da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Ladro di emozioni di Silvia Pillin - 2003

Questa è una tiepida sera d’estate, la brezza soffia leggera. Sfiora i fili d’erba, le foglie, i capelli delle ragazze, la loro pelle liscia.

Anche Francesca ha la pelle liscia, mi piace accarezzarla come fossi la brezza, sotto il tessuto sottile delle sue t-shirt colorate. Mi piace la sensazione di morbido che mi trasmette, quella di calore, lasciata dal sole dopo una giornata in spiaggia.

E tra poco le mie mani proveranno la gioia di toccare Francesca di nuovo.

È dolce e divertente trascorrere le serate con lei. Francesca è come le onde del mare: a volte ti travolge, altre ti culla. Mi piace questa sua imprevedibilità. Qualcuno dice che lei è lunatica, ma solo perché non la sa comprendere bene quanto me.

Io e Francesca ci frequentiamo da poche settimane ma è come se la conoscessi da sempre. È una sensazione strana, che ho provato dal primo incontro, un grande senso di complicità. Alcuni, di certo lo chiamerebbero innamoramento.

Tra poco sarò da lei.

Mi piace arrivare sotto il suo portone a piedi: lungo la strada, penso a lei e così aumenta il senso di attesa, il desiderio di incontro, l’aspettativa nei confronti della serata. E mentre scende le scale per raggiungermi cerco di immaginare quale sarà la prima frase che pronuncerà, il suo stato d’animo, il programma che proporrà, lo slancio del bacio o dell’abbraccio che mi regalerà.

Questa sera vorrei che non brontolasse come il mare in tempesta, mi piacerebbe sentirla ridere, tacere, in ascolto dei nostri respiri, dei nostri cuori…

Questa sera vorrei che fosse vestita di azzurro. È un colore che fa risaltare la sua pelle abbronzata.

Adesso Francesca è qui, proprio come la stavo sognando, attraente nel vestito al ginocchio che le scopre braccia e gambe, dolce, con un bacio appena accennato sulle labbra, affettuosa, con una carezza sulla guancia.

Questa sera ha voglia di passeggiare lungo le strade del centro, dice che sono molto più belle quando tutti abbandonano la città per ammucchiarsi sulle spiagge…le piace la sensazione di tranquillità, quasi di vuoto.

Così mentre cammina si incanta davanti ai palazzi, li spia attraverso le finestre in cerca di lampadari sontuosi e soffitti affrescati. Si lascia affascinare come un bambino. Mi fa tenerezza questo suo modo infantile di entusiasmarsi.

Soprattutto mi piace il suo modo di coinvolgermi, di trascinarmi per un braccio per poi indicarmi i tesori che vede.

A volte infila frenetica le mani nella borsa, sempre la stessa, indipendentemente dall’abito che porta, e a volte, ne estrae la macchina fotografica. Di solito le piace fotografare attraverso cancelli, feritoie, sbarre, reti di protezione, finestre semichiuse…dice che è la metafora della vita, dice che è esattamente come noi, che guardiamo tutto attraverso una specie di filtro, di finestra sul mondo, senza riuscire mai a fermare niente in modo oggettivo, tanto meno le emozioni.

Anche adesso sta rovistando nella sua sacca colorata, mi chiedo cosa stia per tirarne fuori.

Francesca ha un sacco di hobby: la fotografia, la poesia e la chitarra. Alcuni interessi svaniscono, altri li porta avanti con determinazione e un impegno quasi maniacale.

Tra la passeggiata, quattro chiacchiere e un gelato si è fatto tardi, così ci avviamo di nuovo verso casa, la sua. Sto per salutarla, quando mi chiede di salire, dice che i suoi genitori sono fuori per il fine settimana. Non ho nemmeno il tempo di pensare una risposta e già lei mi ha preso il braccio e trascinato su, davanti alla porta del suo appartamento. La apre e mi conduce con la sua solita fretta, un miscuglio di leggerezza e impazienza, nella sua stanza. Un luogo che nella mia mente immaginavo spazioso, luminoso, dominato da un disordine allegro. Invece qui è piccolo, buio, con degli angoli ordinatissimi e degli altri a soqquadro. È strano.

