da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Una chiave per fuggire di Mara David - 2004

Sono le quindici, fa caldo, è uno splendido pomeriggio d’aprile ed io mi ritrovo in abito nero a mezze maniche, con calze, scarpe nere e in testa un velo, ricamato a mano sui bordi. Avete capito…una giornata così bella ed io inconsolabile vedova a seguire, sorretta da due cugine, Ernestina e Alida, il mio amato congiunto. Ho uno svenimento. “Forse è il caldo”- commentano le mie parenti che mi tengono sottobraccio. “No”- spiego io alzando il velo che mi copre anche gli occhi e mostrando le lacrime che mi stanno rovinando il leggero trucco. “E’ dolore…non mi reggo per le fitte che ho in cuore, capite?” Ernestina e Anita mi guardano, annuiscono col capo e mi stringono il braccio con maggior forza, come per dire: “Coraggio…coraggio.” Guardandomi ( il nero mi ha sempre donato dato che sono bionda alta e snella), ci si potrebbe fare una errava idea sul mio conto, si potrebbe credere che sia una donna civettuola e vanesia…Nulla di più errato, ve lo garantisco! Mi sono comprata un abitino attillato con scarpe di vernice  per questa triste occasione poiché mio marito ha sempre detestato le mogli ‘tipicamente casalinghe ’. Quelle donne, per dirla in poche parole, sciatte, sempre in vestaglia, ciabatte e bigodini. Lui mi ha sempre voluta elegante ed io questo glielo devo…devo rispettare i suoi desideri, le sue volontà. Per questa ragione mi sono fatta un leggero trucco, appena abbozzato, come ho già detto; il caro estinto mi preferiva così, con un leggero make-up. Alle mie spalle sento il ciarlare di persone: parenti, amici e conoscenti che, con passo lento e scandito, seguono la macchina coperta di rose rosse, che trasporta la bara in ebano, ultimo modello… 

mi è costata un capitale, ma per mio marito questo e altro! Ho speso tutti i nostri risparmi poiché desidero che in paese si ricordino di questo funerale e di come io, Rossella Sgarbuzzi, vedova Silenti abbia onorato la memoria del mio compagno di vita. Mi da fastidio che gli altri parlino, dovrebbero pregare, pregare o rimanere in silenzio.

Alle mie spalle riconosco la voce di Lucia, la mia vicina di casa. Una donna di sessant’anni, robusta, con corti capelli brizzolati e occhi nocciola. Lei sta parlando di televisione e di come essa possa essere nociva per i ragazzi e per gli adulti. Questo discorso lo posso accettare, sì non mi pare fuori luogo…anzi lei ha proprio messo il dito sulla piaga. Mi metto a singhiozzare, le mie cugine mi danno dei colpetti sulle spalle ma io, in questo momento, mi sento inconsolabile. Sono le discussioni alle mie spalle, quelle che hanno tirato in ballo il televisore, che hanno rimosso la ferita che da tempo cerco di curare. Una ferita grossa, enorme, che ha lacerato il mio equilibrio, che ha messo a dura prova la mia pazienza. “Suvvia, pensa a quanti meravigliosi anni avete vissuto insieme, a come lo hai reso felice!” – mi bisbiglia Alida nell’orecchio interrompendo il flusso dei miei pensieri. Sì, ha ragione. Mi vengono in mente i miei vent’anni, la mia bellezza fresca e dirompente, i miei capelli ondulati, raccolti sotto un cappellino bianco con fiocchi di tulle, il giorno del matrimonio. Marco, il mio compagno di vita, il giovane uomo che aveva fatto breccia nel mio cuore mi stava accanto in doppio petto grigio con una camicia bianca. Alto e nero di capelli, i suoi occhi scuri mi mandavano in visibilio. Bello, a quei tempi, voglio dire in gioventù anche lui era molto attraente poi…ecco piango!  Piango perché i ricordi mi fanno soffrire. Alle mie spalle sento altri commenti. Questa volta è  Toni, il fornaio. Ha una voce roca e possente anche se capisco che sta cercando di controllarla : “ I ragazzi stanno sempre incollati davanti alla televisione, diventano degli idioti…”- sta spiegando – “mancano di partecipazione attiva, subiscono tutto passivamente, diventano dei pecoroni”. Io annuisco, annuisco e piango. Vorrei abbracciarlo quel Toni, abbracciarlo forte, forte e gridargli: “Hai ragione. Sante parole, hai proprio ragione.” Ovviamente, per rispetto alla salma, non posso scompormi, girarmi, mollare il braccio delle mie cugine e stringere Toni…per questo devo aspettare. Mi giunge all’orecchio un altro commento: “Povera donna è ancora giovane, può rifarsi una vita. E’ una cara persona non deve angosciarsi in quel modo.” Non riesco a riconoscere quella voce, non so a chi appartenga, comunque è vero. Voglio dire mi sento giovane, perdinci. Ho quarantacinque anni e non li dimostro. Sono alta e slanciata, un figurino da top model, quando cammino per strada riscuoto molte attenzioni. Gli occhi degli uomini li sento proprio addosso, mi perlustrano, sembra vogliano assaggiarmi. Questo mi fa dedurre che sul ‘mercato’ potrei avere un’ottima richiesta.

