da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Io, Gender di Maddalena Maffei - 2003

SARA

 

Eccomi pronta! Mi sono svegliata presto, prestissimo, come mi accade spesso quando sono qui.

            E’ una scura mattinata di inizio ottobre, le nuvole sono gonfie di pioggia, ma per adesso il tempo regge. Mi siedo fuori, guardando con amore questo giardino che appartiene alla mia infanzia, i fiori di vetro sotto il pino, il tronco al quale appoggio la bici ogni giorno…

            Tutto attorno mi è familiare, e mi parla di ritorno a casa. E stamattina c’è qualcosa in più: il mare, lontano un paio di chilometri in linea d’aria, è in tempesta, sta urlando, e mi lancia così il suo richiamo, un richiamo irresistibile, fosco ed ammaliante insieme.

            Tiro fuori la bici e pedalo velocemente sotto le prime gocce di pioggia. Arrivata in spiaggia, tiro su il cappuccio e salgo i pochi gradini che portano al molo.

            La spiaggia adesso è nella sua veste invernale, deserta di ombrelloni e di gente. Solo poche persone passeggiano sulla battigia, c’è silenzio di attività umane: l’unico rumore, che tutto sovrasta, è quello del mare.

            Arrivo in cima al molo, dove le onde si infrangono violentemente oltre gli scogli, arrivando a lambirmi.

            Non mi va di bagnarmi, e salgo la scaletta che porta al basamento del faro. Da lì scruto il mare: sulla mia sinistra, alcuni uomini in muta da sub pagaiano a pancia in giù sulle loro tavole da surf. Così neri e allungati, sembrano grossi girini di mare, uomini-rana che sfidano le onde.

Guardo davanti, e mi perdo a fantasticare: lì, al largo, potrei scorgere la creatura che Luca ed io immaginiamo di aver generato con il nostro amore, il delfino Gender.

Verso sud, in questa giornata così incredibilmente limpida, posso quasi intravedere lo specchio di mare in cui sarebbe nato: un piccolo bacino protetto da uno sbarramento di scogli.

Osservo queste acque che non mi apparterranno più fino al prossimo anno, con amore e nostalgia, la nostalgia struggente dell’emigrante.

Ed infine mi volto verso nord: il mare che bagna la città è tutto un turbinio di goccioline. Luca vive là. Abitiamo lontani, e anche se lontani non fossimo, nulla della nostra storia sarebbe cambiato.

Proprio ieri sera, dopo avermi opposto resistenza per oltre un anno, ha scoperto di amarmi. E’ stata una rivelazione. Eravamo a tavola, per una delle nostre cene, di solito così allegre e romantiche, e lì si è svelato, sorprendendo anche se stesso.

“Ho tradito le consegne.”,  mi diceva accorato, lui che desiderava solo volermi bene ed accompagnarmi per un tratto di strada, nel modo più lieve possibile.

Eravamo turbati, ed io avevo voglia di piangere. Dopo ci siamo seduti su un  muretto, e gli ho consegnato la lettera che avevo scritto: una lettera di amore e di addio insieme, e gli dicevo addio perché lui me lo aveva chiesto, avvertendo che la nostra storia diventava man mano più greve… non più solo un’amicizia sessuata, come la definiva.

L’ha letta come aveva fatto con le altre, in silenzio, con commozione…. Era davvero triste che proprio adesso fosse giunto il momento di lasciarci.

Ora sono qui sola, come sono quasi sempre.

Il mare mi urla nelle orecchie, mi chiama ancora, come se volesse attirarmi tra i flutti. Se non amassi tanto la vita, forse adesso lo farei, mi butterei dalla base del faro, a pancia sotto, inalando il mare che tanto amo con i miei ultimi respiri.

Penso agli uomini-rana che non sono lontani, ed accorrerebbero subito a salvarmi… forse anche un tipo che è arrivato in bici, dall’altra parte del canale, potrebbe tuffarsi per soccorrermi…

Resto così sospesa, e cominciano a sgorgare le lacrime, lacrime grosse come quelle di un bambino, che in due secondi mi hanno già inzuppato la camicia. Si mescolano alla pioggia, che ormai cade copiosa.

