da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Fanciulla con pavone di Marcella Ansaldi - 2008

Fu specchiandomi nell’acqua che mi persuasi di non essere solo.

Mi alzai di prima mattina, quando le luci del lampione sul canale baluginavano ancora, creando quei familiari riflessi che illuminavano l’angolo più buio della mia stanza, quello con i libri leggermente ammuffit

La salsedine penetrava ovunque e nelle mie narici sostituiva da tempo il profumi che addolciva le mie giornate, nell’assoluta solitudine.

In quella stanza trovavo tutto ciò di cui avevo bisogno, seppure ne avessi avuto necessità, perché con il passare del tempo assieme ai ricordi erano scomparsi anche i bisogni di tutti i tipi.

Fra gli altri anche quello della condivisione.

Degli esseri umani, dei miei simili di cui rammentavo l’esistenza solo quando riconoscevo la mia immagine nel riflesso dell’acqua, non serbavo alcuna nostalgia. Solo l’odore di mia madre turbava ancora la mia anima, quando il suo ricordo entrava dalla finestra spalancata, insieme al rumore delle barche a remi che scandivano il quotidiano di un’umanità lontana.

Erano passati molti anni da quando decisi di sprangare la porta dell’ampia camera che si affacciava sul canale per potermi immergere completamento nello studio, mi affascinava l’idea di possedere tutto il sapere del mondo, mi eccitava il pensiero di vagare nell’eccelsa coscienza di filosofi e pensatori che avevo racchiuso attorno a me. Pile e pile di libri dal pavimento al soffitto, lungo le pareti di tutta la stanza, trattati di scienza e di astronomia accomodati come ospiti regali e tomi di poesia classica accanto al mio letto come fedeli compagni, e infinite argomentazioni filosofiche che rimbalzavano con arguzia tra me ed i pesanti tendaggi che mi proteggevano dai raggi del sole.

Perfetto e sublime era il mio isolamento.

Una carrucola con una corda tesa era il mio unico legame con il mondo, un frugale pasto arrivava puntualmente attraverso quel semplice arnese dentro ad un canestro impagliato, così come i nuovi libri che commissionavo all’anima buona che si occupava di me, di cui neppure immaginavo il volto, né mai desiderai conoscerlo.

Per proteggermi dalla vista invadente dei generosi campi coltivati, feci erigere dentro la stanza una parete di legno sopra un’alta pedana, su cui sistemai il mio scrittoio, il tutto in po’sollevato da terra, affinché il mio scendere da quegli scalini fosse uno sforzo evidente, che ricordava il distacco tra cielo e terra. Sollevando il capo ammiravo il volo degli uccelli, liberi nel cielo, chinandolo mi deliziavo della vista di un prezioso tappeto orientale grande quanto lo spazio che mi teneva lontano dal mondo terreno.

Complesso e raffinato era il mio pensiero.

I sogni notturni puri e corposi come assiomi sull’esistenza di Dio confermavano al risveglio la giustezza della mia scelta.

Lo studio diurno appassionato e profondo come l’intensità dell’Assoluto, ricambiava la dedizione in un futuro sereno.

Salendo sull’alta scala a pioli, per raggiungere un antico testo, volsi lo sguardo di lato e notai per la prima volta, la bella finestra ad ogiva oltre la quale vidi una sottile striscia di terra all’orizzonte. Sotto di me il canale. Non capii se tanta bellezza uscisse dalla mia immaginazione o se vi stesse entrando, di fatto nei fui talmente turbato che strappai con un gesto meccanico i tappi di cera che tenevo sempre nelle orecchie, per non farmi distrarre dai suoni del mondo. Subito mi pervase uno spirito nobile di aristotelica melanconia e immediatamente dopo uno stupido  ed incontenibile bisogno di ridere.

Fu forse per quella mia immagine riflessa o forse per la prepotente bellezza che potevo ammirare da quella finestra sul canale che cominciai ad avvicinarmi sempre più al balcone della mia stanza.

Osservavo il mio volto, perfetto.

Osservavo la grande Chiesa di San Rocco, sublime.

Mi piacevo e mi compiacevo.

L’eleganza del mio portamento in magistrale armonia con ciò che potevo vedere dal mio scranno, mi suggerì di affacciarmi al balcone, alla luce.

Un candido portale sovrastato da un trionfo di figure scultoree che si alternavano tra rossi mattoni e nobile marmo, stava richiamando con il raro linguaggio dell’arte pura proprio me, quando presto arrivarono in massa fedeli in gran numero, con drappi ed insegne,con ceri e stendardi, con canti e preghiere, con voci e con grida.

