quel colletto bianco e che non voleva più saperne del passato, ora lui voleva pensare solo a studiare, alle medie, poi avrebbe pensato anche a lavorare ed a crearsi una famiglia.

Da allora tutti videro le cose sotto una luce diversa.

E cominciarono a rompersi i coglioni, delle bizze di George.

Subito dopo Pasqua, in quell’afa di aprile, ci fu la crisi più violenta, che aprì gli occhi a tutti.

Non si era capito nulla di questa malattia.  

Elisabeth tornò a stirare, lasciò perdere i pensieri, si concentrò sulle camicie, fece attenzione ad eventuali bottoni mancanti , macchie non andate, rossetto sul colletto.

Stava per passare ai calzini quando sentì prima un grido poi un altro, parecchio più acuto, che poi divenne una specie di gemito, un mugolìo.

Poggiò di nuovo il ferro sull’asse, alzò la testa, tese gli orecchi,  intanto fissava  lassù due foto incorniciate: 2 bambini inchiodati sulla parete.

Allora avevano 3 e 7 anni..

Guardò le biciclette colorate  nelle foto come fossero fantasmi, di nuovo un gran silenzio nella casa, si intorpidì un attimo, respirò profondamente in attesa di un  qualsiasi rumore, se mai, ma si augurava di no.

Invece sentì ancora piangere, pareva provenire dal bagno, i bambini erano oramai anni che non piangevano più in quel modo e comunque erano a scuola, e c’era un gran silenzio, nella casa.

Entrò in bagno e lo vide.

Lo riconobbe subito, suo marito George.

Molto più piccolo rispetto a quando lo aveva visto l’ultima volta, certo, ma era lui, aveva i due alluci versi, gli orecchi a sventola, la pancia, era senza mutande, lui non le portava mai.

Senza denti, come era quasi sempre stato, anche da grande.

Lo raccolse da terra tutto nudo, con quel misero pisellino che lei lo sapeva che sarebbe prima o poi regredito, gliel’aveva detto, a forza di fumare si perde anche la potenza virile, lo strinse a sé   e lo baciò e lo coccolò, finchè smise di piangere.

George la guardava con gli occhini sfavillanti, si aspettava evidentemente da lei un maggior conforto,  cercava forse di dirle che lui era tuttavia ancora suo marito,  di quanto l’amava, di quanto la desiderava, di quanto era confuso in quella strana contingenza.

Ma non seppe fare altro di meglio che farle pipì e cacca addosso.

Dalla contentezza.

Quando i ragazzi tornarono furono molto felici di vedere il babbo, gli fecero il bagnetto, la mamma  era nel frattempo in bagno a disinfettarsi, nella casa finalmente vibravano le voci, non c’era più tanto di quel silenzio, non si sentiva più  il ferro da stiro.

Gli urletti di George si intrecciavano nell’aria con le risate sgangherate dei suoi sadici figlioli, che indubbiamente godevano a manipolarlo, a strizzarlo, lo rigiravano come la pasta per la pizza, lo sbaciucchiavano sui piedi, gli raccomandavano soprattutto di fare il bravo, ogni tanto digrignavano anche i denti dal piacere, dopo anni e anni di frustrazioni si trovavano in superiorità, fisica e numerica.

Godevano, potevanno disporre di babbo George a loro piacimento, comandarlo, ordinargli di smettere di piangere. 

George era tuttavia molto sereno.

Atmosfera familiare, finalmente, da respirare a pieni polmoni.

Arrivò  anche Mario, il compagno di banco del figlio di George,  il quale si era premurato di portargli i compiti da recuperare perché il figlio di George era stato malato.

Mario era in bici, salutò educatamente George dandogli la manina.

Ma non potè fare a meno di stuzzicargli l’ombelico allegramente scoperto, gli dette anche un bacino.

Senza farsi notare Mario lasciò sulla tavola di cucina le 3 figurine che George gli aveva chiesto ieri, quando ancora dimostrava di più,  per completare la sua collezione dei calciatori.

Poi corse via.

Fu Elisabeth ad attaccarle sull’album.

Il piccolo  seduto sulle   ginocchia  ululò appena le vide, le figurine Panini mancanti, e  tradendo la sua emozione vomitò ancora sulla solita vestaglia, ma il bagno era occupato ed Elisabeth si disinfestò al lavabo della cucina.

