da   Ass. Il Racconto Ritrovato

I centimetri che contano di Stefano Maggi - 2007

Macinavo chilometri senza sosta, giorno dopo giorno, e avevo ormai battuto la regione in tutte le direzioni. Guidavo un furgone Peugeot del ’96 lungo le strade che dal centro della mia città portavano ai comuni di provincia, poi oltre, attraverso luoghi e paesi che non avevo mai sentito nominare e presso i quali, senza il mestiere che facevo, difficilmente mi sarei recato. Sarebbe stato un peccato, mi sarei perso le colline incendiate dal rosso dell’autunno, una tinta che non avrebbe saputo riprodurre sulle sue tele nemmeno Matisse, così come il giallo delle foglie cadute attorno agli alberi, talmente lucente sotto il sole da sembrare oro. Non avrei nemmeno potuto vedere i campi della pianura, soffocanti in estate, con gli aironi bianchi e cinerini ritti come sentinelle, ma più eleganti. In quel mare di terra piatta mi pareva impossibile che esistessero anche le montagne, ma nelle giornate gelide e limpide d’inverno, se alzavo lo sguardo, le potevo vedere, c’erano eccome, e le cime innevate sembravano vicinissime. Quelle stagioni dai colori cangianti, le difficoltà che portavano, i loro pregi e difetti mi passavano sulla pelle. Le sentivo, mi comunicavano qualcosa che aveva decisamente a che fare con la vita. Tutto questo non vedeva Martina, per lei le stagioni passavano dalla finestra. Martina macinava metri, dal soggiorno al bagno e ritorno, poi dritta in camera da letto. Se non faceva troppo freddo, e i marciapiedi non erano ricoperti dal ghiaccio poteva anche scendere nella piccola piazza sotto casa sua. C’erano i negozi e le botteghe del quartiere, i commessi e il resto della gente, e per Martina era quasi tutto il mondo. Quel che rimaneva lo vedeva alla televisione. In casa, tra soggiorno e bagno c’era un corridoio con uno specchio attaccato al muro, e tutte le volte che Martina vi passava davanti si fermava per specchiarsi. Si guardava con quei suoi occhi di donna, giovani e timidi, e in più di un’occasione si rivolse alla sua immagine dicendo, “Che schifo, faccio schifo”. Passava quindi la mano tra i capelli radi, ridotti ormai a ciocche separate dal bianco del cuoio capelluto, e ripeteva, “Faccio schifo, guarda qua. Non ho più nemmeno il mio ciclo, e senza capelli, che donna sono? Lo sono ancora, una donna?”. Se mi trovavo accanto a lei quando diceva quelle parole allo specchio, tentavo di rassicurarla dicendole che i capelli sarebbero ricresciuti e che comunque stava benissimo anche così.

“Dici sempre che sto bene, qualunque sia il mio aspetto, che sono bellissima. Non si può chiedere niente a te, dici sempre che sto bene”. Lo pensavo sul serio, senza occhi, innamorato com’ero. Ricordo ancora la prima volta in cui due infermiere le tagliarono i capelli, che allora erano lunghi e leggermente ondulati, prima con le forbici poi con il rasoio, fino a quando la testa di Martina non divenne una palla liscia e lucida. Rimasi sorpreso dalla perfetta rotondità del suo capo, e quando anche lei la notò ci ridemmo su, per non pensare alla sala operatoria. Più avanti ebbi nuovamente modo di ammirare quella forma così rotonda, e trascorsi molto tempo con lei tra le stanze e corridoi dove tutti perdevano i capelli e le donne indossavano, a volte, la parrucca. In uno dei bagni di quel reparto, sulla plastica bianca dello sciacquone, qualcuno aveva scritto la frase più appropriata che mi sia capitato di leggere negli ultimi anni. Recitava, “Tutto bene? No”.

Non sbagliai mai riguardo la ricrescita dei capelli di Martina, e nonostante la sua diffidenza le mie previsioni si avveravano puntualmente.  La cosa stupefacente era infatti che, di tutto quello che veniva fatto dentro e fuori alla testa di Martina, i suoi capelli se ne infischiavano. Cioè, imperterriti e ostinati, ricrescevano. Non solo, ogni volta che rispuntavano crescevano più mossi, fieri e battaglieri, con riccioli sorprendenti. Vivi, quasi crespi, come agitati, per niente arrendevoli: col cavolo, sembravano dire tutti insieme. Scorreva energia da capello a capello, e già si spargeva la voce, eccoci di nuovo, siamo tornati. Quando la conobbi li aveva quasi lisci, la amai più che mai che aveva la capigliatura di una donna di colore. Copiando un termine di Hemingway che avevo letto in uno dei suoi romanzi d’Africa, la prendevo in giro chiamandola  Memsahib, la mia Madame Sahib. Quelli erano i capelli di Martina, ed erano Martina.

Ogni sera, dopo essere rincasato dal lavoro, richiusa la porta d’ingresso e girato l’angolo del corridoio, lei era la, come al solito rannicchiata all’estremità sinistra del divano. Vederla era come ritrovare qualcosa, il cuore mi batteva più forte mentre giravo l’angolo, e prima di togliermi berretto e cappotto, o con le borse della spesa ancora in mano, le domandavo come stava. Non dovevo avere un tono di voce rassicurante, me ne accorgevo da come mi guardava prima di rispondere.

