da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il vagabondo di Salizzi di Mauro Franco - 2002

Chi visita il cimitero di Salizzi sicuramente noterà lo splendido mausoleo situato proprio nel mezzo della spianata: le lastre di abbagliante e costoso marmo bianco denotano l’ opulenza in cui visse la salma che riposa in quel gioiello architettonico. Chiunque si sorprenderebbe sapendo che il signor Raffaele Penati, il poveretto là custodito, trascorse la sua tormentata esistenza tra i patimenti della miseria. Gli anziani che si riuniscono nella piazza del paese conoscono la storia di quell’ opera d’ arte, ma ogni tanto qualcuno di loro non si presenta più all’ appuntamento quotidiano perché il peso degli anni lo immobilizza in casa. Quindi è il caso che iomi affretti a scrivere questo racconto prima che tutto scompaia nell’ oblio.

All’ inizio degli anni Sessanta un problema attanagliava la giunta comunale del paese di Salizzi: dopo aver investito una discreta porzione del bilancio pubblico nella costruzione di un nuovo camposanto, nessuno voleva esservi seppellito. Non erano le macabre leggende diffuse intenzionalmente dall’ opposizione a spaventare i futuri inquilini, ma nessun salizzese voleva essere il primo ospite di quelle algide mura.

“Se mi sotterrano là chissà quanto tempo dovrà passare prima che arrivi qualcun’ altro”; “tutto solo come un reietto, un esiliato”; “guai a voi se vi permettete di mettermi là dentro”; i genitori minacciavano di diseredare i propri figli se avessero osato un affronto simile.

Il sindaco era oramai indifeso di fronte ai continui attacchi  provenienti dai banchi dell’ opposizione:

“tutto quel denaro speso per nulla”, “chissà quanto ne ha intascato lui”, “forse vuole tenersi il cimitero per sé”.

Inizialmente si rivolse a Don Silvio.

“Reverendo, mi aiuti, convinca i suoi parrocchiani. Sono sempre stato un servo fedele, faccia qualcosa.”

Il prete, in effetti, non aveva motivo per lamentarsi dell’ operato del sindaco, e anche qualche suo compromesso con la sinistra lo aveva  perdonato.

“Fratelli, il nuovo cimitero reclama delle anime, e l’ acqua santa utilizzata nella benedizione non può andare sprecata, coraggio!”

Per diverse domeniche implorò i fedeli ma l’ esito non fu positivo e ci fu addirittura chi, indispettito, smise di frequentare la chiesa e di elargire offerte.

Il sindaco, quindi, supplicò il medico del paese.

“Dottore, lei è un uomo di scienza, convinca questi bifolchi, il mio futuro politico è nelle sue mani.”

Il medico concludeva ogni visita con:

“Quando ero studente ho osservato sezionare molti corpi, e non mai visto un’ anima; non dobbiamo temere ciò che ci aspetta dopo la morte, abbiamo solo il nulla davanti a noi. Quindi un luogo di sepoltura vale l’ altro!”

I salizzesi allora cominciarono a disertare il suo studio. A scandalizzarli non fu l’ attestato di ateismo, ma quel continuo contrastare le loro volontà. Che ci fosse una vita eterna oppure no, nessuno intendeva essere il primo tumulato del nuovo cimitero.

Il politico, rispettoso delle istituzioni, chiese aiuto alla “Benemerita”.

“Maresciallo, lei in paese è un’ autorità e i salizzesi l’ ascolteranno, cerchi di convincerli.”

Il milite si cimentò in alcune arringhe sulla piazza di Salizzi.

“Il riempire a dismisura il vecchio cimitero è un attentato alla salute pubblica, sono costretto ad imporvi l’ utilizzo della nuova costruzione.”

Dopo alcuni giorni, però, il sottufficiale decise di sospendere quei fervorini perché tra i paesani iniziò a serpeggiare un malumore nei confronti dell’ “arma”, e il fuoristrada dei carabinieri fu addirittura oggetto di una breve, ma violenta, sassaiola. Il sindaco, ormai rassegnato, aveva convocato il consiglio in una seduta straordinaria ed era deciso a presentare le proprie dimissioni ma, quella stessa mattina, il dottore si presentò alla sua abitazione.

