da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Giorni nuovi di Stefano Maggi - 2006

E vennero anche per Antonio. Giorni felici, le dolci giornate di Maremolinos. Di sicuro è così che le ricorderà per sempre. Si trovava in quella piccola località della costa andalusa per motivi di lavoro. Era cameriere in uno dei più noti e frequentati ristoranti della cittadina, il Botìn. Maremolinos era un posto in cui Antonio non si sarebbe mai recato per alcun altro motivo al di fuori di quello appena menzionato. Il fatto era che il paese, seppur piccolo, era affollatissimo durante tutto il periodo estivo. Gente di ogni parte del mondo arrivava laggiù per trascorrere qualche giorno di vacanza e frastuono. E’ pazzesco, pensava Antonio, ma quello era un buon posto dove lavorare in estate, specie se come mestiere sai fare il cameriere. Maremolinos aveva un’unica particolarità che piaceva ad Antonio, la posizione. Si affacciava sul mare con le sue spiagge bianche e si arrampicava sulle montagne retrostanti compiendo un salto improvviso di qualche centinaio di metri. La rottura di pendenza brusca e repentina era segnata da una parete di roccia scura oltre la quale scompariva la parte alta e vecchia della città. Era in quella zona che ormai da un paio di mesi viveva Antonio. Un agglomerato di caseggiati bassi e bianchi con il tetto terrazzato. Balconi con le ringhiere di ferro nero, fiori colorati e piante verdi dappertutto. Una piazza rettangolare con il portico tutt’intorno, bruciata e deserta durante il giorno, tranne che per i ragazzini con le armi giocattolo che giocavano a rincorrersi e ad uccidersi. Stavano zitti solo quando a turno, o tutti insieme, facevano pipì nei vasi di fiori messi ad ornamento. C’erano anche una chiesa bianchissima e deliziosa, nel suo silenzio, e un’arena per i tori. E in una di quelle strade tra le case bianche, proprio di fronte ad un edificio con tutti i balconi in fiore, abitava Antonio. Calle Manila, Casa Castilla. Era una piccola pensione, di un genere molto economico. Lui poi faceva parte di quelli che stavano “a basso”, come diceva Fernando, il proprietario. Dormiva cioè nel piano interrato, in una stanza senza finestra, simile più ad uno sgabuzzino che ad una camera. E non si lamentava Antonio. Era molto pulita, costava pochi soldi al giorno, pagamento anticipato, e appena fuori da quella stanza, la 307, c’era chi dormiva in una camerata comune. Quando dovette decidere pensò che era meglio niente, ma tutto per sé. Era un gran approfittatore quel Fernando, un contatore di soldi. Antonio, trent’anni compiuti, per contro un disperato bisogno di lavorare, guadagnare e spendere poco. E che ritenesse Fernando un piccolo uomo lo tenne sempre per sé. La mattina Antonio sgattaiolava fuori dal suo buco, senza troppi rimpianti,  e scendeva a piedi verso il mare per andare al ristorante. Scendeva per una lunga e ripida scalinata che portava giù, all’inferno, come pensava sempre, la parte nuova e bassa della città, stesa ai piedi della roccia scura. Laggiù era un labirinto di negozi, case alte senza fiori e alberghi di lusso, locali, caffè, turisti e confusione. Il suo lavoro era duro, Antonio lo soffriva e sudava. Il caldo era insopportabile. Il sudore era per Antonio un vero tormento, sudava dal primo all’ultimo minuto. Sulla sua ampia fronte scivolavano in continuazione goccioline d’acqua e sale che doveva asciugarsi con le maniche della camicia bianca. Agile e svelto macinava chilometri nello stesso posto, sudando, e la sua fronte gocciolava. “Ma come si fa a sudare in quel modo!”, gli urlava dietro Eugenio, il proprietario del locale. Antonio, non lo sapeva nemmeno lui. Al termine di ogni giornata, dopo quel faticare, lo angustiava molto fare ritorno nel suo stanzino senz’aria. Se lungo il tragitto dal Botìn alla Casa si fermava in qualche bar della zona alta, trovava sempre qualcuno di sua conoscenza con cui scambiare qualche parola. Antonio amava molto parlare del suo passato. Non perdeva occasione per raccontare che la sua famiglia, un tempo, era conosciuta, benestante e molto rispettata. Diceva che i suoi genitori erano persone per bene, colte, che gli avevano trasmesso la passione per la storia e per l’arte. Ascoltandolo si aveva l’impressione che volesse scusarsi per come le cose erano evidentemente cambiate in peggio. Doveva sgobbare ora Antonio, altro che arte, tuttavia possedeva una grande tenacia, si scoraggiava senza arrendersi, e se c’era da tenere duro lui senz’altro avrebbe tenuto. Conoscerlo non lasciava indifferenti. Non aveva l’animo di un capo, gli mancava la voglia, ma standogli vicino si poteva percepire  il suo carattere.

