da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Quante cicatrici hai? di Monica Gentile - 2007

Mamma entra e mi tocca la spalla.

“Svegliati. Sono le sette e un quarto.”

Sento le sue pantofole di pezza che si allontanano. Arriva papà. Accende le luci apre la finestra mi tira le lenzuola.

“Alzati ! Che se perdi il pulmino ci vai a piedi a scuola.”

Sto morendo di sonno ma sono contento. Oggi è il cinque giugno. L’ultimo giorno di scuola. Da domani vacanza. Vacanza. Alla Vivaldi la scuola media del mio quartiere non c’è quasi più nessuno. Molti si sono già ritirati. In classe ci trovo quattro compagni e Bellavista, il professore di tecnica. Alle undici e mezza squilla la campana e arriva la professoressa Anatoli che ci dice che possiamo andare a giocare a calcio con quelli della III B. Ecco perché mi piacciono gli ultimi giorni di scuola.  

Busso a casa di Gero. Ora che sono in vacanza posso stare con lui tutto il tempo. Lui sta nel palazzo accanto al mio, vicino al cementificio che c’è sulla Statale 115. L’ho conosciuto che c’aveva sei anni. Eravamo compagni di banco alle elementari.

“Geroooo, guarda chi c’è” lo chiama sua mamma appena mi vede, dice pure che mi sono fatto grande che lei va di fretta e che deve andare al lavoro. Esce. Io entro nella stanza di Gero. Lo trovo disteso sul letto. Al buio.

“Oh ! Che fai? Dormi?”

“Ciao, Grissino.”

Grissino è il mio soprannome. Da piccolo ero così magro che si contavano le costole. Ora mangio ma il soprannome m’è rimasto.

“Ci scendi in cortile con me?” chiedo.

“Mi scoccia.”

“Dai, andiamo a giocare a pallone.”

“No.”

“Ma perché te ne stai al buio?”

Accendo la luce e mi siedo sul letto. Gli chiedo se è ancora incavolato per la bocciatura. Lui dice che lo sapeva perché aveva voti bassi e i professori gli hanno detto che non si impegnava.

“Non me ne frega niente della scuola. Tanto a diciott’anni parto.”

“E dove te ne vai?”

“In Nicaragua. Mi apro una scuola di surf.”

E prende un giornale da sotto il cuscino. Mi fa vedere un articolo che parla di come in Nicaragua il tempo è buono per fare surf tutti i mesi dell’anno. Mi parla di Las Salinas, delle sue spiagge, dell’attrezzatura da surf.

“Ma è lontano ‘sto Nicaragua?” chiedo.

“Ignorante. E’ in America.”

Io mi confondo con i continenti non ricordo nemmeno i nomi di tutti gli oceani e so solo le capitali più importanti. Gero, invece, sa un sacco di cose. I professori che l’hanno bocciato non capiscono un cavolo.

Alla fine lo convinco a scendere in cortile. Decidiamo di giocare a pallone. Andiamo a chiamare Spigola e Caccola. Spigola si chiama così perché suo padre c’ha la pescheria. Caccola invece è il soprannome di Mimmo. Pure Gero c’ha un soprannome. Il suo è bello però. Lo chiamiamo “Spillo” come Altobelli perché è un dio del pallone e fa certi tiri che sono una potenza. Con Gero in squadra vinci sempre, per questo quando facciamo la conta chi esce per primo lo sceglie.

Il cemento dalle nostre parti s’è mangiato tutto. Nel nostro quartiere che è bello grande, c’è un pezzo di giardino dove crescono le caracitole e dove non puoi stare quando fa troppo caldo perché non c’è manco mezzo albero per ripararti. Una volta c’avevano messo un’altalena ma non è durata assai. Siccome è un prato piccolo noi bambini lo chiamiamo il Fazzoletto. Tra il Fazzoletto e la Cementeria ci passa una strada privata dove giochiamo a calcio. Per porta usiamo la saracinesca di Nino Spina. Quando facciamo troppo casino Spina si affaccia e ci rimprovera così finisce che dobbiamo spostarci. Tranne quando c’è Gero. Se c’é Gero, Spina non dice niente. Spina ha più di cinquant’anni vive da solo ed è mezzo zoppo. Quando era giovane è caduto da un ponteggio, si è rotto la gamba e non è più potuto tornare a lavorare così ora campa con la pensione che danno agli invalidi. Spesso Gero gli va a comprare il pane e le MS morbide. Fuma tanto Spina. Un pacchetto al giorno forse due. E poi c’ha una 127 marrone mezza scassata che avrà qualche vent’anni e che se cammina ancora deve ringraziare Dio.