“Stamattina sono scesa per comprarmi un cappello di lana da mettere in casa, sento sempre freddo. Ci ho messo mezz’ora per arrivare dall’altra parte della strada, ci sono ancora i cumuli di neve a lato dei marciapiedi, avrei dovuto scavalcarli. Avevo paura di cadere così ho fatto il giro più lungo”.

“L’importante è che ci sei arrivata no!?”.

“Diciamo pure così”.

“Hai incontrato qualcuno?”.

“Non c’era nessuno fuori, dentro al negozio ho visto la signora che abita al 2”.

“Cosa ti ha raccontato di bello?”. Notai che aveva il rossetto e le ciglia scure di rimmel.

“Niente, che domani compirà settantacinque anni. Le ho fatto gli auguri; vorrei comprarle un pensiero, è così gentile con me”.

“Certo, e poi?”.

“Sono tornata a casa. Mentre camminavo ho pensato che fosse logico compiere settantacinque anni. Perfettamente logico e allo stesso tempo impossibile. Tu? Raccontami quello che hai visto oggi, sei ripassato dalla cicogna?”. Per un certo periodo mi capitò, durante le mie escursioni lavorative, di passare vicino ad un’oasi naturalistica che sorgeva presso un piccolo paese di campagna, a una trentina di chilometri dalla mia città. Un giorno decisi di parcheggiare il furgone e dare un’occhiata a quello spazio così verde e inaspettato, dal quale provenivano continuamente versi di anatre e canti di uccelli. Quel giorno vidi, e fu una prima visione assoluta per quel che mi riguardava, la cicogna alla quale si riferiva Martina. E’ vero che mi emoziono con poco, ma fu per me uno spettacolo eccezionale. Se ne stava lassù, nel suo nido costruito in cima ad un palo alto almeno quaranta metri. Il nido aveva un diametro notevolmente più ampio rispetto a quello del palo, e mi parve impossibile potesse essere stabile e non cadere giù. Osservai la cicogna, regale, bianca, femmina, ritta sulle sottili zampe così sproporzionate rispetto al resto del corpo. Con il suo becco lungo e appuntito era intenta a sfamare tre cuccioli, le cui teste spelacchiate spuntavano appena oltre l’intreccio di arbusti che faceva loro da casa. Non potevo udire i versi, ma dentro a quel nido doveva esserci un gran trambusto e la cicogna ebbe il suo da fare per sfamare in uguale misura i suoi piccoli, così agitati, frementi, becco spalancato e occhi chiusi. Da quel giorno, ogni qual volta mi trovavo nelle vicinanze dell’oasi facevo una visita alla cicogna.

“Voglio venirci anch’io, appena verrà la bella stagione mi porti a vederla?”, mi domandava Martina.

“Certo, se starai bene e farà caldo andremo insieme”.

“Promesso?”.

“Promesso”.

“Non vedo l’ora, vorrei fosse già estate!”.

Io non avevo così fretta, anzi, ma guardando Martina ero felice di averle dato un pensiero. Io, che se allungavo una mano avrei potuto toccarla in qualunque momento, quasi troppo vicino, fu una questione di centimetri. Fu rallentare il mio passo, per essere alla pari con il suo, durante le passeggiate da tartaruga che facemmo tra la bottega del fornaio e l’edicola, frontiera quest’ultima, tra la piazza sotto casa e il resto della città. Furono i telefilm che guardai quasi ogni sera seduto accanto a lei sul divano. Lunedì i poliziotti di New York, martedì quelli di Los Angeles, mercoledì e giovedì i dottori, venerdì il detective francese o quello tedesco, il fine settimana la scientifica; italiana o americana non aveva importanza. Furono i maglioni e le gonne che acquistammo nell’arco di un lungo e faticoso pomeriggio. Mi impegnai a fondo per più di tre ore insieme a due commesse, non fu facile trovare la taglia giusta, il colore che le andasse bene, il costo che non fosse troppo elevato. Io naturalmente dicevo che stava bene qualsiasi indumento provasse, riempimmo due sporte di vestiti, le regalai tutto e tornammo a casa, sfiniti. Furono le chiacchierate eterne, nottambule, e le volte che avevo ancora cose da dire, ma doveva riposare. Cuore e pensiero non bastano, serve la vicinanza nella misura di pochi centimetri, non un passo più in la.

Dopo un inverno che pareva non dovesse finire mai, giunse la primavera e quindi l’estate che tutti aspettavamo. Martina mancò per un soffio l’appuntamento, non fece in tempo. A quel punto presi in considerazione l’ipotesi di comprare un divano nuovo, il lato sinistro era chiaramente più infossato rispetto a quello destro. Meditavo su quello al volante del mio Peugeot, e sulla cicogna. Pensavo a come doveva stare e se era riuscita a proteggere e fare crescere i suoi cuccioli, in quella zona c’erano molte poiane. Rimasi con il dubbio, dovevo guidare io, e la cicogna non tornai a vederla mai più.

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