La cosa che mi rende immensamente triste è che oggi avrei dovuto festeggiare il mio venticinquesimo anno di matrimonio invece, eccomi qui, in lutto e inconsolabile. Mi piace ricordare come Marco ed io ci divertivamo durante i primi anni di matrimonio. Lavoravamo certo ma ci piaceva anche girare il mondo: Parigi, Londra, Roma, Vienna…e tanto tempo avvolto tra le  lenzuola, consumato in teneri  

abbracci e sospiri, discorsi sul futuro, emozioni forti che ti facevano capire che esistevi per davvero. Non ho capito poi come sia potuto accadere. Sì perché all’inizio della nostra vita in comune noi non disponevamo neppure del televisore. Sapevamo ovviamente che quell’aggeggio esisteva in molte case, ma a noi non restava una sola briciola del nostro tempo, presi come eravamo da impegni e dal nostro amore. Fu mia suocera Carlotta, sì fu lei che ebbe l’idea di regalarci il giorno del nostro decimo anniversario di matrimonio un televisore, un apparecchio da trentadue pollici. “Così lo potrete vedere bene”- aveva commentato lei orgogliosa, lei che passava tutte le sue ore davanti a quell’apparecchio!  Quando si tirano in ballo le suocere è sempre un triste discorso. Ci si rende conto di quanto possano, forse anche a loro insaputa, senza che cioè ne abbiano coscienza, rovinare un felice matrimonio. Si sa, comunque, che le madri sono terribilmente gelose dei propri figli maschi e, quando vedono che sono allegri e contenti si danno da fare per creare situazioni che possano portare a cancellare quella situazione di benessere che loro, forse, non hanno mai condiviso con i propri compagni. Come dire: “Io sono stata infelice...perché lei, la donna che ha sposato il mio bambino non deve soffrire, lo sanno tutti che la sofferenza è necessaria nella vita, tempra gli spiriti, li rende forti.” Quello che voglio dire è che nella piaga del mio dolore ci sta lo zampino di mia suocera. Quell’apparecchio di trentadue pollici sembrava innocente, poi Marco prese ad accenderlo, prima qualche volta poi sempre più spesso. Pranzavamo col telegiornale, cenavamo con un altro telegiornale, il pomeriggio della domenica era dedicato alle notizie sportive, ci coricavamo a mezzanotte e  quell’aggeggio blaterava ancora nel soggiorno del nostro appartamento. Intanto gli anni migliori della nostra vita se ne volavano via, uno dopo l’altro, come giorni staccati da un polveroso calendario. Mi guardavo allo specchio e contemplavo con tristezza i miei quarant’anni. “Voglio parlare!”- cercavo di spiegare a Marco- “raccontarti la mia giornata, sentire le tue opinioni sui nostri vicini che aspettano il secondo bambino, rincorrere i piccioni per strada e stringerti un po’ sotto le lenzuola.” Sì…il discorso era anche quello, mia suocera l’aveva ben chiarito il concetto. Lei vedeva nel televisore il simbolo per eccellenza della emancipazione femminile e ripeteva : “Da quando è nata la televisione nascono meno bambini. Basta donne che sfornano figli come conigli, viva l’emancipazione!” Ma di quale emancipazione parlava? Forse che amare un uomo, sentirsi stretta tra le sue braccia e ricamare con lui discorsi di piacere intenso è qualcosa da disprezzare? Ho sempre pensato che mia suocera fosse  frigida a causa della rigida educazione ricevuta in casa sua. Quella donna, comunque, mi è sempre stata antipatica. Forse percepivo la sua frigidità a fior di pelle, non l’ho mai creduta capace di una carezza. Io ero riuscita a rendere Marco un ‘morbidone’, o forse lui lo era sempre stato, un uomo predisposto alle coccole, poi è arrivato quell’apparecchio e tutto s’è guastato. “Butto quell’aggeggio fuori di casa!” –avevo minacciato un giorno. “Provaci e vedrai..”-aveva replicato Marco con occhi rossi e furiosi. I suoi occhi scuri si erano accesi di rabbia, mi guardava fisso come desiderasse incenerirmi e io allora capii che era la fine della nostra storia. Compivo allora quarantaquattro anni

