da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il concerto di Laura Bertolotti - 2004

Il concerto era stata proprio una sua idea, del tipo:

-         Non ti piaceva il jazz, una volta?

-         Ma, se nevica?

-         Catene!

Intanto era arrivata davvero la neve e adesso le rose, o quel che restava di loro, ne erano ricoperte.

Marta era il suo giardiniere. Si era sempre occupata di fiori, anche da ragazza e dava una chance in più ai corteggiatori che le mandavano bouquet. Un genere speciale di giardinaggio, quasi folle, ma pieno di talento. Sempre un girasole, meglio due, anche sul balcone in città. Sotto le sue mani gli ulivi diventavano argentei. E conosceva il segreto degli iris, così rifiorivano sempre, sul finire dell’inverno, con grande invidia dei “milanesi”, attuali vicini.

Recuperò le stampelle, o grucce, come le chiamava Marta, per ravvivare il fuoco che sembrava essersi smorzato.

Il concerto, già, bisognava telefonare a Jacopo che aveva procurato i biglietti. Roberto non poteva certo andarci da solo.

Marta era il suo autista. Amava le macchine sportive ma non ne possedeva alcuna. La vecchia panda che c’era in campagna era di Jacopo, forse dismessa dalla moglie, non si era mai capito la provenienza. Marta arrivava e partiva in taxi, a MI “non mi serve certo l’auto, resto in ospedale dieci, dodici ore e poi “. Sul poi, il dopo ospedale, a lui non era dato capire, eppure qualche barlume di vita sociale doveva pur esserci, ma c’era un patto silenzioso di non ingerenza reciproca e loro lo rispettavano a meraviglia. Certo, non era sempre stato così, ma poi si era spezzato un filo e non era il caso di almanaccare tanto. Ognuno aveva le sue ragioni.

Insieme andavano al vivaio, al supermercato, a qualche concerto, in panda. Anche in farmacia, naturalmente, ma più per trovare Jacopo che per i farmaci, lui non ne prendeva, infatti  e Marta era sana come un pesce.

-         Bisogna essere sani per curare gli altri!

-         Se lo dici tu, cosa rispondi quando ti chiedono se capisci il dolore?

-         Rispondo sì, perché è vero e perché è quello che vogliono sentire.

Marta arrivava e partiva improvvisamente, sempre. Una telefonata, da MI:

-         C’è il rene, vieni

-         Corro!

Interrompeva di potare, cucinare, dormire, interrompeva qualunque cosa stesse facendo, chiamava un taxi e partiva.

-         Per fortuna ci sei tu, la composta di mele va messa nei vasetti, fra un quarto d’ora, non aspettare che sia fredda. Usa i vasetti piccoli, l’ultima volta hai riempito due vasi enormi, da caserma, ti prego…

Aveva detto, questa volta. Oppure, in un’altra occasione:

-         Sorveglia gli afidi, si stanno divorando le ortensie, aspetto un plico, dovrai firmare. Ci

      vediamo.

Sì, sì, c’era lui che finiva  lavori di cui non si sarebbe volontariamente occupato. A parte giardinaggio e conserve aveva, nel tempo, inviato posta elettronica, risposto a telefonate provenienti dall’altra parte del globo, fatto compagnia ad amici/che –colleghi/e magari parlanti idiomi diversi, intrattenendoli con sorrisi, molto gesticolare nell’aria, qualche sbuffo.

Marta era cittadina del mondo. Aveva conoscenze in ogni luogo dov’era stata e manteneva le sue relazioni in modo misterioso, dato il poco tempo a disposizione, però c’era sempre qualcuno atteso o in partenza.

-         Viene Paul per Natale, vieni anche tu e facciamola finita, così non mi complichi la giornata.

-         Chi è questo Paul?

-         Te l’avrò detto mille volte, cominci  ad aver problemi di memoria.

-         Così eviti di rispondere.

-         Insomma vieni?

-         No, resto qui.

-         Ti perdi un tacchino sensazionale.

Marta era una  cuoca creativa. Autodidatta, aveva imparato tutto dai libri e dai viaggi. Si portava sempre a casa un’idea, uno spunto, una ricetta. Aveva libri di tante lingue diverse. Gli venne improvvisamente voglia di sfogliarli, per trovarvi le sue annotazioni. “Balle, basta un cucchiaio” dove ne prevedevano due. “Con tutto questo burro se ne possono fare due, dimezzare”. Buon medico, sempre.

Perché Marta era il suo medico, anche di molti altri. Dove arrivava la sua influenza? Probabilmente in qualche stato africano gruppi di bambini la chiamavano per nome, sicuramente era temuta nel suo reparto milanese e apprezzata in mezza dozzina di associazioni scientifiche sparse per il mondo.

