da   Ass. Il Racconto Ritrovato

L'uomo senza sogni di Bernardo Risino - 2007

Manuel Ramirez stava guidando da due ore, con le mani strette al volante e lo sguardo inchiodato sull’asfalto. Nonostante il traffico quasi inesistente, procedeva sulla corsia di destra a velocità moderata, gettando di tanto in tanto un’ occhiata sulla campagna riarsa. 

Tra non molto sarebbe arrivato in città e, per la terza volta nel giro di pochi mesi, avrebbe ucciso, secondo un rituale ormai consolidato.  

Ne aveva ammazzati due, Ramirez, da quando, dopo anni di incubazione,il seme del male era germinato nel suo cuore. Aveva beccato un tizio sotto il ponte della ferrovia, in pieno centro, l’altro in un magazzino abbandonato, dietro il cimitero. Li aveva freddati con un colpo in fronte della sua 38 special e poi si era dileguato, lasciandoli come li aveva trovati, nudi, senza onore.  

Al casello pagò in contanti e si immise nel fiume del traffico urbano, ritrovandosi intrappolato nella giungla dei semafori. Dopo qualche centinaio di metri percorsi a passo d’uomo, all’altezza di uno slargo frenò e infilò l’automobile nello spazio delimitato da due cordoli di cemento, tra anonimi palazzi di periferia. Sbuffò, poi si slacciò la cintura di sicurezza e scese, allungando il passo verso il semaforo più vicino. Al verde attraversò e puntò verso il bar che aveva intravisto dall’altra parte della strada. Gocce di sudore gli scivolavano lungo la schiena, mentre particelle di polvere, smosse dal vento caldo, gli si stavano appiccicando al viso.    

“Una birra,” chiese, appena dentro.

Quindi si piazzò su uno sgabello e incominciò a tamburellare sul bancone con l’indice e il medio, lo sguardo assente. 

“C’è caldo,” disse la barista, una bionda pienotta, con gli occhi       pesantemente truccati e un vestitino attillato.  

Ramirez la ignorò.                      

Appena la donna gli porse la bottiglia, egli l’agguantò, tracannò un sorso e si passò la lingua sulle labbra. Ogni tanto sbirciava l’orologio al polso e mandava giù un goccio. Dopo essersela scolata tutta, allungò una banconota alla tipa dietro ilbancone, attese il resto e uscì.  

Fuori c’era caldo, l’aria era opprimente; rari colpi di vento sollevavano mulinelli di foglie. Sulla città gravava una pesante cappa di umidità.

Ramirez si diresse verso il centro, passò davanti al Municipio e subito dopo imboccò una viuzza deserta, fermandosi davanti a un edificio fatiscente. Ciuffi di erbacce ricoprivano il terreno circostante. Nonostante si trovasse nel cuore della città, non c’era in giro anima viva. Sentiva solo il rumore sordo delle automobili poco lontano. Con calma infilò una mano nella tasca dei jeans, estrasse un paio di guanti in lattice e li indossò. Poi si avvicinò a una porta sgangherata, girò la maniglia e si ritrovò in un ampio locale, forse un ex garage, male illuminato da finestre a grata all’altezza del soffitto. A piccoli passi si mosse verso la scala che portava al piano superiore e cominciò a salire.

C’era odore di umidità e di marcio, lì dentro, e Ramirez si sentiva soffocare, come se una corda invisibile gli stringesse il collo.

Dopo due rampe di scale, si ritrovò su un pianerottolo illuminato da una lampadina che pendeva dal soffitto. Da lì si apriva un  corridoio lungo e stretto, sul cui lato sinistro  c’erano tre porte. Quando fu a ridosso della prima, la spinse ed entrò. Un barlume di luce, filtrando dalla finestra, spandeva un debole chiarore nella stanza.   Individuò in un angolo un involucro scuro: si trattava di una custodia nera, con serratura a combinazione.

Ramirez si avvicinò, si piegò sulle ginocchia, digitò un codice e sollevò il coperchio. Dentro c’era una pistola con silenziatore. Gli occhi gli si illuminarono. Allungò una mano, prese la pistola, una Dan Wesson 38 special, e vi innestò il silenziatore. 

 Il cuore gli batteva forte, come quella volta, quando, ancora bambino, il suo mondo si era capovolto. 

Suo padre, quella sera lontana, mentre lui già quasi dormiva, lo aveva svegliato e gli aveva sussurrato in un orecchio: “Tua madre ama un altro. Me l’ ha confessato stasera. Non posso più rimanere qui. Lo capisci? ”

Lui aveva tentato di replicare, ma non era riuscito a spiccicare nemmeno una parola. Il padre, allora, gli aveva afferrato una mano e l’aveva tenuta stretta tra le sue. Poi padre e figlio avevano pianto a lungo, abbracciati nel buio della camera. 

La sua vita, dopo la partenza del padre, era cambiata.

Omar, l’amico della madre, aveva cominciato a bazzicare per casa. Ogni sera, quando arrivava, sua madre gli diceva: “Tesoro, c’è Omar. Vai a giocare nella tua cuccia.”

Lui ubbidiva, con la morte nel cuore. 

Lentamente, l’odio aveva iniziato a corrompere la sua innocenza. 

Con cautela, ora, si spinse fino in fondo al corridoio. La terza porta era accostata, tanto che gli bastò sfiorarla perché se ne aprisse uno spiraglio. Allungò il collo, gettò uno sguardo nella stanza e li vide, un uomo e una donna, sopra un materasso, nudi, illuminati dalla fredda luce di un neon.

