da   Ass. Il Racconto Ritrovato

La trottola di Zino Bocuzzi - 2009

Quella notte le stelle occhieggiavano vezzose, come pudiche fanciulle dalla facile risata affacciate alla finestra del mondo. L'alternarsi del loro luccichio ricordava il chiacchiericcio impertinente, una sorta di botta e risposta, quasi una gara ad interrompersi l'un l'altra, come suole avvenire quando l'impellenza del rispondere supera il piacere dell'ascoltare. La luna, placida madrina, assisteva benevolmente incantata a quel piacevole, silenzioso brusio nel misterioso buio di quella notte speciale.

La casa colonica si ergeva, silente, a proteggere il riposo dei suoi abitanti; solo una lampada giallastra illuminava il cortile dove giacevano abbandonati attrezzi di lavoro, di quelli in avanzato stato d'uso, che si possono anche lasciare fuori la notte perché è improbabile che un qualche furfante si prenda l'impegno di portarli via. Se non fosse stato per quel frinire insistente di grilli e di qualche starnazzare proveniente dal pollaio si sarebbe quasi potuto distinguere il tepido respiro di quella magica notte.

Addossato a un lato della casa, un sedile in pietra faceva da giaciglio ad un barbone abbandonato ad un sonno pesante. Non vecchio ma già avanti con gli anni; non finito ma abbastanza male in arnese; trascurato nell' aspetto lasciava tuttavia trasparire una certa residua fierezza di non volersi arrendere ancora del tutto alla sorte che, si intuiva, non dovesse essere stata molto generosa con lui. Ricoperto da una lisa coperta l'uomo, che chiameremo Rino, giaceva con il capo appoggiato ad una sacca da viaggio; aveva riparato le sue scarpe sotto il sedile vicino ad una bottiglia di vino smezzata; il respiro calmo e cadenzato faceva intendere che il suo riposo fosse completo e profondo in quella notte fatata.

Alle primissime, incerte luci dell'alba, l'imperioso canto di un gallo, al quale da lontano risposero altri canti, svegliò il viandante. Stiracchiandosi Rino restò ancora per qualche tempo sdraiato a guardare sopra di lui l'universo ancora stellato e, forse, a cercare di indovinare come sarebbe stata per lui quella nuova giornata che, almeno meteorologicamente, si annunciava promettente. Lentamente si mise a sedere restando, con la coperta sulle gambe, a godere pigramente di quei momenti che lo separavano dall'ineluttabilità del giorno che stava per cominciare e che gli avrebbe riservato chissà cosa, forse ancora un pasto caldo, il sorriso di un bambino o lo scodinzolare amichevole di un cane; e la sera, infine, una nuova panchina ad accogliere il suo sonno, aiutato magari da qualche bicchiere in più per mitigare l'amaro sapore dei ricordi.

Come era arrivato fin lì? Cosa era successo a quell'uomo da farlo lentamente scivolare nella negatività indifferente di quel modo di vivere? Chi era costui? Vittima o colpevole, sciagurato per sfortuna o per ostinata dissenzienza da ogni imposizione di regole sociali?

