da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il segreto di Rodolfo Antoniono - 2005

– Vai Shamy! Via via via!!! – sibila Osvaldo mentre attacco la seconda curva. E’ sempre così da quando ho iniziato con lui.

Gli altri allenatori ti aspettano al traguardo, con facce mutevoli a seconda dell’ordine d’arrivo. Lui no.

Lui si piazza in fondo al primo rettilineo perché – sostiene – quello è il cuore della gara.

– Se azzanni bene la seconda curva – azzanni dice proprio così – il più é fatto.

E poi, come d’incanto, lo ritrovo all’arrivo. Neppure un po’ sudato. Solo, invariabilmente, incazzato. Sempre. Anche se ho vinto.

Ma io non mi preoccupo più: lo conosco  bene e so distinguere tra incazzatura e incazzatura.  Se so di aver corso bene gli faccio un sorriso. Lui cerca di fare il burbero ma non riesce.

Voglio bene a Osvaldo. Davvero. A volte penso sia un peccato che  lui abbia cinquant’anni, quasi trenta più di me…

Dopo, con calma, analizziamo la gara. Metro per metro. Il passo, la respirazione, la postura del busto, il movimento della braccia… é incredibile quanti dettagli ci sono in una corsa di quattrocento metri.

Alcuni la chiamano “il giro della morte”: e veramente, quando ti abbatti sul traguardo, ti senti un po’ morire. Comunque sia andata.

Ma io ho un segreto.

Nessuno lo conosce. Neppure Osvaldo.

Anche se ultimamente qualcosa ha cominciato a insospettirlo.

– Come cacchio fai ad avere questa accelerazione massacrante negli ultimi cinquanta metri? Non puoi cercare di distribuire meglio lo sforzo? – mi ha chiesto qualche settimana fa al termine di una gara particolarmente tirata.

L’ho guardato con un’aria stupita, come di chi non capisce la domanda.

– Osvaldo! Non è mica un difetto lo spunto finale.

Ha scosso la testa. – No. Non intendevo questo. E’ che…c’è qualcosa che non capisco… 

Ho lasciato cadere il discorso.

Perché non gliene parlo? Non mi fido di lui?

No. Non è questo. In realtà ho una paura sola: che, una volta rivelato, il mio segreto non funzioni più. E allora me lo tengo tutto per me, almeno per il momento.

Un segreto è un segreto.

– Shamira! Se ti impegnassi a studiare come fai ginnastica, saresti la prima della classe!

Ricordo bene quando a sette, otto anni suor Martina, l’insegnante del collegio Madonna di Fatima (…meglio chiamarlo col suo nome vero: orfanotrofio) mi cazziava (anzi rimproverava… le suore non cazziano). Ma c’era poco da fare: con i libri ho sempre avuto scarsa confidenza.

In compenso sono sempre stata la più brava a correre.

Se n’erano accorti quando a undici anni avevo vinto i giochi della gioventù. Un signore di una certa età (sarà stato sulla trentina ma a me allora sembrava vecchio) a fine gara mi aveva chiesto chi ero e da dove venivo. Poi aveva voluto parlare con suor Angelica che ci aveva accompagnate al campo di gara.

Di lì è iniziato tutto…

E’ cambiato tutto.

Tra due settimane la gara della vita:  quella per la quale mi sto preparando da oltre un anno. Se vinco realizzerò un sogno: partecipare alle olimpiadi.

Quattro anni fa c’erano stati favoritismi e giochi di potere, che avevano creato un casino di polemiche su chi sarebbe andato alle olimpiadi. Così hanno deciso di fare un trial come negli Stati Uniti: chi vince partecipa, chi perde è fuori.

Senza discussioni.

Osvaldo non sta nella pelle. Misura con passi ansiosi lo spogliatoio: sembra un padre stagionato fuori dalla sala parto.

Io sono tranquilla: abbiamo fatto tutto a puntino, meticolosamente. Non abbiamo trascurato proprio nulla. Non sarà facile, ma ho fiducia.

E poi ho sempre il mio asso nella manica.

Ci avviamo alla partenza. A me è toccata la seconda corsia. In quarta la Cavili, la più forte delle  avversarie. Meglio averla davanti: sarà un punto di riferimento.

Osvaldo mi dà la solita strizzata alla spalla destra: ormai è un rito obbligatorio e guai a dimenticarsene. Una volta è successo: ho fatto invasione di corsia e sono stata squalificata. Un caso?

Conosco bene le avversarie. Con qualcuna  siamo quasi amiche, ma in questi momenti si respira tra noi una sorta di imbarazzo. Evitiamo di guardarci in faccia. Tra pochi secondi saremo una contro l’altra, agguerrite, pronte ad accapigliarci anche se separate sulla pista dall’invisibile paratia che divide le corsie.

La partenza è buona.

Abbiamo provato molto, in allenamento, la prima curva. E’ il mio punto debole. A volte, cercando di strafare, ho sbandato perdendo l’assetto e mi sono deconcentrata compromettendo tutto.

Sto andando bene.

Attacco il primo rettilineo. Il passo è sciolto, il respiro regolare. La Cavili, in quarta corsia, è in vantaggio. La riagguanterò più avanti. L’importante è non farsi prendere dalla foga.

Nel silenzio irreale la voce di Osvaldo.

– Vai Shamy! Via via via!!!

Attacco la seconda curva. Comincio a sentire  il fiato ma il passo regge ancora. La Cavili e la Benzi però allungano. Attenta a non  forzare che poi crolli. Continua così. E a metà curva il solito dubbio: lui ci sarà? Fino adesso non è mai mancato ma… se all’improvviso…?

Mi affaccio alla dirittura finale.

Si c’è. C’è anche questa volta.

Sono di nuovo una bambina di tre anni.

Sono in una carrozza della metropolitana. Il mio papà sta suonando un vecchio violino. Come suona bene papà!  E io con un bicchiere di carta mi avvicino ai passeggeri. Qualcuno sbuffa, qualcuno fa finta di niente, qualcuno lascia cadere una moneta indifferente nel bicchiere. E intanto papà suona. Come suona bene papà!

Ma attenzione: la metropolitana sta rallentando, papà mi prende per mano. Dobbiamo uscire subito e correre, correre a prendere la carrozza successiva.

Correre in mezzo alle persone che spingono, tra colpi d’ombrello e di ventiquattrore.

Correre, perché se la porta si richiude rimaniamo fermi e dobbiamo aspettare il prossimo treno. La mano forte di papà mi trascina di peso. Davanti a me, sulla linea del traguardo, una carrozza della metropolitana in partenza.

– Corri Shamy! Corri che le porte stanno chiudendo!

E io volo.

Avranno un bello sfiancarsi la Cavili e la Benzi.  E tutte le altre ancora più indietro.

Questa zingarella dalla pelle olivastra e dal nome esotico non lascerà partire questo treno senza di lei. C’è qui con lei, ancora una volta, il suo papà: ci sono altre musiche da suonare… altre monete da raccogliere…

Osvaldo sembra invecchiato di dieci anni.

Per la prima volta da quando mi allena é un lago di sudore e non é arrabbiato. Solo stupefatto.

– Ma come cazz?!?…eri moribonda e negli ultimi cinquanta metri sei andata via…sembrava che non toccassi terra!?!

Io, disfatta, riesco ad abbozzargli un sorriso.

Dovrà tenersi la sua curiosità, almeno per ora.

Un segreto è un segreto.

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