A cena mangiarono uova affrittellate ed insalata, un piatto semplice che piaceva tanto anche a George.

Poi però, mentre erano ancora a tavola e stavano bevendo il caffè  e intanto i bambini facevano i versi al piccolo George nella speranza che   riproducesse su richiesta gli improbabili versi di animali tipo il pipistrello o il tirannosauro, a qualcuno venne in mente che l’indomani si sarebbe per forza di cose  dovuto parlare, per diversi motivi, con la maestra dell’asilo nido, il pediatra e il commercialista.

George, evidentemente ansioso, spalancò gli occhietti azzurri e come posseduto afferrò il piatto di sua mamma-moglie e lo scaraventò via, provocando l’ esodo dell’uovo affrittellato, che schizzò dal piatto verso la solita candida vestaglia.

Certi argomenti, a tavola, George non li ha mai sopportati, ma fortunatamente per Elisabeth il bagno era libero

Stava stirando, Elisabeth.

Era un un afoso pomeriggio d’aprile.

Poggiava il ferro sull’asse, quello sbuffava  e  il vapore saliva  e si baciava con la luce calda del sole, che penetrava prepotente dagli impostoni.

Elisabeth, siccome  nella grande casa  c’era silenzio, un gran silenzio, sentiva benissimo il rumore del vapore che saliva, era un rumore  leggero leggero come il respiro di un bambino quando dorme.

Poteva essere un giorno di pace, ma non andò proprio così.

Elisabeth era accaldata, piccole gocce di sudore le scendevano da dietro il collo giù per la schiena, il seno sotto la  camicetta ridondava di perle luccicanti, gli occhi le brillavano, si leccò la bocca tumida,  pensò a George.

Poggiò il ferro e lo lasciò raffreddare, quello sbuffava, si affacciò alla finestra e  protese  il collo verso l’aria della campagna, sbuffò anche lei, si leccò di nuovo la bocca tumida, pensò di nuovo a George.

Ultimamente le aveva dato da pensare.

Un sacco di scompensi, di contraddizioni interne, aveva ravvisato in lui come una sorta di volontà autodistruttiva,   autolesionista, non sapeva bene cosa, un crollo nervoso, ecco.

Gli ultimi due anni poi erano stati decisivi, per l’affondamento della barca.

In fondo erano già venticinque anni di matrimonio.

I primi segni della crisi si avvertirono appena 2 anni fa, quando una sera che dovevano uscire insieme da soli, baby sitter e anticoncezionali del caso, lui tornò dal lavoro prima del solito, con 3 chili di gelato di cioccolato nero ricoperto di smarties, se lo mangiò tutto mentre attendeva che sua moglie uscisse dalla sauna e nell’istante in cui l’accappatoio bianco gli apparve, in mezzo ai vapori, in quell’ esatto momento la situazione precipitò: George avvertì un rivolgimento allo stomaco, si contorse dolorosamente e sbuffò, come il ferro da stiro.

Fu un violento conato, dalla direzione incontrollabile.

E per l’appunto lei si era appena lavata.    

Del resto ricordavano tutti che George, quando mangiava la cioccolata, sprizzava serenità da tutti i pori.

Dopo quella sera  seguirono altri episodi.

I bambini testimoniarono anche due volte davanti al giudice di pace (per alcune multe addebitate a George ingiustamente), invocando  la sua innocenza.

Non poteva essere George alla guida della macchina lo vede sig. Giudice  è soltanto un bambino  noi siamo i suoi fratelli  lo abbiamo adottato l’anno passato.

A Carnevale dell’anno scorso il primo manifestarsi della malattia: si era messo in testa che avrebbe senza problemi potuto indossare il costume di Peter Pan 12-15 anni di suo figlio.

Scommise il giorno della Pentecoste che ce l’avrebbe fatta, rimase in totale astenìa per più di una settimana dimagrendo 14 chili, parve pure accorciare di statura e successe che a Carnevale soltanto i piedi non entravano nel costume.

Invece la calzamaglia e persino il cappello donavano alla sua figura un’evanescenza infantile, agilmente George saltava qua e là, mancava che spiccasse il volo come peter, per il resto era uguale a lui.