“Il Signor Raffaele è molto malato, sta morendo!”

Il politicante rimase impassibile nell’ udire la notizia.

“Ma che cosa me ne importa di quel vecchio vagabondo, ma che si tolga dai piedi!”

“Sindaco, potrebbe essere lui il primo inumato”

“Dottore, lei è un genio! Ma è sicuro? Come fa a sapere che sta per morire?”

 

“Non si preoccupi, in anni di professione non ho imparato a salvaguardare una vita ma a prevederne la morte sì. Raffaele ha il cuore che si sta spegnendo piano piano, non riuscirà a vedere il prossimo inverno.”

“Fatelo venire qua e lo convincerò a farsi seppellire nel nuovo camposanto.”

Il povero Raffaele era sempre vissuto ai margini di quella comunità. Il padre non si era mai fatto conoscere e la madre era impazzita quando lui era ancora bambino, la sorella si era sposata con un perdigiorno e si era trasferita in un altro paese. Raffaele sopravviveva chiedendo l’ elemosina e rubacchiando negli orticelli un po’ isolati, non poche volte era stato costretto a portar via il cibo a dei cani.

Aveva trascorso la sua grama vita errando da un angolo all’ altro di Salizzi sempre sperando di trovare la pace e la quiete, ma il freddo e la fame non avevano mai smesso di tormentarlo.

Raffaele non era conscio del fatto che la stabilità politica di Salizzi dipendesse dalla sua scelta e non fu difficile convincerlo affinché accettasse la tumulazione nella nuova costruzione. Da quel giorno smise la sua vita randagia, perché molti compaesani gareggiavano nell’ invitarlo all’ osteria e, senza lesinare, gli offrivano il vino migliore:  “se questa manna me l’ avessero donata qualche anno fa, quando stavo meglio”.

Il prete gli promise delle messe che gli avrebbero abbreviato il purgatorio, ma il vagabondo aveva già scontato settant’ anni di inferno, cosa poteva ancora preoccuparlo?

Raffaele, ripulito e sbarbato, ebbe l’ onore di sedere in prima fila durante la funzione religiosa della domenica mattina; fino a qualche giorno prima si trovava sdraiato sul sagrato a chiedere l ‘elemosina ed i salizzesi non è che fossero molto generosi. Per ottenere qualche lira doveva alzarsi ed avvicinarsi ai signori meglio vestiti, ed era sufficiente il lezzo che emanava a far sì che lo allontanassero con qualche monetina. Da qualche giorno, invece, viveva nell’ abbondanza e sembrava che fossero tornati gli americani. Raffaele rammentava quei giovanotti in divisa che gli offrivano scatolette, cioccolato e quella strana bevanda nera che gonfiava lo stomaco.

Una domenica venne addirittura invitato a pranzo a casa del sindaco. Al vagabondo, seduto a quella tavola imbandita, sembrava di vivere in un sogno; le figlie del politico non si portavano più il moccichino al naso per difendersi dal fetore, anche perché Raffaele si era cosparso il volto con del pregiato dopobarba regalatogli  del barbiere.

“Signor Raffaele, io ho in mente grandi progetti per Salizzi, dovrà diventare un paese moderno.”

Quel “signor Raffaele” non era più pronunciato con  ironia, per decenni lo avevano chiamato in quel modo così formale per contrastare la sua triste condizione di reietto.

“Salizzi  si merita una nuova scuola, delle strade asfaltate e , forse, persino un ospedale.”

Il sindaco tuonava i suoi proclami. Raffaele era stato ricoverato in un ospedale una sola volta grazie all’ intercessione di una suora; il poverino vi aveva trovato lenzuola pulite, cibo caldo e gente vestitada signori che gli chiedeva come stesse:

“E sì! L’ ospedale è proprio una gran cosa.”

Non passò molto tempo che anche alcuni esponenti dell’ opposizione iniziarono ad interessarsi a lui, prima cercarono di convincerlo che la terra del nuovo cimitero fosse sconsacrata e poi gli offrirono del denaro. Il vagabondo non aveva potuto studiare ma non impiegò molto per capire che dalla sua inumazione avrebbe potuto ottenere ulteriori vantaggi. Rifiutò gentilmente le oblazioni dell’ opposizione e si presentò al sindaco con una serie di richieste, le quali, senza troppe difficoltà, vennero esaudite.

