da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Le mie parole di Silvia Pillin - 2007

Amo le parole come una tartaruga ama il suo carapace.

Le amo come una piantina di riso ama l'acqua che la sommerge.

Vivo di parole. Mi proteggono dalla pioggia e dagli urti, mi avvolgono come una calda coperta colorata in una notte d’inverno.

Mi affascinano le parole, i loro suoni sottili o graffianti, le loro immagini come un pugno in pancia o un soffio di vento, i loro odori di marcio o di mughetto, il loro sapore di grissini o di salsiccia, le loro carezze e i loro schiaffi.

Amo la loro imprevedibilità di donna, il loro sorgere e scorrere per poi tuffarsi in cascate scroscianti e sgusciare in anse improvvise che arrivano al mare.

Le parole lette galleggiano nella mia testa come tanti anatroccoli, sbattono come farfalle contro una lampadina accesa, fluttuano come foglie accartocciate nel vento d’autunno, urlano come mare in tempesta.

Le parole dette emergono come sub senza più ossigeno, si fanno strada come feti che cercano aria e luce, brillano come la canna di una pistola appena lucidata, passano veloci come treni che stanno per deragliare.

Le parole scritte arrivano come scia luminosa di cometa, si posano come polvere sulle mensole, spariscono come vecchi compagni di scuola, muoiono come luce di candela spenta.

Amo le parole perché volano, guizzano, rompono, hanno odore, ci sono e poi sono distanti, si nascondono, si distendono, si inchiodano, tremano.

Odio mio fratello perché lascia le parole in disordine, le butta sul pavimento, le calpesta, le ammucchia sulle sedie, le abbina con pessimo gusto, le dimentica in fondo ai cassetti, le lascia all’aperto.

Mi irrita mio fratello per l’indifferenza con cui usa le parole, le indossa come calzini spaiati, camicie stropicciate, pantaloni macchiati, scarpe bucate.

Odio la sua superficialità di uomo immaturo, il suo scivolare indifferente sulle sillabe, il suo trascinare vocali, il suo ignorare le consonati geminate.

Amo Zeno. Lo amo per la sua capacità di schierare le parole come i giocatori di una squadra di calcio, di farle muovere come una squadra di nuoto sincronizzato.

Amo la cura che ha nel collezionarle, nel riporle accuratamente nei cassetti e poi nello sceglierle a seconda dell’occasione.

Adoro la spontaneità con cui gioca con le parole, il suo modo di gustarle, mettersele in bocca e succhiarle lentamente, masticarle, rigirarle tra la lingua e il palato e poi inghiottirle e digerirle o rigurgitarle educatamente in faccia a qualcuno.

È molto meno istintivo e vorace di me. Io soffro di bulimia delle parole. Le mangio con ingordigia sento di aver bisogno di loro, non mi saziano mai. Ne mangio fino a non poterne più. Lunghissime o brevi, auliche o rozze, insipide o succulenti.

Poi le vomito, le vomito su fogli a quadretti, di solito. Escono sotto forma di inchiostro blu.

La mia vita è fatta di parole, la relazione con Zeno si muove su un territorio comune di parole.

Ormai so che il mal di testa di Zeno non è insopportabile, è terebrante, so che Zeno odia la mia pessima abitudine di mangiucchiarmi le pipite.

Ha un sacco di manie linguistiche come queste e io sono legata a loro perché mi danno sicurezza, mi danno l’illusione di conoscerlo.

Per questo amo il suo modo di dire “prosciutto” pronunciando la fricativa post alveolare in modo sonoro anziché sordo, per questo mi piace il suo modo di articolare la “R” come uvulare anziché come alveolare. Perché lo caratterizza, perché lo rende adorabile e più mio, per la possibilità che ho di dare un nome scientifico alle sue peculiarità di pronuncia.

So che Zeno prima o poi chiacchierando inserirà un cultismo, un arcaismo, un participio passato di uso poco frequente.

So che sbuffando dirà “che fastidio” o che tutte le volte userà la parola “nulla” nei contesti in cui io avrei usato “niente”.

Ha anche una serie di parole associate a gesti. O meglio, dissociate dai gesti. Nel senso che muove le mani e poi le braccia in modo

caotico, in modo che non ci sia nessuna relazione con il ritmo delle sue parole. Questo lo rende molto buffo.

Sembra una persona che annaspa.

Zeno oltre alle parole ama molto anche i numeri.

In realtà ama i numeri, per lui le parole sono solo un passatempo.

La mia vita è per le parole, la sua per i numeri. Lo so da sempre, anche se non ci ho mai fatto molto caso. A me Zeno non racconta
di assiomi né di teoremi. È come se la matematica fosse la sua amante, so che c’è nella sua vita, che per lui è importante ma faccio
finta che non ci sia. Preferisco dividerlo con questa affascinante signora che lo lascia imbambolato per ore davanti a corollari,
piuttosto che perderlo. Quello che ho di lui è già molto.

Questo era quello che pensavo. Pensavo che il territorio comune di parole su cui ci muovevamo fosse abbastanza vasto per non farmi sentire in gabbia, per darmi l’illusione di avere uno spazio infinito su cui muoverci.

Invece ieri, per caso, ho visto un suo quaderno di appunti. Li avrei creduti fogli usciti da una stampante impazzita se non fossero stati scritti a mano, dalla mano di Zeno.

Ho visto una serie sterminata di simboli sconosciuti, e mi è sembrato di non conoscere più nemmeno Zeno. Mi è sembrato di vedere nella nostra vasta isola di parole, un’immensa voragine, come un buco nero che inesorabilmente si stava risucchiando tutto quello che avevamo costruito con pazienza.

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