Cercai, comunque, da brava moglie, di crearmi delle distrazioni. Mi feci  nuove amiche con le quali uscire di sera, lo confesso cedetti a qualche pomiciata ma non mi spinsi oltre, dopo tutto avevo ancora un marito. Nel frattempo i televisori in casa erano diventati quattro: uno in cucina, uno in sala, uno nella stanza da letto e l’altro nel bagno, piantato sulla vasca dell’idromassaggio. Quegli apparecchi, disseminati ovunque per la casa, m’indussero a osservare mio marito con maggiore attenzione. Gli era venuta una pancetta…e non mi si venga a raccontare che gli uomini con quello strato adiposo siano attraenti, che  quel grasso sia il salvagente dell’amore. Balle, lo ripeto, sono tutte frottole raccontate dagli uomini per stordire le donne con qualche comica scusa. Alcune donne fanno finta di bersi la barzelletta,  ma poi, quando si ritrovano con altre donne, si raccontano di come gli uomini possano essere balordi. Oltre al grasso sul ventre aveva peli nelle orecchie e nel naso. Quando lo avevo sposato, lui era un ventunenne, liscio come una pesca sul torace e sulla schiena. Aveva peli solo sulle braccia e sulle gambe. Ora me lo ritrovavo un gorilla e per giunta me lo dovevo tenere perché lo avevo sposato. Posso giurarlo… quei peli avevano cominciato a proliferare da quando mia suocera aveva acquistato per noi quel maledetto televisore. Accanto a me, nel mio letto dormiva un uomo che cominciavo a considerare un estraneo. Di notte, dopo aver spento il televisore, mi appioppava un piccolo bacio sulla fronte, poi girandosi sulla parte destra del corpo, mi mostrava la schiena e si metteva a russare. Russava ben forte, accidenti come russava…anche questa cosa posso assicurarlo si era creata col televisore.   In breve io mi sentivo una donna nel 

pieno della vita, frustrata nel suo bisogno d’amore e incompresa. Spesso mi veniva in mente il libro che avevo letto nella mia infanzia intitolato appunto ‘Incompreso’, era passato tanto tempo da quella lettura e non riuscivo a fare dei collegamenti tra me e il giovane personaggio maschile di cui parlava il libro, ma il titolo, il titolo calzava a meraviglia per descrivere il mio stato emotivo. Ora che ci rifletto non riesco a capire perché mio marito mi volesse sempre in ordine ed elegante e ripetesse: “Le casalinghe tutto casa e bigodini mi fanno ribrezzo.” Non arrivo a comprendere questa ‘mania’ dato che per me aveva oramai ben poche attenzioni. Certo mi esibiva di fronte agli altri, le rare volte che incontravamo qualcuno allora sì, lui si vantava dicendo: “Guardate mia moglie, è splendida”. ‘Splendida un corno’- ribattevo mentalmente- ‘tutto il  tuo interesse è rivolto a  quei maledetti aggeggi.’  Per cercare di vincere la mia depressione iniziai a frequentare il gruppo ‘Noi giù di corda’. Lì conobbi tante persone, casi veramente toccanti. Ognuno raccontava la propria storia di  sofferenza, depressione, emarginazione. Le esperienze degli altri sono utili poiché ti insegnano a riflettere su te stessa. Compresi che ero rinchiusa in una prigione di ferro e che il mio senso del dovere, la devozione che nutrivo ancora per mio marito mi impediva di scuoterne le sbarre o di trovare una chiave che mi facesse aprire la porta e fuggire via. In quel gruppo conobbi Cristina, Lucetta e Adriano. Con loro parlai dei miei problemi, mi confidai a cuore aperto. Nessuno dei tre aveva un televisore in casa. Tutti e tre lo detestavano considerandolo  responsabile della distruzione dei rapporti relazionali. Quei tre mi erano piaciuti sin dall’inizio, parlavo con loro e li ascoltavo. Mi raccontarono che  c’erano stati dei casi in cui il marito, per colpa del 

televisore, era diventato pazzo e aveva ucciso moglie e figli. Io di figli non ne avevo quindi…però iniziavo a preoccuparmi per me stessa. Altri uomini sposati avevano invece iniziato a tradire la moglie. “Ci mancherebbe anche questa!” –avevo esclamato ad alta voce interrompendoli- “ Sto vivendo nel quasi completo digiuno dei miei sani appetiti sessuali e quel panzone e peloso di mio marito potrebbe pensare di tradirmi? Tradire me che mi accontento di  innocue ‘infrazioni’  limitate a qualche flirt innocente?”  I miei tre amici mi avevano, comunque, aperto gli occhi ed io da quel giorno iniziai a controllarlo. Fu una sera in cui Marco voleva continuare a vedere la televisione in camera che io gli dissi: “Voglio dormire, guardatela in soggiorno ma lascia la porta aperta, non voglio che tu la sbatta quando il programma è finito”. Marco aveva sempre avuto il vizio di sbattere le porte e di svegliarmi, preferivo piuttosto addormentarmi con il brusio del televisore in sottofondo. Riluttante mio marito si diresse nel soggiorno, dal letto sentivo della musica, risatine… ‘forse un varietà’-pensai e rimasi allungata sotto le coperte. A un certo punto guardai la sveglia: l’una di notte, lui ancora se ne stava nell’altra stanza, mi vennero in mente i discorsi dei miei tre amici e iniziai a percepire una strana vibrazione lungo il corpo: era inquietudine. Mi domandavo cosa stessero trasmettendo di così interessante, mi alzai, indossai delle calze di lana e avanzai per il corridoio in punta di piedi. Percorsi il breve spazio trattenendo il fiato. Marco se ne stava sulla poltrona di pelle nera con gli occhi puntati 