Una sera, che dopo la chiusura del Botìn, aveva fatto ritorno alla Casa Castilla trascinandosi stanco su per la salita fatta a scalini che percorreva tutti i giorni, ebbe un brutto litigio con Fernando per qualcosa che riguardava il pagamento anticipato della stanza. Fernando aveva l’abitudine di chiedere umiliando quando c’erano problemi di quel genere e Antonio aveva la debolezza di non sapere rispondere per le rime e teneva sempre tutto dentro. Anziché la voce grossa ad Antonio salirono lacrime. Non pianse però, non riusciva a piangere mai. Il mattino seguente, non di buon’ora, si svegliò triste e deluso. Quel giorno era il suo turno settimanale di riposo e fuori scendeva una pioggia scrosciante, laggiù, dove non pioveva mai. Pareva tutto senza rimedio. Trascorse buona parte del pomeriggio steso sul letto a guardare il soffitto e a fumare parecchi sigaretti. Ormai gli era chiaro, le giornate si succedevano uguali, non avevano dolcezza. Non erano per lui, non andavano bene per uno in grado di sentire i brividi sotto pelle, capace anche di essere sognante. Non ce l’avrebbe mai fatta ad essere un uomo solo pratico.

Dal momento che il tempo passa, ad un certo punto smise di piovere e Antonio decise di alzarsi e di scendere alla spiaggia. Gli era venuta voglia di godersi il sole che era tornato. Scese i gradini della solita scalinata molto lentamente fino al lungomare. Camminò sulla sabbia senza togliersi le scarpe e andò a sedersi al limite del palmeto. Le palme erano confortevoli, distavano qualche decina di metri dalla battigia, là dove l’aria della burrasca appena passata era troppo pungente per la camicia a maniche corte di Antonio. Si appoggiò con la schiena al fusto di una palma e si sistemò sul capo il cappello nero che portava sempre con sé. Eccolo là, a guardare avanti, ad accendere un altro sigaretto, con le ginocchia al petto. Non aveva buoni pensieri dalla propria parte. Guardando innanzi a sé, da sotto la visiera nera, fu in quel preciso istante che vide per la prima volta Anna Costanza. Lei era là, in piedi sulla sabbia, lo sguardo verso il mare e le spalle rivolte ad Antonio. Quando Antonio mi raccontò questa storia descrisse Anna Costanza in modo un po’ scarno. Disse, “Hai presente, una nella vita?”.

Quel tardo pomeriggio di agosto indossava un vestito rosso sopra al costume. Il sole non scaldava a dovere. Lei rimase ancora un poco ad osservare il mare leggermente increspato quindi si voltò e prese a camminare nella direzione di Antonio. Lui la guardò, e non gli fu chiaro se c’era solo lei ad avanzare o anche tutto il mare che aveva dietro. Lei continuò a camminare verso Antonio, probabilmente perché alle sue spalle c’era il sentiero che portava fuori dal lido. Proseguì mentre il vento soffiava forte e fastidioso, era una giornataccia per stare in spiaggia, infatti c’erano pochissime persone. Anna Costanza giunse proprio di fronte a lui, e senza un motivo, proprio come quel genere di cose che accadono una volta nella vita, si rivolse a lui dicendo, “Io vado a sedermi ad un caffè all’aperto qui vicino. Se preferisci rimanere a contemplare il mare da solo, resta, altrimenti puoi venire con me”. Antonio rimase di stucco, e all’ombra del cappello i suoi occhi tradirono la sorpresa. Per una frazione di secondo pensò di rifiutare, anche se si stava già alzando in piedi, e mentre lei stava quasi passando oltre disse, “D’accordo, andiamo”. Si rimise in piedi incerto, e ridicolo come si sentì in quel momento, sprovvisto di frasi ad effetto, si presentò, “Io mi chiamo Antonio”. Venne raccolto insomma, come una conchiglia qualunque da sotto la sabbia. Solo che Antonio non era un uomo qualunque, era un uomo che a parlare incantava. Dopo alcuni passi imboccarono, fianco a fianco, il viale che portava nelle strade e nei caffè di Maremolinos bassa. A quel punto Antonio si rianimò.

