da   Ass. Il Racconto Ritrovato

1948 di Marco Diporto - 2004

Cesare ha in tasca una mela e un po’ di paura, come un rumore di fondo. Da quando è nato sono successe tante cose: Roma è una città sventrata, lui è un bambino ebreo nato con le leggi razziali e cresciuto con i bombardamenti, terzo di sei figli vissuti sotto i ponti nel tentativo disperato e istintivo di salvarsi la vita dai tedeschi, dagli italiani, dalla fame e dalla guerra. Cesare è nato in un momento folle, e questa follia se la porta dentro come un’immagine profonda e indelebile, parte integrante della sua vita, un’immagine così potente, in grado di far crescere chiunque con la sensazione che la vita consista nel sentirsi un animale braccato dal destino.

Cesare è un ragazzino, fra poco sarà uomo: ha tredici anni. L’adolescenza è il privilegio dei bambini fortunati. Lui già rincorre le sottane, fuma sigarette, a undici ha iniziato a lavorare, vende stracci, carabattole, quel che capita, battendo le strade di Roma palmo a palmo da mattina a sera, da solo o in compagnia di qualche altro piccolo sopravvissuto alla deportazione e al 16 ottobre 1943.

Ricorda quel giorno. Lo ricorda bene perché aveva pensato di morire, invece un fascista gli salvò la vita. Abitavano al rione Trastevere, dall’altra parte del fiume rispetto al ghetto, ma non abbastanza lontani da non essere calcolati nelle liste consegnate dal comune ai nazisti. Quando i soldati vennero a rastrellare il ghetto, chiudendo via Arenula, via della Reginella e piazza Cinque Scole in una morsa di camionette crudeli e disperate, la sua famiglia era scappata in fretta e furia senza di lui, che si trovava a giocare in un cortile a cinquanta metri da casa senza capire un accidente di quel che succedeva. Aveva solo otto anni.

La madre lo cercava, ma lui non c’era. Il palazzo si era svuotato, i tedeschi erano a un passo, si sentiva l’aria silenziosa irreale che precede un acquazzone o un massacro. Erano scappati per non morire tutti. Giuditta e cinque bambini. Esther di sei mesi attaccata al petto. Cesare non si trovava. Il poliziotto fascista lo vede, lo fa salire e gli infila un grembiule da terza elementare, spacciandolo per suo figlio. Cesare, che a scuola non c’è mai andato, annuisce e solleva con disinvoltura la cartella con i quaderni e le matite dei bambini che a scuola ci andavano. Si accorge di essere convincente e sussurra anche un “sì, papà.”

Cesare si rende conto di aver superato una prova difficile. Si rende conto di aver le carte in regola per farcela. Sa che ne avrà bisogno.

E’ esattamente questo il senso dell’infanzia di un bambino che cresce in guerra: una sensazione continua di precarietà, e una familiarità del tutto particolare, quasi animalesca, con la paura. Milioni di bambini nel mondo imbracciano il fucile intonando i canti violenti degli adulti, e sono tanti piccoli Cesare accompagnati dalla sensazione che la vita sia una faccenda feroce e complicata.  Il cambiamento interiore che si produce in chi ha vissuto un’ infanzia a contatto con la morte è stupefacente e misterioso: stimola gli istinti primari, una sanissima voglia di vivere, come in un malato che se l’è vista brutta ma poi guarisce. Un bambino sopravvissuto alla guerra vivrà per sempre a fior di pelle.

Nel 1948 Cesare vive alla giornata, approfitta della pace, una cosa meravigliosa che non ha mai conosciuto, a meno di non contare quando era proprio piccolissimo, ma già comunque l’Italia si lanciava in imprese forzute e muscolari, senza armi, senza soldi e senza scarpe. C’è in più che nel 1948 essere ebreo non è più una cosa brutta e repellente; un passo avanti notevole per uno che fa di cognome Piperno.

La famiglia si è finalmente riunita nella vecchia casa a Trastevere, due stanze in otto. Al mattino presto ognuno scende gli scalini di marmo alti alti delle case malandate e tenta di rimediare la giornata. Il padre Angelino è il capofamiglia e mantiene Giuditta e i figli come può; la più piccola ha ancora solo cinque anni. In quei giorni Angelino è contento perché pare si riesca a fare qualche affare con i turisti: dopotutto l’Italia rimane sempre un paese bellissimo, meta di turisti che arrivano da tutto il mondo, e in particolare dall’amata America salvatrice. Si può andare a San Pietro o al Colosseo e vendere qualche rosario o cartolina, tirando sul prezzo se il turista ha la faccia da scemo.