Raggiunse la cucina e chiuse una finestra che sbatteva un poco.

Che cosa era successo? Avevano detto che era stato un incidente, che guidava lei. Ma cosa guidava, se non aveva auto. Ma l’altro passeggero si era salvato, grave, ma salvo. Una fitta acutissima di gelosia  e rabbia allo stato puro. Lui sì, perché non lei?

La cucina era nella sua luce migliore, quella del pomeriggio, che faceva risaltare bene i colori di pavimento e mobili, cotto e legno non troppo chiaro.

Marta era un’arredatrice nata. Aveva trasformato quella porzione di casa colonica in un rifugio pieno di fascino con pochi, essenziali tocchi e molto denaro, naturalmente, Ma quello non sembrava mancarle. Ne faceva un uso saggio, a suo parere, senza ostentazione, beneficenza probabilmente.

-         Preferisco chiamarla solidarietà.

-         E quale sarebbe la differenza?

-         Nell’idea, nell’approccio, non so. La beneficenza serve a chi la fa, per dimostrare qualcosa o per passare il tempo. La solidarietà serve anche a chi la riceve, è mirata alla soluzione di problemi. Ben più del  pacco dono di vittoriana memoria.

La cucina e l’ampio soggiorno davano sul cortile di accesso alla casa, condiviso con i “milanesi” i rumorosi vicini che arrivavano per i weekend, carichi di bambini, ospiti e generi alimentari. Per un po’ Marta li aveva snobbati, poi era cominciato un timido scambio di marmellate e qualche invito a cena . Poi era arrivato lui.

-         La tua espressione li ha gelati.

-         Menomale, non li reggo, parlano a voce troppo alta e bevono troppo vino rosso.

-         No, bevono quanto te, ma sono incolti. Tu non glielo perdoni.

-         Troppo consumisti, troppa musica,troppo ricchi. 

Gli lasciava avere l’ultima parola, ma con la sensazione che ci sarebbe stato ancora molto da dire.

Dalla finestra sopra l’acquaio si vedeva il pendio della collina che scendeva dolcemente fino alla strada. Tra poco la neve si sarebbe sciolta e sarebbero spuntati, in un paio di settimane, centinaia di crochi  sparsi. Marta li aveva portati dall’Olanda cinque anni fa, di ritorno da un convegno. Li aveva sistemati a caso, le talpe avevano festeggiato, ma la maggior parte era sopravvissuta e regalava emozioni. Prima della forsitia e degli iris. La loro storia era ancora più avventurosa, rubati alla montagna cuneese, gli uni e l’altra ricevuta in eredità dalla madre. A Marta piacevano le piante con una storia.

Si versò un bicchiere d’acqua e tornò in soggiorno, zoppicando appena, usando una sola delle stampelle, tanto Marta non lo vedeva.

-         Distribuisci bene il peso, altrimenti affatichi anche l’altro arto.

-         Ne avrò ancora per molto?

-         No, cosa vuoi che sia un menisco.

-         Vuoi mettere, un bel rene…

-         Ne servirebbero tanti

-         Idealista. Non vorresti un figlio?

-         Non ti sembro troppo vecchia?

Sguardo beffardo, corteccia spess -         Dovresti parlarne con qualcuno – aggiunse Roberto

-         Deformazione professionale. Comunque, escludendo i professionisti, mia madre è morta e mio fratello in Canada. Meglio un buon libro.

Marta era una lettrice selettiva. Autori anglo-americani, saggistica internazionale, pochi italiani, molti volumi di storia e sociologia.Era capace di smettere improvvisamente di potare, abbandonare le cesoie sulla siepe e sedersi sotto un albero a leggere. Anche se aveva promesso di finire il lavoro entro  sera.

-         Sono un bookworm.

-         Parla italiano.

Si sistemò sulla poltrona, più alta e comoda del divano, nella posizione giusta per leggere, non ora, naturalmente. Quanti libri c’erano su quella libreria che incorniciava il camino e la porta verso la cucina?

Che domanda sciocca, in quel momento. E  che strani percorsi compie la mente. Eppure Roberto capiva che  doveva restare lucido e fare qualcosa prima di sera, almeno.

Trovò l’agenda e compose il numero di Jacopo, rispose la moglie, cordiale.

-         Abbiamo appena saputo, mi dispiace così tanto, Jacopo non c’è, mi dica se possiamo fare qualcosa.

-         Per ora nulla, grazie. Per il concerto…

-         Coraggio. Marta lascia un grande vuoto e non ci sono parole…

-         Certo, e grazie.

Il tempo stava scorrendo più rapidamente del solito, era già quasi buio. Non poteva fermarsi un attimo, per favore, per rispetto?

Marta era sua figlia.

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