da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Doppia identità di Bernardo Risino - 2004

Aveva cercato di individuare il luogo dell’anima dove si originavano quelle piccole, insistenti voci che udiva di tanto in tanto, ma la vita piena che conduceva gli impediva di trovare il tempo per un’ analisi. Disperato, si era rifugiato nella solitudine. L’aveva trovata nel vecchio casolare di famiglia, in mezzo alla campagna, dove il silenzio,  come un muro di nebbia, pareva inglobare il paesaggio. 

Rinchiuso in quelle stanze, se ne stava seduto su uno sgabello di paglia, antico come gli strumenti che aveva suonato in giro per il mondo. Qui trascorreva le giornate in una dimensione surreale, alla ricerca di segnali che avrebbero dovuto placare la sua inquietudine. Di tanto in tanto si alzava, si avvicinava alla finestra e da lì, muto, fissava gli alberi, ascoltando il fruscio dei rami agitati dal vento. Poi tornava a sedersi, curvo  sotto il peso della sua ossessione.

Dormiva in una stanza disadorna, avvolto in vecchie coperte, dormiva senza sogni, inghiottito da un sonno pesante. Ogni mattina, al risveglio, il nuovo giorno lo inchiodava al tormento che lo stava consumando. Abbandonava il  letto e si ancorava allo sgabello di paglia con la tenacia di chi vuole andare fino in fondo. E così il distacco dalla realtà diveniva più profondo, mentre il tempo si scioglieva lento sotto il suo sguardo indifferente. Ogni tanto mangiava un po’ della provviste che aveva portato con sé e aspettava. Sapeva che l’attesa non sarebbe stata lunga.

Un intenso applauso salutò la fine dell’esecuzione. Robert Camelli  ringraziò con un inchino appena accennato e sparì dietro le quinte. Un’ovazione esplose quando riapparve sulla scena.  Si ripresentò quattro volte e alla fine concesse il bis, suonando due notturni di Chopin.

<<Sono stanco>>, disse a Elvira più tardi nel camerino, tenendosi la testa tra le mani.

Lei lo guardò.

Aveva il viso contratto e gli occhi infossati, come uno che si trascina appresso un peso insostenibile. Le mani, le magiche mani che poco prima avevano esaltato gli spettatori, pendevano ora abbandonate lungo il corpo, come morte.

<<Che hai?>>, gli chiese.

<<Che ho? Che vuoi che abbia? Non ho nulla>>

Si avviarono come dopo ogni concerto, al Chiesetta, per mangiare un boccone,  e poi  si rifugiarono  in albergo, dove fecero l’amore. 

<<E’ meglio che te ne torni a casa>>, le disse Robert dopo. <<Domani mi dovrò alzare presto, ho la registrazione alla Rai>>.

La donna, offesa, si rivestì e se ne andò senza degnarlo di uno sguardo.

Robert  si avvicinò alla finestra, scostò la tenda e intravide la sagoma della donna in attesa del taxi. La visione di lei, lontana e inconsapevole, lo turbò. Il suo amore si nutriva di piccole ferite, di dolori provocati e subiti, di misteriose alchimie. Amava Elvira, ma ferirla gli procurava sottili, innominabili emozioni.

Più tardi, seduto sul letto dove poco prima l’aveva tenuta stretta, si guardò le mani pallide, magre e agili, con le dita lunghe, affusolate.   Le aprì, valutando in quasi due ottave l’estensione massima dal pollice al mignolo.

Chissà se anche quelle di lui……

A quasi trentasei anni la critica lo onorava con recensioni lusinghiere, il pubblico accorreva in massa ai suoi concerti. Nel suo mondo ogni cosa sembrava al posto giusto, in perfetto equilibrio, in apparente, perfetto equilibrio. 

Seduto sullo sgabello di paglia, nel silenzio della campagna, chiunque, vedendolo, l’avrebbe  scambiato per una statua. Ma l’immobilità del corpo era in contrasto con le fiamme che lo divoravano. Fiamme impastate di armonie e melodie,  di  purissimi suoni che la sua anima distillava come le api il miele, musica, musica… 

Un giorno ormai lontano, appena diplomato al Conservatorio, mentre suonava il suo pianoforte, un’idea un po’ folle lo aveva folgorato: avrebbe voluto essere stato Mozart. Pensiero assurdo, lo sapeva benissimo. E tuttavia quell’idea, da allora, gli aveva condizionato la vita.

 

Aveva rivisto Elvira sul lungolago, dopo cinque giorni di silenzio.  Con gli occhi chiari spalancati, la donna non parlava, solo i tratti del viso rivelavano la gioia di rivederlo.

Mentre camminavano mano nella mano, le disse: 

<<Ci sono momenti  in cui mi sento fragile e inadeguato>>.

<<Capita a tutti>>, rispose Elvira. <<A maggior ragione capita agli artisti>>.

<<E’ che a volte ho paura. E’ una paura  che non riesco a spiegarmi…>>.

<<Beh,  sei un uomo, non un automa>>.

<<Ascoltami, è la prima volta che ne parlo. Vorrei che tu capissi…. Mi succede quando tengo un concerto. Non è la paura di sbagliare, è qualcosa di più profondo.  Forse farei meglio a discuterne con uno psichiatra. Suono e temo di non riuscire a trasmettere ciò che l’autore ha trasfuso nel brano. Capisci? A me non interessa infilare una nota dietro l’altra e arrivare in fondo all’esecuzione. Voglio che chi mi ascolta senta le emozioni che hanno ispirato quelle note. E’ come una febbre.  Ecco perché ogni concerto diviene pura sofferenza>>.

