da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Al bar della stazione di Oscar Tison - 2009

Dalle mie parti occasioni di peccare non ce ne sono molte, c’è però il bar della stazione, dove si consuma più alcol che in tutta la provincia. Ci vanno e lo fanno tutti e così ci ho provato anch‘io a farmi di grappa, l’ho ascoltata scendere nella gola e bruciare come il fuoco di sant’Antonio, andare giù con tenacia a corrodere le pareti dello stomaco mentre in alto la lingua gonfia si scollega dalla mente e alla terza va per i fatti suoi. Quando entri al bar della stazione devi star attento a non inciampare, gambe scomposte e mani callose bucano l’aria da sotto i tavoli, qua non c’è nessuno che aspetta il treno, anche perché son molti anni ormai che non arriva, ma è bello far finta. Pur essendo minuscolo, il nostro paese fa pure parrocchia. E sarà perché c’è poco da fare, ma il parroco organizza più processioni di quante siano le feste comandate e siccome ha la vocazione del missionario o forse per via della faccenda della montagna di Maometto, prima di cominciare si fa anche lui un giro alla stazione. Arriva sempre che il bar è vuoto, hanno sgamato tutti e se proprio vuoi li puoi trovare nel deposito delle traversine, con un occhio a non farsi morsicare dai sorci e l’altro a guardare se il parroco va via, sono questi gli unici momenti in cui il bar è vuoto, il gestore spalanca tutto, porte e finestre, e nuvole di fumo e vapori d’alcol ammorbano l’aria fino al campanile, che sembra tentennare un po’. E’ stato in uno di quei momenti che il prete mi ha beccato. Ero nuovo, e sono rimasto al bancone con la terza davanti fissando il liquido denso e chiaro e cercando il coraggio quando la sua mano si è appoggiata alla mia spalla e la corrente d’aria provocata dal gestore mi ha schiaffeggiato la nuca. E’ stato come resuscitare. Ma poi il parroco mi fa: “Se ti vieni a confessare, ti lascio portare la croce.” Vi giuro, per quel che vale, che la grappa in quel momento mi è sembrata dolce come il miele e come ogni volta quando ingoio il miele mi è venuto da vomitare. Confessare cosa, avrei voluto dirgli, che qua non si pecca neanche a bestemmiare? Ce la puoi mettere tutta, non ci riuscirai mai. Ma non ce ne è stato bisogno, lui ha guardato per due lunghi secondi nel lucido dei miei occhi e se ne è andato via scuotendo la testa. Mi è dispiaciuto un poco, ma io la mia croce la porto gratis.

Il giorno che ho conosciuto la Gina dovevo fare il quarto a briscola, c’era in palio una bottiglia di prugna fatta in casa, sì, lo sappiamo tutti che non si può ma proprio per questo è la migliore. Gina invece non era la migliore, mischiava grappa e birra, dicendo che fan così in Germania, c’era andata a “far gelati” e invece i gelati le era toccato di mangiarli, la notte, dopo aver sgobbato dodici ore in laboratorio di giorno. Che ci vuoi fare, son cascata male, diceva. I gelati eran dolci, la paga un po’ meno, aveva imparato a bere grappa con birra per togliersi dalla bocca il sapore dolciastro che le rimaneva. Il parroco diceva che era una peccatrice e sarebbe scivolata all’inferno senza neppure un processo, ma nessuno di noi ci credeva. Non era la migliore perché c’era a quei tempi ancora in vita la Romualda, cirrosi epatica avanzata, lei buttava tre grappe dentro mezzo litro di vino, bianco mi raccomando, di quello delle Grave, e poi il tutto dentro un brodo di dadi e quella era la cena, o la colazione, secondo l’ora. La pensione le bastava per quello e nient’altro, il funerale glielo abbiamo pagato noi, una cassa di assi semplici, un mazzo di gigli dall’odore così dolce che abbiamo avuto mal di testa per tre giorni, noi e anche tutto il paese, compresi i notabili. Ed anche i gelatai.

Quella sera dovevo fare il quarto a briscola, c’era attesa, la Romualda stava cenando, il gestore del bar calcolava mentalmente gli incassi. Io ero solo alla prima. Dovevo ancora scaldare i muscoli, me ne servivano altre due per ricordare i segni, poter sbattere le carte sul tavolo e portare a casa l’ambito trofeo. Ma come in un sogno, dove il fumo stagnante può diventare la nebbia del porto, l’unto del pavimento la scivolosa dolcezza delle alghe marine e la fioca luce della lampada a basso consumo una luna appena offuscata dalla grandiosità del momento, la Gina scivola su un bicchiere rotolante sul pavimento e plana con fracasso ai miei piedi. L’ho scavalcata ed ho ordinato la seconda, dovete capire, a tutt’oggi non m‘intendo ancora di donne, figuratevi allora… Beh, la Gina si è alzata sommersa da applausi fischi e risate, ci si diverte, al bar della stazione, stasera. Poi si appoggia al bancone vicino a me, tanto vicino che mi entra nelle narici la lucida tristezza del suo fondotinta, la sua birra è finita tra i mozziconi sul pavimento, mi è sembrato di vedere lacrime pressare senza successo le ciglia. Così le ho dato la mia seconda che lei ha bevuto d’un fiato e poi ha riso, mi ha preso la mano e mi ha tirato fuori dal fumo. Ho capito in un attimo che non avrei vinto il torneo, quella sera, e che il mio compagno di briscola mi avrebbe tolto il saluto, ma almeno l’indomani avrei avuto qualcosa da raccontare al parroco e avrei finalmente potuto portare la croce. Perché non gira molto miele, dalle mie parti, ma quel poco che gira ha un sapore molto forte.

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