La mano corse spontanea sotto il sedile a trarne la bottiglia di vino. Tre sorsi, frettolosi, incolpevoli, quasi rassicuranti; si infilò quindi le scarpe e si accese un pezzo di sigaro spandendone attorno l'acre fumo, reso ancora più forte dal fatto di essere stato, il mozzicone, spento e riacceso più e più volte la sera precedente. Uno sbadiglio, un stiracchiamento ed ecco l'uomo in piedi a muovere in quel cortile i primi vacillanti passi della giornata. Un arruffato cane da pagliaio, evidentemente abituato alla sua presenza sin dalla sera prima, lo salutò pigramente con un piccolo guaito che somigliava più ad uno sbadiglio che ad un abbaiare. Il viandante arrivò sotto la luce gialla della lampada e fu lì che, immobile per terra, vide l'oggetto. Dapprima, causa la luce ancora incerta e la sua vista che oramai non era più quella di una volta , non riuscì ad interpretare immediatamente cosa fosse. Poteva trattarsi forse di uno jo-jo, quel gioco tanto usato negli anni cinquanta, col cordino semiarrotolato; oppure di un sorcio morto, ma la coda gli sembrava troppo lunga per esserlo. No, non vedeva bene, quindi non distingueva di cosa si trattasse. Si avvicinò e, finalmente a fuoco, l'oggetto si rivelò per essere un familiare, quanto ormai dimenticato, balocco della sua infanzia: una trottola! Costruita in legno, grande un po’ meno di un pugno, col puntale metallico e il cordino da avvolgervi attorno, la trottola, "u verruzzue" nel vecchio dialetto barese del viandante, cominciò a richiamargli antichi ricordi della sua adolescenza che divenivano sempre più nitidi man mano che affioravano. Leggermente malfermo sulle gambe, un po' per l'emozione del ritrovamento, un po' per i fumi residui della sera precedente, il vagabondo si avvicinò ancor più all'oggetto e, quasi rispettosamente, si inchinò per raccoglierlo. Poteva ora vederne le spaccature del legno attraversare come improbabili meridiani i solchi che servivano ad avvolgerci il cordino ed il vecchio puntale di ferro distorto ed arrugginito sul quale, una volta lanciata con abile mano, la trottola avrebbe preso a frullare a lungo, tanto più a lungo quanto consentito dalla veemenza del colpo, dal terreno levigato e, non ultima, dalla perfezione della costruzione dell'oggetto, cosa, quest’ultima, che contribuiva a fare la differenza fra una semplice trottola ed un capolavoro di scuola artigiana, anzi artistica!

Rino, in piedi nel cortile, sotto la lampada la cui luce andava man mano mescolandosi a quella vivida dell'alba, con gli occhi fissi sulla trottola tenuta come una reliquia nel palmo delle due mani tremanti, viaggiava all'indietro nel tempo rivedendo le foto giallastre dell'album della propria vita, mettendone a fuoco i particolari, e, con essi, tutti i ricordi, belli e brutti. Quel familiare oggetto che aveva fatto fortemente parte della sua giovinezza agiva su di lui come da richiamo agli anni passati, riportando a galla sensazioni, visi, rumori, odori, colori, e con essi, i cosiddetti anni migliori.

Erano i tempi in cui non passava giorno che la quotidiana partita a “verruzzue” con gli amici, sui marciapiedi della Barivecchia, non scaldasse gli animi fino a terminare spesso con scambio di insulti e di qualche pugno. Gigi, un ragazzotto con i capelli rossi era il più abile a giocare a trottola, e da tempo, oramai, deteneva lo scettro di capo indiscusso del gruppo grazie proprio a questa sua capacità. Rino, eterno secondo, soffriva di questa situazione ed aveva giurato a se stesso che un giorno o l’altro sarebbe riuscito a fargli vedere chi era il migliore. E di questa rivalità erano a conoscenza i ragazzi del gruppo che godevano ad esasperare gli animi con un tifo un po’ eccessivo o con qualche discorso allusivo fatto scaturire al momento giusto. Al di fuori di questo accanito antagonismo Rino e Gigi erano ciò che si usa definire veri amici del cuore. Condividevano tutti i segreti, le conquiste, i dolori, quei lancinanti, graffianti dolori che solo chi è stato giovane può valutare. Ma della trottola non ne parlavano mai. Anche durante le partite, malgrado la consuetudine volesse che il tifo portasse ognuno a manifestare i propri sentimenti in maniera verbalmente accesa, tra loro due mai una parola, uno sfottò, ma anche mai un complimento. Quando toccava a uno di loro lanciare la trottola pareva scendere all’interno del gruppo un tal gelo improvviso, assolutamente improbabile nel caldo afoso delle assolate giornate dell’estate barese. Gigi il rosso cominciava ad avvolgere il cordino attorno alla trottola ed il gruppo ammutoliva, non perché lui, il capo lo pretendesse, ma solo perché l’interesse degli astanti a vedere come andava a finire la partita li portava a congelarsi finché il lancio non fosse stato effettuato. Solo quando risuonava il tactatac del puntale del “verruzzue” che vorticava sul marciapiedi di pietra viva, il tifo per l’uno o per l’altro dei contendenti partiva, mai esagerato però, per non suscitare  risentimenti. Era insomma una cosa seria, che ormai poco aveva a che fare col gioco e che somigliava forse più ad un antico torneo cavalleresco che ad una semplice sfida fra amici. E Rino soffriva di non riuscire a battere Gigi il rosso, il suo avversario di sempre, anche perché fra i ragazzi c’era spesso lei, Rosa, che guardava e chissà, forse, soffriva anch’essa.

