da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Una notte di Gabriela Muselli - 2001

INTRODUZIONE

Tra le persone più strane che io abbia mai incontrato nella mia vita, ce n’è una con la quale ho vissuto per qualche tempo e della quale non ricordo nemmeno più il cognome.
E’ stato al tempo dell’università, nel classico appartamento per studenti dove vivevo con vecchi amici di scuola. Lo ricordo perfettamente nell’aspetto, uno studente di medicina. Uno strambo personaggio con un passato di figlio cresciuto senza affetto e un presente disagiato, in perenne ricerca di equilibrio. Non ho mai legato con lui. Eppure, incredibile a dirsi…dividevamo addirittura la stessa stanza.
Lo ascoltavo spesso la sera tardi. Mi parlava di sé. Dei suoi desideri. Dei suoi problemi. Della sua vita. Dovrei dire che lo sentivo, perché effettivamente non l’ho mai ascoltato.Ero troppo chiusa in me stessa e nel mio mondo per aprirmi soltanto un po’ a qualcosa di diverso ed ero troppo impegnata a crearmi un’immagine di studentessa modello per cercare per lo meno di capire che forse qualcuno mi stava chiedendo aiuto.
Lo detestavo quando rubava un po’ del mio tempo, tempo strappato ai libri di studio, ai miei diari, alle mie foto, al mio mondo.
Come avessi accettato di condividere quella stanza con lui non lo ricordo nemmeno più. A volte le cose ci passano davanti senza che riusciamo in qualche modo ad afferrarle, a frenarle. Lo detestavo ancora di più quando ci riempiva la sala di amici e di quell’odore orribile di fumo. Adesso il mio atteggiamento non sarebbe più lo stesso…ma se mi guardo indietro non mi ci vuole molto a capire che è grazie alla mia rigidità di allora che sono diventata quella di oggi.

Lui non è stato un grosso problema perché con mia grande gioia è rimasto con noi solo qualche mese…e così sono tornata a prendere anche la sua metà della stanza…occupandola di me…facendone il mio piccolo laboratorio di vita, come ogni piccolo spazio che sento davvero mio.

Non so che fine abbia fatto. Non lo abbiamo mai cercato e lui non ha mai cercato noi. Non credo che sia mai diventato medico. Ma la cosa più curiosa è che prima di andarsene ha lasciato a tutti noi un piccolo regalo di addio. Un libro personalizzato per ciascuno. Non saprei ricordare quello degli altri. Ma il mio lo custodisco ancora come un piccolo tesoro.
Non credo che lo avesse scelto perché lo conoscesse, ma ricordo cosa mi disse nel pormelo: “Almeno capirai che c’è un altro mondo oltre al tuo e comincerai a goderti la vita”. Credo di avergli sorriso in quel momento e aprendo il pacchetto vi trovai “La vita materiale” di Margherite Duras.

E’ proprio qui davanti a me. Un’edizione economica in un pratico formato. Apro la prima pagina dove ha lasciato un messaggio:

VERONA Settembre 1995

“E’ stato un bel periodo grazie anche a te. Un miscuglio di vite così diverse creava un bel appartamento.
In bocca al lupo per tutto”.

Io ero contenta di liberarmi della sua scomoda presenza e lui mi stava ringraziando.

Non credo di aver letto subito quel libro. Non ne ero nemmeno incuriosita. Non ricordo esattamente ma credo di averlo riaperto pressoché casualmente in una sera un po’ noiosa. Dopo poco Margherite Duras è diventata una sorta di passione per me, ho letto molti altri suoi libri…mi sono interessata a lei e alla sua vita. Il suo modo di scrivere frammentario la mia fonte di ispirazione, il suo modo di trasmettere il suo pensiero in parole, il mio entusiasmo. Ho sentito riflettere nei suoi scritti la mia voglia di scrivere e nel suo modo di vivere l’amore la mia stessa intensità…

Ho deciso tra le sue pagine che dovevo continuare a scrivere.

Spero che anche a lui qualcuno abbia fatto un regalo tanto significativo come lui fece a me, forse, anzi sicuramente, senza rendersene conto. E spero in qualche modo di aver ricambiato, se per caso leggerà mai queste pagine.


Gabriela

Scrivere

“Quando si scrive, entra in gioco una specie d’istinto. Lo scritto c’è già nella notte. Scrivere sarebbe all’esterno di sé in una confusione dei tempi: fra scrivere e avere scritto, fra scrivere e dover scrivere ancora, fra sapere e ignorare di che cosa si tratta, partire dal senso pieno, esserne sommersi e arrivare fino al non senso”

“Non si tratta del passaggio da uno stato a un altro. Si tratta di decifrare qualcosa che c’è già e che già è stato fatto da noi nel sonno della nostra vita…”
(M. Duras “La vita materiale”).


