da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il Racconto

A chi ama scrivere un racconto, può capitare che gli sembri che le idee che gli affollano la mente siano persino troppe.

Occorre raccoglierle, dare loro ordine e selezionarle in modo che realtà e finzione, una parola dopo l’altra acquisiscano nuova vita per prendere la forma di un RACCONTO.

Il racconto è la forma letteraria che meglio consente allo scrittore di esprimere la propria creatività e di trasmettere al lettore il frutto della sua fantasia.

Si può anche raccontare di se stessi però tenendo sempre presente che occorre mettersi dalla parte di chi leggerà, del quale occorre catturare l’attenzione prima, l’interesse dopo.

Noi accompagneremo le parole dei nostri scrittori verso lettori interessati e attenti.

La tecnica dello scrivere bene si impara, ma lo scrittore deve anche tener presente che per imparare a confrontarsi è necessario leggere quel che altri hanno scritto. 

Tutte le opere da noi pubblicate rimarranno sempre consultabili e rileggibili nell’ARCHIVIO.

Certo parecchi di voi avranno pronti più elaborati e continueranno a scrivere. Mandateceli pure tutti, ma uno per volta, a meno che siano molto brevi onde consentirci di prenderli in esame con la massima attenzione e darvene conto. 

I manoscritti dovranno essere inviati come allegato via mail agli indirizzi indicati nel sito.

 

                                                                                                                            Vera Vasques

 


La bambina stringe al petto la sua bambola bionda, in silenzio. Se ne sta rannicchiata accanto al giovane padre, le guance piene, seminascoste dietro il suo braccio e gli occhi come due pozze nere che si posano, schivi, sugli altri passeggeri. Ogni tanto qualcuno le rivolge un sorriso, oppure la guarda in modo strano, l’espressione assorta.

Si è appena svegliata e stenta a capire dove si trova. Tiene le gambe strette nel tentativo inutile di sottrarsi al contatto con il tizio di fianco, un ragazzone dalla testa rasata e le mani enormi, le unghie mordicchiate sui polpastrelli nudi. Emana un odore acre, che si mescola al puzzo di pesce rancido aggrappato allo scafo e le fa venire la nausea.

Il padre sembra intuire i suoi pensieri. Con una mano la tira a se e la bacia amorevolmente sulla fronte.

- Papà, siamo arrivati? -

Lui le soffia sugli occhi e sorride.

- Quasi… manca poco. -

A bordo ci sono altri bambini. Tutti maschi e tutti più grandi, per la verità; tolto un neonato del quale scorge appena la nuca, avvolto in un telo variopinto, legato intorno alle spalle della madre come un marsupio.

Dove saranno adesso Yaya e Ismail?, si chiede la bambina. Un[RD1]a volta, insieme giocavano a nascondersi, scorrazzavano su e giù per le viuzze di Mogadiscio tra le case bianche in muratura, respirando la brezza calda e polverosa che viene dal mare...

Se ne saranno andati pure loro, chissà. Forse stanno viaggiando stipati nel camion, sfidando la sorte, proprio come hanno fatto lei e suo padre: lui dice che sono stati molto fortunati.

Il crepitio affannato del motore usurpa la notte e il suo silenzio. Lentamente la prua avanza osteggiando le onde, verso un orizzonte nero come il mare. I chiarori della costa sono ormai lontani; solo la luna rimanda il suo riflesso argenteo e getta su quei volti stanchi un lieve bagliore.

L’aria salmastra spinge fra i capelli, sulla faccia. Filtra tra le intercapedini, scende giù per il collo, nelle orecchie. Schizza sale sulla pelle. La bambina stringe le palpebre, apre la bocca e inghiotte quel vento umido che fa rabbrividire, eppure sa di Libertà.

Poi i suoi occhi mobili tornano sui compagni di viaggio. Sagome scure, curve su loro stesse, che oscillano al ritmo ubriaco del mare. Qualcuno dorme, altri pregano, qualcun altro si piega e vomita nel mare.

Ci sono giovani donne, uomini dai volti smunti. E ragazzi, troppi, ragazzi. Volti estranei dagli occhi smarriti, che rilucono di attese. E voci straniere, nomi mai uditi.