Ramirez ansimò.

Immagini disperate lo raggiunsero dal passato. 

La madre, come ogni sera, era con Omar; lui, invece, si era buttato sul letto e, attraverso la finestra socchiusa, stava guardando la luna, grande più o meno come il pallone dietro cui correva ogni pomeriggio, per ammazzare la rabbia che a volte gli faceva mancare il respiro. 

A un tratto aveva percepito uno strano silenzio e si era spinto verso la camera della madre, nella speranza che Omar se ne fosse andato. La porta chiusa, e si era bloccato. Mentre se ne stava lì col cuore in tumulto, le parole del padre gli rimbombavano nella testa. Tua madre ama un altro. Tua madre ama un altro. Suo padre, però, non c’era più,  e lui ne sentiva la mancanza. Adesso lo avrebbe voluto lì accanto, per stringerlo e cancellare i pensieri terribili che gli frullavano in testa. Così, aveva deciso di parlarne con la madre,   lei avrebbe compreso e lo avrebbe fatto tornare. Allora aveva aperto la porta, e aveva visto. La madre, distesa sul letto, con i denti che scintillavano al chiarore velato di una lampada, aveva gli occhi chiusi e sul viso uno strano sorriso. Omar le stava sopra e si muoveva in modo convulso.

Per qualche secondo aveva smesso di respirare, poi aveva stretto i pugni per non urlare ed era fuggito. Accecato dalle lacrime, si era messo a correre in mezzo alla strada. ”Ti ucciderò, maledetto, ” aveva urlato alla luna. Quella era stata l’ultima volta che aveva pianto. 

Ramirez ridacchiò. Il copione, già andato in scena due volte, era perfetto. Per alcuni istanti osservò la scena, ascoltando i sospiri dei due mixati al rumore della città indifferente. Poi, sotto la spinta di un inesauribile rancore, trasse un profondo respiro, gettò un’occhiata all’arma ed entrò, puntando la pistola contro gli amanti.

I due si bloccarono in un fermo immagine ridicolo. 

 “Tu,” disse alla donna ”sparisci.” 

 La donna, giovane e agile, spostò senza tanti complimenti il tipo che le stava addosso, si alzò, raccolse i vestiti e uscì dalla stanza.

“Alzati e tieni le mani dietro la nuca, a dita incrociate.”

“Sono nudo. Fammi mettere qualcosa addosso.”

Ramirez si limitò a guardarlo.

 “Tu sei matto. Ragioniamoci sopra, ti posso spiegare.”

 “E’ tardi, ormai. Il Grande Giocatore ha lanciato i dadi, e tu hai perso.”

Fu allora che Ramirez intravide nello sguardo dello sconosciuto la paura.  Era un momento sublime, quando le vittime sgranavano gli occhi in quel modo. Quell’espressione di animale in trappola riequilibrava decisamente la partita della vita in suo favore. 

 “Chi è la puttana che mi ha trascinato qui? E’ la tua donna?” chiese lo sconosciuto.

Ramirez rise.

 “Quella? E’…il diavolo.”

“Ti darò tutto ciò che vuoi. Lasciami andare.”

“Ho già quello che voglio,” rispose lui, prendendo la mira. Poi avanzò di un passo e sparò.  

Uccidere gli procurò di nuovo una sensazione vertiginosa. Immobile, a gambe divaricate davanti al corpo oscenamente nudo, vide entrare nella stanza la complice, con la custodia in mano. 

 “Tieni,” le disse.  “Mi farò vivo presto.”  E le porse l’arma.    

La ragazza, che masticava qualcosa con aria annoiata e con la mano si stava lisciando i capelli, ricambiò lo guardò e gli regalò un sorriso. “Sei la metà perfetta della mia anima nera,” aggiunse Ramirez, mentre lei si allontanava.

Si sentiva finalmente sereno, e leggero, come quando, ragazzino, sdraiato sull’erba, nel giardino dietro casa, contemplava la forma delle nuvole, divertendosi a immaginare da dove venissero e dove fossero dirette.

Quando giunse a casa, qualche ora più tardi, l’ebbrezza del delitto era svanita. Chiuse la porta e si trasferì in soggiorno. Poi scelse un CD, lo inserì nel lettore, spense la luce e si lasciò cadere su una poltrona. Le note dell’Ave verum corpus di Mozart risuonarono nell’aria, come una carezza. Chiuse gli occhi e si lasciò trasportare dalla musica, chiedendosi quale Dio avesse infuso nel cuore dell’autore quelle note.

Lui, non aveva Dio dalla sua parte, forse perché era un uomo senza sogni. E, non avendo sogni, non possedeva nemmeno l’anima, perché i sogni non sono che frutti generati dall’anima. Per questo Dio scansava la sua vita.

Tuttavia, ci provava sempre, dopo ogni delitto. Con la mediazione della musica, nella breve tregua che la follia gli concedeva, cercava inutilmente quell’anima che aveva perso quando gli altri bambini, di solito, la scoprono. E cercava sogni, per annodare la sua esistenza a un’idea che non fosse uccidere qualcuno. 

Ma Ramirez sapeva di non avere scampo: sarebbero trascorsi pochi giorni, e poi la febbre lo avrebbe travolto di nuovo, in un crescendo irresistibile. Allora avrebbe immolato altre vittime sull’altare della sua vita storta, con la complicità di una donna  che rappresentava l’inviolabile simulacro della madre.

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