da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Idi di marzo a via veneto di Maria Pia Loreti - 2009

        Amore mio, con te ho sbagliato tutto, ma finalmente sono venuta a mettere a posto le cose, a separare quelle due sagome di cartone rimaste inchiodate sulla scena dell’ultimo atto per trentacinque anni. Ricordi la piazzetta buia e il muro dove ti sei appoggiato prima di emettere la sentenza? Hai detto: “Ti lascio libera, ma non ho rimorsi. In fondo tra noi due non è successo niente.”

Guarda, ti ho portato le foto dei miei figli e dei nipoti. Vuoi che m’inginocchi  e te le mostri una a una? Non rispondere, fai un cenno con gli occhi. Sai che questo posto è proprio bello con la vetrata aperta sul giardino e quei cigni laggiù nel laghetto, peccato che non puoi alzarti per vederli, ma quando la tua infermiera ti fa uscire sono sicura che li guardi per ore.

Quella mattina di luglio in montagna ho conosciuto la tua voce prima d’incontrarti, una voce che disturbava il panorama. Stavi con le tue sorelle, tre ragazze stagionate con la faccia da indiane, come la tua direi senza volerti offendere, e hai guardato con curiosità la ragazza sudata con i riccetti bagnati sulla fronte che sfuggiva il tuo sguardo. Dì’, furono le tue sorelle a suggerirti di invitarmi quella stessa sera nel vostro albergo dove si ballava? Ci sono venuta senza entusiasmo e ecco, guarda la foto. Io ci vedo due sconosciuti: un uomo dalla faccia scura con i capelli lisciati dalla brillantina e una ragazza in abito di cotone a righine rosse con una bella scollatura e uno scialle di lana rossa buttato sulle spalle. Tu sei uguale allo sposo sul sarcofago etrusco che sta a valle Giulia, io sono una ragazza fresca di laurea in filosofia che aspetta di cominciare a vivere. Balliamo, e mi trovo incollata al tuo blazer blu dopo che la musica è finita. Non riesco a staccarmi da te e sono muta per lo stupore di quanto mi sta accadendo, per le occhiate divertite delle tue sorelle che parlottano senza staccarmi gli occhi di dosso. Dimmi, furono loro a insistere perché mi accompagnassi al mio albergo in macchina? Mi sono seduta accanto a te come un manichino, la notte era gelida e il cielo gonfio di stelle, di tracciati, di labirinti luminosi. Io stavo incollata al sedile, tu stringevi il volante con le tue belle mani e guardavi la strada. Guidavi lentamente, cambiavi le marce con dolcezza e scavavi con i fari una teoria di gallerie che ci franavano alle spalle. Ti aprivi un varco tra due ondate d’erba bianca come le piantine cresciute al buio che una volta si collocavano vicino al  Sepolcro prima di Pasqua, e io già annaspavo come un naufrago. Devo aver balbettato qualche risposta a una tua domanda, ma avevo la bocca senza saliva. Sono sicura che mi hai salutato con sollievo davanti al mio albergo dove non ebbi la forza di entrare subito. Quando ti sei allontanato sono rimasta a congelarmi nella notte con tutte quelle stelle che intrecciavano corone sopra alla mia testa.

C’è il caminetto acceso qui dentro, si sta bene. Adesso mi faccio portare un tè con qualche cosina da mangiare, sai in viaggio non ho preso niente.

Dato che vivevi in un’altra città ci siamo visti poco e quel poco me lo hai concesso a gocce, ma ogni volta riuscivi a graffiarmi con una battuta, e in fondo il nostro rapporto che è stato se non una serie di piccole umiliazioni alle quali non potevo o non sapevo reagire? Dicevi che mi vestivo come una segretaria e avevo l’alito cattivo, per cui corsi dal dentista e quello mi respirò in bocca per cercare una carie che non c’era. Criticavi la mia età. E sì, questo era il punto. I diciassette anni di differenza tra te e me più che preoccuparti per il futuro li vedevi come un mio difetto.