sullo schermo. Giovani ballerine più nude che vestite sculettavano di qui e di là al ritmo di una musica incalzante. Una di loro iniziò a togliersi quel poco che le era rimasto addosso e lui, Marco,  non si era neppure accorto che lo stavo spiando dalla porta, continuava imperterrito a fare andare la mano destra su e giù. Si stava masturbando quel maiale! Avrei voluto mettermi a urlare e rompergli qualcosa in testa, ma nel gruppo mi avevano insegnato l’autocontrollo, a non manifestare cioè troppo apertamente i miei sentimenti. Decisi di tornare a letto e di non dire nulla. Mi sentivo tradita! Ecco come  mi sentivo: umiliata e tradita. Ci sono cose nella vita che scardinano le nostre sicurezze, mettono in moto meccanismi che forse stanno solo puntellati, in bilico nella nostra mente e, come un terremoto, fanno crollare una a una le nostre certezze. Ero convinta che avrei dovuto restare accanto a Marco nel bene e nel male qualunque cosa fosse accaduta ma ora no, ora quella convinzione se ne era andata in fumo. Dovendo comunque salvaguardare la mia immagine di fronte agli altri decisi di optare per uno sdoppiamento di personalità. In pubblico avrei sempre recitato la parte della brava mogliettina, come sto facendo ora, in lutto, piangente mentre seguo l’estinto verso l’ultima dimora, in privato avrei cercato la vendetta. Ogni poro della mia pelle gridava quella parola: ‘ Vendetta! Vendetta!’Quando Marco tornò a letto avrei voluto torcergli il collo ma non lo feci “Troppo comodo”- mi ripetei mentalmente-“un maiale morto e io in prigione per avergli dato quel che si merita.” Cercai di valutare la situazione freddamente, tenni sotto controllo le sue abitudini fino a quando capii che era arrivato il momento.

Avrei potuto procedere anche qualche mese fa, in inverno, ma feci una considerazione: il cappotto mi appesantiva rendendomi  più vecchia. Optai dunque per aprile,  periodo in cui sarebbe caduto il giorno del nostro  anniversario. Marco, pace all’anima sua, ha fatto una fine splendida : lui e anche il suo televisore collocato sulla vasca da bagno dell’idromassaggio. Ogni sabato pomeriggio aveva preso l’abitudine di starsene in ammollo col televisore acceso. L’idromassaggio in funzione con tante bollicine e lui con la cuffia sulle orecchie per seguire i programmi. Quel giorno avevo messo una crema scivolosa sotto il supporto in gomma che reggeva il televisore proprio prima che lui si immergesse nella vasca. Nel giro di qualche minuto mancò la corrente: era scattato il salvavita. Andai in bagno. Mio marito se ne stava stecchito, col televisore in fondo ai piedi nell’acqua. Attesi ancora cinque minuti, temevo potesse risvegliarsi,poi chiamai l’ambulanza e all’arrivo degli infermieri ripresi la personalità della moglie devota. Questa è una parte che recito magistralmente  ed è per questo che ho speso tutti i risparmi per un bel funerale. Ho sempre pensato che i soldi non sono tutto nella vita, ma servono a darti qualche piccola soddisfazione. Domani mi incontrerò col mio gruppo e più tardi uscirò a cena con Adriano. Lui ha quarantatre anni è alto e snello, un tipo sportivo con capelli leggermente brizzolati. Non guarda la televisione, come ho già detto, e a mio avviso è un tipo d’uomo dai sani appetiti! Avrei voluto darmi da fare prima, con lui, perché mi ha colpito sin dall’inizio ma ero prigioniera del mio senso del dovere per passare all’azione. Dopo la cerimonia funebre potrò gradualmente sbarazzarmi della mia prima personalità: quella della moglie devota. Reciterò la parte della persona afflitta forse per due mesi ma non di più, dopotutto mi sento ancora giovane e i miei meccanismi cerebrali mi suggeriscono nuovi equilibri. Ho trovato finalmente la chiave per fuggire dalla prigione! 

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