da   Ass. Il Racconto Ritrovato

La notte nera di Roberto Cucaz - 2006

Sport è vivere la gioia d’emozionarsi e la malinconia di ricordare. Alzare il viso al cielo e crollarlo verso terra. Piangere felice e sorridere amareggiato. Ritrovarsi un giorno a tavola. Rifare la gara sui quadroni della tovaglia: tu sei il sale, io il pepe. Fissarsi negli occhi, stimare e

odiare come allora. Per magia sentirsi ancora amici, per sempre.         

 

Fa freddo sul balcone, ma non mi va di stare in casa. E’ una di quelle notti che le pecorelle sono in ferie, quando il buio fa di nuovo paura e qualsiasi luce va bene, anche quella del lampione qua sotto. Fino a qualche ora fa, sul comodino di Torino c’era accesa la fiaccola laggiù, dietro il tetto che nasconde le montagne. Ora è spenta, ma io resto testardo sul balcone, in compagnia di una birra gelata. Voglio annusare l’estremo calore di quella fiamma. Voglio trovare le sue ultime lucciole di colore, vederle volare nell’aria sporca di Torino controvento. Voglio riascoltare il ritmo notturno della città in libera uscita. Ritmo gitano, da tarantolati in un angolo di Piazza Vittorio, all’una di notte. Musica spensierata nel suo disincanto, come la vita zingara degli artisti di strada. Una musica che si concede subito tutta frenetica e ubriaca, perché non c’è tempo per le ouvertures.

Voglio ripassare le immagini di queste settimane nella fiaba. Voglio marchiarle nella memoria umana, non fidarmi di dell’algida memoria elettronica. L’accecante annuncio del Cavallino Rosso, il suo purpureo nitrito furioso allo stadio che domani sarà Grande Torino. La bellezza mozzafiato di Carla Bruni, quando reca la bandiera. Il tuffo al cuore quando appare la Venere Eva Erzigova. La poesia dei passi di Roberto Bolle. Le timide, lontane, modeste nazioni, che si presentano al mondo sfilando in cappotti semplici e il sorriso di chi si scusa per il disturbo. Lo stesso di una timida diciannovenne, su cui troppo peserà quel tricolore portato con tanta grazia. I primi trionfi, le prime delusioni. Il fiato sospeso dal biathleta, per non sbagliare mira. La saliva invereconda che sbava al traguardo. La neve spruzzare sotto gli sci in discesa. La tristezza di chi cade o inforca. Chiudo gli occhi per rivedere Piazza Castello sbordare da Via Roma in Via Po ogni sera e ogni sera il cielo illuminarsi d’arcobaleno. I pullman giganti scorazzare atleti sulle carreggiate a cinque cerchi. Domani andranno ansiosi in giro sui corsi, a cercare dove sono nascosti i loro preziosi passeggeri. La curiosità un po’ bimba dei torinesi nei palazzetti e dei piemontesi nelle valli. La loro felice sorpresa di non essere chiusi in fabbrica o tappati in un pub con il karaoke e la tivù digitale. Voglio rivedere tutto ancora, come la prima volta. L’ingenua freschezza della brava Arakawa. Attorno, gheishe in tailleur piangono, scambiano a turno nipponici inchini di complimento. In mezzo, Shizuka sembra avere infilato la porta sbagliata e trovarsi in mezzo a un party. Non capisce perché, ma i suoi occhi semplici sorridono a tutti. Eppure, è il primo, storico oro olimpico del Sol Levante nella sua disciplina. La festa scanzonata e genuina delle staffette dorate azzurre: quella rockettara dei pattinatori, ingenui nello sperare in connazionali un po’ meno calciofili; quella grappa e polenta dei fondisti, uomini di sacrificio capaci di testimoniare la lotta al cancro, anche nel momento del trionfo. Voglio rivedere la bocca aperta dello sbruffone free-styler bielorusso Dashinski, quando la giuria lo ha rimesso in stalla e ha consegnato l’oro al più umile rivale cinese Han. La sofferente curva centrifuga dei pattinatori, il loro fiato di pietra all’arrivo. Lo sguardo glaciale dell’uomo siluro dal casco d’argento, prima e dopo scendere sul suo slittino d’oro: anche lui ha mal di testa, ma lo sopporta come noi e tira avanti la giornata. Le ragazze dell’ hockey che piangono di gioia al primo goal olimpico, dopo averne beccati quasi trenta. La delusione dei ragazzi, al subitaneo pareggio finale tedesco, quando sembrava fatta. L’abbraccio di Joel ai compagni, quando l’ultima stone condanna il Canada nel curling, come se il Burundi battesse il Brasile ai Mondiali di calcio.

