da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Spleen di Ernesto Chiabotto - 2005

L’ho dato il maledetto esame, finalmente!

Me ne sono liberato, un macigno di mesi finalmente trasformato in un numero e una firma sul libretto. Tutto sommato, neanche un brutto numero: ventisei.

Non ne potevo davvero più, giuro.

E meno male che di esami del genere non ce ne saranno più tanti, diciamo che ormai posso considerarmi in discesa.

Dovrei essere felice, invece…

Cioè, lo sono, ci mancherebbe, ma non abbastanza, come sarebbe giusto, come dovrebbe essere quando si è nel “dopo esame” e se ne parla tra amici. Già, invece…

Mi sa che ci risiamo.

Dovrei esserci abituato, visto che mi capita tutte le volte dopo un esame o appena mi sono tolto un peso dallo stomaco. Sono… come dire… non triste, questo no, piuttosto… malinconico, ecco.

Mi sento come se, ora che, almeno per un po’, ho del tempo libero, non sapessi che farne e avessi disagio nell’iniziare qualcosa, qualsiasi cosa.

Sono in quello stato d’animo che io, per semplificare, chiamo Spleen, che fa anche un figurone quando, cercando di spiegare cos’è, richiamo i miei studi di letteratura francese del liceo.

Sono in pochi a ricordarselo, quasi tutte ragazze, ma questo non è un fatto negativo, anzi, un ottimo argomento per rendersi più interessanti e hai visto mai…

Con Silvia era cominciato proprio così, per esempio.

Mia madre, che invece non ha mai capito bene, tutte le volte, prova a risolvere a modo suo questa questione e mi ha già minacciato di prepararmi la “pasta al forno” per domani.

La mamma ha uno strano modo di interpretare i miei stati d’animo, anzi praticamente in un solo modo: mangio troppo poco.

A me non sembra, visto che sfioro il quintale, ma ai miei tentativi di controbattere si sono finora scontrati con la sua ferma convinzione che sia troppo magro e che, se uno è magro, non può essere altro che triste, altro che esami o letteratura.

“Guarda quel Fassino, quello dei comunisti” mi dice “Come fa uno così patito a stare bene, quello neanche mangia, te lo dico io, è per quello che Berlusconi vince sempre”.

La visione politica di mia madre è un po’ semplificata, lo so. In più io ho questo peso, tutt’altro che leggero, anche quando son felice come una Pasqua, ma ormai lei è partita e non la fermo più.

Così me ne sto in camera mia, cerco di mettere un po’in ordine, ascolto un po’ di musica e in genere, in questi periodi, anche per la musica, le scelte sono in linea con l’umore, un pochino malinconiche: Pink floid, Cold Play, e se proprio voglio farmi del male metto su un cd dei Tiromancino, che proprio allegroni non sono e in più capisco cosa dicono.

Ma, tutto sommato, è quello che voglio, una colonna sonora degna del mio stato d’animo, mica potrei stare triste in santa pace ballando con i Blues Brothers!

La gente non lo capisce.

Quando telefono a qualcuno per parlare un po’ e gli dico come sto, non ce n’è uno che mi dice quello che mi serve, vabbè capita, è capitato anche a me, ti capisco, dai parliamo un po’.

No no. O non comprendono proprio o vogliono guarirmi, come avessi l’influenza.

Proviamo?

Chiamo Roby, mio compagno di liceo e ora all’università con me, uno tutto d’un pezzo, so già come andrà a finire:

- Ciao Roby, come va?

- Nella melma, caro, un casino di pagine da studiare e stasera ho anche la partita di basket che se non ci vado l’allenatore mi pela vivo.

- Ah, vabbè niente, volevo parlare un po’. Ho lo Spleen…

- Ah… (breve silenzio). E che è? Ieri stavi bene, avrai preso freddo. Pigliati un’Aspirina.

- Guarda che non centra un piffero, è uno stato d’animo che…

- Senti Marco, stai sereno che l’esame tu l’hai dato. Cosa dovrei dire io che sono indietro da morire?

Dovrei averla io quella roba, ma non ho manco il tempo di andare a pisciare, altroché.

- Ok, va bene, ci sentiamo, eh? Ciao.

- Ecco bravo, ti chiamo io eh? Ciao, ciao.

Come volevasi dimostrare.

Potrei chiamare Silvia, ma è sotto esami anche lei. È venuta ieri, giusto per farmi coraggio e poi rintanarsi di nuovo tra i suoi libri e i suoi appunti. Era con Laura, accidenti, non abbiamo neanche potuto stare soli un momento, io e lei.

Può darsi che anche questo abbia contribuito a farmi venire lo Spleen, voglio dire il fatto che non me la dia da due settimane piene, mica pochi giorni.

Silvia è così, sotto esame è come se fosse sotto mestruazioni, le scende la libido sotto i tacchi e riesco a malapena a baciarla, non si lascia avvicinare e vede la sua cara amica Laura più di me.

Una volta, scherzando, le ho detto che formavano proprio una bella coppietta lesbo. Non l’avessi mai fatto! Mi ha tirato un ceffone che se mi prendeva bene, mi rimanevano le dita stampate in faccia. In più la battuta mi è costata un mese di astinenza e una cifra in regali, per farmi perdonare.

Così ora la lascio in pace, ci sentiremo giusto per uscire sabato sera, un cinema o una pizza con gli altri, poi a nanna presto, ormai la conosco.

Paolo, un altro mio amico mi prende in giro perché, dice, “quando lei ti tiene a stecco, indossi il saio e fai il monaco”, che è un modo elegante per dire che sono scemo a non farle le corna.