“Fai così spesso?”.

“Così come?”.

“Inviti a bere qualcosa tutti gli uomini che vedi soli sulla spiaggia?”.

“Non l’ho mai fatto prima. Sei il primo”.

Continuarono a camminare mentre Antonio recuperava terreno sul proprio smarrimento.

“Questa la prendo per vera, non mi cambia nulla. E allora, perché io?”.

“Non so, ti ho visto e ho sentito che dovevo dire quello che ho detto. Eri buffo sotto la palma”.

“Buffo?”.

Anna Rise. “Buffo, stavi lì a guardare il mare con quella barba lunga. Sembravi uno che non aspettava niente e nessuno. Vuoi che dica, fascinoso?!”.

“Tra buffo e fascinoso c’è una bella differenza”, esclamò Antonio allargando le braccia, sorridendo. Sì, era già contento. Guarda come si fanno belle in fretta le giornate, pensò.

“Eri tutti e due: buffo e fascinoso”.

Giunsero di fronte alla fila di tavoli e sedie del caffè Maracas, sul corso principale.

“Sediamo qui?”, domandò Anna. Stare seduti a quei tavoli era come essere al cinema, tutto il paese turistico passava e ripassava davanti. Ad Antonio non piaceva.

“Certo, per me va bene”, rispose. Si sedettero e ordinarono. Un bicchiere di vino bianco per lei, un boccale di birra per Antonio, che era l’ultima cosa che avrebbe voluto bere. Non era facile, evidentemente, raggiungere lo smarrimento per superarlo. Mica era abituato a certe sorprese. Dopo qualche minuto il cameriere portò i bicchieri e alcuni piattini con verdure, assaggi di carne e pesce sott’olio. Antonio si levò il cappello e lo appoggiò sulla sedia vuota che aveva accanto. Si sistemò comodo sulla sua e cercò di calmarsi, giusto un poco. Avevano da domandarsi molte cose, parlarono con entusiasmo e con occhi che cercavano. I sensi, all’erta, curiosavano. Tutto era nuovo.

Con il passare del tempo Antonio si sentiva meglio, cominciava a non sapere cosa sarebbe successo un istante dopo, non ne aveva idea, e di questo era entusiasta. Parlare con Anna Costanza lo divertiva, c’era una confidenza inusuale per due sconosciuti come loro, e il viso di lei era un compromesso: altezzoso e trasparente, semplice di donna. Per stare dietro a quel volto che correva ci voleva tutta la concentrazione di Antonio che non si accorgeva, a volte, di restare con il bicchiere in mano sospeso tra bocca e tavolo. Oltretutto, a lui gli occhi grandi e neri erano sempre piaciuti. Quando Anna, dopo essersi allontanata per andare in bagno, fece ritorno, Antonio si scostò con la sua sedia dal tavolo per farla passare. Compì quel movimento in maniera così goffa e irruente che ad Anna venne un poco da ridere. Come se lei avesse potuto sbagliare strada, andarsene via.

Parlando scese la sera, il cielo turchese diventò blu. Si allontanarono dal Maracas e presero a camminare lungo il porticciolo di Maremolinos, senza fretta, e il vento per niente estivo di quella sera li avvicinava spalla contro spalla. Si fermarono ad una panchina di fronte alle barche ormeggiate, “Che freddo”, rabbrividì Anna. Antonio l’abbracciò sfregando le mani sulla sua schiena per scaldarla.

“Con la scusa del freddo intanto mi abbracci”, disse lei.

“Si, è una buona scusa però”.

