da   Ass. Il Racconto Ritrovato

La scena primaria di Marco Di Porto - 2003

Giocava coi soldatini di plastica, soldati americani armati di tutto punto, pronti alla guerra. Erano rimasti chiusi nella busta per mesi, snobbati poiché antiquati. I soldatini giacevano inerti sul pavimento, il bambino li rimirava e immaginava il sangue e i colpi di fucile. Pensava che la guerra fosse una questione di plastica. I morti erano già morti. Ucciderli faceva poco male. Dritti sul pavimento, verdi e blu, se ne stavano zitti e buoni. Le mani del bambino si muovevano disegnando forme oscure, gettavano i soldati in terra uno contro l’altro. Niente sangue, solo sangue immaginario.

La madre disse noi usciamo. Il bambino annuì mentre una giubba rossa aggrediva dolorante un Apache. In Italia, i soldati erano americani. Uccidevano i pellerossa. Quando la madre uscì, ci fu silenzio improvviso. Era solo. Soldati americani e indiani sul pavimento. Si guardò intorno, ascoltando il silenzio dei muri bianchi, e scatole di cartone malinconico che avevano odore di carta umida. Alcune erano state raccolte in strada, accanto ai bidoni dell’immondizia. Grosse scatole marroni adatte a contenere libri, vestiti, oggetti. Soldati e mensole e plastica d’ogni tipo. Alla fine degli anni ottanta il mondo era fatto di plastica.

Il bambino commise l’ultimo omicidio della giornata e si sedette sul letto. Provò a sentire Dio, il quale aleggiava, per quanto ne poteva sapere, un po’ ovunque. Guardava e ascoltava i silenzi. Cercava di cogliere qualche significato, nascosto nelle fessure dei muri. Orme di senso, prove evidenti e prive di sfumature tragiche e drammaticità.

Dio si fece vivo all’improvviso: il bambino provò uno strano senso di pace, e l’immediata chiarezza lucida di quel che stava succedendo a lui e alla sua famiglia, cioè a lui e sua madre. Li stavano cacciando via, ma Dio vegliava sui soldati. Non avevano altro posto dove andare, ma Dio vegliava sui soldati. Il patrigno era infelice insicuro e nervoso, ma Dio vegliava sui soldati, sugli apache, su sua madre, che in quel preciso istante non era in casa. Li stavano cacciando via e l’amarezza era mista ad un poco di curiosità nei confronti della vita. Dopotutto aveva solo dieci anni e anche un trasloco poteva essere interessante.

Una volta ritrovata una certa sicurezza mistica, il bambino si alzò in piedi e agguantò lo skateboard, iniziando a correre per la casa. Era vietato, perché segnava grosse strisce nere sulle mattonelle della casa che stavano per lasciare. Pensò con rabbia che non contava più un bel niente, la pulizia delle mattonelle. Dio vegliava, sua madre faceva del suo meglio, ma le mattonelle pulite non avevano più senso, perché tutto era già irrimediabilmente sporco: le righe dello skateboard si distribuivano ferocemente sul pavimento bianco, mentre il rumore sordo dei colpi le sferzate sul pavimento riempivano la casa di suoni sordi.

La sera arrivò, i soldatini erano chiusi nella busta e dimenticati. La madre preparò una cena veloce, fette di tacchino arrosto, mozzarella e insalata verde al limone. Il bambino e la madre avevano gli stessi gusti. Andavano matti per il limone, ad esempio. Alla fine del pasto, tagliavano in due il mezzo limone spremuto e lo succhiavano o lo spremevano nei bicchieri. Automatismi acquisiti. La madre spremeva con noncuranza il limone nel bicchiere del figlio, lui non diceva né grazie né prego, beveva e basta. Poi la madre lavava i piatti, il bambino andava in salotto e si immergeva in un libro. Certe volte ci andava anche a tavola con il libro. Quella sera no. Ma quel giorno aveva voglia di parlare a sua madre, dirle qualcosa, trasmetterle qualcosa che andasse al di là del succo di limone senza parole.      

Voleva dirle che era preoccupato.

Bevve dal bicchiere e alzò gli occhi guardando la donna che, davanti al lavandino dandogli le spalle,  sembrava scossa da un pianto lieve.   Il bambino allora decise di tacere per non creare altri problemi. Però gli venne da piangere. Dovette fare uno sforzo per trattenersi. Si alzò e mise la mano sulla schiena della madre. Lei si voltò, dicendo: vai di là, ora passa. Salì alla gola il pianto forte, lo bloccò con uno sforzo. Perché sua madre era così addolorata? Non poteva, non ne aveva il diritto. Perché non voleva la sua compagnia? Il bambino obbedì, uscì dalla cucina, evitò le grosse scatole marroni nel corridoio, poi s’infilò sotto una coperta e aprì un fumetto.

Quella sera il bambino leggeva il fumetto e ascoltava i movimenti in cucina. La madre passò direttamente in camera da letto, l’ombra passò appena davanti alla porta del salotto. Il bambino si immerse nel libro. Ma non riusciva a concentrarsi, il pensiero andava all’infelicità di sua madre, che poco dopo entrò in sala da pranzo, vestita per uscire di nuovo. Il bambino era ora sul letto, le mani sul torace magro. Lei chiese: tutto bene?