Con Gero facciamo a gara per tutto. Anche per le cicatrici.

“Quante cicatrici hai?”

Un pomeriggio ci mettiamo a contarle. Siamo seduti su un gradino a succhiare caracitole. Il marmo ci congela il sedere.

“Lo sai come me la sono fatta questa?” mi dice e si passa il dito sul taglio sopra l’occhio. Mi racconta che ha sbattuto sopra una pietra che ha perso un sacco di sangue. Gli hanno dato tre punti. Ma pure io c’ho una cicatrice bella grossa. Me la sono fatta a otto anni. Sono scivolato sopra una tavola piena di chiodi e mi sono fatto un taglio al ginocchio. Mi hanno dato quattro punti e mi hanno fatto pure l’antitetanica.  

“Miii…” dice Gero con meraviglia “a me però l’antitetanica non me l’hanno fatta.”

È pomeriggio. Citofono a Gero.

“Ciao, che fai?” chiedo.

“Niente.”

“Scendi a fare una partita?”

“Mi scoccia.”

“Posso salire?”

“Non mi va di giocare.”

“Perché?”

“Perché no.”

Me ne torno a casa mi accendo la televisione e metto su Italia uno che a quest’ora fanno sempre Super Car. Ma com’è che Gero non si spaventa a starsene solo? Sua mamma c’ha un negozio, torna a casa solo a pranzo e a cena. Suo fratello Mirco lavora da un gommista e anche lui non c’è mai. Il papà di Gero invece è camionista e capita che stia via per settimane. Il suo camion che non è suo ma è della ditta dove lui lavora, trasporta arance al Nord. Lui per consegnarle prende l’autostrada del Sole che è talmente grande che noi ce le sogniamo le strade così. E poi visita un sacco di città. Piccole e grandi. Alcune sono piene di fabbriche e cemento dove non ci sono alberi né parchi giochi altre sono bellissime vicine al mare o in montagna oppure hanno dei giardini enormi. Una volta suo padre gli ha portato una pista. Di quelle grandi che si vedono alla pubblicità. L’aveva comprata a Roma in un grande magazzino. Era una meraviglia, aveva anche l’officina e il garage per le macchinine. Ultimamente suo padre dice che il lavoro gli spacca le ossa. Quando è a casa è troppo stanco per portare suo figlio alle giostre o a passeggio. Dice pure che Gero non è più un bambino, che è troppo cresciuto per i giocattoli.

Stiamo cenando. C’è un caldo che si muore. Le zanzare sono diventate carnivore. C’ho due morsi sul braccio e uno sulla fronte grossi come patate. Papà sta litigando con Angela. Lui vuole vedere il tiggì, lei “Love me Licia”. Arrivati alla frutta papà prende il telecomando e abbassa il volume. Dice che lui e la mamma ci devono  parlare. Ha quella faccia. La faccia da cattive notizie. O da legnate.

“Mi trasferiscono a Isola delle Femmine. Qui, stanno mettendo la gente in cassa integrazione.”

Io lo guardo strano e poi guardo Angela ma lei continua a mangiare.

“Papà, dovrai viaggiare ogni giorno?”

“No” spiega la mamma “papà vuole dire che ci dobbiamo trasferire. Tutti.  Vedrai, Salvo, ti piacerà. Conoscerai altri bamb…”

Io mi giro di nuovo verso Angela. Lei mi guarda e abbassa lo sguardo sul piatto.

“No! Non ci vengo. A me Isola delle Femmine non mi piace. Voglio stare qui!”

“Salvo non gridare” dice mamma.

“Non ci vengo!” e mi alzo di scatto, la sedia finisce per terra, la forchetta pure. Mio padre sta per dire qualcosa ma io scappo nella mia stanza. Non mangio più non vi rivolgerò mai più la parola non esco più da qui, grido piangendo. Ci penso alle mie parole. Niente amici. Niente mare. Niente pallone. E’ guerra persa in partenza.

