da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il bosco di Gabriella Strada - 2009

“Troverai più nei boschi che nei libri.

Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose

che nessun maestro ti dirà”

Bernardo di Chiaravalle

 

1.Mi sorprendevo spesso, negli ultimi tempi, a osservare lo skyline di quella città, grande, estranea ed eccessiva, immaginando che la selva di antenne e le geometrie regolari dei serbatoi dell’acqua sopra ai tetti fossero in realtà le punte degli alberi del bosco dentro al quale avevo vissuto gran parte della mia solitaria infanzia. Quel bosco mi aveva accolto tante volte facendomi sentire parte di un qualcosa che mi accettava così com’ero, con i miei pregi e miei difetti.
Inizialmente mi ci addentravo appena e mai così distante da non sentire il rassicurante rumore delle auto che sfrecciavano sopra al viadotto dell’autostrada. Poi, via, via che presi confidenza con i sentieri e i sassi dipinti di rosso e di blu che ne segnavano la direzione, avevo preso l’abitudine di spingermi fin dove la selva diventava talmente fitta che solo qualche raro raggio di sole riusciva a filtrare tra i rami, tracciando spade abbaglianti di calore e pulviscolo. In quei punti così luminosi sembrava concentrarsi la vita dell’intero universo e sostavo a lungo nei cerchi che si dipingevano sul terreno soffice di foglie morte della precedente stagione; vi restavo ferma, immobile, magari su un piede solo come fossero le caselle di un gioco disegnato sull’asfalto, ascoltando quell’appa-rente silenzio assoluto che tanto, ora, avrei voluto ritrovare.

Non so cos’era che mi attirava in quel luogo così pericoloso per una bimbetta poco più che decenne, ma ero ben cosciente che quando cercavo di ricordarmene il motivo la memoria chiudeva le sue porte, facendo scattare rumorose serrature con un fastidioso sferragliare arrugginito di grandi chiavi.

 Mia madre mi chiamò alle due di notte, del tutto incurante del fatto che il luogo in cui vivevo avesse un fuso orario diverso. Ricordo quella conversazione come un pezzo del sogno che stavo facendo, pieno di angoscia e sensazione di urgenza. Si trattava di mio padre e del fragile filo che lo teneva legato alla vita, seppure la sua mente se ne fosse già staccata da un paio d’anni, ovvero da quando un ictus gli aveva fuso gran parte del cervello riducendo la sua percezione del mondo a un fotogramma fisso, offuscato e tremolante, come certi fermi immagine cinematografici di fine anni cinquanta.

Quando il taxi che avevo faticosamente conquistato all’uscita dell’aeroporto imboccò la statale che portava al paese che avevo lasciato ormai da una quindicina d’anni, sentii la bocca dello stomaco contrarsi. Avevo al mio attivo una quarantina di ore di veglia e i rumori, le luci, le sensazioni mi arrivavano ovattate e distorte.

Non ero certa di aver fatto la cosa giusta; in fondo lui era quell’uomo che aveva fatto tanto piangere mia madre, che si era dimenticato dei miei compleanni, che non era venuto alla mia laurea, che non mi aveva mai comprato un regalo. Se n’era andato poco prima che nascessi, e poi, come se fosse appena sceso a buttare la spazzatura, era riapparso quindici anni dopo, ammalato e senza un soldo. Ma quello che mi risultò totalmente incomprensibile, in misura tale da essere quasi imbarazzante, fu l’atteggiamento di mia madre, che lo accolse come fosse ritornato da una lunga guerra, pieno di gloriose cicatrici ed eroiche medaglie.

Fu quella la vera ragione che mi fece decidere di andarmene, quel fastidioso rinnovato piegarsi di mia madre alla volontà di un uomo cinico e senza valori, che per me, allora adolescente, era diventato  il simbolo dell’ingiu-stizia e dell’inettitudine e che mi lasciò un segno indelebile che avrebbe influenzato tutte le mie successive scelte di vita.

Mentre risentivo in bocca il gusto metallico di quel rancore che avevo accantonato da ormai troppo tempo, il taxi arrivò davanti alla mia vecchia casa. Tutte le imposte e le finestre erano spalancate a eccezione di quelle della camera di mia madre, dietro alle quali intuivo premere l’odore della morte. Stava albeggiando e il sole d’agosto già mi scaldava la pelle.

Senza quasi rendermene conto, mi ritrovai sulla strada che portava al bosco. Ogni tanto giravo lievemente lo sguardo verso la casa, temendo di vedere comparire mia madre sul rettangolo della porta, come da bambina. E invece davanti a quella porta intravvedevo solo i miei bagagli, immobili, dove io stessa li avevo lasciati cadere. I primi alberi già mi venivano incontro. Mi sembrò che tutto fosse rimasto come l’avevo lasciato tanto tempo addietro, e appena il rumore delle auto non fu più percettibile, ebbi la tangibile sensazione che ogni foglia, ogni animale, ogni sasso mi desse il bentornata. Camminai a lungo, addentrandomi sempre più nella fitta vegetazione che diventava intricata. Come per magia, un raggio solare perforò improvvisamente la cupola verde spandendo il suo cono di luce polverosa e subito mi ci piazzai esattamente al centro, come facevo da bambina, in equilibrio su un unico piede. Un forte calore mi riempì, sorprendendomi e il silenzio attorno a me divenne assoluto.

E tutto mi fu chiaro, scoprendo la geometria perfetta che il richiamo del sangue e delle radici mi aveva ricondotto lì, geometria ancestrale, che né spazio né tempo aveva cancellato.

La mano di mio padre lentamente sciolse la presa, lasciandomi dei segni rossi sul polso.

Il suo viso, ora rilassato, esprimeva una grande serenità. Lentamente gli chiusi le palpe

bre sugli occhi ormai vuoti, mentre mia  madre, in un angolo, singhiozzava sommessa

mente.

Fuori, il bosco, sussurrava una nuova storia alla notte. 

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