Ma quanti saranno? Lei sa contare solo fino a dieci, ma a occhio e croce su quel natante ce ne saranno almeno dieci volte tanti. Se non di più. In fila ai bordi, ammucchiati sul fondo come merci di scarso valore, i giubbotti galleggianti che strusciano l’uno contro l’altro.

Un po’ più in là, qualcuno fa il nome di Sicilia. La bambina vorrebbe chiedere a suo padre chi è Sicilia, l’ha sentita nominare più di una volta. Forse sarà una persona importante che sta in Italia, risponde infine a se stessa. Sì, perché è là che stanno andando tutti, in Italia. Il suo papà dice che è un posto pieno di sole che ospita la gente africana, dove non arrivano gli spari né le bombe, le donne non prendono le botte e i bambini imparano a leggere, a scrivere e a contare.

Non come a Mogadiscio. Lì i bambini non ce li mandano più a scuola, sennò arrivano gli uomini lupi col fucile, prendono i maschi e li portano a fare i soldati. Anche il cugino Jawad ci doveva andare, ma lui è riuscito a scappare. Qualcuno dice che se lo trovano lo uccidono a colpi di mitraglia.

La città è zeppa di uomini lupi: anime nere, come quelle dei demoni malvagi che di tanto in tanto le vengono in sogno. È per questo che hanno deciso di andarsene. La mamma invece è volata su una stella e da lassù illumina il loro cammino. Così le ha detto il suo papà; ma sono stati gli uomini lupi a mandarcela, lei lo sa bene…

Ora i suoi occhi frugano in cielo in cerca della stella più grossa e lucente. Eccola, è facile scorgerla: balla e pulsa solitaria il suo fulgore come un richiamo. Lei porta le dita alle labbra e soffia in aria un bacio.

- Come ti chiami? -, le chiede all’improvviso il ragazzo dalle mani enormi, facendola trasalire.

Lei china il capo intimorita, aggiusta il vestitino alla sua bambola e se la stringe di nuovo al petto.

- È molto bella… - insiste lui. - Me lo dici il suo nome? -.

La bambina indugia ancora, guardinga. Poi, tutto d’un tratto, sfuggendo lo sguardo del suo interlocutore balbetta: - Fa… Faaghira -.

Il ragazzo rimane pensieroso qualche istante. E precisa: - Fiore di gelsomino… - riferendosi al nome che la bambina ha appena pronunciato.

Lei fa cenno di sì con la testa e intanto furtivamente insegue lo sguardo del padre, il quale le rivolge un cenno di assenso. Vuol dire che non c’è nulla di male se parla un po’ con quel ragazzo: in fondo ha gli occhi buoni e una voce che suona allegria, ora non sente più nemmeno il suo cattivo odore… -.

- Io sono Baschir. - sta dicendo adesso, porgendole la mano.

Lei risponde con una stretta incerta.

- Non ci crederai, - continua lui. - ma avevo un’amica che si chiamava proprio come la tua bambola… -

Lo guarda, incuriosita.

- Era la tua ragazza? -

- Può darsi… - risponde lui cercando di nascondere l’amarezza.

- E adesso? Non è più la tua ragazza? -

- Ora non è più qui… È andata a vivere su una stella… -

La bambina sussulta spalancando gli occhi: - Allora forse conosce la mia mamma… -

- È probabile. Qual è la sua stella? -

- È quella lì… - fa lei puntando l’indice al cielo. - Quella più grande. -

Il ragazzo azzarda un sorriso ripigliandosi dal precedente imbarazzo e con una mano le sfiora i capelli.

- Non c’è dubbio! Anche Faaghira è lassù, di sicuro saranno diventate amiche... - conclude infine con eccessiva convinzione.

Lei leva lo sguardo in alto e per un momento torna con la memoria nella casa di Mogadiscio. Le sembra di sentire nell’aria il profumo di tè allo zenzero, il sapore intenso e aromatico del cardamomo. Negli occhi, il sorriso di mamma Ebe e nel cuore la morbidezza del suo abbraccio, così vivo e vibrante di calore, i capelli che odorano di eucalipto.

- Sono sicuro che adesso ci stanno sorridendo... - dice Baschir cercando di strapparla alla malinconia.

L’uno accanto all’altra sollevano lo sguardo, come in attesa di uno segno dal cielo. Poi il ragazzo la prende sottobraccio e intona a bassa voce la nenia che sua madre gli cantava un tempo per farlo addormentare.