Arretrai spaventato.

Ebbi appena il tempo di fermare il mio sguardo confuso su una giovane con un bianco turbante ed in braccio un pavone, che l’uccello prese inaspettatamente il volo ed ignorando il richiamo accorato della ragazza, puntò dritto verso di me. Si posò sul balcone, sbatté rumorosamente la coda facendo tremare il mio scranno e lasciando posto alla luce del sole che ora colpiva i miei libri preziosi, poi m’impietrì con una magica ruota.

Mi mancarono i sensi, poi mi ripresi, ma volli fuggire. Forzai la porta chiusa con la serratura ormai arrugginita, girai energicamente la chiave, scostai il chiavistello e mi precipitai per le scale. Un capogiro piacevole dovuto a troppa aria fresca mi sospinse più avanti e poi ancora più avanti, vagai per giorni senza avere bisogno di una meta. Incantato dalla bellezza dei campi e del cielo, seguivo il profumo dell’aria credendo di riconoscere in ogni fanciulla la giovane con il pavone.

In lontananza le campane suonavano.

Suona la sveglia.

Mi scuote da un sonno profondo che non posso abbandonare, voglio restare attaccato al mio scranno nella pesante veste in velluto del sogno.

Mia moglie continua a chiamarmi, ma è l’onirica lingua che voglio trattenere, la riconosco come il suono familiare dell’infanzia, mi delizia e mi protegge.

Mia moglie continua a chiamarmi, ma io ancora rincorro la giovane con in braccio il pavone.

I bambini sono lavati e vestiti, l’aroma di caffè americano inonda la casa, mi alzo a fatica lasciando una parte di me dentro al letto. Mi vesto, indosso gli abiti di nuovo immigrato, giro la chiave dentro la porta di casa, scendo le scale e raggiungo la strada, con in braccio i miei figli.

Loro ancora non sanno parlare, non hanno una lingua, ma condividono con me gli sguardi e questo ci accomuna rendendoci davvero felici.

Cammino con calma, senza una destinazione, ci prendiamo una pausa – gli dico – e vi racconto una storia.

Comincio con le parole lontane del tempo in cui mia madre, insegnante di storia dell’arte all’Accademia di Praga, mi raccontava fantastiche fiabe di un mondo mai visto. Un mondo racchiuso nelle illustrazioni preziose dei suoi libri, impilati ovunque per terra, assieme agli spartiti di mio padre, nell’unica misera stanza che fungeva da casa.

Avevo imparato a memoria, come solo i bambini sanno fare, tutte le tavole, tutti i dettagli, tutti i colori che portavo ovunque dentro di me, reali ed infiniti, ben più reali della misera con cui coabitavamo. La mia merenda era una fetta di pane con un pizzico di sale, ma in quella stanza c’era tutto ciò di cui un bambino potesse avere bisogno. I miei genitori vollero però per me un futuro migliore, perciò con tutti i loro risparmi mi mandarono a studiare lontano.

Fu nel giorno del nostro commiato che mia madre mi strinse tra le mani una busta, aprila solo quando ti senti solo, mi ordinò, non sprecarla, c’è il nostro amore racchiuso.

Dentro la busta una stampa, la mia preferita.

Da allora la tengo sempre in tasca in questo mio abito da immigrato.

In silenzio estraggo il foglio da sotto la giacca, facendo attenzione.

I miei bambini capiscono al volo e mi abbracciano forte.

Tra di noi c’è lei, talmente sottile da non sentirla nemmeno, anche un poco sgualcita, emana un profumo speciale, un profumo dimenticato da tempo, respiro profondamente avvicinandomi alle testine ricciute dei piccoli che sembrano attratti da un suono lontano, seguo anche io il loro istinto e il rimbrotto della voce familiare di mia madre si fa chiaro e si alterna allo sciacquio dei remi nel canale. Stringo ancora più forte quel abbraccio carnale per possedere qualche cosa, per avere un ricordo, per amare qualcuno e in quel gesto le mie braccia s’incrociano sfiorando l’abito da nuovo immigrato. Indago il tessuto. Un ampia manica di velluto rosso fa scomparire la mano e con essa la coppia di bimbi ricciuti, più simili ad angeli che a creature terrene.

Cerco in fretta una pozza d’acqua dentro cui specchiarmi, la trovo.

Osservi il mio volto che subito scompare.

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