da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Specchio di mare di Anita Chemin - 2005

“Vada a Dirupo. E’ un luogo fatato.” mi aveva detto.

Il tono però, senza essere troppo insistente o premuroso – né l’uno né l’altro atteggiamento le appartenevano, pareva che niente di quello che gli altri facevano potesse scalfire il suo modo di essere – aveva una sfumatura d’urgenza del tutto fuori luogo per la conversazione impersonale che stavamo facendo e che, svolgendosi in un pomeriggio di fine luglio, poteva andare a finire solo nell’argomento “vacanze”.

“Io ci vado, di quando in quando. Anzi, spesso, e anche fuori stagione.” aveva aggiunto poi, scrollando la cenere del sottile sigaro aromatizzato alla vaniglia che si era accesa, come il solito, durante la nostra pausa di riposo.

Stavamo io al di qua e lei di là dalla mia scrivania ingombra di resoconti, prospetti di riparto, mappe catastali, estratti conto bancari, e c’eravamo presi una sosta dal controllo trimestrale della gestione delle sue proprietà immobiliari.

Quel lavoro toccava a me fin da quando lo studio di cui ero socio aveva ricevuto da lei, fresca di divorzio, l’incarico di occuparsene. Cristiana Cordoli non ci disse per quale ragione voleva sostituire i nostri predecessori – e noi, esaminando la documentazione che ci aveva portato, e che era perfettamente in ordine, non ce lo spiegavamo – ma era stata serenamente determinata nello stabilire i tempi e i modi con i quali intendeva essere assistita per l’amministrazione del patrimonio che aveva ottenuto dall’ex coniuge. Il quale doveva tenerci molto a rientrare in possesso della sua libertà, se la riscattava con il sacrificio di tutti quei beni al sole.

Negli anni seguenti, sulla base di mezzi discorsi di altri nostri clienti - che in ogni caso si fondavano su parole di chissà chi – avevamo potuto ricostruire la sua storia nei termini di una vicenda del tutto scontata: il marito, ricco di famiglia e molto abile nel mantenere ed accrescere quanto aveva ricevuto in eredità, ad un certo punto si era perso per una donna più giovane ed era andato a vivere con lei in un’altra città. La signora Cordoli aveva reagito senza drammi alla cosa – conoscendola, non avrei saputo immaginare altro – ma in cambio di un congedo benevolo si era fatta intestare parecchio. Lui, peraltro - sempre stando ai racconti di ennesima mano - non si era opposto affatto. “In ogni caso, ne aveva ancora.”, aggiungeva immancabilmente chi ci raccontava.

Da lei, mai una parola su se stessa. Perciò mi sorprendeva tanto il suo sbilanciarsi a favore di quella località poco conosciuta.

Ne avrei tenuto conto senz’altro, risposi, facendomi dare le indicazioni per raggiungere quel posto che conoscevo solo di nome. Mentre mi spiegava come arrivarci, lei aveva una piccola luce di guerra negli occhi stretti come capocchie di spillo, o forse quell’impressione era soltanto un prolungamento del mio stupore di poco prima.

In ogni caso, decisi poi di andarci davvero. Il paese aveva il vantaggio di non essere né troppo vicino alla mia città né ad una distanza scoraggiante. Vista la zona in cui era situato, immaginavo di trovare case di calce viva inerpicate su alture smaglianti di sole e specchiate nel blu del mare. E, infine, me lo aveva suggerito quella donna di quasi cinquant’anni – il codice fiscale rivela cose tanto intime quanto irrilevanti di una persona - che m’incuriosiva senza sembrarmi attraente. Insomma, Dirupo per quell’anno andava benissimo.

Nella prima settimana di agosto definii le scadenze più incombenti e spedii le altre nello sgabuzzino virtuale delle urgenze di settembre, assieme al proposito, mai rispettato, di non attendere l’ultimo momento per fare le cose.

Partii in auto un sabato pomeriggio: poca gente per la strada, il tramonto già in anticipo rispetto alla sua tabella di marcia dei giorni precedenti, e a disturbarmi l’idea molesta di non aver fatto con sufficiente cura il bagaglio ma pazienza, quello che mi mancava l’avrei senz’altro trovato una volta a destinazione.

Quando arrivai, però, mi accorsi che a dispetto del nome, con quel tanto d’impervio che lasciava intendere, il posto era assolutamente, irrimediabilmente in piano.

Accostai al bordo di una strada gialla di stoppie e di vecchi lampioni che in un tratto costeggiava la spiaggia per girare poi a destra, e scesi dall’auto per cercarmi una birra e un panino.