Lei lo ascolta incantata, intanto osserva il padre. Ha gli occhi chiusi, due strisce sulla fronte e ai lati della bocca gli appesantiscono il volto malgrado la giovane età: forse gli occhi di fuoco di un demone malvagio stanno puntando verso di lui usurpando anche i suoi sogni, dice fra se. Poi appoggia il capo sulla spalla del suo nuovo amico, annusa i capelli della sua bambola e chiude gli occhi, sperando che quella dolce melodia scacci ogni paura.

La Terra è una sagoma accesa alla luce dell’alba, i contorni ancora sfocati. È là, all’orizzonte. Una fiamma nel mare che riscalda l’animo e inonda gli occhi, un inno alla vita, uno schiaffo alla morte.

I gabbiani planano e gridano rauchi sopra le loro teste. Ancora poche miglia ed è fatta!, pensa il giovane padre. Sua figlia potrà finalmente crescere in terra di pace, lontano dalla distruzione, dagli uomini della guerra e i bambini soldato, dagli ordigni e le loro grandi bocche, spalancate sul selciato e trasformate in fetide piscine, dove orde di ragazzini sguazzano inconsapevoli.

Gli occhi della sua bambina hanno già visto troppo. E ancora non sa che presto la chiameranno migrante.

Mille occhi si poseranno su di lei, su di loro. Biechi, malevoli. Alcuni più indulgenti e compassionevoli, forse solo rassegnati. Occhiate sospettose, ciniche e superbe.

E parleranno di lei, creatura innocente colpita dalla sciagura, figlia di un popolo di intrusi, potenziali delinquenti. La compareranno agli incivili e ai ladri, predoni di case e di lavoro, portatori di sporcizia e di guai.

Ne dibatteranno i leader internazionali, rimpallandosi vicendevolmente la loro sorte. E ne parleranno sui giornali, nelle televisioni. Qualcuno, seduto comodamente sulla sua poltrona, sbufferà davanti a quelle immagini tediose. Qualcun altro si indignerà, ascoltando la conta dei cadaveri invocherà il Padre Eterno, spenderà perfino qualche lacrima sincera. Infine, cambierà canale.

Ma il sole nasce e la terra è a un passo, il futuro a portata di mano. Al resto, ancora una volta penserà la misericordia di Dio, e se Lui vorrà, qualcheduno tenderà loro una mano.

Il giovane padre sorride sporgendosi e odorando il mare, la faccia controvento e lo sguardo rivolto alla nuova alba e a quella terra sempre più vicina.

Poi si guarda intorno e si accorge che sul barcone sono rimasti soltanto lui e la sua creatura. Mucchi di indumenti sono disseminati ovunque, insieme ai giubbotti di salvataggio, cinture e scarpe da ginnastica, bottigliette di plastica, qualche giocattolo.

Ma sua figlia gli sorride e allunga le braccia verso di lui, la bambola Faaghira che le penzola da una mano. Lui la prende in braccio, e quando fa per stringerla a se il suo corpicino svanisce in un istante e la bambola rotola in mare. Stretti al petto, solo un mucchietto di vestiti.

Il giovane padre sobbalza e sbarra gli occhi.

Sua figlia è aggrappata a lui, parla nel sonno. Davanti a se, il centinaio dei disperati compagni di viaggio con indosso i loro vestiti, sdraiati l’uno sull’altro, mentre il vento sta cambiando e il mare ora sembra cattivo. Quel deserto d’acqua lo ha schernito. I demoni del sonno si sono presi gioco di lui e la notte ha lasciato il posto a un’alba in tempesta. Onde alte e minacciose sbattono sui fianchi. L’acqua invade lo scafo, colpisce i corpi, inzuppa i vestiti. All’orizzonte, un lampo di luce che squarcia una massa di nubi scure, e ancora la stessa linea indistinta che separa cielo e mare.

Niente terra. Niente futuro. Niente Dio. Almeno, non ancora...

La bambina stringe al petto la sua bambola fradicia, in silenzio. Se ne sta rannicchiata accanto a un ragazzone dalla testa rasata e le mani enormi. Ha le guance piene rigate dalle lacrime, gli occhi come due pozze nere e i capelli che sgocciolano, una coperta avvolta intorno alle spalle.

- Andrà tutto bene… - sussurra Baschir.

Lei lo abbraccia. Poi gli mostra la sua bambola bionda.