Volto di scatto le spalle al mare, alla vista della città che amo di riflesso, alla pinna dorsale del delfino Gender, allo specchio d’acqua che lo ha visto nascere.

Fa male, strappare le radici, ogni volta di più; altre ne dovrò strappare prima di partire. E quando chiuderò il cancello dietro di me, parte del mio cuore rimarrà lì, in attesa.

 

LUCA

 

Più che uscire di casa per la mia solita passeggiata, oggi sono fuggito. Avevo fretta di tirar fuori la sua lettera, l’ho letta e riletta venti volte, l’ho imparata a memoria. Perché mi toccherà distruggerla, come ho fatto con le altre, e questa volta sarà ancora più grande il dispiacere che proverò.

            Oggi lei partirà. Quest’estate è arrivata e partita non so quante volte, alzandosi all’alba per percorrere tutti quei chilometri che ci separano, per incontrare me. ME! Sono stupito, ancora incredulo, eppure… eppure è quello che ha fatto, in tutti questi mesi.

            L’estate scorsa abbiamo cominciato a frequentarci, ed io ero, non dico freddo, ma distaccato, razionale: era la mia difesa. Non volevo sconfinare nel ridicolo, né immergermi tanto, in questa cosa, da mettere in pericolo il mio mondo.

            Domani vedrò Sara, mi dicevo, ed era poco più che un appuntamento come tanti altri, anche se chiaramente mi faceva piacere vederla, e provare con lei emozioni che credevo ormai assopite per sempre. E poi c’era il lato sorridente di questa storia, noi ci trovavamo e ridevamo insieme, colmando così questo gioioso bisogno che ci univa…

            Adesso qualcosa è cambiato: quando le telefono, una volta alla settimana, come faccio da un anno a questa parte… questo è solo un puntino nella mia giornata: ma attorno a questo puntino ruota, turbinoso, tutto il resto…

            Quella di quest’anno è stata l’estate più splendida della mia vita. Ieri gliel’ho detto: sono stato in crociera nei mari più belli, ho visto le spiagge più esclusive, ma da nessuna parte sono stato così felice come con Sara, in quella stretta striscia di sabbia, ad una manciata di chilometri da casa mia. E’ là che abbiamo sognato di concepire il nostro figlio immaginario, un delfino, Gender. Penso a quando ci ritrovavamo, in fondo al viale, per quei nostri fugaci incontri… Lei sempre sorridente, radiosa, addirittura. Quanto ho amato tutto questo! Solo, allora non me ne rendevo conto. Sara invece era lì accanto a me, felice e consapevole dell’attimo che stavamo vivendo.

            Oggi per me finisce l’estate. Forse è l’ultima estate della mia vita.

Qui, sul molo che percorro quasi ogni giorno, mi ritrovo a piangere come non mi è mai successo: io non piango quasi mai. Ieri sera, a tavola, Sara aveva gli occhi pieni di lacrime, ed un viso così profondamente triste… Una volta usciti mi ha inondato come un fiume in piena, tanto da spezzarmi il cuore: perché ho intuito che il suo era un pianto di rinuncia. Ma l’ho capito veramente solo oggi.

            Ha scritto questa struggente lettera di addio, e l’ha scritta perché io l’ho spinta a farlo, ma allora non sapevo ancora di amarla! L’ho scoperto adesso, perché sto per perderla.

            Questo è un tormento, l’amore che provo mi mette in una situazione disperata: non c’è che una soluzione, devo dimenticarla, devo telefonarle e chiederle di aiutarmi, non vedendoci, non sentendoci più…

            So però che ogni volta che rivedrò il mare non potrò non pensare a lei: è per questo che Sara ha insistito perché facessimo il bagno insieme: questa è una cosa che nessuno potrà portarmi via!