Francesca è vicina allo stereo, sarebbe carino se lo accendesse. Invece non lo fa, viene verso di me, ride, mi chiede di rilassarmi. Ci sediamo sulla moquette, al centro della stanza, e lei inizia ad accarezzarmi i capelli, il collo, le braccia. Inebriato dalle sue coccole mi sento molto più a mio agio. La stanza inizia a sembrare meno estranea. Le forme paiono arrotondarsi. Adesso ho voglia di giocare con lei, inizio a farle il solletico, ride, mi fa sentire bene, lei cerca di fermarmi, di divincolarsi, riesce ad afferrare un cuscino e iniziamo la battaglia…

Alla fine siamo entrambi ansimanti divertiti e stremati. Propongo una tregua, inizio a baciarle il collo. Sembra disposta ad un armistizio, forse alla pace. Chiude gli occhi, si lascia coccolare come un gattino. Quando le mie labbra sfiorano le sue lei inizia a tremare, è una cosa che capita spesso. Ed è una caratteristica di Francesca che mi piace tantissimo. Mi fa sentire responsabile di lei, del suo corpo.  Francesca è capace di rimanere ad occhi chiusi per ore, per tutto il tempo che passiamo in silenzio ad esplorare i nostri corpi con le mani. È intensa quest’atmosfera, densa, avvolgente. Mi fa sentire vivo, importante, protagonista, custode. È qualcosa di troppo complesso per essere spiegato, compreso.

Certe volte mi capita di pensare che ognuno di noi non è altro che un intero mondo che nasce, cresce, cambia, rifiorisce in noi, alimentato da tutto quello che ascoltiamo. E allora mi chiedo perché permettiamo ad alcuni di entrare nel nostro universo che forse nemmeno noi conosciamo fino in fondo. Mi chiedo dove o come, Francesca abbia trovato la chiave che l’ha condotta a quello sono. Certe volte mi spaventa ammetterlo, ma davvero c’è qualcosa di lei che mi è entrato ed è rimasto dentro: certi suoi sguardi, sorrisi, frasi.

Ma forse tutte quelle cose erano già in me.

Non credo di volere delle risposte, sapere renderebbe tutto meno magico.

Adesso ho sentito un rumore. Come di un sassolino caduto sul pavimento. Francesca sembra spaventata, è tesa, ha riaperto gli occhi, come quel suono avesse spaccato qualcosa.

Si alza di scatto, mi fa alzare, mi invita ad andarmene in fretta. Le chiedo spiegazioni. Mi spinge fuori dalla stanza, oltre il corridoio, apre inesorabilmente la porta di casa. E mentre cammino nella notte cerco di trovare spiegazioni a quel suo fare, a quel repentino cambiamento di umore e mi viene in mente quel suono, in quella specie di tonfo secco. Mi sento stupido. Avevo Francesca tra le braccia, le sue mani che accarezzavano le mie e ho lasciato che tutto svanisse.

18.08.02   4.30

Francesca.


Scusa.

Lo sai ke mi

lascio rapire

solo da te. fra

 

Quando ho riacceso il cellulare questa mattina lo schermo si è illuminato con questo sms che aspettavo ormai da tre giorni. Ci avevo quasi rinunciato. So che Francesca è orgogliosa.

Leggere quella frase mi ha fatto sorridere. Ha cancellato in un istante tutti i cattivi pensieri. Adesso è pomeriggio. La musica cerca di farmi compagnia mentre provo a concentrarmi su una delle infinite pagine di diritto penale. Inutile, in testa c’è solo lei e lo sguardo scivola sulla sua foto, il pensiero a lei che sorride, che mi accarezza, che mi prende per mano.

Hanno suonato il campanello. Spero sempre che sia lei, non è così quasi mai. Ora sì, voglio godermi la sua presenza fino in fondo. È entrata nella mia stanza, ha fatto cadere a terra la borsa e mi ha abbracciato forte, sento i suoi seni premere sul mio petto, le sue mani scivolare sulla schiena nuda, il suo ventre contro il mio. Amo la sua sensualità. Il suo modo aggressivo di prendere, a volte, l’iniziativa. Mi fa sentire desiderato. Continua a chiedermi scusa. Scivoliamo sul mio letto per dirci tutto quello che in tre giorni ci siamo portati dentro. Quando riemergiamo il mio sguardo scivola al pavimento, la borsa di Francesca, e, appena fuori, una cassetta e alcune pile. Sembra accorgersene, fa sparire tutto all’interno della sacca con un sorriso innaturale. Cerco di fermarle il polso in tempo, di riuscire a vedere cosa mi sta nascondendo. Fa l’offesa, dice che non mi fido che faccio il bambino. Le chiedo scusa. Mi abbraccia di nuovo. Mi bacia. Poi se ne va, lasciandomi confuso ed eccitato sul letto.

 

È da nove giorni che Francesca non si fa viva, mi manca tantissimo. Vorrei che fosse lei a cercarmi. Non ce la faccio davvero più. Ho bisogno di lei, anche solo di sentirla. Non so con quale stato d’animo se ne sia andata da casa mia. Certe volte vorrei poter entrare nella sua testa, capire esattamente cosa pensa, cosa prova. In fondo la conosco da così poco, non so quasi nulla di lei, dei suoi umori, dei suoi desideri per quanto possano sembrarmi simili ai miei. Vorrei avere degli indizi, delle mappe, un libretto di istruzioni per riuscire a non rovinare tutto, per riuscire ad entrare nel suo mondo senza perdermici dentro, senza devastare niente.