“Fu portato dal nostro pediatra e il dottore lo sezionò con estrema cura ed anche con un professionale distacco, data la imbarazzante situazione, finchè alla fine ci disse che a giudicare dai denti doveva avere 12,13 anni di età, ma era molto più alto della norma, comunque magro, orecchi a sventola.

33 chili di peso, il 43 di piede, ecco perché non gli stavano i calzari di peter, ma era abbassato di oltre 50 centimetri. 

Dovemmo per forza iscriverlo alla scuola media come bambino adottato e furono falsificate migliaia di carte, tanto la mamma aveva un sacco di conoscenze, soprattutto maschili, ma anche il pediatra fu bravo a certificare la sua assenza dall’inizio dell’anno scolastico.

Scrisse che la  patologia di George era rarissima, che quindi era sotto osservazione di un pool di medici, americani e giapponesi, che quindi doveva recarsi periodicamente all’estero per ricevere le dovute cure.

“Adultis regressio multiforme”, la definirono.

Regressione tipica dell’adulto, che se è tipica non si capiva perché fosse così rara, multiforme non si capiva proprio, ma ci si poteva aspettare che George domattina stessa avrebbe potuto trasformarsi in un altro essere, magari in un uovo di dinosauro o in un lama tibetano, ogni forma poteva essere valida.

Quel nome incomprensibile però ci tranquillizzò tutti, anche per questo il dottore fu bravo, non capivamo ma ci stavamo adeguando; gli progettammo una stanza dei  giochi bellissima, in mansarda.

Ci piaceva  programmare la sua futura infanzia.

Un’infanzia da programmare all’ex capo-famiglia: roba da non credere, per due adolescenti”.

I bambini impararono a gestirlo, in qualche modo.

Lo consigliavano di comportarsi bene con la mamma e oramai lo accettavano   come fosse davvero uno di famiglia.

Non si ricordavano dei bracci muscolosi di George, delle sue partite a rugby, delle sue battute sulle belle donne, del puzzo del suo sigaro, delle sue sfuriate quando si alzavano da tavola senza chiedere il permesso.

Avrebbe fatto la prima media  il prossimo anno, il babbo.

Da Carnevale a Pasqua dello scorso anno  Elisabeth ebbe quindi praticamente tre figli, quasi coetanei: 11 la bimba, 15 il bimbo, 12-13 come diagnosticati George, che però ne dimostrava molti di più, soprattutto per le scarpe.

George era il più indisciplinato, non voleva mai fare i compiti, non voleva mai pulirsi il culo da solo, non voleva mai venire a tavola, non voleva mai fare nulla di quello che gli veniva detto di fare.

I bambini lo chiamavano Giò per farlo sentire un po’ più grande  anzi un po’ meno piccolo, per come loro pensavano che la vedesse il loro babbo.

Ma a poco a poco cominciarono anch’essi a spazientirsi, George voleva invitare tutti i giorni i suoi amici, e quando capitò per caso un suo ex collega di lavoro che si diceva preoccupato per non averlo più visto Giò stava giocando con gli amichetti alla PlayStation, George sussurrò a sua moglie che non voleva vederlo quel colletto bianco e che non voleva più saperne del passato, ora lui voleva pensare solo a studiare, alle medie, poi avrebbe pensato anche a lavorare ed a crearsi una famiglia.

Da allora tutti videro le cose sotto una luce diversa.

E cominciarono a rompersi i coglioni, delle bizze di George.

Subito dopo Pasqua, in quell’afa di aprile, ci fu la crisi più violenta, che aprì gli occhi a tutti.

Non si era capito nulla di questa malattia.  

Elisabeth tornò a stirare, lasciò perdere i pensieri, si concentrò sulle camicie, fece attenzione ad eventuali bottoni mancanti , macchie non andate, rossetto sul colletto.

Stava per passare ai calzini quando sentì prima un grido poi un altro, parecchio più acuto, che poi divenne una specie di gemito, un mugolìo.

Poggiò di nuovo il ferro sull’asse, alzò la testa, tese gli orecchi,  intanto fissava  lassù due foto incorniciate: 2 bambini inchiodati sulla parete.