L’arruffato cane da pagliaio si avvicinò al barbone mugolando, forse incuriosito dall’interesse che l’uomo manifestava per quell’oggetto raccolto da terra e tenuto religiosamente fra le mani, immobile nell’aia che pian piano andava rischiarandosi alla luce del giorno che sorgeva. I ricordi prepotenti emergevano dalla nebbia del passato procurandogli alterne emozioni. La domanda che andava rivolgendo a sé stesso era come avesse potuto precipitare così nel baratro della sua attuale esistenza e come e perché la sua vita avesse potuto prendere una piega così tristemente diversa esiliandolo in quell’ipogeo di sopravvivenza che poco aveva in comune con le memorie della sua adolescenza.

Era tanto bella Rosa, di quella acerba bellezza mediterranea che lascia senza fiato e di cui lei stessa appariva esserne visibilmente conscia. Lo si percepiva da come osasse sostenere lo sguardo di chiunque la guardasse fino a costringerlo a distogliere sempre gli occhi per primo. E Rino si limitava, nei primi tempi, a spiarla di nascosto, proprio per non essere costretto a ripiegare sempre lui di fronte a quelle occhiate spavalde.

Mai avrebbe potuto sperare Rino che un giorno Rosa gli avrebbe manifestato il suo interesse, con un rapido, improvviso bacio scoccatogli sulla guancia dopo un suo tiro vincente di trottola. E solo in quel momento il ragazzo si era reso conto che la fanciulla dei suoi sogni faceva il tifo per lui, solo per lui, anche quando pareva stesse deridendolo per un tiro poco fortunato. E quel bacio lo aveva notato anche Gigi che da quell’istante si era fatto cupo, di una cupezza perfino più profonda di quella conseguente alla sconfitta, ormai imminente, di quella difficile partita che si stava svolgendo.

Il vagabondo si accorse di aver accennato ad un compiaciuto, malizioso sorriso mentre continuava ad osservare la vecchia trottola, ormai sua complice, nel cavo delle malferme mani in quel cortile silenzioso. I ricordi affioravano ad uno ad uno, belli e brutti, nitidi e confusi. I più confusi erano quelli spiacevoli, quasi che il subconscio ponesse delle cortine di nebbia ad impedire che arrivassero troppo violenti all’animo dell’uomo.

Don Michele era il parroco del suo rione e brutalmente aveva detto alla sua nonna: “ Signora Maria, si rassegni perché suo nipote è un delinquente”! La nonna, poverina, era tornata a casa piangente a confidare a sua figlia che il loro ragazzo aveva ferito un compagno di giochi con una sassata. E inutili erano stati i tentativi di discolparsi di Rino, e che non era stato lui, e che si, era nel gruppo in quel momento ma che no, non era stato lui a lanciare il sasso. Tutto inutile! Se lo aveva detto Don Michele doveva essere proprio così, e basta! E che non era la prima volta che il ragazzaccio faceva piangere qualcuno dei suoi cari! Basti pensare a quante volte sua madre era tornata a casa umiliata dai colloqui con i suoi insegnanti! “Si, è intelligente ma non si applica! Forse bisognerebbe seguirlo di più, signora cara”!

