da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Pausa caffè di Anita Chemin - 2006

Brioche alla crema e spremuta di pompelmo.

“Ma come fai?!”, e si mette a ridere. La collega è giovane, simpatica, incapace di tenere per sé le sue opinioni.

“Scusa, è stato più forte di me.” aggiunge subito dopo, imbarazzata, sorseggiando il suo cappuccino di metà mattina.

“Fa niente. Lo so che come accoppiata è strana, ma a me piace.” rispondo.

Non l’ho scelto io, quell’abbinamento: è nato per caso.

Per caso all’uscita dall’aeroporto, quando sono arrivata da Buenos Aires, ho preso un autobus che non fermava a Mestre, dove mi aspettavano i parenti italiani, ma proseguiva fino a Venezia.

Per caso - o forse volevo far durare ancora un po’ quel tempo di nessuno prima della mia vita nuova – una volta lì ho seguito uno zig zag di calli e callette fino alle Zattere, che più in là non si poteva andare.

Scendeva una pioggia fine e copiosa che mi inzuppava. L’acqua della laguna lambiva l’orlo di pietra delle fondamenta. Gonfia e torbida com’era faceva paura – intendiamoci, niente in confronto a quella da cui stavo scappando – così sono entrata nell’unico, minuscolo caffè che resisteva aperto in novembre. Oltre le porte a vetri, opache per la differenza di temperatura, solo qualche gabbiano si arrischiava a volare controvento, e io non riuscivo nemmeno ad immaginare il viavai di gente ed il luccichio del sole che avevo visto nelle cartoline che ci erano arrivate da laggiù.

Nel mio italiano da mezza straniera ho chiesto una spremuta, e il barista me ne ha fatta una di pompelmo – non c’era altro, del resto - rosea e traslucida in quella mattina grigia, con un sapore asprigno, dispettoso e leggero. Tanto per mangiare qualcosa senza nemmeno guardare ho infilato la mano nell’espositore delle brioche, e ne ho preso una ripiena di crema. Un contrasto forte, indimenticabile, ma anche gradevole. Fuggivo da una terra che amavo e che non mi amava più, e con quella consolazione il paese che mi accoglieva si stava già mostrando premuroso.

Dove abitavo prima, negli ultimi anni avevo dormito con un occhio solo. Sapevamo delle taglie che erano state messe sulla testa di alcune persone. Sapevamo delle repressioni fatte alla luce del sole, perché nessuno si preoccupava di nascondere i cadaveri. Sapevamo delle liste nere, e se un amico ti diceva in tempo che c’eri finito dentro era una benedizione del cielo che, però, ti costringeva a infilare un paio di scarpe, prendere il primo mezzo di trasporto che trovavi, e partire. Ogni tanto, tuttavia, i soldati dei corpi speciali portavano via qualcuno. Dove lo tenessero, fino a quando, per quale motivo: questo non lo sapevamo proprio.

Quando ho sentito un tramestio insolito – erano le due del pomeriggio, l’ora della calma, io e mia madre eravamo sole – e sono uscita dalla stanza in cui studiavo, e nel riquadro della porta aperta dell’ingresso ho visto di spalle un militare con un’arma imbracciata, e subito dopo altre due sagome grigioverdi muoversi disinvolte e sicure nelle stanze, e fuori della finestra altri come loro che circondavano la casa, ho faticato a credere che stesse succedendo proprio a me. 

Mi sono ricordata subito di aver conservato un volantino inopportuno che qualcuno aveva distribuito proprio quella mattina all’entrata dell’università. Sono andata in fretta a cercarlo nella mia borsa e sono corsa in bagno, pensando di buttarlo e di tirare lo sciacquone.

Una volta lì dentro, però, ho pensato che invece di farsi trascinare giù il foglio sarebbe potuto rimanere a galla, denunciando il mio tentativo di farlo sparire. Li sentivo muoversi in corridoio, sempre più vicini. Allora l’ho messo nella tasca dell’accappatoio appeso al muro - era una dilazione, non una soluzione - e ho aperto la porta.

Uno di loro è entrato e ha cominciato a cercare tra i barattoli, aprendoli per guardarci dentro, e tra le salviette, rovesciandole a terra per vedere negli scaffali. Ha palpato senza riguardo il mio accappatoio - ma appena un po’ sopra e un po’ sotto alla tasca, tanto che non si è sentito nessuno scricchiolio – poi è uscito e io l’ho seguito fino alla mia camera. Mentre camminava sugli asciugamani spiegazzati sul pavimento, rivedevo mia madre, qualche sera prima, intenta a stirarli ed impilarli con cura.

Dopo un po’ anche lei ci ha raggiunto, dicendo qualcosa con un tono di voce che non avrei mai voluto udire, e rintanandosi in un angolo della stanza con un gelo in corpo che sentivo arrivare fino a me.

