da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Una giornata difficile di Marco Diporto - 2003

All’una e quaranta di un giorno autunnale ventoso, foglie secche gialle e per strada anime infreddolite che guardano all’inverno, suonò la campanella e la classe tirò un sospiro di sollievo all’unisono pensando che anche il giovedì era andato. La quinta classe sezione A del Liceo Ginnasio Darwin s’alzò dalle sedie con uno scatto veloce, i ragazzi raccolsero zaini, quaderni, libri e penne, compreso Michele, il quale attese che la folla si diradasse per indossare cappotto, sciarpa e mettersi in spalla l’Invicta grigio-blu. 

Fuori dall’aula chiese una sigaretta, distrattamente, mentre s’incamminavano per i corridoi grigi e giallo spento che conducevano al grosso portone di legno e all’uscita. Senza pensarci la accese. Non ne aveva voglia, ma era un modo per sembrare disinvolto, assumere un contegno e tenere impegnata la mano destra, che altrimenti sarebbe rimasta infilata in tasca come la sinistra, facendolo sembrare un po’ triste e schivo. La sigaretta fu anche il pretesto per chiedere informazioni circa i compiti assegnati per il giorno dopo.

“Gianluca, c’hai mica una sigaretta?”

“Tieni.”

“Ma che c’abbiamo domani?”

“Storia, doppia matematica, fisica, educazione fisica.”

“Ci sono compiti?”

“La relazione di fisica.”

“Ma io non c’ero.”

“All’esperimento?”

“Si. Che avete fatto?”

“Abbiamo fatto scorrere le palline su un piano inclinato e abbiamo calcolato a che velocità andavano.”

“A quanto andavano?”

“Dipendeva dall’inclinazione del piano.”

“Ah…”

Michele aveva iniziato a fumare venti giorni prima. Adesso era un acquirente di pacchetti da dieci. La madre lo sapeva, e gli aveva detto: “è un viziaccio, cerca di smettere, che non serve proprio a niente. Spendi soldi per farti del male, ti sembra logico?”

Poi gli aveva chiesto se lui si faceva le canne. Michele aveva risposto che una volta o l’altra avrebbe provato, visto che a scuola se le facevano tutti. La madre disse di andarci piano, di non farsi trasportare e di non guidare mai il motorino se non si sentiva in sé. Michele aveva promesso che avrebbe seguito i suoi consigli. Ci andava d’accordo, con sua madre, e non si nascondevano niente.

Usciti dalla scuola, Michele si calcò il cappello da baseball sulla testa e allacciò per bene il giubbotto, cercando con gli occhi la sua amica Chiara. Non la vide. Pensò che avesse già preso l’autobus. “Poteva salutare, almeno”, pensò. Andava molto d’accordo con Chiara: avevano molte cose in comune, e compivano gli anni lo stesso giorno. A quindici anni, un particolare del genere può essere importantissimo.

Michele decise di scambiare due chiacchiere con i compagni di classe. Dopo un po’ li salutò, si diresse verso il motorino, lo slegò, lo accese, ci montò sopra e accelerò verso casa. Quei gesti meccanici li faceva tutti i giorni. Un anno prima si sarebbe esaltato all’idea di possedere uno scooter, ma ormai non ci faceva neanche più caso, e anzi era infastidito dal traffico caotico di Roma, dai semafori rossi e dagli autobus, che esalavano un calore malsano fastidiosissimo quando si trattava di sostarvi dietro. Senza pensare a niente guidò verso casa. Ci mise mezz’ora, perché abitava molto lontano.

Dopo aver parcheggiato salì le due rampe di scale, aprì la porta con la chiave lunga ed entrò. Ad aspettarlo non c’era nessuno, come al solito. Preparò un pranzo veloce, pasta al pomodoro, con il sugo già pronto. Avevano traslocato nella nuova casa da poco tempo, ed essa presentava numerosi svantaggi rispetto a quella che abitavano in precedenza: era molto più lontana dalla scuola, era più piccola. Essendo così lontana, oltre a non conoscere nessun ragazzo del quartiere era anche portato a vedere molto meno i vecchi amici, con i quali era cresciuto: c’era più di un’ora di mezzi pubblici tra i due posti. Il fatto che fosse più piccola era, per  Michele, un dramma paragonabile a una catastrofe: non aveva più una stanza sua, non aveva intimità. Spesso gli capitava di dover dormire con la madre, ad esempio quando c’era qualche ospite o quando lei voleva rimanere sveglia in salotto a guardare un film. Michele, a quindici anni, aveva la piena coscienza di due fatti: che la vita poteva essere molto drammatica e che i soldi erano importantissimi. Loro non ne avevano, e questo fatto incideva in buona percentuale sulla sua infelicità.

Era venerdì, il che significava che la settimana stava finendo, che sarebbe arrivata la domenica e con essa la possibilità di dormire fino alle undici e mezza. Michele aveva una sonnolenza un po’ anormale per uno della sua età: avrebbe dormito ovunque. Al mattino svegliarsi era un dramma. Il motivo era semplice: imbarcarsi sul motorino per affrontare il traffico denso di Roma, magari con il freddo o con la pioggia, gli sembrava una violenza. Soprattutto perché tutti gli altri abitavano vicino alla scuola, e potevano andare a piedi o con l’autobus. Solo lui aveva la sfiga di avere ricevuto lo sfratto, di non avere una lira, di non avere una casa di proprietà. Se era per questo, non aveva neanche un padre. E aveva una madre che, per tirare avanti e pagare quel buco di casa in estrema periferia, doveva lavorare tutto il giorno, e la sera crollava davanti alla Tv. Le mancanze della sua vita gli parevano insostenibili. Ma a quindici anni non aveva la minima idea di come poter incidere sulla situazione. L’unica cosa che poteva fare era promettere a se stesso una vita adulta ricca e soddisfacente. Non immaginava che le cose sarebbero cambiate da sole, nel giro di un giorno: quello.