E la povera mamma continuava a tormentarsi con gli scrupoli ritenendo di non essere in grado di gestire quel benedetto ragazzo, magari con una severità maggiore, anche perché lui riusciva sempre a farla ridere, persino nei momenti di maggiore tensione. “Ecco, solo a questo sei buono, a fare il buffone”! Ma solo lui sapeva quanto gli costasse improvvisare lazzi e capriole, con l’amaro nel cuore, per evitare che la discussione degenerasse ancora di più. E subito dopo via, di corsa dagli amici, a cercare distrazione dalla triste consapevolezza di non riuscire a far felice la sua famiglia a causa della sua levità che gli impediva la concentrazione necessaria allo studio. E gli urli e gli schiamazzi durante le partite di trottola finivano per cancellare gli ultimi esiti degli sgradevoli rimproveri. E la sera si combinava con gli amici di andare a ballare a casa di qualcuno per sentire dischi ed incontrare qualche ragazza. Lì Rino si trovava ad affrontare un altro dei suoi problemi di adolescente: la timidezza. Ogni volta si proponeva di invitare a ballare Rosa, che peraltro lo sfuggiva con gli sguardi in maniera per lui quasi avvilente, ed ogni volta ritornava a casa che non c’era riuscito, dandosi dell’imbecille e del codardo ad ogni passo che faceva, badando a saltare le righe del marciapiedi, quasi che a pestarle potesse avvenire chissà quale terribile catastrofe. Quella sera aveva visto Rosa ballare con Gigi che pareva bearsi a tenerla così stretta  mentre lui si rodeva per la disperazione. Ma il giorno dopo gliela avrebbe fatta pagare a quel “ pelo rosso” con almeno dieci “zecche” vibrate alla sua trottola con tutta la rabbia che andava accumulando in corpo.

Il vecchio viandante esaminava attentamente il giocattolo ritrovato per scoprire se avesse subito danni evidenti dalle battaglie passate. Il rituale dell’ antico gioco voleva che u’ verruzzue dello sconfitto dovesse ricevere, mediante la trottola del vincitore, tanti colpi del puntale metallico, dette appunto “zecche”,  quanti fossero stati i punti persi in partita. Lo scopo finale era, dopo tanti duelli, quello crudele, di arrivare a distruggere il giocattolo dell’avversario, come appunto una volta, nei tornei cavallereschi, si tendeva ad atterrare il rivale, qualche volta anche a costo di ucciderlo. Quella trottola che l’uomo teneva in mano pareva essere stata preservata da quel duro destino pur rivelando i segni di qualche lieve percossa ricevuta. Pareva ancora in buono stato e di ottima fattura quel balocco ed il vagabondo, soppesandolo, si chiedeva se magari lui oggi sarebbe ancora stato capace di farla girare. Erano ormai decenni che non ci provava più e, anche se non pareva, bisognava avere vigore di braccio e precisione per un buon lancio ad effetto. Lui da ragazzo era forte, mai come Gigi, seppur quasi altrettanto valido.

Lo spelacchiato cane si era accovacciato su un lastrone di pietra liscia e il vecchio venne assalito dalla forte curiosità di vedere se ancora fosse in grado di far roteare u’ verruzzue proprio su quel lastrone. Con un piede fece spostare il cane che stancamente si rialzò mugolando uno sbadiglio al cielo ormai tinto di un lieve rosato. Avvolgere il cordino attorno alla trottola gli riuscì facile e ciò gli dette la certezza che il lancio sarebbe andato bene. Strinse bene fra il mignolo e l’anulare il nodo finale del cordino trattenendo l’oggetto con la punta in alto fra l’indice ed il pollice e, dopo averlo lanciato con forza in avanti tirò a sé il cordino. La trottola atterrò diversi metri al di fuori del lastrone, capovolta, e rovinò miseramente in fondo al cortile come un qualsiasi sasso. Tanta era la delusione che l’uomo non si preoccupò neanche di aver potuto svegliare, con quel fracasso, qualcuno della casa.