Un giorno d’estate Cesare si sveglia presto, va a piazza giudìa e fa colazione con poche lire di pizza ripiena. Mentre mangia gli viene in mente che la sua vita in pochi anni è cambiata; migliorata. Durante la guerra era solo un bambinetto, ora è un ragazzino sveglio, sano. L’antica paura è solo un rumore di fondo, se non risvegliata potrebbe anche rimanere così; passare inosservata. Prende il carretto degli stracci e inizia a girare per le vie del centro. C’è sempre qualcosa di interessante nelle giornate estive, la calura porta una certa rilassatezza, quel pizzicore che ti fa fischiettare sereno, certi profumi. Decide così di far visita al padre, a San Pietro, sulla piazza: non che abbiano un gran rapporto, Angelino è uno di poche parole, e con i figli non ci parla; la prole delle famiglie povere è destinata a questa incomunicabilità, l’indigenza mette in secondo piano i rapporti familiari: ognuno per sé, che i figli se la cavino da soli. Però Cesare inizia a crescere, e sente una voglia spontanea di parlare col padre, vedere il padre, stare col padre. Prende il carretto e gli stracci, percorre il lungotevere alle dieci del mattino, mentre Roma è un viavai scomposto, come in un film neorealista.

Una volta sulla piazza, si guarda intorno: ci sono dei turisti accaldati, pochi, in piccoli gruppi. Un prete vestito di sajo gli passa accanto, in mano un libro. Cesare lo guarda con una certa ostilità, maturata nei confronti del clero e di tutti i cristiani in generale: gli ebrei non si fidano, come potrebbero? Lo sanno tutti che il Vaticano non ha fatto un bel niente, per loro. La carità è stata lasciata alla singola iniziativa delle parrocchie, ma il Papa era sceso a patti con Mussolini, e non aveva fiatato quando nel ‘38 il Duce aveva seguito le orme di Hitler, forse senza crederci fino in fondo, accettando un compromesso che è una macchia grossa come una casa in un ventennio già sporco di suo. Gli ebrei sono diffidenti. Gli ebrei giunti fin qui sono gli eredi, i sopravvissuti a una poderosa e secolare selezione naturale, che ha falcidiato i disattenti, i deboli, i meno scaltri. Gli ebrei di oggi sono i figli di gente straordinaria, che ha saputo sopravvivere a tutto, anche a Hitler.

In questo suo essere ebreo, Cesare avverte il fattore dominante della sua giovane coscienza di sé, ma per difetto: come lo storpio che si sente diverso perché gli manca una gamba. Essere ebreo, a quanto pare, non ti porta che problemi. E neanche puoi mangiare il maiale, che a quanto pare è buonissimo.

“Essere ebrei è una sfortuna”, pensa Cesare, mentre trascina se stesso e il carretto di stracci sulla piazza San Pietro. Ed è li che lo vede. Il padre parla con un amico e una donna dai capelli neri, scura di carnagione. Angelino ride, la donna anche. Cesare evita di farsi vedere, si nasconde dietro una colonna del porticato e li osserva, finchè suo padre e la donna non si allontanano. A questo punto Cesare crede che dovrebbe farsi gli affari suoi; pensa che se il padre lo vede, sono guai. Come minimo gliele dà di santa ragione. Ma ha necessità di sapere. Dio, se vuole sapere.

Sa cos’è un amante, sa cos’è il sesso. Due mesi prima è stato da una puttana a via del Governo Vecchio, una donna di quarant’anni con le tette grosse. Cesare è un uomo. O quasi.

Segue il padre e la donna, su per le vie di Borgo Pio, nei vicoli intorno al Vaticano. Il padre e la donna entrano in un portone. Sono le undici e mezzo, il sole è alto, la canicola si fa sentire. Ti verrebbe voglia di spogliarti, con tutto quel caldo. Cesare aspetta qualche minuto, nel mentre si asciuga il sudore con uno straccio bianco dei suoi.Vede una fontanella a poche decine di metri, la raggiunge e ficca la testa sotto l’acqua fresca; beve fino a dissetarsi. Poi torna al portone. Entra.

Il cortile è deserto. Solo una vecchia che, alla finestra, toglie via i panni secchi dai raggi del sole. Si addentra nell’androne; scala A, scala B, scala C. Entra nella scala C. La penombra sa di muffa e acqua corrente, le ringhiere in ferro battuto sono piene di ruggine: la scala va su ai piani e giù, nelle cantine. Scende, come se sapesse alla perfezione le mosse da fare per andare a scopare con qualcuna senza pagare una camera d’albergo. Ci sono dei rumori. Scende lentamente. Sente ansimare. In fondo alla scala, giù in fondo. C’è un piccolo pianerottolo, da cui proviene luce. Cesare è impietrito: sa benissimo a cosa sta per assistere. Lo sa benissimo. Affacciandosi dalla ringhiera di ferro nero, li vede. Una lampadina nuda illumina la scena.

Caccia un urlo.

Sale di corsa.

Esce in cortile. Esce in strada. Il suo carretto è ancora lì, sotto il sole.

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