Il soldato si è messo ad esaminare l’armadio, i cassetti, la libreria: sembrava che si facesse guidare più dal risentimento che da un qualche metodo, più dalla voglia di fare del male che da quella di scoprire qualcosa, e certo non da quella di capire. In più, non trovare niente di utile per accusarmi lo mandava in bestia.

Lui era un uomo, io una donna; lui era un nativo, io un’immigrata; lui aveva sputato fin da ragazzo la fatica di quel suo lavoro, io mi permettevo il lusso di studiare, e per di più quello di non essere d’accordo. Lui era il potere, io no. Tutto quello che ci contrapponeva stava lì in mezzo tra noi due, definitivo come l’odio che gli vedevo in faccia mentre mi agitava davanti un qualche libro “sovversivo” che aveva preso dalla mia scrivania, e mi diceva: ”Questo ti costerà caro.”.

In tutte le stanze, altri uguali a lui sconvolgevano le nostre cose, alla ricerca di chissà che: sentivamo tonfi di cuscini gettati a terra, scricchiolii di cassetti tirati fuori in fretta dalle loro corsie, fruscii di carte volate giù da tavoli e da scaffali, voci di militari che si parlavano da un locale all’altro. Dovevo essere terrorizzata, invece provavo una calma inspiegabile, mi aggiravo come se fosse la prima volta che vedevo la mia camera, e anche l’ultima. Cercavo solo di non guardare verso mia madre, perché sapevo che leggerle in viso l’angoscia primitiva di quando ti portano via il cucciolo, quello sì che mi avrebbe levato le forze.

Il tempo si era rallentato, la devastazione sembrava non finire mai, ma ad un certo punto – se c’era stato un ordine di qualcuno, io non avevo avuto orecchie per sentirlo – come una risacca di fango i soldati se ne sono andati, lasciandosi dietro il loro disordine oltraggioso.

Quella tregua era più paurosa della bufera di poco prima, perché non era chiaro se ci si poteva credere o se era un ultimo scherzo crudele. Però durava.

Ad un certo punto mia madre si è mossa quasi in punta di piedi tra le cose rovesciate sul pavimento per andare a chiudere la porta inutile di casa nostra, e con una voce di piombo mi ha detto: “Devi andare via.”. Ed io sapevo che era vero.

Organizzare la partenza non fu difficile. Partire, invece, sì. Non è per sempre, mi ripetevo, mentre l’aereo mi strappava dalla pista, e dalla mia vita come la conoscevo fino ad allora.

I parenti italiani che mi hanno accolta sono stati gentili quanto si può essere nei confronti di chi subisce un danno del tutto al di fuori della propria esperienza, e in fondo incomprensibile. Erano estranei; non solo perché li avevo incontrati poche volte.

Dopo qualche tempo mi sono messa in contatto con i gruppi di solidarietà che altri, italiani o fuoriusciti dall’Argentina, avevano costituito. Qui si sapeva quello che succedeva alla gente che veniva portata via. Di certe cose riferite a mezza voce, o magari soltanto sospettate, che laggiù ci erano sembrate incredibili, qui invece c’erano informazioni, prove, documenti, testimonianze.

Ma per me, sapere era peggio.

Perché mi ero salvata, io? Per caso, era l’unica, assurda risposta che riuscivo a darmi. E restavo sospesa tra il sollievo, che mi sembrava un furto, e il ricordo di storie e volti e nomi cancellati, che mi tagliava in due.

Finché un giorno, dopo l’ennesimo filmato di denuncia, dopo l’ennesimo dibattito che mi riapriva ferite inutili, dopo l’ennesimo riapparire di fantasmi per i quali né io né altri potevamo più fare niente, ho capito che ero arrivata al confine, e che non ce la facevo più a tenermi addosso tutto quel dolore. Credo di aver deciso allora di restare definitivamente in Italia.

Sono passati gli anni, mi è successo quello che succede di solito alla gente, tornare laggiù è un’impresa che mi è riuscita una volta e che non ritenterò. Vivo bene nella tranquillità quotidiana, mi ci sono abituata, però non dimentico di considerarla con il rispetto che le si deve: non è cosa di sempre, c’è solo quando nessuno toglie la sicura agli esseri umani.

Se qualcosa mi fa guardare indietro – un accento, un odore che stentano a farsi riconoscere tra gli altri – se mi ricordo in un brivido delle ossa, allora ho il mio rito da celebrare. Spremuta di pompelmo e brioche alla crema, quanto più lentamente mi è possibile, raccogliendo il ripieno cedevole con piccoli lembi di pasta che strappo dalla parte più esterna.

Ma tutto questo non si può raccontare in un bar durante la pausa caffè, tra tanta gente che parla, ad una collega giovane che forse sa e forse no. La memoria ha bisogno di ascolto.

                         “Non li prendo neanche tutti i giorni, solo di tanto in tanto.” le dico invece, e le sorrido.

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