Scrivo da sempre.

Tra le cose che mi più mi appartengono materialmente e affettivamente ce ne sono due dalle quali non potrei mai separarmi: i miei scritti e le mie fotografie. E scrivere è per me fotografare la vita. La mia vita. Con tutto quello che c’è intorno…cose e persone…e mondo intero…
Ricordo una frase pronunciata da una mia insegnante tanti anni fa…credo 10 anni fa..”Scrivete…scrivete…scrivete tanto…scrivere vi aiuta a staccarvi da un problema…a prenderne le distanze…” Ma io scrivevo da sempre…e non era solo per quello…

Mi sono resa conto prestissimo, ancora bambina, dell’inafferrabile percorso del tempo. Quando ancora non era tempo per pensare agli anni che passano…io ci pensavo già. Ma ricordare era dolce…Lo è sempre stato. A 13 anni avevo già voglia di scrivere per ricordare. Per ricordarmi. Temevo di perdere le sensazioni più forti. Temevo di non ricordare quei momenti che consideravo magici.
Ho scoperto prestissimo che i miei timori erano fondati. Non è facile dimenticare le cose più importanti della nostra vita. Anzi direi impossibile. Ma le sensazioni svaniscono.
Ho provato emozioni e sensazioni fortissime che ancora oggi mi sembrano impossibili. E non ci crederei, forse, se non le avessi scritte. Perché è così. Il tempo ci cambia. Ogni giorno. Giorno dopo giorno. E i miei scritti sono la mia vera lotta contro il tempo.
Uno scritto è un ritratto reale di un momento. Niente di più vero. Ci restano le cronache di quanto ci è accaduto ma non ci restano le emozioni vere. A volte ci sembra di ricordarle, ma le sentiamo solo se ancora in parte vive, altrimenti non le ricordiamo davvero.
Sono arrivata a questo disincanto però con il passare degli anni. Le cose che mi sembravano impossibili da superare, nel bene e nel male, all’improvviso non le sentivo più. Per questo si dice che il tempo cura le ferite.

Ma anche le emozioni più forti finiscono. E a me non sembrava possibile da ragazzina.
Avevo la concezione maledetta dell’eterno. Se una cosa mi piaceva o un nuovo piccolo sentimento mi faceva sentire bene, avevo la sensazione che non potesse finire mai.
E invece cambiamo ogni giorno. Cresciamo forse. Ma comunque cambiamo. E a volte non ricordiamo. Per questo finiscono grandi amori, grandi amicizie, tutto di tutto…

Non so quando ne ho preso la consapevolezza vera.
Ma non dev’essere stato tantissimo tempo fa. Ho scritto cinque anni fa:

“Quando ho scoperto le passioni erano per me così forti che mi sembrava impossibile vivere anche un solo istante senza sentirne la forza. Ora so che non è così. Le passioni vanno e vengono. Ora so che perfino la cosa che desideriamo più al mondo un giorno smetteremo di desiderarla…”. (26.10.96)

E questa è la mia tristezza. Il mio disincanto.

Così sono diventata bravissima ad archiviare i ricordi. Ricordo tanto. Mi sembra di ricordare tutto. Eppure dimentico. Così ci sono loro. Le mie pagine colme di parole. Le mie fotografie sorridenti e solari.
Ma mantengo un giusto equilibrio tra presente e passato. E riesco a guardare avanti. Con la volontà estrema di non lasciarmi sfuggire nulla. Finché sarò lucida della mia vita non mi sfuggirà mai nulla. E continuerò ad archiviare i ricordi. Giorno dopo giorno.

“Io l’ho buttato e l’ho rimpianto. Si rimpiange sempre di aver buttato via le cose in un certo momento della vita. Ma se non si butta niente, se non ci si disfa di qualcosa, se si vuol serbare il tempo, si può passare tutta la vita a riordinare, ad archiviare la vita” (M. Duras “La vita materiale”)


Una notte


“Tanto una sola notte basta al più grande amore per rivelarsi e tanto il mio ricordo si ostina a ricordarla come unica. Io credo che non esista peggiore infelicità del ricordo della felicità. Ahimè, IO MI RICORDO DI QUELLA NOTTE”. (André Gide)

Aveva un’espressione di serenità sul viso. Nessun disagio. Una tranquillità inattesa contro la mia espressione un po’ stranita e vagamente turbata. Non sembrava il ragazzo che avevo conosciuto due anni prima. Bello si. Sempre maledettamente bello e attraente. Ma senz’altro più rilassato e tranquillo. O forse semplicemente meno inafferrabile.
Cosa ci facesse a casa mia quella sera ancora non riesco a spiegarlo davvero. Dopo tutto. Dopo quelle continue altalene di grandi emozioni, di innamoramenti e piccoli grandi dolori.