Abbandonò quel fatiscente tugurio dove trascorreva le notti e si trasferì in un alloggio decente ma, soprattutto, venne accontentato su quello a cui più teneva: la costruzione di un mausoleo che ospitasse la sua salma. Il  politicante si rivolse ad un architetto della città nascondendogli, però, il fatto che la sua opera avrebbe custodito l’ indegno cadavere di un misero vagabondo.

Una sera vollero che Raffaele  presenziasse alla seduta consigliare in municipio e acclamandolo lo invitarono affinché prendesse la parola, ma il timido uomo si limitò ad alzarsi ed a salutare tutti con una levata della mano, quel gesto venne comunque premiato da un fragoroso applauso.

L’ opposizione intanto aveva deciso di agire sull’ amor proprio dell’ architetto:

“Un artista come lei, le cui opere dovrebbero ospitare le spoglie di uomini di stato e di cultura, lavora per un barbone, questa è una vergogna!”

Se non avesse già quasi completato la tomba, ma soprattutto se fosse già stato pagato, l’ architetto avrebbe sicuramente sospeso i lavori; comunque decise di reprimere le proprie ambizioni e di continuare nella costruzione del mausoleo.

Una sera, nella nuova casa  di Raffaele si presentò Pasquale Butini, leader dell’ opposizione, accompagnato da un’ allegra signorina. Una notte d’ amore con quella ragazzina sarebbe stata la ricompensa per la rescissione del patto stipulato col sindaco,  ma l’ anziano vagabondo aveva da troppo tempo sopito questo tipo di passioni e non gli fu difficile declinare la procace offerta.

“Bisogna agire subito! Basta aspettare! Se non riusciamo a convincerlo con le buone maniere vuol dire che non se le merita. Lo porteremo a morire a Bradrena, là c’ è una giunta comunale del nostro stesso partito che farà in modo che il cadavere venga inumato nel loro cimitero.

Quando Pasquale Butini profferì quest’ ordine nessuno dei suoi accoliti osò replicare e si affaccendarono nel predisporre il rapimento. Raffaele ebbe ancora due giorni per godersi i piaceri che gli erano stati negati in una vita poi, nella notte di Ferragosto, tre energumeni piombarono nella sua stanza e il poverino capì che i tre figuri non erano frutto dell’ alcool  ingerito.

“Aiuto, aiutatemi, i banditi!”

Furono le sue ultime parole perché il suo cuore, provato da anni di esistenza randagia, non resse allo spavento. I tre sgherri fuggirono atterriti. Avevano sperato in un esito del rapimento meno funesto.

Il mattino seguente il sindaco strabuzzò gli occhi dalla gioia

“Dottore, ma è sicuro? E’ morto?”

“Le ho detto di sì!”

“Finalmente.”

Vennero officiati funerali solenni e tutto il paese seguì il feretro, il prete dal pulpito fece un discorso come non gli era mai riuscito in trenta anni. Al cimitero l’ architetto assistette alla tumulazione della bara perché voleva accertarsi che la sua opera non venisse danneggiata dalle mani, un po’ grossolane, dei necrofori. Intorno al mausoleo tutti piangevano commossi e per una settimana ogni attività si interruppe, sembrava che Salizzi non dovesse più risollevarsi da quel torpore, ma in municipio erano già saltati i tappi da parecchie bottiglie di buon vino.

“E così abbiamo spuntato le armi all’ opposizione, e non potranno più attaccarci con la solita storia del cimitero costruito e mai utilizzato.”

Per molti anni i volti di chi sedeva su quegli scranni non cambiarono e il figlio del sindaco riuscì addirittura a farsi eleggere a Montecitorio. Oggi questo onorevole borioso ed un po’ ignorante dovrebbe ricordarsi di quel signor Raffaele Penati che, con la sua morte, gli permise una brillante carriera politica. Ma sappiamo come la riconoscenza abbia una breve memoria:  non un fiore, infatti, ingentilisce il freddo marmo di quello sperduto mausoleo di provincia.

Comments

Lascia un commento