Si baciarono. Fu un bacio vitale. Quando nemmeno gli abbracci bastarono per scaldarli si rimisero in piedi e si allontanarono dal porto. “Ti accompagno se vuoi. In quale albergo sei?”, domandò Antonio. “All’Hotel Melia, sul lungo mare di fronte al palmeto”. Anna era in villeggiatura, sola, e dormiva nell’hotel più costoso di tutta la zona. Non li valeva quei soldi, Antonio lo sapeva, conosceva parecchi camerieri che lavoravano lì, ma era meglio della Casa Castilla, senza alcun dubbio. Giunsero di fronte all’imponente Melia la cui enorme insegna era lucente e rossa. Antonio si arrestò ai piedi degli scalini d’ingresso. Il suo cuore prese a battere in modo diverso, forte come prima, ma con una frequenza che non era più la stessa. Antonio sapeva perché, lo aveva già imparato; era paura. “Vieni, dai”, gli disse Anna. Entrarono, passarono davanti a due ragazzi in piedi dietro al banco della reception e si diressero verso l’ascensore. I portieri salutarono molto cortesemente. Presero l'ascensore, Anna tirò fuori dalla borsetta la carta magnetica che avrebbe aperto la stanza. Nono piano, stanza 920. La camera era confortevole e ampia, e aveva la finestra. La luce era giusta, poca, era tutto perfetto, come Anna, piccola, ben fatta, bella. Le lenzuola bianche erano fresche, gli abiti sul pavimento erano dove dovevano essere. Solo la frequenza del cuore di Antonio non tornava. E lui era immobile, rigido e ridicolo, spaventato da niente, con il corpo sopra quello di Anna e la faccia di fianco alla sua, dentro al cuscino. Con gli occhi chiusi e stretti pensò di scappare via. Fu esattamente quello il suo unico pensiero. Anna tirò fuori il volto di Antonio dal cuscino e, mentre lo stringeva forte, gli chiese, “Cosa c’è, sei deluso?”. A quel punto Antonio decise di fare una cosa difficilissima e costosissima: non restarsene muto. Parlare non è tutto, ma è molto diverso da scappare, anche se non è tutto. E’ un principio, e fortunatamente Anna era molto brava ad ascoltare e a concedere tempo. Antonio, che il tempo lo avrebbe fermato, senza smettere di parlare, quasi senza accorgersene, si ritrovò a fare l’amore con lei. Meravigliosamente, come in quel tempo passato, quegli straordinari anni durante i quali dolori e preoccupazioni non lo avevano ancora scavato a fondo e messo a durissima prova. Furono minuti fluenti, felici, semplici. Con il fiato grosso e una contentezza fanciullesca, Antonio rimase sdraiato accanto ad Anna, sotto alle lenzuola. La guardò addormentarsi e continuò ad accarezzarla. Fissò le tende bianche della finestra svolazzare nella brezza notturna, rimase molto tempo ad ascoltare lo spezzarsi delle onde e la risacca. Il mare non aveva problemi a farsi sentire fin lassù. Infine anche Antonio prese sonno, nella sua memoria era già tutto indelebile.

Poco prima che facesse giorno Antonio si svegliò e dovette subito considerare la realtà. Diceva lavoro, Botìn. Voleva ritornare alla Casa Castilla per darsi una sistemata, dormire forse un’altra ora, quindi andare al ristorante. Si rivestì davanti agli occhi di Anna, poi entrambi si sussurrarono qualcosa di molto dolce. Scese giù fino all’ingresso del Melia ancora silenzioso, ripassò di fronte ai due uomini della reception e andò a sbattere contro una porta a vetro che non si aprì. Non era l’uscita, quella giusta era un poco più alla sua sinistra. Si riprese, risistemò il cappello e uscì dalla parte buona. I ragazzi risero piano e lo guardarono strano. Fanno cose buffe le persone contente e sognanti. Cominciò a salire i gradini che conducevano in cima alla falesia tra il silenzio assoluto e decine di gatti, i veri nottambuli di Maremolinos. Procedette lungo la salita con una leggerezza inusuale, sentendosi bene, forte. Avrebbe rivisto Anna, avrebbero nuovamente fatto l’amore. La cameretta che lo attendeva, Fernando, gli abiti da cameriere di stagione, il sudore che avrebbe versato di lì a poche ore, gli parvero tutte cose secondarie. Il giorno che veniva era carico di promesse, non aveva più nulla di scontato. Dopo un quarto di cammino non riuscì più a trattenersi, cominciò saltando uno scalino, poi due alla volta, quindi si lanciò in una corsa matta e strampalata, mentre i gatti scappavano da tutte le parti. Correva e se la rideva. Non ci vuole niente, una sorpresa. E magari è amore, ma per dirla come disse Antonio, “Servono giorni nuovi, improvvisi, di stupore”

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