Lui annuì. La madre lo baciò sulla guancia e lo abbracciò, poi disse: guarda la tivù, io torno presto. Il bambino la odiava, ma non riusciva a parlare. Non dare preoccupazioni, si disse, è un momento difficile, tutto passerà. Dio veglia sui soldati.

Quando la madre uscì, lacrime fitte salate sgorgarono dai suoi occhi. Piangeva per sfogarsi, ma non voleva, desiderava essere coerente con sì, va tutto bene; mentre singhiozzava la mente andava ai giochi, alla scuola, ai compiti. Aveva la sensazione che non avrebbe mai potuto parlare delle proprie emozioni a nessuno. Pianto privato, solitario. Nessuno si doveva preoccupare. Il bambino preparava il terreno alle future infelicità nevrotiche. Fardello di preoccupazioni, in lui derivanti dalla famiglia inesistente, dalla povertà e dalla incomunicabilità.. Gocce di infelicità  distillata come in un incubo.

Trovò il modo di far passare le ore successive. Doveva parlare a sua madre, dirle quanto dolore provava per la solitudine, per il trasloco, per il fatto che non avevano una casa in cui andare, per la povertà che li faceva oscillare al vento, a lui e a sua madre, come polvere o sabbia di notte. Per suo padre morto, per la presenza di un patrigno che gli rapiva la madre e non dimostrava attenzioni per lui, che soffriva, che stava per essere cacciato via. Un patrigno privo di sensibilità e una madre sballottata dalla vita. Un patrigno senza pensieri per lui,  un patrigno che catturava l’attenzione di sua madre lasciando lui   solo. La madre lo amava, ne era certo. Ma a volte, con l’amore implicito, quando si deve credere a un sentimento senza averne la costante prova tangibile, a volte quell’amore rischia di essere ignorato, non creduto, tralasciato, si trasforma in odio, in rabbia. Lui sapeva d’essere amato dalla madre, ne era certo, ma usciva con l’amante e lo lasciava solo. Dio vegliava sul soldato, forse la madre no.

La porta si aprì verso mezzanotte, sentì due voci: di uomo e di donna. Una risata. Passi, ombre si defilavano oltre la porta della stanza da pranzo, nella quale il bambino fingeva di dormire, nel letto, in mano il telecomando, la carta da parati verdina slabbrata, scatole umide marroni colme dei loro oggetti . Ombra che apre la porta e guarda dentro e vede il buio e si accorge che il figlio dorme. Ombra che richiude e pronuncia il nome dell’uomo a bassa voce, bisbigliando la frase fai piano, mio figlio dorme. Si, la madre lo amava, ma il bambino si preparava a una notte da incubo e quella presenza nell’altra stanza in quel momento fragile difficile duro faceva apparire fantasmi e paura. Voleva parlarle, dirle che stava male, che aveva pianto, ma i denti riuscivano a mordere solo il lenzuolo e per timidezza educazione rispetto volontà di non dare preoccupazione rimaneva fermo nel letto senza muoversi, rigido come metallo freddo, battagliero come un soldato, impaurito e offeso come un Apache che sta per morire per mano dell’usurpatore bianco; l’avrebbe capita dopo la menzogna, che gli indiani sono cattivi.

Gli venne da pensare al Natale. Il bambino a Natale guardava i cartoni animati di Asterix. Il suo preferito era “Le dodici fatiche di Asterix”. Parlava di Asterix, che insieme a Obelix doveva affrontare dodici prove, come Achille. Asterix e Obelix si divertivano ad ammazzare di botte i romani e sapevano che le truppe di Cesare non ce l’avrebbero mai fatta a batterli, perché i galli bevevano la pozione magica che li rendeva invincibili. Asterix e Obelix accettavano le sfide di Cesare un po’ a cuor leggero, tanto per.

Quando il bambino guardava Asterix insieme a sua madre sotto le coperte, con i pop corn, fuori c’era freddo e ovunque era Natale, Asterix rideva e vinceva i romani coi superpoteri e la forza delle truppe di Cesare era volutamente sottovalutata, la magia prendeva forma sullo schermo della Tv ed era il momento che avrebbe voluto fosse infinito.

Poi s’addormentò.

Alle tre di notte scese dal letto e andò in cucina. La madre, ormai sola nel letto, avvertì il rumore. Sentì il clamore sordo di cose che cadono, si fece spazio tra le grosse scatole chiedendosi perché il figlio si fosse svegliato in piena notte. Il bambino era in piedi di fronte al frigorifero, in pigiama a piedi nudi i capelli sconvolti di sonno agitato,  succhiava limoni tagliati a metà e contemporaneamente piangeva scosso e tremante. Il freddo e la luce del frigo non aiutavano a sdrammatizzare l’ombra tragica della psicosi del figlio. La mamma lo scosse, disse che fai, torna a letto, ti sembra l’ora, lo abbracciò, lo baciò. Il bambino, assente stravolto diceva che Dio vegliava sui soldati e che lei non si sarebbe dovuta preoccupare.

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