Rino da giovane non sbagliava mai un tiro col verruzzue. Poteva succedere che qualche lancio non fosse proprio perfetto ma la trottola cadeva sempre di punta e prendeva a vorticare andando avanti almeno per tre o quattro minuti prima di cominciare ad ondeggiare per poi rotolare di lato giù dal marciapiedi. E gli amici per quei tre o quattro minuti continuavano ad urlare e ad incitare quasi a voler sostenere e prolungare, con quegli urli, la corsa del giocattolo. Solo Gigi, avvolgendo con lentezza il cordino attorno alla propria trottola, restava a guardare, apparentemente disinteressato, l’andamento della gara. E Rosa , col viso che nulla lasciava trapelare, mordeva l’unghia dell’ indice destro, sempre quello, e smetteva solo quando il lancio era finito. Solo un fugace lampo negli occhi lasciava intravedere la soddisfazione quando tutto era andato bene a Rino. Un giorno si era lasciata accompagnare a casa ma lui si era tenuto sempre ad una tale distanza laterale da lei da sembrare che ognuno stesse andando per la sua strada, solo che a Rino pareva di camminare sulle nuvole. Non si erano scambiati neanche una parola; un bisbigliato “ciao” sul portone, prima di lasciarsi, ma per Rino, e forse anche per Rosa, quelli erano stati momenti di enorme felicità. Certo, se avessero incontrato Gigi, durante quella passeggiata, sarebbe stato il massimo, ma non si può chiedere tutto alla fortuna, e soprattutto nello stesso giorno, e cioè, in quello che era diventato il più bel giorno della vita del ragazzo.

Il vagabondo andò in fondo al cortile a raccogliere la trottola. Era inconcepibile che il tiro fosse andato così male. Perché era successo? Non si capacitava, l’uomo, che movimenti più e più volte eseguiti negli anni passati, e sempre secondo gli stessi schemi, avessero dato origine a quell’aborto di lancio. Non comprendeva come, malgrado la precisione delle manovre, il risultato fosse stato così disastroso. Che forse il giocattolo avesse qualche difetto? Da un rapido esame pareva tutto a posto ed anche il puntale sembrava ben piantato e nella giusta posizione. Il cordino? Perfetto! Anche nell’avvolgerlo il vecchio era certo di aver rispettato le giuste tensioni, né troppo stretto né troppo lasco, si, insomma, come sempre. Ma perché, ma cosa poteva essere successo? La trottola, sebbene vetusta, sembrava aver superato bene gli insulti degli anni e delle intemperie cui era stata sottoposta. Come lui, d’altronde! Strapazzato dalle stagioni ma non finito; vilipeso dagli eventi ma non distrutto; malmenato dalle delusioni ma non annientato. Si, forse la sua mano non era più forte come una volta, e poi quei tremori, quei tremori che rendevano tutto più difficile….! Quanta colpa poteva essere attribuita all’età e quanta invece all’emozione di ritrovarsi, dopo tanti anni, dopo tante disgrazie, dopo tante scelte mal fatte, ancora una volta a lanciare la trottola come faceva da bambino, quasi che tutto quel torrente di avvenimenti non fossero mai accaduti?

Il giorno più brutto del tratto di vita fin allora vissuto dal giovane Rino era stato quando Rosa, un venerdì di maggio, gli aveva detto a muso duro che non voleva più vederlo. Era successo lungo le mura di Barivecchia e c’era un sole da spaccare le pietre. Se almeno ci fosse stato un tempo grigio e piovoso, chissà, forse l’enorme dolore sarebbe forse stato più, come dire, plausibile. Ma spegnere così lo splendore di quella incantevole giornata era sembrata una ulteriore crudeltà gratuita. Rino le aveva chiesto il perché di quella decisione, ma invano. “Perché si”!, rispondeva arrogante la ragazzina. “Ma dimmi, almeno”….!  “Uffà, perché si”!, e di più non era stato possibile scucire a quella bocca immusonita. L’orgoglio aveva portato Rino a non cercarla più e i giorni, terribili, erano trascorsi, lunghissimi, nell’infinita angoscia di un amore cessato. Qualcosa del genere l’aveva già provata, Rino, quella volta che otto zecche ben assestate avevano spaccato in due la sua trottola preferita. Aveva raccolto le due metà e, tenendole una per mano, tentava di non dare la soddisfazione a Gigi, si, proprio a lui, ancora una volta a lui, di far palesare la sua collera, fingendo indifferenza. La stessa indifferenza che Rosa aveva manifestato la prima volta che si erano incontrati dopo quel venerdì di maggio tanto luminoso ma tanto grigio. Rino aveva ricomprato una nuova trottola, ancora più perfetta di quella distrutta, ma non era più stato capace di fare quei lanci che spesso avevano entusiasmato gli amici. Come se qualcosa si fosse spezzato dentro. Come se il suo forte braccio avesse perso vigore e precisione, lasciando al caso che u’ verruzzue cadesse di punta o di pancia: Come se non gliene importasse più nulla!