Mi aveva lasciata ancora prima di conoscermi. Era tutto un gioco per lui. Giocava a fare il grande. A voler essere grande. Ma mi aveva regalato dei sogni per un po’.
Era inafferrabile. Incomprensibile. Per un certo periodo aveva riempito completamente la mia mente. Era l’immagine della persona che chiunque mi conosca avrebbe visto vicino a me. Curato e con quel non so che di prezioso. Talvolta così vicino a me. Eppure così lontano. L’avevo rimpianto per un po’. E poi dimenticato davvero.
Diceva di desiderarmi follemente. Eppure non aveva mai fatto l’amore con me. Abbiamo vissuto a lungo nel piacere tremendo e sottilmente perverso di telefonate e messaggi ammiccanti. Ma ogni volta la mia emozione svaniva. Non era certo colpa mia. Le sue insicurezze, i suoi continui e burrascosi alti e bassi non riuscivano certo a mantenere vivo il mio entusiasmo. Ma ogni volta lui tornava ad essere lui. Chissà ogni volta mi illudevo forse che qualcosa in lui cambiasse.
E’ stato lui a fare in modo che lo dimenticassi davvero. Certe cose sono logorroiche. Distruggono anche le passioni più forti. E io l’avevo già perdonato troppo. Troppe volte.
Non che avesse fatto chissà cosa, certo. Ma sicuramente mi aveva molto indispettita. Non si gioca più ad una certa età con le emozioni. Almeno io non giocavo più.

Da mesi lo respingevo quasi con una sorta di piacere. La stessa persona che mi aveva vista in bilico, in preda dei suoi umori e delle sue scelte, mi cercava ora con insistenza. Eravamo riusciti all’improvviso a buttarci tutto alle spalle e provare ad essere amici. Anzi, le cose stavano così. Io lo avevo dimenticato e così riuscivo a sopportare la sua presenza senza soffrire più dei suoi abbandoni. E ci siamo affezionati davvero. Ci raccontavamo moltissime cose. Ogni cosa importante dovevamo raccontarcela. Gli parlavo anche di lui. Di chi aveva preso il suo posto in un modo del tutto diverso. E lui era sempre pronto a criticare. Due persone che hanno avuto una relazione non possono parlare degli attuali compagni senza un pizzico di gelosia. E comunque non noi.
Non passavano mai settimane senza che ci sentissimo. Spesso ne uscivano battute ammiccanti. Lui amava continuare a giocare per fare in modo che quel qualcosa che c’era tra noi non si chiudesse mai veramente, ma restasse lì, in sordina, pronto ad emergere nel momento e nel modo migliore. Credo sia questa la chiave di lettura di quella notte.

Aveva una relazione. Eppure ogni volta chiamava me. Chiamava me quando doveva fare scelte importanti. Chiamava me quando era triste. Chiamava me quando era felice. Chiamava me quando era da tempo che non mi facevo viva.
E io chiamavo lui. Chiamavo lui quando ero euforica. Chiamavo lui quando mi mancava. Chiamavo lui quando mi sentivo sola.

L’abbiamo chiamata amicizia. Un’amicizia dopo un amore che non ha funzionato. Mi diceva spesso quanto fossi speciale. Ma poi aggiungeva di nuovo il suo desiderio di me. Un po’ giocavo con lui. Di nuovo. E un po’ mi prendevo gioco di lui. La mia mente era altrove…e lui mi sembrava ormai così immaturo vicino a me. Dicevo spesso di avere avuto l’impressione di avere preso un abbaglio. Era solo una bella immagine che non poteva avere nulla a che fare con me. Con il mio mondo. Per me l’amore doveva volare alto. E con lui questo l’avevo solo sognato.

