da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Domenica da single di Lidia Zasso - 2001

Nella testa, ormai ne sono sicura, deve esserci un minuscolo timer: ogni giorno si mette in funzione prima che la sveglia suoni ed ha dei ritmi suoi, insondabili anche se dipendono da me.
Dipendono dallo stadio di ansia o dal livello degli zuccheri.
Quando sono relativamente tranquilla, quando la sera prima mi sono nutrita a sufficienza, il timer si mette in funzione on ore quasi accettabili, al contrario nei periodi di ansia o di inappetenza, suona ad ore antelucane.
Il guaio è che ignora completamente la sveglia, non si informa nemmeno se è puntata, va per conto suo, insomma. E ignora la domenica. Già nemmeno la domenica riposa e mi fa riposare.
Così anche nelle gelide domeniche d’inverno, d’inverno prealpino e predolomitico (delle tante idiozie sentite in questi ultimi anni la più madornale mi sembra quella che pretende di farmi credere che io vivo, che sono sempre vissuta in Padania!), il mio timer suona. E, mio malgrado, mi sveglio. Ricorro a tutto per prolungare il sonno, vado a fare pipì, prendo un po’ di gocce ansiolitiche, leggo un articolo particolarmente palloso e poi mi alzo, sì, mi alzo e affronto una delle mie domeniche vuote. Vuote di impegni vuote di presenze vuote di tutto. Accendo il riscaldamento, bevo un caffè e lavo i piatti della sera prima. A questo punto la giornata può considerarsi finita e deve entrare in funzione la fantasia per riempirla di qualcosa. Rileggo quanto ho scritto durante la settimana, divido carta, vetro, plastica per la raccolta differenziata, copio e ricopio con cura maniacale indirizzi e numeri di telefono su svariate agende. Poi una doccia e la speranza che qualcuno telefoni. Capita spesso, per fortuna, che un amico chiami e che dica che ci si vede a prendere il giornale. Alle undici l’incontro nello slargo che ha sostituito la piazza di questa bellissima ma inaccessibile città. Sì, inaccessibile perché nessuno si sogna di andare su nella piazza antica in cima al colle, e ci si ferma in basso, nel centro nuovo. Un tempo ci si trovava in tanti, divisi a capannelli e si parlava e si passava da un bar all’altro e si faceva tardi. Adesso se ci si ritrova in cinque è tanto. Quando si parla di allora m’incazzo. Dicono: sono cambiati gli anni. Nessuno, dico nessuno, pensa che soprattutto sono passati gli anni! Che allora avevamo trent’anni e che adesso andiamo verso i cinquanta….Si parla ancora di politica, per abitudine non per passione, si commentano gli articoli dei giornali che ci si scambia, a volte una modesta e fin troppo civile polemica tra diessini e rifondatori, ravviva la mattinata. Non è che io voglia veder scorrere il sangue e poi sono per l’unità della sinistra, ma un po’ più di passione, un po’ più di faziosità…per dio! Basta però che non lo chiediate a me, io con la polemica ho chiuso, mi è venuta a noia ne ho fatto indigestione nell’anno della “svolta”!
Si beve un gingerino con solo un goccio di vino, niente prosecchi per carità, sono passati quegli anni. E si ritorna a casa.
Di nuovo sola e ricominciano le paranoie. Bisogna decidere cosa cucinare, qualcosa di veloce possibilmente energetico e nutriente. Impiego dieci minuti a prepararmi il pranzo e altrettanti a consumarlo. Mentre mangio cerco di non pensare a ciò che metto in bocca, recito mentalmente pezzi di poesie, ripenso alle chiacchiere del mattino e mi trovo quasi sempre in disaccordo, in disaccordo con tutti. Di lavare i piatti non se ne parla proprio, c’è tempo dopo, un intero pomeriggio. Adesso è ora della pennichella ed è il momento più bello della giornata. Il sonno viene senza fatica a ripagare l’anticipato risveglio mattutino. Che anche il timer stia schiacciando un pisolino? Il risveglio è penoso, si prospetta un lungo pomeriggio da ammazzare. Dalla finestra della grande cucina-soggiorno vedo il via vai della stazione: un casino di gente che arriva che parte: un traffico di macchine che si ferma per qualche istante e riparte. Ma dove andranno mi chiedo, cosa li spingerà a muoversi da casa? Non cercheranno, per caso, anche loro di ammazzare la domenica pomeriggio? Per quel che mi riguarda la soluzione è un libro: sì devo drogarmi di parole scritte, di storie degli altri per scordare la mia. Quasi sempre mi riesce, solo un sottile senso di colpa per una lettura che è solo piacere, ma poi penso che il senso critico lo coltivi pure chi ha voglia di pensare, io devo solo distrarmi. Passano in fretta le ore, scorrono in fretta le pagine: la lettura ogni tanto è interrotta dallo squillo del telefono o da rare inaspettate visite di amici. Quando succede quasi quasi spero che se ne vadano in fretta: non toglietemi il piacere di leggere….please. Ma poi mi lascio prendere dalle chiacchiere, più o meno quelle del mattino, come in un rito della liturgia cattolica, la messa la mattino e questa è l’ora del vespro. Per fortuna siamo in provincia e i pettegolezzi dopo un po’, stravincono su consuetudine e prassi. Così va meglio, mi infervoro, a mia volta racconto e rido. Fuori da un pezzo è buio e come in una vecchia canzone, gli amici se ne vanno, che inutile serata…
E’ già ora di cena, di cena da consumare in fretta, magari in piedi, ricca di zuccheri, ricca di vitamine ma soprattutto non laboriosa da preparare.
Dopo cena scompaiono ansie e paranoie ed entro in una diversa dimensione. Adesso faccio le cose con calma, riassetto la casa, mi lavo, metto in ordine libri carte giornali.
Poi a letto prestissimo, punto l’inutile superflua sveglia e ho due alternative o riprendere il libro da cui a fatica mi ero distaccata o vedere un serial televisivo finto impegnato. Ma ormai che importa? Virtualmente è già lunedì.

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