Per quello che potevo vedere, il punto più alto del paese era un grattacielo dalle finestre illuminate a scacchiera. Neanche il mare, dal canto suo, suggeriva abissi, casomai sembrava intagliato nel linoleum. I bar che si aprivano su quella strada di mezza campagna offrivano gelati sfusi, televisione, videogiochi, arredi appassiti e gente seduta ai tavolini che mi guardava senza interesse mentre gli passavo davanti.

Tutt’altro che incoraggiante.

Dicendo a me stesso che se volevo scoprire la magia di Dirupo forse era meglio fare affidamento sulla luce del giorno, ripresi l’auto per cercare il mio albergo, situato un po’ all’interno rispetto alla costa.

Dopo un paio di svolte ci arrivai. L’ingresso era illuminato, gessoso ed ampio. Una delle ragazze della reception prese i miei documenti e mi diede la chiave e le informazioni essenziali circa i miei diritti in fatto di orari e di parcheggio. Con tutta l’efficienza del caso.

La stanza, almeno la stanza avrebbe dovuto avere qualcosa di suo, pensavo entrandoci, e invece mi accolse un buco completo di tutto ma privo di un’identità precisa, che mi affrettai a rivitalizzare spargendo in disordine le mie cose.

Mentre cercavo di prendere sonno, steso nel mio letto al buio e con la finestra aperta, sentivo in lontananza il rumore ventilato e meccanico di una pompa o di un gigantesco aspiratore.

Dirupo. Mah…

La mattina dopo uscii ad esplorare il paese. La luce arida del giorno non influiva granché sull’impressione che ne avevo avuto la sera prima: non c’era proprio nulla di mirabile, niente capace di fissarsi nella memoria di chi ci fosse venuto tanto da fargli raccontare poi al ritorno “era un villaggetto così particolare, come doveva essere cento o duecento anni fa” oppure, al contrario “era tutto nuovo e ben organizzato, ma essenziale, giusto per un posto di mare”.

Dirupo invece non era compiutamente né l’una cosa né l’altra, pur mostrando nei suoi tratti di architettura plebea parecchi tentativi in entrambe le direzioni. Non un edificio che fosse in armonia con quelli contigui, oppure originale, o almeno capace di dire qualcosa su chi ci abitava o ci aveva abitato. Un paese con niente non dico di magico, ma nemmeno di bello. Bianca, questo sì: Dirupo era soprattutto bianca, e riverberante.

Mi misi a cercare le due o tre cose che avevo dimenticato di mettere in valigia. Il primo negozio che trovai non aveva riassortito la merce, perché la stagione era troppo avanti e di lì a poco avrebbe chiuso fino l’anno dopo; il secondo vendeva tutt’altro, anche se in teoria quello che cercavo lo avrebbe dovuto tenere; l’ultimo aveva solo formati sproporzionati e marche che non conoscevo.

Rassegnato a far senza mi infilai in un caffè, dove si era parcheggiata poca gente seduta ai tavoli con la stessa aria svogliata della sera prima, e quando ne uscii dopo aver preso una bibita mi resi conto di essermi spinto troppo lontano dal mio hotel e di non saper più trovare la strada del ritorno. Mi mancavano del tutto i punti di riferimento: case e condomini erano tutti ugualmente anonimi, con giardinetti pretenziosi ed angusti, e i negozi sembravano inaugurati il giorno prima, tanto erano privi di vita.

Allora con il telefono cercai un taxi: uno era fuori uso, e uno non si poteva raggiungere perché l’autista chissà dov’era, disse la voce atona che mi rispose. Non ce n’erano altri? Ma di quanti taxi c’era bisogno a Dirupo secondo me, chiese la voce, sempre senza metterci emozioni. Decisi di arrangiarmi, e dopo qualche giro a vuoto e tre vicoli ciechi mi raccapezzai.

Più camminavo per quelle strade neutre e polverose, meno riuscivo a farmi una ragione dell’attaccamento tenace che la mia, per altri versi incontentabile, cliente mi aveva rivelato, in quel pomeriggio di lavoro in comune. Ma tant’è: la signora Cordoli aveva aggiunto un’ulteriore dettaglio inspiegato alla trama del tutto ignota della sua vita.

E non era nemmeno da escludere – dato che le attribuivo da sempre una malcelata voglia di prendersi gioco del prossimo – che mi avesse spedito laggiù per vedere se ero tanto arrendevole da rimanerci nonostante tutto.

Nei giorni seguenti questa ipotesi mi convinceva sempre di più, man mano che familiarizzavo con le vie prive di lusinga del paese, e che intrecciavo i miei percorsi con quelli dei forzati della spiaggia, distrutti dal caldo e dal peso delle borse, in marcia avanti e indietro dai loro alloggi agli stabilimenti balneari.