            Quando guarirò da questo amore e dalle sue ferite, mi basterà guardare il mare per risentire il sapore dei suoi baci, la sua risata, e l’eco delle parole della sua lettera, che ancora per poco ho qui, tra le mani.

 

GENDER

 

Anche un momento fa, dalla fiancata di uno di quei barconi che portano i turisti su e giù per la costa, ho sentito il solito grido:

            “Guarda, un delfino!”.

Seguo la scia delle barche senza aggregarmi ai miei consimili, in cerca dell’anima gemella. Sono sicuro che esista, devo solo trovarla. Scandaglio con cura ogni branco di delfini che incontro, mi unisco a loro per un paio di miglia, li ascolto: nessuno parla il mio linguaggio. Mi guardano curiosi, mi ammetterebbero nel branco, se solo volessi: nessuna specie è sociale come questa, tranne, forse, l’uomo. Sono io che mi sottraggo, dopo averli sondati ad uno ad uno, per non cedere alla tentazione di dimenticare la mia origine.

            I miei genitori non sono due delfini, ma un uomo ed una donna. In un tratto di mare dove l’acqua era bassa e tiepida, hanno fatto l’amore senza congiungersi, ed il seme dell’uno ha incontrato i fluidi vitali dell’altra, fecondandoli. Nel limbo dei non-nati mi è stata data questa possibilità: nascere delfino. Ed io me la sono presa.

            L’amore: è questo, mi è stato detto, che fa la differenza. Nessun grembo materno ti cullerà per nove mesi, non  potrai nascere uomo come i tuoi genitori, ma sei stato concepito con amore: sarai, se lo vuoi, delfino.

            E così, nei miei balzi fuori dall’acqua, faccio il pieno d’aria e di cielo, e ricambio la simpatia con cui  questi esseri umani mi guardano dai barconi. Sento, dentro di me, gli echi delle voci dei miei genitori, l’afflato che li unisce, perfino l’eco delle loro risate. Sono questi i pensieri che mi fanno compagnia.

Mia madre mi somiglia: solo quando è immersa nel mare, lasciati a riva tutti i pensieri, può ridere felice, in un’esplosione di gioia senza ombre.

Dopo anni, finalmente, ha incontrato mio padre. Un giorno l’ha portato al mare, nel suo elemento: le sembrava indispensabile condividerlo. Qui, gli diceva, conoscerai il mio io primordiale, allo stato puro. E così è stato. Si sono immersi insieme, si sono abbracciati, hanno riso pieni di gioia per quei momenti preziosi.

Mio padre non sa nuotare, e nutre per il mare un reverente timore. Tuttavia lo ama, e adesso, che ha conosciuto così mia madre, lo amerà ancora di più. Ogni volta che rivedrà il mare – il che capita spesso – non potrà non pensare a lei. E lo stesso, naturalmente, per mia madre, che vive così lontana.

L’altro giorno lei gli ha regalato una conchiglia, tenendone per sé una simile: mia madre ha di questi pensieri. Le conserveranno come un tesoro: quando ci s’innamora, si torna un po’ adolescenti,  forse proprio perché è il nostro io adolescente, con la sua freschezza e levità, che s’innamora.

A volte vorrei che, così come io so di loro, e li seguo passo a passo nelle loro vite separate, anche loro sapessero di me. Cosa penserebbero, di un figlio delfino? Un figlio dell’amore, non può che essere amato? Mia madre, al contrario di mio padre, non ha altri figli: forse potrei consolarla. E mio padre, scoprendo grazie a me di essere ancora fertile, potrebbe sentire meno greve il peso degli anni…

I miei genitori percorrono le loro strade sulla terraferma, incontrandosi solo di tanto in tanto: un filo d’amore li unisce, e fa sì che si accompagnino, in un qualche modo misterioso, nella vita.

Io, Gender, fendo le onde, solco il mare, e, tutto sommato, quella che provo è pura gioia di vivere. Quando incontrerò un altro delfino come me, perché lo incontrerò, questo è certo, anch’io conoscerò l’amore che mi hanno insegnato: e nel limbo dei non-nati concepirò un altro mio simile.