<<Tu dai quello che hai dentro, quello che hai da dare, gli spettatori recepiscono  secondo la loro sensibilità.  Alla fine, comunque, vinci tu. Non vieni sempre sommerso dagli applausi?>> 

Lo guardò. Era pallido, e magro più del solito. Elvira attribuiva quel pallore al superlavoro cui si era sottoposto negli ultimi tempi. Il talento da solo non bastava a garantire i risultati prodigiosi che stava ottenendo, accanto al talento erano necessari lavoro, applicazione, studio. E Robert non si stava risparmiando.

Camminarono ancora un po’, l’uno accanto all’altra, quasi ignorandosi, ciascuno  immerso in pensieri segreti.

<<Mi sarebbe piaciuto vivere ai tempi di Mozart>>, disse  lui d’un tratto.

<<Che idea>>, rispose Elvira ridendo.

<<Che c’è da ridere?>>, ribatté Robert serio.

Il lago respirava sotto la carezza del vento, mentre un sole timoroso stentava a farsi strada in mezzo a nuvole gonfie e bianche.

Intorno a loro non c’era gente, e il silenzio era rotto solo dal rumore dei tacchi di lei, un ticchettio ritmico, come un metronomo posizionato sull’andante.

<<Penso di essere la reincarnazione di Mozart>>, disse infine Robert, evitando di guardarla.

E lei:

<<Ah, adesso è tutto chiaro. Come no, certo>>.

Lo fissò. Gli occhi di lui erano arrossati, forse per il vento, e vi lesse solo malinconia. Scosse la testa. <<Robert, per favore…>>.

 Ma lui insisté:

<<Sono nato nello stesso giorno di Mozart, il ventisette gennaio. Tra due mesi compirò trentasei anni. Si avvicina una data fatale>>.

<<Che data fatale?>>.

<<Il cinque dicembre, il giorno in cui Mozart morì, alla soglia dei trentasei anni>>.

<<Sai una cosa? Sono preoccupata per la tua salute mentale>>.

<<Già, lo sono anch’io>>.

<<E’ un buon segno. Vuol dire che sei consapevole delle assurdità che dici>>.

<<E se fosse vero? Ci sono segni che mi spaventano. Non l’ ho mai detto a nessuno, ma ogni volta che ho affrontato un brano di Mozart, mi è parso di averlo già suonato>>. 

<<E’ solo perché sei nato per fare musica. Non ci sono altre spiegazioni>>.

<<E invece ci sono, ho le prove. Durante il secondo anno di Conservatorio, ho avuto un insegnante che aveva un suo metodo personale per svezzare noi pivellini. Quando ci sottoponeva brani  in prima lettura,  sostituiva alcune battute con altre di sua invenzione, le incollava sullo spartito e ce lo piazzava davanti. Lo faceva perché apprezzassimo le soluzioni armoniche e melodiche adottate dai grandi musicisti. Bene, a me è capitato con il concerto per pianoforte n° 21 di Mozart. Le modifiche erano all’interno del secondo movimento, l’Andante, nel punto in cui la mano destra vola verso il Paradiso con una melodia sublime, mentre la sinistra si muove lieve, quasi a non volere disturbare.  Ebbene io ho ignorato le modifiche del mio insegnante e ho suonato la partitura originale, come se qualcuno mi guidasse. E ti assicuro che non avevo mai provato quell’opera.  Dentro di me, da allora, è nata una nuova consapevolezza. Ecco perché temo il cinque dicembre>>.

<<Che storia. Vuoi fare colpo su di me?>>.

Robert la guardò con tenerezza inusuale, poi disse:

<<Il fatto è che credo di non essere solo. Qui dentro, in questo corpo, nella mia anima, nel cervello, con me c’è qualcuno>>.  E  si batté due dita sulla fronte. 

<<Forse sei solo stanco. Prenditi una pausa, stacca la spina per qualche giorno>>.

Il cielo ora era scuro e un vento freddo soffiava.

Robert le sfiorò le labbra con le sue, poi sussurrò:

<<Hai ragione, ci pensavo già da un po’. Me ne andrò nella casa dei miei, in campagna. Non cercarmi, mi farò vivo io>>, concluse Robert.

Si alzò dallo sgabello con un senso di oppressione nel petto. Un dolore incipiente ma già acuto lo opprimeva. Respirava a fatica, quasi timoroso che l’aria immessa nei polmoni pregiudicasse il suo precario stato. Si drizzò, guardò l’ora e la data. Il cinque, incastonato nel quadrante dell’orologio, brillava nella fioca luce proveniente dalla finestra, accanto al dodici. Nuvole basse lambivano le cime degli alberi, mentre il vento ululava. Si sentiva stordito. Le voci che da giorni lo tormentavano si stavano manifestando di nuovo.  Wolfang, Wolfang, sussurravano, ma lui, sopraffatto dalla sofferenza fisica, le percepiva appena, come un mormorio indistinto. E poi lui non era Wolfang, era Robert.

All’improvviso le udì chiare, si levò in piedi e tentò di fare qualche passo, ma una frustata gli tolse il respiro. Inciampò e finì disteso per terra, sudato. Si rialzò tremante, si spinse verso la finestra, la spalancò. Una soffio di aria gelida investì la stanza.

Robert crollò, rimanendo immobile.

Due giorni dopo Elvira, spinta da un’inquietudine premonitrice, andò a cercarlo. Lo trovò disteso sul nudo pavimento, come se dormisse. Gli si inginocchiò accanto e lo accarezzò. <<Amore mio….>>, disse quieta, piangendo senza disperazione. Afferrò una mano inerte dell’uomo e solo allora si accorse che Robert stringeva un piccolo quaderno con la copertina nera. Lo prese, lo aprì e riconobbe subito la  calligrafia minuta e regolare di lui. Si trattava di un diario, scritto in tedesco. Iniziava così: Ich bin Wolfang Amadeus Mozart….

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