Però un giorno, mentre vagavo in automobile alla ricerca di un’edicola aperta – anche gli orari erano imprevedibilmente flessibili a Dirupo, mi avevano spiegato all’albergo – la vidi di sfuggita, proprio lei, Cristiana Cordoli, con addosso un vestitino tanto inconsistente da sembrare un’impressione. Ci veniva sul serio, allora, non me l’aveva detto soltanto per imbrogliarmi. E non ci veniva certo per prendere il sole, dal momento che era chiara di pelle come in città. 

Rimasi ad osservarla dall’auto: camminava lungo un viale senza alberi che s’inoltrava verso l’interno, attenta a non inciampare nelle rughe irregolari scavate nella crosta del marciapiede. Contratta e frettolosa, sparì quasi subito dalla mia vista.

Ormai non ne potevo più neanche della spiaggia. Inizialmente mi ero rallegrato del fatto che gli ombrelloni fossero così distanti tra loro, che non si sentissero i rumori di quelli vicini, ma alla lunga perfino queste qualità erano sfociate nella sensazione di trovarsi in uno spazio senza  appigli. Seduto nella mia aiuola d’ombra, con l’unica compagnia del soffio incessante del vento e dell’andirivieni della risacca, un po’ alla volta mi dissanguavo di pensieri e di sensazioni, e mi restavano dentro solo parole connesse fra loro da un legame troppo sfuggente. Perciò decisi, l’indomani pomeriggio, di ritornare nel punto in cui avevo visto la signora Cordoli.

Era un incrocio di strade che sembravano disegnate da un ragazzino nella sabbia, bigie e perfettamente perpendicolari tra loro. La via che lei aveva preso finiva quasi subito in una distesa di campi trascurati, ma prima, sul lato destro, un recinto di assi di legno delimitava un parco pubblico con delle strutture di plastica colorata dietro il quale, come se fosse stato un fondale di teatro stinto dall’uso, si intravedeva la sagoma lunga di una vecchia casa ad un solo piano. C’erano panchine con gente seduta, e bambini che giocavano senza entusiasmo, anzi un po’ spenti di noia anche loro. E c’era una ragazza con tre cani al guinzaglio, che saltavano e stiracchiavano i lacci. Ad un certo punto lei li attirò a sé per slegarli e loro, una volta liberi, cominciarono a correre e a gettarsi uno addosso all’altro lungo i vialetti del parco.

Quelle bestie erano quanto di più vitale avessi visto da quand’ero arrivato a Dirupo.

La ragazza continuava a sorvegliarli a distanza, girandosi indietro di quando in quando per dire qualcosa ad un vecchio vestito con una giacca enorme per le sue spalle magre, smunto e distratto - suo padre, probabilmente - seduto sotto ad uno degli alberi.

Ero deluso: lì non c’era proprio nulla – un albergo, una bella casa, un monumento qualsiasi, dei negozi – che mi potesse spiegare la presenza di Cristiana Cordoli in quell’angolo di Dirupo, ancora più insignificante, se possibile, del resto del paese. O forse si era seduta su una panchina per fumare in pace come piaceva a lei, mi dissi guardandomi attorno: meglio lì che in uno dei bar sonnolenti del lungomare.

Ogni tanto qualche ragazzino cercava di giocare con i cani, ma gli animali preferivano rincorrersi tra di loro piuttosto, e ben presto i piccoli si dovevano ritirare, delusi.

Dopo un po’ la ragazza richiamò le sue bestie, richiuse i guinzagli, aiutò il vecchio a rialzarsi e si avviò con lui in direzione della casa che faceva da sfondo. Piano piano il parco si svuotava.

Ne sapevo meno di prima sulla presenza a Dirupo della signora Cordoli. Cominciavo ad avercela con lei per avermi spedito laggiù a cercare una magia che mi sembrava sempre più improbabile.

A dire la verità, cominciavo ad avercela con il mondo intero.

Ormai ero a Dirupo da più di una settimana: dopo una prima fase nella quale avevo pensato di potermi adattare senza troppo disagio alla mancanza di punti fermi, in quel posto, ora invece cominciavo ad avvertire una specie di irritazione priva di causa, e perciò tanto più persistente e stizzosa, come una tosse.

Se l’avessi incontrata, lei che mi aveva trascinato lì, le avrei fatto scontare quel tiro maligno, le fatto le rimostranze che si meritava, anche  se era una buona cliente.

