da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il tram n° 4 di Mariuccia Squintani - 2002

Ero a Milano a casa di mia madre che però era in ospedale.

Avevo ricevuto una telefonata piuttosto allarmante di mia sorella: mamma aveva avuto un sospetto di infarto ed era stata ricoverata d'urgenza.

Avevo quindi preso al volo il primo treno e mi ero piazzata in quella che era stata la mia casa per vent'anni. Ma ormai era passato troppo tempo ed erano avvenuti troppi cambiamenti perché quelle mura potessero darmi ancora un senso di familiarità e così la prima notte l'avevo passata con la luce accesa e i sensi molto vigili a tutti i rumori che mi erano sconosciuti.

L'Ospedale Maggiore era abbastanza vicino e così passavo quasi tutto il mio tempo da mamma che pareva, per fortuna, riprendersi abbastanza velocemente.

Erano le sette di sera e uscivo in quel momento da quel labirinto che è l'Ospedale Maggiore, avevo lasciato mamma che riposava tranquilla e mi recavo senza fretta alla fermata del tram.

Anche se era un gennaio  abbastanza mite, a quell'ora era già buio-notte e il freddo si faceva sentire. Fuori dall'Ospedale il solito traffico rombante mi avvisava di non distrarmi se non volevo finire stirata brutalmente.

Il numero 4 faceva capolinea poco lontano ed era già là in sosta, illuminato e completamente vuoto. Il guidatore era a terra e chiacchierava con un collega fumando una sigaretta.

Rabbrividendo, mi sedetti al centro del tram e in quel momento sentii che mi stavo completamente rilassando: forse quella notte avrei dormito.

Ho sempre amato i tram a differenza degli autobus: a Bologna non ce ne sono e in questi giorni mi sarei tolta la voglia, pensavo.

E così inevitabilmente tornai indietro nel tempo, a quando prendevo il tram tutti i giorni per andare alla scuola media; avevo respirato aria di libertà e di conquista quando a undici anni, con i miei libri sottobraccio potevo andare e tornare da scuola con un mezzo pubblico e tutta sola.

E poi per altri tre anni alle superiori, tutte le mattine, un altro tram che però assomigliava di più a un treno, per andare a Sesto San Giovanni. E il mio primo impiego lo trovai all'altro capo della città ; occorrevano ben tre mezzi per arrivarci:... mi fermai con i ricordi rendendomi conto d'un tratto che quei sedili di legno dopotutto non erano poi così comodi...il guidatore era ancora là fuori che parlava concitatamente e nessun'altro era salito nel frattempo.

I sedili erano duri ma sempre lucidi come quando , bambina, mi divertivo a scivolare un po' a destra e un po' a sinistra a seconda se il tram si metteva in moto o si fermava.

Mi ricordai anche che questi sedili altro non erano che tante cassapanche che si potevano aprire. Infatti, quando ero proprio piccola, mia sorella, ancora più piccola di me che non sopportava nessun mezzo di trasporto, durante un viaggio, vomitò e allora il bigliettaio, figura ormai scomparsa, fece alzare alcune persone, aprì una cassapanca, tirò fuori della segatura e la sparse sopra il maleodorante spettacolo.

Chissà se c'è ancora la segatura, pensai...forse non c'è più nessuno che sta male in tram... e chi la spargerebbe per terra, se il bigliettaio non c'è più?

La curiosità di aprire una di quelle cassapanche mi prese a tal punto che non resistetti. Diedi un'occhiata al tranviere il quale evidentemente stava affrontando un argomento di non facile conclusione visto che era ancora là che vociava e si sbracciava davanti al collega che annuiva in silenzio. Dalle altre porte aperte potei vedere che nessuno stava dirigendosi dalla mia parte, così mi alzai, con un passo arrivai al sedile di fronte e provai ad alzarlo. Feci uno sforzo per nulla perché era leggerissimo ma quello che vidi non era solo segatura.

Sopra la segatura c'erano due sacchetti di plastica piuttosto sporchi, ma dentro vidi chiaramente che contenevano, senza ombra di dubbio, due mani in uno e una testa cogli occhi sbarrati nell'altro.

Lasciai andare di colpo il sedile che si chiuse con un gran fracasso e d'un balzo mi sedetti di nuovo al mio posto.

Il guidatore, forse richiamato dal rumore, salutò frettolosamente l'amico, salì velocemente dandomi una sbirciata che mi sembrò più bieca che mai, chiuse automaticamente le porte e mise in moto come una furia tanto che mi trovai quasi stesa sul sedile.

Sentivo qualcosa alla gola che mi stringeva e un brivido  mi percorreva la schiena al pensiero  di cosa poteva esserci dentro la cassapanca sulla quale ero seduta.

