da   Ass. Il Racconto Ritrovato

L'uomo senza il resto di Francesca De Gasperi - 2002

Credete a quanto vi sto per raccontare perché si nutre d’una verità che io ho vissuto.

Chissà che qualcuno di voi non riconosca quest’uomo.


Bene. Ora sedetevi e fumatevi le mie parole. Il tempo d’una sigaretta: questo vi chiedo.

Ero alla stazione dei treni. Ancora un alpino in licenza e poi sarebbe stato il mio turno allo sportello per i biglietti. Si avvicina un uomo vecchio, ma bambino nei grandi vestiti: sulle spalle una giacca grigia, pesante, che mostra solo le tre dita più lunghe delle mani. Occhi brillanti, brillantissimi: neri come una stanza buia. Volto scuro, rughe stanche, corpo magro. Per barba un pugno di spine.

Inodore: in lui non si distingueva nessun profumo o lezzo. Niente. Non avevo mai conosciuto uomo o donna che non avesse il suo odore.

I suoi occhi mi pregavano di lasciarlo passare, altrimenti perderà il treno. Indica sul monitor quello delle 17.10: il mio. I suoi piedi pestano impazienti: deve andare, deve. Lo lascio passare.

Appena il ragazzo sputa il biglietto dalla bocca dello sportello il vecchio corre, corre come avesse ricevuto il testimone dalle mani d’un compagno di staffetta.

«E il resto ? Ha lasciato il resto ! Ehi !»

Ricevuto il mio biglietto rincorro l’uomo con ciò che gli spetta e che ha scordato.

Mi getto nel treno al volo prendendomi in grembo la gonna lunga: la porta fischia e si chiude. La gonna scende. Siedo nel disbrigo fra due vagoni: sono stanca, sudo, il fermaglio è saltato nella corsa liberando i capelli. Sto un po’ così: con le gambe calde coperte dalla mia gonna preferita, i capelli sulle spalle e le mani fra le cosce, incrociate intorno al fermaglio; così, come sul divano di camera mia quando guardo il ciliegio che sbircia alla mia finestra. Così, come a casa mia.

Un pensiero: in quale vagone sarà salito ?

Raduno i capelli e li costringo nel fermaglio che si chiude panciuto intorno alla crocchia. Apro il finestrino e bevo un po’ d’aria fresca. M’asciugo il viso con il dorso della mano e riprendo il mio bagaglio decisa a trovare il vecchio.

Spulcio due vagoni senza riconoscerlo.

Prima classe, poche teste: ma eccolo ! Mi dirigo decisa verso di lui e lo investo di parole: “Scusi è scappato via senza ritirare il resto, vede, questi sono suoi.”  Sorrido.

Silenzio.

“Posso?”

Mi fa un cenno avaro con le dita della mano destra.

Mi siedo di fronte. Accomodo il bagaglio al fianco, mi soffio il naso e comincio anch’io a guardare fuori dal finestrino. ”Quest’erba, verde di germoglio e d’acqua appena caduta, sembra chiamare i piedi nudi a camminarci sopra. Non trova ? Non sente un’emozione di fresco che le lava il viso ?”

Sembra non capirmi. Ed io continuo…

“E quei fiorellini gialli là, sarebbero l’ideale come centrotavola in una cena fra amici, con risate frammiste a piatti che si riempiono e si svuotano in attesa d’un caffè che colori la lingua. Le piacciono i fiori ?”

Mi guarda visibilmente irritato.

“Le do fastidio ?”

“Sì.”

“Perché ?”

“Perché ho paura di ciò che mi potrebbe chiedere.”

“Dove è diretto ?

“Dove porta il treno.»

“Ma lei dove vive ?”

“Qui, in treno. Solo.”

“E la gente che è sul treno ? Dovrà pur aver avuto una qualche relazione con loro.”

“Io basto a me stesso. Loro non mi riguardano, prima o poi scendono.”

“Lei sembra finto !”

“No, io sono vero. Lei non lo è. Quando sarà arrivata alla sua fermata lei svanirà e la ricorderò solo perché non mi ha lasciato in pace.”

“Quanto tempo crede di resistere ?”

“Non si tratta di resistere, questa è la mia vita.”

“E’ felice ?”

“Sì, rido spesso. Non immagina cosa si può ascoltare stando seduto in un treno.”

“Ma come fa a vivere: d’elemosina ?”

“No. Libero dagli spiccioli la gente che non ha voglia di rimetterli nel portafoglio.”

“E cosa mangia ?”

“Oggi il gelato al distributore della stazione.”

“E’ mai stato amato in questa suo vita ? Che ne so…accarezzato ?”

“Sì, dal controllore che voleva il biglietto: mi ero addormentato.”

“Perché ha paura della libertà che c’è fuori dal treno ?”

“Perché è faticosa.”

Ammutolisco e sprofondo in una quiete zeppa di curiosità. Riemergo solo alla vista delle tre torri che sfregiano il volto della mia città.

“Io sono arrivata, vado, la mia famiglia mi aspetta. Tenga, guardi qui, il resto che aveva lasciato vale più del biglietto.” Allunga la mano e i soldi spariscono nella manica gigante.

Raduno le mie cose e scendo.

Prima di andarmene raccolsi un fiore da una fessura nell’asfalto e glielo porsi in segno di commiato. Ma non lo volle, era terrorizzato: non abbassò neanche il finestrino, come se avutolo tra le dita il  colore dei petali avesse potuto tingerle irrimediabilmente. Chissà se aveva mai colto la realtà che vedeva fuori dal treno.

Mi infilai il fiore nell’asola della camicia e imboccai il sottopassaggio con il gambo molle che mi solleticava il cuore.

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