Mi domando se ti arriva questo profumo che stamattina ho usato in abbondanza, so che ti piaceva sulle altre donne. Forse dovrei dire sulle donne, perché io ero una bambina, eh sì all’epoca ero una bambina come non se ne trovano adesso neanche a dieci anni, e quando ti sentivo parlare delle tue amiche l’invidia più che la gelosia mi toglieva il respiro. Io cercavo un rapporto di parità, un dare e avere che non riuscivo a instaurare e se non ti ho dato niente è perché non mi hai mai chiesto niente. Credo che l’avarizia sia stata il tuo grande difetto e non solo per la mancanza di generosità, mai un fiore mai un regalino, ma per non aver voluto rischiare di creare un rapporto vero tra di noi. Non mi baciavi quasi mai e io ero troppo timida per prendere l’iniziativa, tra noi c’era una guerra di stagnazione che non trovava sbocchi, soprattutto perché non accettavo di non essere io a controllare la situazione. Adesso posso confessare, a te e a me stessa, che la mia sottomissione nascondeva un desiderio di vendetta. Immagino che tu non abbia mai letto Stendhal, vero? Be’, parlando di Jean Sorel madame Derville dice:”Ce sont sans doute de tels moments d’humiliation qui ont fait les Robespierre”

Dio, ma tu stai tremando, deve essere una reazione nervosa perché il tuo ginocchio è impazzito, vuoi che chiami l’infermiera? E’ una bella ragazza con le gambe lunghe come quelle che piacevano a te e somiglia alla tua amica belga che hai voluto farmi conoscere una settimana prima che ci lasciassimo. Quella sera la ragazza che ero salì le scale del patibolo con un vestito nuovo e le mani sudate, senza l’aiuto dell’orgoglio e della ragione. Andammo a cena in un grande albergo di via Veneto, tu, io e la coppia di belgi. La signora era una biondina con cinque figli e un corpo da indossatrice, tu e lei vi scambiavate occhiate d’intesa mentre il marito si occupava di me con la condiscendenza che si riserva  a una bambina capitata tra i grandi. Io non seppi ordinare la cena con decisione, balbettai, mi sporcai l’abito nuovo, non sapevo che dire per introdurmi nella conversazione. Tu eri uno sconosciuto, una persona nuova. Affettuoso e sorridente ti scambiavi i bocconi con la tua amica sotto gli occhi del marito e lei con te poteva fare tutto quello che io avrei voluto e non ho mai fatto. Ero sempre più smarrita e impacciata a ogni portata. Arrivò il dessert. Era una mattonella di gelato che si sciolse subito nel piatto, come se il cucchiaino risentisse il calore che emanavano le mie dita, sudavo tanto che i capelli mi s’incollavano alla fronte , ma riuscii a mantenere il sorriso sulle labbra, cioè sorrisi fino al momento in cui il marito della signora mi chiese con quante pugnalate era stato ucciso Giulio Cesare, ventidue o ventitré? Fu il mio imbarazzo a fermare la conversazione tra te e la tua amica. Avete taciuto all’improvviso e mi avete osservata con curiosità. Sentivo arrivare i colpi di pugnale e non avevo una veste per coprirmi il viso, le mie idi di marzo si stavano compiendo. Ero caduta in un tranello e non ebbi la forza di tirarmene fuori. Adesso che sai come e quanto ho sofferto, diresti ancora che tra noi non era successo niente?

Ah, ecco la tua cena. Vieni, ti accosto al tavolino e ti aiuto a mangiare. Vediamo che c’è sotto a questo bel coperchio d’argento, la minestrina! Punte d’ago! No, non fare così, almeno oggi che ci sono io devi essere bravo e farmi contenta. Va bene, passiamo al secondo: una fetta di prosciutto e una mozzarellina! Taglio tutto a bocconcini e vedrai come li mangi, su fai il bravo!

Bene, sta per arrivare l’infermiera che ti deve sistemare per la  notte e io parto. Come, cosa dici?  Forse mi stai pregando di restare
 

Bene, sta per arrivare l’infermiera che ti deve sistemare per la  notte e io parto. Come, cosa dici?  Forse mi stai pregando di restare qui con te per dare da mangiare ai cigni? Tu vuoi che io non vada via? La vedi quella bella macchina parcheggiata sul viale, adesso vado giù, apro la portiera e metto in moto. Questo sto per fare. Non voglio ripetere la tua fuga all’alba del giorno dopo il tuo abbandono, io non scappo, amore. Io ti saluto e vado via lentamente perché tu possa vedermi uscire dal viale, anzi sistemo la carrozzella vicino a questa finestra e ti giro la faccia nella direzione giusta. Vuoi che ti lasci il pacchetto dei kleenex caso mai dovessi commuoverti? Non è buffo che in questo momento io ricordi i pianti che ho fatto nella tua macchina quando giocavi con me come il gatto con il topo e io vedevo che ti piaceva il mio dolore? Portavo a casa i fazzolettini ricamati che erano da strizzare, chissà dove sono finiti. Le lacrime, quello so dove stanno...

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