Mirco, il fratello di Gero, si fa le pere. L’ho sentito dire a Michele Santamaria un vicino. Cerco sul vocabolario. Farsi animo, farsi beffa, farsi male… Niente.  Scendo in cortile. Non c’è nessuno degli amici miei. Mi siedo sulle scale a pensare. A un certo punto si fermano davanti a me due sandali di cuoio. Alzo la testa. E’ Spina. Lo saluto e mi sposto in un angolo per farlo passare. 

“Che fine ha fatto il tuo amico?” mi dice. Vuole dire Gero. Mi accenna che è da un pezzo che le sigarette e il pane non gliele va a comprare più. Mi dice di salutarglielo tanto. Faccio di sì con la testa e torno a guardare per terra.

“Ciao Grissino.”

E’ Spigola. Si siede accanto a me.

“Te la vieni a fare una partita col Commodor?”

“Spigola, tu lo sai che significa farsi le pere?”

“Significa drogarsi. Perché?”

Gli ho citofonato più volte. Di nascosto. Lui non risponde. Fa finta che non c’è in casa. Fa finta perché la finestra è aperta e sento la musica. Finalmente un paio di giorni dopo lo becco al Fazzoletto.

“Ce l’hai con me perché me ne vado a Isola?” chiedo. 

Mi risponde senza nemmeno guardarmi in faccia.

“Non me ne frega un cazzo di dove te ne vai !”

Ci rimango male. Sto zitto. Pure Gero sta zitto. Si sentono solo le macchine che passano sulla Statale e i mosconi che si posano sulle caracitole.

“Volevo dirti una cosa.”

Lui continua a guardare altrove. Si siede per terra con le ginocchia incrociate e gioca con un pezzo di legno. Mi metto seduto accanto a lui.

“Mirco si droga. Devi dirlo a tua madre, devi …”

“Lo so. Lo sa anche mia madre. E so anche che tuo padre non vuole più che giochi con me.”

Però non posso andarmene senza salutarlo. Mancano due giorni alla partenza. Esco a cercarlo. Prendo la bici e faccio il giro del quartiere. Ad un tratto mi accorgo che pedalo a fatica. Mi fermo. Ho bucato. Che cavolo! Mi tocca tornare a piedi. Mentre cammino una macchina mi accosta. E’ la 127 marrone di Spina. Mi chiede se voglio un passaggio a meno che non voglio crepare sotto il sole. Mi apre lo sportello.

“La bicicletta ti ha fregato, eh?” dice ingranando la seconda “E’ vero che vi trasferite?”

E mentre parla mi poggia la sua mano sulla coscia.

Io la guardo la sua mano. È robusta come quella di un manovale. Ha due grossi nei. Le dita sono gialle. Le unghie cortissime. Vedo le vene verdi sotto la pelle. Tutt’assieme facciamo una frenata. Alzo la testa spaventato. Davanti a noi a un pelo di distanza c’è una bicicletta bianca. Gero!

“Disgraziato! Poco ci voleva e ti mettevo sotto. Spostati” grida Spina ritirando la mano dalla mia gamba. Ma Gero non si sposta. Anzi, lascia cadere la bici per terra. Spina gli fa un gestaccio gli ripete di levarsi di mezzo. Gero non lo ascolta nemmeno. Sta fissando me. Si avvicina al mio finestrino.

“Salvo, scendi dalla macchina” mi dice.

Io lo guardo. Lui mi guarda.

“Salvo, ti ho detto scendi da questo cazzo di macchina.”

Scendo subito. Anche Spina scende incavolato dicendoci ancora una volta di levare la bicicletta di mezzo.

“Toglitela tu” risponde Gero “Poi prenditi la tua macchina color merda e vattene, se non vuoi che ti sfondo la portiera.”

Spina ammutolisce. Risale in macchina. Gero invece di calmarsi comincia a mollare calci alla carrozzeria e a gridare come se volesse che tutti lo sentissero.

“Ci senti, porco schifoso? Ci senti? VATTENE !”

Ho paura. Tiro Gero per un braccio. Gli dico di smetterla. Ma lui non mi sente. Mi spinge di lato apre lo sportello e si lancia sopra a Spina. Pare un Rotweiler incazzato. Con una forza incredibile tira il vecchio fuori dalla macchina. Spina non reagisce. Allora Gero lo riempie d’insulti di sputi di cazzotti. Lo spinge sino a quando quello cade a terra. Solo a quel punto si calma. Solo a quel punto si volta e mi guarda. Anche io lo guardo. Ma i suoi occhi mi bucano. Come un trapano.

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