Addirittura, occupai le giornate seguenti percorrendo in lungo e in largo le vie sempre uguali del lungomare, scrutando a destra e sinistra per cercare la sagoma asciutta di Cristiana Cordoli. Non me ne andavo da lì, e sarebbe stata invece la decisione più logica, solo nella speranza di vederla e di potermi sfogare con lei. In certi momenti ero perfino grato a quel paese insipido per avermi dato l’occasione di concepire un nemico, e una ragione di astio.

Uno degli ultimi giorni, infine, mentre camminavo senza più neanche uno scopo preciso, ma soltanto rimuginando sul perché e sul percome della mia furia, la incontrai. Quasi nello stesso punto in cui l’avevo vista da lontano la volta prima, chiara di pelle come allora, e vestita nello stesso modo disadorno.

“Ah.”, disse. “C’è venuto sul serio, alla fine.”.

Sembrava non lo avesse mai ritenuto possibile. E io mi sentii preso in giro più che mai.

“Mi aveva detto che è un luogo magico, e invece...” le dissi seccato, agitando attorno le mani per indicare il piattume della sabbia, e la sterilità dell’aria, e l’uniformità delle strade, e l’anonimato degli edifici.

Ma la mia rabbia era già svaporata e mi sentivo del tutto fuori posto, lì davanti a lei sul marciapiede, lustro di sudore e poco vestito com’ero. Quasi fossi stato catapultato in città, e di colpo fossi ritornato a dover essere il suo affidabile, distaccato punto di riferimento professionale.

Anche lei probabilmente pensava qualcosa di simile, perché mi guardò dritto in faccia e rimase a fissarmi per un po’.

“Ho un appuntamento e non posso tardare.” disse infine “Potrebbe accompagnarmi?”.

Ci avviammo lungo la strada che portava al parco giochi e al limitare dei campi. Anche se camminava senza esitazioni, per me che la conoscevo da tempo era evidente il suo essere in allarme, ma anche rassegnata, e più triste del solito.

Sembrava che nel giardino non fosse cambiato niente dall’ultima volta che l’avevo visto: stessa gente, stessi bambini, stessa aria di stanchezza. E c’erano ancora la ragazza con i cani – di più stavolta, ne contai cinque – e il vecchio seduto sulla panchina vicino all’albero.

“Mi aspetti qui.” disse indicandomi l’ingresso. Poi fece un gesto di saluto alla ragazza e quella si avvicinò senza fretta, seguita dalla figura esitante dell’uomo.

Cristiana Cordoli le porse una busta bianca, lei la prese, disse qualcosa e si allontanò. Rimasero in piedi l’uno di fronte all’altro, la signora Cordoli e il vecchio, senza parlare, ma quasi subito lui si girò su sé stesso e ritornò al suo posto, come la prima volta che l’avevo veduto. La ragazza allora richiamò i cani, andò a prendere l’uomo per un braccio e si avviò con lui verso la casa ad un piano.

“Ha già capito?” mi chiese quando fu ritornata dov’ero rimasto ad aspettarla.

“Forse.” risposi. Però non mi sembrava che ascoltasse.

“Eravamo sposati da quindici anni. A Fausto arrivò per un’eredità quella villa laggiù, vede?” mi indicò l’edificio, verso la cui facciata piatta e scrostata avanzavano le figure dell’uomo, della ragazza e dei cani.

“Lui non ci voleva venire, se la ricordava male da quando ci aveva passato un paio di stagioni, da ragazzo. Io invece ho insistito, sapevo che era stata trascurata per tanto tempo e non volevo lasciarla andar giù senza nemmeno vederla. Alla fine mi ha accontentata.”.

Mentre ci incamminavamo in direzione del mare estrasse dalla borsa il pacchetto di quei suoi sigari sottili.

“Non ho mai saputo di preciso che cosa sia successo. Dopo un mese che abitavamo qui Fausto non voleva più tornare a casa. Ma non perché ci stesse bene, anzi. Era inquieto, sempre. Assente. Non come adesso” fece un gesto verso la figura secca e curva, ormai lontana alle nostre spalle “ma quasi. Devo capire, mi diceva, lasciami a Dirupo e vai in città se non ne puoi più. Alla fine l’ho convinto a rientrare con me, però non è bastato. Era come se avesse lasciato la testa qui. Ci tornò ogni fine settimana, da solo, per mesi e mesi, e al ritorno non parlava. Una domenica sera non rincasò per niente, e neanche il giorno dopo. Venni a cercarlo nella casa con i suoi fratelli. Una scena che… non mangiava da tre giorni, non aveva mai aperto una finestra, e aveva dormito senza spogliarsi, se aveva dormito, poi. Era sempre stato male a Dirupo, mi dissero allora i suoi parenti, ogni volta questo posto sembrava risucchiarselo. Mi dissero anche che da parecchio tempo neppure sul lavoro, assieme a loro, era più lo stesso: si dimenticava le scadenze, aveva perso soldi, contatti, credibilità. ”

Si fermò per accendere il sigaro e tirò una boccata così forte da farne quasi divampare l’estremità opposta.