Adesso sono nella stanza di Francesca, lei è andata un attimo in cucina a prendere qualcosa da bere. La voglia di curiosare è forte. Vorrei non farlo ma apro uno dei cassetti della scrivania, è pieno di nastri registrati, ma sulle custodie, invece di esserci scritto il titolo di qualche cd o il nome di qualche gruppo famoso ci sono nomi di uomini con accanto un numero in progressione. Recupero uno dei nastri con il mio nome, MARCO 5. Infilo la cassetta nello stereo e con mia grande sorpresa sento la voce di Francesca, la mia, le parole che ci siamo dette in uno dei nostri primi incontri e poi, prima che me ne renda conto, alle mie spalle c’è lei, mi volto, è scura in viso. Non dice niente, solo mi guarda. Mentre il nastro continua a scivolare ripetendo frasi che credevo custodite solo nei nostri ricordi.

Le chiedo perché, che senso hanno tutte quelle cassette. Per quale perverso motivo ha registrato tutto. Perché ha inciso tutti quei nastri a mia insaputa. Sono furioso, sto gridando. Non riesco a trovare un motivo sensato, che possa spiegare…

Mi girano in testa le immagini di lei che chiede di andare in bagno, che infila le mani nella borsa, magari per accendere il registratore o girare la cassetta, ho in mente l’occasione in cui mi ha mandato via da casa sua dopo quel rumore inspiegabile, la fine del nastro probabilmente. Tutti i suoi comportamenti bizzarri mi sembrano terribili, crudeli, falsi, sleali.

Sto gridando. La sto insultando. Non sopporto il suono della sua voce. Sto sbattendo la porta. Andando via. Correndo. Correndo lontano da lei, da tutte le sue falsità, da tutti i suoi segreti, da tutte le sue perversioni. Sono senza fiato. Ho voglia di piangere. Mi sento tradito, preso in giro.

Sono trascorsi alcuni giorni, è passata la rabbia. Qui una lettera di Francesca. È da parecchio che la giro e rigiro tra le mani. Ho paura delle risposte che potrei trovarci. Ho paura che potrei farmi convincere che in fondo non c’è niente di male. Ho paura che potrei farmi coinvolgere di nuovo da lei, e non voglio. Non posso perdonarla.


Caro Marco.

Te ne sei appena andato. E anche se nel momento in cui ho sentito sbattere la porta ho capito che quel suono avrebbe segnato la fine, credo di doverti delle spiegazioni, anche se so che non ti riporteranno da me.

Mi dispiace che sia andata così. Sapevo che questo mio segreto non avrebbe potuto rimanere tale ancora per molto tempo, solo che io avevo estremo bisogno di quei nastri. Volevo poter fermare le emozioni. Volevo che quelle striscioline lisce e scure custodissero ogni istante di noi. Ogni respiro, ogni pensiero, ogni frase. Volevo che tutto quello che c’era, rimanesse, perché io ti voglio bene, perché io voglio capire come funziona che ci si innamora, voglio riuscire a seguire il flusso delle emozioni. Sono stufa di tutte le storie d’amore che quando iniziano sembra che debbano durare per sempre e poi…all’improvviso va tutto in frantumi. Ho registrato nastri su nastri. Li ho ascoltati e riascoltati un sacco di volte, volevo capire dove, come, quando si strappava cosa e perché. Non ci sono mai riuscita. Non ho mai capito la legge che regola tutto, non so se sono io ad essere sbagliata o cosa. Nelle parole, nei silenzi, nei respiri, non ho mai trovato niente che potesse spiegare perché ciò che va bene alla fine muore.

Poi ho conosciuto te. Credevo fossi uno dei tanti. Non me ne importava poi molto. Registravo tutto. Era importante avere altra materia di studio. Volevo provare di nuovo a capire.

E quando mi sembrava di aver quasi trovato una risposta, ti ho sentito sbattere quella porta, e tutto quello che mi resta, adesso, sono solo queste stupide cassette, le nostre voci, incise per sempre e una certezza…

Un’amara convinzione: i nastri riescono a captare suoni, rumori, fruscii, stridii, schiocchi, ma niente di quello che è invisibile, di quello che c’è in noi. E solo adesso, che non ti ho più e che sento dentro questo immenso vuoto, che lo stereo non può registrare, ho capito che tu avresti potuto riempire la mia vita.

In fondo una risposta l’ho trovata, al prezzo più caro che avrei potuto pagare.

 

Francesca

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