Alla fermata successiva salirono tre persone imbaccuccate e silenziose che mi guardarono con noncuranza e si sedettero lontano da me.

Non sapevo cosa pensare, ero solo terrorizzata e naturalmente le cinque fermate mi sembrarono più lunghe del solito anche se avevo la netta impressione di non essere mai salita prima su un tram che filava tanto veloce.

Scendendo, dovevo passare davanti al muso del tram per attraversare il viale oltre il quale c'era la casa di mia madre. Per fortuna fui un fulmine a compiere l'azione perché il tram ripartì subito sfiorandomi il cappotto e nella mia mente si insinuò il sospetto che il tranviere avesse tentato di farmi fuori.

Una volta a casa, accasciata su una poltrona, davanti al televisore acceso, non avevo la forza di fare nulla; volevo raccontarlo a qualcuno ma d'altra parte non volevo mettere in allarme nessuno e soprattutto chissà se qualcuno avrebbe potuto credermi.

Mio cugino, sapendo che ero sola, quella sera arrivò con due pizze. La cosa non poteva farmi altro che piacere, ma purtroppo non riuscii a sostenere la conversazione e lui probabilmente interpretò la mia laconicità come un normale riserbo vista la preoccupazione per la mamma.

L'indomani mattina, mia madre, dopo avermi squadrato, sentenziò che, vista la mia faccia, avrei avuto più bisogno io del suo letto che lei. Diedi la colpa al suo materasso troppo duro e non fiatai sulla scoperta della sera precedente neppure quando arrivarono mia sorella e mio cognato.

Alle sette di sera però, all'uscita dall'Ospedale non sapevo decidermi a rincontrare quel tranviere; il tram era là che aspettava,  illuminato e con le portiere aperte.

Ad ogni capolinea c'è un chiosco dell'Azienda Tranviaria dove i tranvieri si danno il cambio: decisi di fermarmi un po' lì vicino per fumare una sigaretta  e darmi un po' di coraggio. Dentro il chiosco sentivo parlare due persone, ma ero troppo agitata per fare caso a quello che dicevano, finché non mi colpì una frase detta da uno dei due.

"... tutti possono cercarsi un altro lavoro...per quello che ci pagano... ma trasportare le statue di cera approfittando del tram..."

L'altro lo interruppe:

" No per me il Carletto fa benissimo finché può farlo... e ridacchiando aggiunse...

" ma scusa più comodo di così...carica i pezzi qui al capolinea, li scarica a Lambrate all'altro capolinea...e prende il grano..."

In un attimo mi sembrò tutto chiaro. Che stupida, che tonta...,ma si figurati, uno uccide una persona e poi la fa a pezzi e la porta sul tram... solo io con la mia fantasia potevo arrivare a una simile idiota conclusione. Cacciai via la sigaretta e salii. I due tranvieri uscirono parlando ancora tra loro, poi si salutarono e uno salì al posto di guida.

Quella sera non cenai neppure: andai a letto presto e dormii sodo fino alle dieci di mattina, per cui in ritardo, arrivai trafelata dalla mamma. Era domenica e sarei dovuta partire: l'indomani mi aspettava il lavoro e mamma tra qualche giorno sarebbe stata dimessa perchè andava tutto bene. Ci facemmo entrambe le raccomandazioni del caso e ripresi il tram questa volta per andare alla Stazione Centrale.

Anche la Stazione Centrale mi è sempre piaciuta: questo via-vai di persone, la voce all'altoparlante, il mescolarsi tra la folla senza che nessuno ti conosca, il brusìo incessante...sono cose che si possono amare solo se si è nati a Milano.

Il mio treno era già lì, al binario 9 ma mancava ancora mezz'ora prima della partenza per cui decisi di comprarmi un giornale, una bibita e due panini per mangiarmeli in santa pace nello scompartimento.

A qualunque ora si prenda il treno da Milano per Bologna, anche se la corsa termina a Firenze, non ho mai trovato scompartimenti vuoti: a volte penso proprio che siamo in troppi a questo mondo! A fatica, ma trovai un posto insieme ad altre cinque persone che mi augurai non avessero voglia di chiacchierare.

Addentai il primo panino e aprii il giornale. E' sempre stata mia abitudine dare prima un'occhiata a tutte le pagine e poi leggere gli articoli che mi interessano.

Alle "Cronache della Provincia" mi aspettava un titolo che non avrei dimenticato tanto facilmente:

"Macabra scoperta a Lambrate" e sottotitolo " Il corpo di una donna scoperto in una discarica orrendamente mutilato: era mancante di testa e mani"

             Anche se non me ne resi conto, il treno lentamente cominciò a muoversi.

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