Allora avevano 3 e 7 anni..

Guardò le biciclette colorate  nelle foto come fossero fantasmi, di nuovo un gran silenzio nella casa, si intorpidì un attimo, respirò profondamente in attesa di un  qualsiasi rumore, se mai, ma si augurava di no.

Invece sentì ancora piangere, pareva provenire dal bagno, i bambini erano oramai anni che non piangevano più in quel modo e comunque erano a scuola, e c’era un gran silenzio, nella casa.

Entrò in bagno e lo vide.

Lo riconobbe subito, suo marito George.

Molto più piccolo rispetto a quando lo aveva visto l’ultima volta, certo, ma era lui, aveva i due alluci versi, gli orecchi a sventola, la pancia, era senza mutande, lui non le portava mai.

Senza denti, come era quasi sempre stato, anche da grande.

Lo raccolse da terra tutto nudo, con quel misero pisellino che lei lo sapeva che sarebbe prima o poi regredito, gliel’aveva detto, a forza di fumare si perde anche la potenza virile, lo strinse a sé   e lo baciò e lo coccolò, finchè smise di piangere.

George la guardava con gli occhini sfavillanti, si aspettava evidentemente da lei un maggior conforto,  cercava forse di dirle che lui era tuttavia ancora suo marito,  di quanto l’amava, di quanto la desiderava, di quanto era confuso in quella strana contingenza.

Ma non seppe fare altro di meglio che farle pipì e cacca addosso.

Dalla contentezza.

Quando i ragazzi tornarono furono molto felici di vedere il babbo, gli fecero il bagnetto, la mamma  era nel frattempo in bagno a disinfettarsi, nella casa finalmente vibravano le voci, non c’era più tanto di quel silenzio, non si sentiva più  il ferro da stiro.

Gli urletti di George si intrecciavano nell’aria con le risate sgangherate dei suoi sadici figlioli, che indubbiamente godevano a manipolarlo, a strizzarlo, lo rigiravano come la pasta per la pizza, lo sbaciucchiavano sui piedi, gli raccomandavano soprattutto di fare il bravo, ogni tanto digrignavano anche i denti dal piacere, dopo anni e anni di frustrazioni si trovavano in superiorità, fisica e numerica.

Godevano, potevanno disporre di babbo George a loro piacimento, comandarlo, ordinargli di smettere di piangere. 

George era tuttavia molto sereno.

Atmosfera familiare, finalmente, da respirare a pieni polmoni.

Arrivò  anche Mario, il compagno di banco del figlio di George,  il quale si era premurato di portargli i compiti da recuperare perché il figlio di George era stato malato.

Mario era in bici, salutò educatamente George dandogli la manina.

Ma non potè fare a meno di stuzzicargli l’ombelico allegramente scoperto, gli dette anche un bacino.

Senza farsi notare Mario lasciò sulla tavola di cucina le 3 figurine che George gli aveva chiesto ieri, quando ancora dimostrava di più,  per completare la sua collezione dei calciatori.

Poi corse via.

Fu Elisabeth ad attaccarle sull’album.

Il piccolo  seduto sulle   ginocchia  ululò appena le vide, le figurine Panini mancanti, e  tradendo la sua emozione vomitò ancora sulla solita vestaglia, ma il bagno era occupato ed Elisabeth si disinfestò al lavabo della cucina.

A cena mangiarono uova affrittellate ed insalata, un piatto semplice che piaceva tanto anche a George.

Poi però, mentre erano ancora a tavola e stavano bevendo il caffè  e intanto i bambini facevano i versi al piccolo George nella speranza che   riproducesse su richiesta gli improbabili versi di animali tipo il pipistrello o il tirannosauro, a qualcuno venne in mente che l’indomani si sarebbe per forza di cose  dovuto parlare, per diversi motivi, con la maestra dell’asilo nido, il pediatra e il commercialista.

George, evidentemente ansioso, spalancò gli occhietti azzurri e come posseduto afferrò il piatto di sua mamma-moglie e lo scaraventò via, provocando l’ esodo dell’uovo affrittellato, che schizzò dal piatto verso la solita candida vestaglia.

Certi argomenti, a tavola, George non li ha mai sopportati, ma fortunatamente per Elisabeth il bagno era libero

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