Durante la prima ora di matematica, entrò la vicepreside. Tutta la classe si alzò in piedi deferente, il professor Zancanaro le andò incontro. Era una donna corpulenta e mascolina, portava due grossi occhiali dalla montatura pesante. In genere impartiva ordini in modo militare. La vicepreside squadrò la scolaresca, con l’aria grave di chi ha qualcosa di importante da dire. Disse:

“Chiara Pinelli è all’ospedale, le hanno diagnosticato una leucemia. I genitori hanno voluto comunicare alla classe che Chiara, in questo periodo, non verrà a scuola.” La vicepreside e Zancanaro si scambiarono uno sguardo, poi lei uscì.

La classe era ammutolita. Una sferzata elettrica improvvisa aveva attraversato i ragazzi in un’emozione sorda, anche il professore sembrava a disagio. Michele si alzò in piedi e disse: “andiamo a trovarla, oggi?”. Aveva le lacrime agli occhi: voleva bene a Chiara, ma non era solo questo. Michele aveva l’impressione che il mondo si accanisse contro di lui, come se avesse una qualche colpa da espiare, un delitto di cui si era macchiato ma che non ricordava di aver commesso. Era come se essere punito senza capire perché fosse ormai parte della sua condizione esistenziale. Come se qualcuno avesse stabilito che a lui non fosse permesso di percorrere la vita senza doverne affrontare costantemente i lati sgradevoli.

La classe emise un mormorio di accordo con la sua proposta. Poi Michele chiese il permesso di uscire, andò in bagno a lavarsi il viso, cancellare le lacrime.

Michele fu invitato a pranzo da un compagno di classe che abitava piuttosto vicino all’ospedale. A casa di Luca, Michele provò un leggero disagio: la vita di quel ragazzo gli pareva perfetta, con i genitori liberi professionisti, una bella casa in una bella zona. A tavola gli venne in mente che da bambino mentiva sul mestiere che faceva la madre, e certe volte pure sull’esistenza del padre: spesso inventava che i genitori, sebbene separati, possedessero due negozi in pieno centro. Quando la madre di Luca, di mestiere psicologa, gli chiese cosa facessero i genitori, Michele rispose tranquillamente: mio padre è morto, mia madre fa le pulizie. Luca aveva guardato la madre ferocemente; lei disse “scusami, Michele, non sapevo”, e scomparve imbarazzata in un’altra stanza della grande casa.

Il pomeriggio, assieme a quattro compagni di classe (Luca, Stefano, Barbara e Annalisa), Michele si recò all’ospedale dove era ricoverata Chiara. L’ospedale era molto grande, pieno di alberi e di viali. Per capire dove fosse l’entrata ci volle mezz’ora.

Finalmente trovarono la reception, un gabbiotto con all’interno una ragazza dall’aria volgare, truccata in modo pesante, con i capelli gialli, la faccia nera di lampada e un forte rossetto. Michele si fece avanti, le chiese dove fosse Chiara Pinelli. La ragazza guardò una lista e disse: “oncologia, primo piano. Ma non credo vi facciano entrare tutti insieme.”

I ragazzi salirono una rampa di scale in un palazzotto un po’ decaduto, mezzo sbrecciato sugli angoli; il fatto che fosse mezzo rotto diede a Michele un senso di pena.

Arrivati dinnanzi a una porta a vetri opacizzati (quei vetri che si vedono solo negli ospedali, o dal dentista) si fermarono. Barbara, una ragazza intraprendente che in classe aveva la fama di essere disinvolta e agguerrita, chiese informazioni a un infermiere. Questi le rispose che l’orario di visita iniziava mezz’ora dopo, di attendere senza “fa’ caciara”.

Fu allora che lo vide. Sulla panca del pianerottolo c’era un signore di mezza età, che fumava e guardava un po’ assente davanti a sé. Aveva una scarpa slacciata. Era il padre di Chiara. Lo aveva conosciuto, un uomo simpatico, un impiegato di un Ministero. Il Ministero della Pubblica Istruzione, gli parve di ricordare. Aveva avuto un infarto, tempo prima: Chiara era stata molto preoccupata per lui. Aveva l’aspetto di uno che se la sta passando male.

Michele si avvicinò piano, disse: “scusi, lei non è il padre di Chiara?”

L’uomo alzò lo sguardo, lo vide, lo riconobbe. Disse: “ciao, Michele.” Non disse altro. Non accennò alcun sorriso, solo un debole cenno con la testa. Se la stava passando male.

Michele disse:

“Siamo venuti a trovarla, io e altri quattro compagni di classe. Quando ce l’hanno detto, oggi, ci ha preso un colpo. E’ veramente una cosa tremenda.”

“Già.” Il padre di Chiara vide gli altri ragazzi e gli fece un cenno con la testa. “E’ ora che io vada. Fra poco anche voi potrete entrare. Stanza 124.”

“Si, grazie.”

L’uomo si alzò e varcò la soglia della porta coi vetri opachi. Lo fece molto lentamente. Michele si riavvicinò al gruppetto di amici, che iniziarono a parlare del padre di Chiara e di come sembrava provato e stanco. A vedere quell’uomo così in difficoltà, istintivamente gli venne l’impulso di chiamare sua madre al lavoro, sentire come stava, anche ridere o essere allegro. Michele si sentì uno stupido a lamentarsi delle cose che non aveva: gli parve, la sua vita, molto più preziosa del solito.

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