Ma che ci posso fare? Sono fedele in “modo patologico”, sempre parole di Paolo e fare l’imbecille a tempo determinato con qualche ragazzetta proprio non mi interessa.

E poi ora ho tutt’altri pensieri. Ho lo Spleen…

Beh a dire il vero, una volta, visto che una che mi piaceva mi aveva chiesto cosa voleva dire ho provato a spiegare, con risultati che… Bah, giudicate voi…

- Cos’ ho? Beh, non è facile dirlo, sai, è un po’ di malinconia, non proprio tristezza, no… Vedi tutto un po’ nero, un po’, come quando sei lì lì per piangere e non ne sai il motivo, capisci?

- Veramente no. Piangi se hai qualcosa, un esame bucato, ti sei lasciata con qualcuno, non ti vengono giuste in tempo, ma così senza motivo…

- Beh, si, questi sono buoni motivi, certo… Ma io dicevo di qualcosa di più sfumato, sensazioni, stati d’animo indefiniti, una nebbia che ti avvolge e ti confonde, senti qualcosa che ti opprime…

- Ah… forse ho capito. Quando non stai bene, non sai cosa fare, ti senti una mano alla gola che stringe e non mangi più niente. Si, si, mi è capitato l’altr’anno che preparavo la “Matura”, non avevo studiato un cazzo e non sapevo come fare a far tutto in un mese.

- Beh, no, cioè si, in parte, ma vedi, forse quella è più fifa che altro… comunque ci sei quasi… Aiutino: mai sentito parlare di un certo Baudelaire?

- Veramente no. Sai io ascolto Eminem, Marilyn Manson, gente così… questo non l’ho mai sentito. E poi i gruppi francesi mi stanno sul culo, guarda, in un modo! Comunque un po’ ho capito cosa vuoi dire, dai, non è poi così strano…

Seh… Avrei voluto dirle che non aveva capito un tubo, che anzi, visto il livello d’intelligenza, ero stupito che la “Matura” l’avesse passata indenne e avrei dovuto aggiungere che di oche come lei ne avevo trovate poche, ma non lo feci. Per tre motivi.

Uno, perché sono in fondo un buono e quando ho lo Spleen, lo sono ancora di più.

Due, perché, allora, ero libero, lei aveva due bellissimi occhi verdi, mani delicate ma soprattutto carrozzava una quinta abbondante di reggiseno, avendo tutta l’aria di poterselo togliere senza tanti problemi.

Tre, perché togliere il reggiseno ad una così, insieme a tutto il resto, cosa che capitò, è un ottimo sistema per uscire da quello stato d’animo e, devo dire, in quell’occasione, ne uscii molto volentieri.

Forse non ci capimmo molto sull’argomento Spleen, ma per due settimane, trovammo il modo d’intenderci su un altro, molto soddisfacente, piano.

L’uomo è un animale adattabile, in fondo, diciamolo.

Ma tornando al giorno d’oggi, ora sono fidanzato, al momento in bianco, ma fidanzato.

Mia madre vuol farmi mangiare di tutto e fin che sto in casa, ogni dieci minuti lei arriva con qualcosa e son discussioni.

Potrei ancora sentire qualcuno, ma non ne ho voglia.

Insomma: devo uscire. Userò la scusa di portare Black a fare una corsa e me ne andrò per i boschi tutto da solo, così mi potrò godere il mio Spleen in santa pace.

Oddio, proprio in santa pace, con Black non si può stare, ma insomma, è meglio che stare qui.

Black, dimenticavo, è il nostro cane, anzi, in teoria il cane di mia sorella. È un vivacissimo Labrador di due anni e ha l’argento vivo addosso.

È, come tutti i Labrador, color crema, nel suo caso piuttosto chiara, ma si chiama Black perché il cane di mio padre si chiamava così, quando lui era piccolo e “allora il cane si chiamerà Black”.

Il fatto che in inglese significhi “nero” e quello di nero ha solo la punta del naso non è un problema suo, cioè di mio padre, “tanto è un nome da cane, mica da cristiano”.

La mia cara sorellina l’ha voluto per i suoi diciotto anni, poi l’ha lasciato in gestione perenne ai miei e a me, ora lo chiama il “suo cucciolo”, gli carezza la testa e poi esce gridando dalla porta “Marcooo, forse il cane deve scendere, puoi pensarci tu, stavolta che sono in ritardo? Grazie, ciao”. Tra la “a” e la “o”, in genere la porta sbatte e Black comincia a guardarmi fisso, come a dire “senza forse, caro. Scendiamo?”.

E ora che ho il guinzaglio in mano, Black è già in agitazione, non potrei più deluderlo.

- Mamma, io esco. Prendo le chiavi della macchina, torno per cena – dico.

- Hai preso la merenda? Se aspetti un attimo ti faccio un panino e..

- No, mamma, grazie non ho f… - sto per tradirmi, ma mi riprendo – cioè, ho già mangiato in camera mia e poi mi prendo una cioccolata più tardi. Tranquilla, non morirò di fame. Ci vediamo per le sette. Ciao.

E sono fuori.

Dove andare, ora lo so. Ci sono dei bei boschi non troppo distanti da Torino, verso la collina di Giaveno e so anche dove lasciare la macchina.

Il cane correrà dietro ai suoi odori, lo potrò lasciare libero e io con un paio d’ore a disposizione, un buon walkman e la musica adatta, potrò crogiolarmi nel mio Spleen, avere tutti i pensieri malinconici che voglio, in santa pace e se mi verrà pure da piangere, lo potrò fare senza che mi debba giustificare con nessuno. Oh, là!

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