Il viandante tornò a sedersi alla panchina dove lasciò che i pensieri scivolassero fuori dalla sua anima, fluidamente. La domanda che gli turbinava nella mente era sempre quella: Come era potuto accadere che la vita l’avesse condotto a quella panchina e a tutte le altre, spesso molto meno ospitali, sulle quali aveva trascorso le nottate, ed a volte svariate sonnacchiose giornate, degli ultimi lustri? Cosa l’aveva portato ad arrendersi agli avvenimenti senza accennare il benché minimo tentativo di reazione? Dove era finito il combattente che non rinunciava mai alla rivincita?

Lo spelacchiato botolo gli si era avvicinato e lo guardava negli occhi quasi a rivolgergli le stesse domande che lui andava facendo a sé stesso. E l’uomo pareva rivedere , in quella notte stregata, altri occhi, quelli di sua madre, della nonna, degli amici, di Gigi, e perfino quelli neri come la brace di Rosa che lo interrogavano sul perché di quella resa, del perché avesse rinunciato a riprovarci con la vita, come invece tante volte aveva caparbiamente fatto in gioventù con la trottola, durante quelle interminabili partite dove nessuno voleva cedere ed arretrare di un centimetro. Ma perché ora, nel meriggio di una vita passata a sfuggire ogni responsabilità, non architettava un guizzo che potese riportarlo a galla da quel pantano dove era stato precipitato dagli eventi? Perché non cominciare da un lancio ben fatto di quella trottola che si ritrovava fra le mani, dando così a sé stesso una risposta alle sue angosce, ritrovando almeno il ricordo dell’antico vigore dei suoi anni verdi.

Mentre la mano sinistra teneva la trottola col puntale in su, la destra ricominciò, prima lentamente e poi sempre con maggior decisione, a riavvolgere il cordino. Uno, due, cinque giri attorno la pancia  rigata del giocattolo, ben stretto, ma non troppo, a cominciare dal puntale per finire verso la sommità, piano ma deciso, senza interruzioni. Anche le mani parevano aver perso quel brutto tremore ed apparivano agli occhi del viandante più fresche e senza quelle crespe che segnavano l’inesorabile passare degli anni. Il cane si era riaccovacciato sul lastrone ma quando vide avvicinarsi l’uomo si sollevò, con uno scatto di reni, intuendo forse che stava per avvenire qualcosa di grande interesse. La trottola partì come un siluro e, atterrata di punta sopra il lastrone, cominciò a cantare il suo tac ta tac come se dovesse continuare a roteare per l’eternità. Rino rimase lì a guardare il capolavoro che aveva combinato come se nulla al mondo potesse schiodarlo da quello spettacolo e tutti i visi sorridenti dei suoi amici, di Gigi, di sua madre, della sua nonna, e di Rosa, con i suoi occhi di brace, spuntavano dalla nebbiolina di quell’alba da sogno, quasi a sostenerlo in quella importante partita con la vita che Rino stava finalmente vincendo.

Quando la trottola, esaurita la sua inerzia, cominciò ad ondeggiare per poi rotolare sul ghiaino, l’uomo, sereno, con un ineffabile sorriso che increspava il viso, la raccolse e, guardando il botolo spelacchiato per un breve momento, quasi a chiedere scusa all’unico abitante del borgo del piccolo sopruso che stava per compiere, fece scivolare il giocattolo nella tasca del suo giaccone con la indiscutibile consapevolezza che u’ verruzzue, oramai, non poteva non essere suo. Raccolta la sua povera roba dalla panchina, dopo un ultimo sguardo a quell’aia dove si era compiuto un miracolo, Rino si avviò lentamente su per la strada sterrata che conduceva al paese mentre il cane, mugolando, annusava la bottiglia di vino dimenticata, forse per sempre, sotto la panchina di pietra.   

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