Ma ora era lì. Perché avessi accettato di farlo venire non lo so. Non ne ero nemmeno entusiasta. Pensavo ad altro. L’estate mi stava dando tanta serenità e voglia di fare. Lui era semplicemente superfluo. Restare a casa sola mi aveva dato il senso della libertà e della trasgressione. E lui voleva restare da me a dormire. Era una scommessa. La voglia di vedere se la realtà potesse superare le nostre aspettative, le nostre fantasie, i nostri messaggi assillanti, le nostre reciproche curiosità.
A volte noi donne siamo bravissime a crearci i problemi. Dovevo saperlo che lui era il problema per eccellenza. Mi aveva sempre destabilizzata. Mi aveva anche mancato di rispetto con la sua maleducazione. Eppure tanto venerata.
Sono convinta che lo sappiamo sempre infondo al nostro cuore che ci stiamo mettendo nei guai. Ma vi andiamo incontro lo stesso e crediamo che una notte d’amore possa essere per noi com’è talvolta per loro. Bella da rifare, bella da ricordare, ma assolutamente fine a se stessa e solo rigenerante. Per niente distruttiva o problematica. Non credo che lo facciano con cattiveria. Eppure noi cambiamo all’istante. Ci cambiamo. Cambiamo subito la nostra mente. Che si riempie solo dei pensieri più belli.
Una notte d’amore…appunto. Punto.
Non sentivo forse in cuor mio di non amarlo? Non lo avevo forse volontariamente e consapevolmente allontanato da me? Eppure ero lì a guardarlo…al mattino…con due occhi brillanti e sognanti che stavano plasmando davanti a sé un modello che non c’era. Una bell’immagine certo. Ma inesistente.
Aveva cambiato tutto all’improvviso.

Quella stanza, così grande, così suggestiva era magicamente sottosopra. Le finestre erano tutte semi aperte per catturare dall’alto un filo d’aria.
Ma era caldissimo. Una caldissima notte di luglio.
Intorno era tutto uguale. Con tutte le mie cose personalissime. Eppure così diversa. Era come se si fosse all’improvviso riempita di un’atmosfera nuova. E lo era davvero. La penombra giocava il suo ruolo importante.

Non ho chiuso occhio. Volevo assaporare ogni istante di quella notte. Era come se non potessi permettermi di dormire. Volevo rendermi conto di quanto bella fosse quella sensazione.

Notti d’amore così arrivano per dare uno scossone alla nostra esistenza. Non era uno di quei periodi vuoti e apatici. Era un momento ricco. Ricco e solare. Ricco di cose, ricco di voglia di fare. Eppure notti così arrivano per illuminarti. Per destabilizzarti, elettrizzarti.
Il suo ricordo mi ha cullato magicamente per giorni. Per un po’ è come se il ricordo ti appagasse totalmente. Vorresti ricordare ogni istante, ricordare per sentire di nuovo quelle emozioni. Ti sembra di non averle assaporate abbastanza.
Credo non sia stato difficile indovinare dal mio sguardo che ero in preda ad una sorta di euforia.

Non so esattamente le sensazioni che ebbe lui dopo quella notte. Ma mi fece sentire tutto il suo entusiasmo. Cercandomi in continuazione. Mi sembrava incredulo quanto me. Eppure ancora così tranquillo.

Non era mio. E lo sapevo. E avrei dovuto saperlo.
Ma non mi ero fatta certo scrupoli.
Neanche se avessi avuto il tempo di pensarci avrei mai rinunciato a quella notte.
Credo comunque che in qualche modo mi appartenesse. Io c’ero.
E lui lo sapeva.
Il nostro legame era comunque speciale nonostante tutto.
Io lo avevo perdonato.
Gli avevo perdonato la sua immaturità. I suoi giochi con la vita. E forse quell’espressione finalmente tranquilla era la spia di una sorta crescita. Alla quale certo io avevo contribuito molto. Con la mia presenza. Senza sbattergli la porta in faccia al primo problema, alla prima delusione.
Non so nemmeno quello che pensò esattamente di me e dei miei pensieri. Ma temo che si sbagliasse. La mia immagine di forza oscurava la mia vera fragilità. Ho provato ad essere sincera. Con lui lo ero davvero. Volevo fargli sentire quanto quella notte mi avesse reso vulnerabile. Ma non credo che l’abbia mai capito.

Per un po’ l’ho sognato. Ho sognato che tutto questo non finisse. Ho sognato anzi che il sogno potesse continuare a lungo e diventare reale.

Ma una notte d’amore è anche e soltanto una notte d’amore.
Dovremmo impararlo noi donne.

Nessuno potrà mai rubarmi il ricordo di quella notte. Comunque siano andate le cose. Comunque vadano le cose. La vita ci regala ogni tanto queste bellissime sorprese.

“Ahimè…io mi ricordo di quella notte”.

Gabriela

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