“Lo abbiamo portato da non so quanti specialisti. Fosse servito a qualcosa...” Scosse la testa, persa a guardare nell’asfalto della strada.

“Allora la famiglia ha deciso che per limitare le perdite avrei dovuto prendere io in gestione le proprietà di Fausto. Il divorzio era la strada più veloce, tanto per evitare la vergogna di farlo interdire. Lui non si oppose per niente, firmò tutto quello che volevamo fargli firmare, l’unica cosa che gli importava era restare qui. Devo capire, mi diceva ancora, povero, anche se ormai non capiva neanche più che giorno era. A me invece importava soprattutto che lui non finisse come una bestia fra le stoppie di questo schifo di posto.”

Un’altra boccata frettolosa, poi guardò l’orologio di acciaio smaltato che portava al polso - “Andiamo, vuole?” – e riprese a camminare.

“Per fortuna c’è Lucia, la ragazza che bada ai cani degli altri. Non fa domande. E’ buona. Ci è perfino grata perché le abbiamo concesso di abitare in quella casa maledetta. Mi fido di lei, e i soldi per Fausto potrei anche spedirglieli, ma preferisco venire qui, anche se lui non mi riconosce più.”

Per un po’ stette zitta, sembrava indecisa se raccontarmi ancora oppure no. Forse era soltanto la suggestione delle sue parole, ma mi sembrava che anche le persone che incontravamo, e che ci passavano accanto sfiorandoci senza interesse, fossero tutte altrettanto accanite ad inseguire una loro idea senza nome.

“Penso sia stata la famiglia di Fausto a spargere in giro la voce che lui mi aveva lasciato per un’altra.” continuò infine “Era la versione più facile da far credere, e comunque si poteva dire qualsiasi cosa, nessuno di quelli che lo frequentavano una volta lo riconoscerebbe se lo incontrasse qui, è molto cambiato, le faccio vedere.”

Si arrestò di botto per estrarre il portafoglio e cercare qualcosa tra le carte stipate in una delle taschine laterali, poi con un gesto di stizza - “Non importa, non serve a niente.” - lo chiuse, lo ricacciò in borsa, e riprese la strada.

“Le avevo detto che Dirupo è un luogo fatato e lei ha capito che le stavo indicando un posto bellissimo, ma non era quello che intendevo io. Qui è tutto così asfittico che ci si può vedere solo quello che si ha dentro, tanto per dargli una qualsiasi sostanza. E chi lo sa che cosa aveva dentro Fausto…”

La sua faccia adesso era tutt’altra cosa dalla piccola luce di guerra che le avevo visto negli occhi quando mi aveva suggerito di venire a Dirupo.

“Non dica niente a nessuno, per favore.” finì per chiedermi in un soffio.

Eravamo sulla via più larga che costeggiava il mare e camminavamo affiancati in silenzio.

“La saluto. “ disse ad un tratto, fermandosi e stendendomi la mano, quando arrivammo all’incrocio con una via ampia che portava alla parte più vecchia del paese. Sforzato o meno, il suo tono di voce era quasi il solito.

”Vado alla stazione perché tra poco il mio treno parte.”.

“Potrei riaccompagnarla in auto. Giusto il tempo di prendere le mie cose e di pagare il conto dell’albergo. Per lei sarebbe più comodo e io sono stufo di stare qui. ”

Ero sopravvissuto a Dirupo e al suo vuoto, con qualche ammaccatura d’irritazione ma tutto sommato integro, e avevo capito. Mi bastava.

“Preferisco di no, grazie. Sarei potuta venire anche con la mia macchina, però quando riemergo da questo viaggio è sempre un po’ come per i subacquei, che devono tornare su piano, altrimenti gli fa male. Io ho bisogno del treno, che non è né qui né lì, per ritrovarmi. ”

Gettò a terra il tronchetto di sigaro profumato e mi sorrise senza simpatia.

“Non dica niente a nessuno. Ci conto. Arrivederci. ”

Era ritornata ad essere la Cristiana Cordoli che conoscevo, che decideva per sé e per gli altri serenamente e senza appello. E senza far vedere quanto le costava mostrarsi a tutti in quel modo, soprattutto.

Rimasi a guardarla mentre si allontanava sotto il sole annichilente, con l’andatura determinata di sempre.

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