Voglio odorare di nuovo il profumo delle camelie piemontesi, primo premio ai vincitori e prima consolazione per chi arriva dopo. L’aroma a mezzanotte di salsicce e crauti tedeschi sul lungo Po, panini caldi svizzeri in Piazza Carlo Alberto, vin brûlé a Palazzo Bricherasio. Voglio rammaricarmi ancora per chi ha perso e doveva vincere. Voglio esaltarmi ancora per chi trionfa, emerso dal silenzio e dall’indifferenza. Voglio che il mio cuore di papà torni gonfio come domenica mattina, guardando una piccola bimba bionda. E’ un po’ bruttina in verità, ma tanto bella come piange e chiama “Papi, papi!”, con disperata felicità. Le manine carezzano il suo papà che ha vinto, come respirare aria dopo l’apnea. Lo copre di bacini che nessun reality potrà confezionare. Torna a sorridere solo quando la sorella un po’ più grande esplode al microfono: “Papà sei grandissimo, come una montagna!”. E queste nostre antiche sagge montagne, nostre e belle per tutti, silenziose e pazienti al nostro umano baccagliare, fanno sì con la vetta candida.

 

Voglio che il mio cuore torni a commuoversi per il mio prossimo occultato. Il manovratore stanco del 18, ancora bravo a sopportare i lazzi maleducati dei giovinastri perdigiorno senza biglietto. Il ragazzo cameriere, cancellato in fretta sugli schermi dalla RAI, chinato a servire le consumazioni alla razza padrona in tribuna d’onore, durante la cerimonia di chiusura. Le migliaia di generosi innominati, cortesi e disponibili dietro le quinte, dalle zero.zero alle ventiquattro, affinché il cuore olimpico battesse per ciascuno di noi. L’esercito calpestato d’atleti sconosciuti, senza inni, che da tre anni incontriamo ogni mattina presto, sugli autobus senza precedenza. I loro visi seri e inespressivi, concentrati sull’imminente giornata di lavoro duro, nei cantieri che costruiscono l’Olimpiade e la nuova città. Le loro poche parole in lingua foresta la mia, che tanto amo. Il loro odore di lavoro nero senza tutele, la sera, quando si torna insieme a casa e nelle loro tute sporche c’è solo un altro giorno di sconfitte, senza medaglie, senza titoli sui giornali.

 

Voglio tornare rapito dal volo magico di uno snow-board bianco, sul soffio di una macchina infernale. Sentire la leggerezza cristallina dei pattinatori e liberare gioia durante il loro gran gala finale. Ammirare quei giovani volti e salutarli con lo stesso mesto sorriso, dopo l’esibizione; perché l’ora è fuggita, per sempre, come presto toccherà a tutto il nostro resto. E su quell’ora, sulla struggente romanza di Puccini, voglio per sempre ricordare la danza divina di Zhenya Plushenko, lo Tzar: ogni sua trottola, ogni suo balzo sul ghiaccio, ogni cerchio disegnato coi pattini, mi ha fatto amare la vita come non l’avevo mai amata prima. Mi ha colmato gli occhi di pietà e compassione, l’anima come Cavaradossi per la sua perduta Tosca. Voglio ricordare per sempre questo gusto amaro di birra in bocca, adesso che la fiaba è finita per sempre, come tutte le fiabe, come ogni ineluttabile cosa bella e brutta e anonima della nostra vita. Fa freddo sul balcone, ma non ho voglia di rientrare in casa. Ho bisogno di respirare ancora una volta quest’aria, prima che vada via davvero. Ho bisogno della tua luce a consolarmi, Luna. Dove sei stanotte, amica discreta? Concediti in cielo, compagna d’ore e segreti più solitari; ma stanotte non hai orecchio per un lupo nato in periferia, dove gli alberi sono pali di cemento, i prati pieni di fili elettrici e ci si sente una razza bastarda, fuori posto. Per strada, sono tornati i balconi vuoti e le gelosie serrate. Nel cielo, c’è solo il buio della fiaccola spenta e il silenzio del nostro commiato dispiaciuto.

 

Ciao, Torino 2006

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