- Anch’io, mi chiamo Faaghira… -

Baschir la stringe forte a se. Avverte il palpito del suo cuore, e intanto guarda il mare.

 

12 luglio 2003.

Un quotidiano recita:

Nave della Marina Militare soccorre un peschereccio carico di migranti al largo della Libia. A bordo novantotto persone tra cui una decina di minori. Rinvenuti dodici corpi. Cinque i dispersi.

In basso una fotografia immortala un giovane dalla testa rasata che porge una bambola a una bambina di cinque anni.

 


 

Nuoto in un mare color petrolio verso una striscia altalenante che non è terra mia. Sotto la superficie si agita la corrente e tra le onde livide non scorgo appigli. Bevo e annaspo per fuggire da chi m'insegue. Per restare a galla devo compiere sforzi immani. D'un tratto, mi fanno sperare i lampi rossi e verdi di un faro e la sagoma di un'imbarcazione. Prontamente i segnali spariscono nel gran ribollire di schizzi. Inseguitore e tenebre mi spingono sull'orlo di un gorgo nero. Precipito a testa in giù, prima di destarmi.
Non voglio ripensare al sogno di stanotte, ma forse l'acqua tumultuosa era un avvertimento, un'anticipazione del pericolo che sto correndo adesso.
Mi sono cacciato in quest'avventura in compagnia di un amico, anche lui appassionato di escursioni in montagna. La giornata è bellissima e, quasi con spensieratezza, ci siamo intestarditi a voler attraversare una parete dolomitica su una via ferrata interamente esposta. Sopra e sotto di noi scorgiamo metri e metri di roccia verticale. Avremmo dovuto rinunciare all'impresa fin dall'inizio, ma dal punto dove siamo arrivati, sarebbe troppo imprudente tornare indietro.
Quando dopo colazione siamo partiti dal residence, avevamo in mente un'escursione tranquilla, certi che il percorso di oggi non avrebbe presentato nessun tipo di difficoltà. Per questo, insieme alla borraccia e ai panini, non s'è messa nello zaino l'attrezzatura per superare i passaggi difficili. Per restare in equilibrio, ci spostiamo con il corpo aderente alla parete, staccando dalla fune metallica le mani una per volta, premendo la punta degli scarponi dove ci sia un accenno di traccia.
Se sbircio tra le gambe, intravedo la fine dello strapiombo con un tappetino verde macchiettato di rosa. Se si dovesse scivolare sarà tra quei rododendri che ci troveranno.
Mi viene da pensare alla dolce sensazione che mi ha sorpreso ieri pomeriggio, mentre si aspettava il tramonto discutendo di progetti sull'erba di un pianoro. A un certo punto la compagna di Pietro mi ha tenuto la mano per farmi sentire i bozzi del bimbo che le ruzzolava in pancia, e io ho annuito all'occhiata di mia moglie che esprimeva il desiderio di fare un figlio.
"Però, quelle teste del CAI avrebbero dovuto segnalare che la via breve porta in parete" sbuffa Pietro.
"Lascia perdere, toccava a noi controllare la cartina. Meno male che il sole ha dissolto la nebbia".
In effetti la visibilità è perfetta, comunque ci siamo comportati da principianti. Non è la prima estate che veniamo in vacanza in questa valle, ma è la prima volta che, attratti dalla punta innevata, si è deciso di raggiungere da un versante diverso il rifugio dove tre anni fa si strinse amicizia. Al crocevia ci siamo fidati della nostra esperienza, imboccando senza riflettere il tracciato più corto".
"Per fortuna stamani il mercato ha tenuto le donne in paese - dico per sdrammatizzare".
"In compenso potrebbero esser vedove prima di sera".
"Toccati!"
"Magari ci riuscissi"
Nonostante il pericolo, l'ansia non ci paralizza. Centimetro dopo centimetro riusciamo ad avanzare con cauti spostamenti laterali. Non ce lo diciamo, però si teme che qualcuno possa spuntare in senso contrario.
Ripenso alla scarica d'adrenalina che da ragazzo mi tirò fuori da una buca del fiume. Terminata la scuola, ero corso con un compagno di giochi a fare un bagno e, senza sapere come, ero riuscito a uscire da quel buco sott'acqua. Se ora invece dalla cima si staccasse una frangia di neve, la minaccia piomberebbe dall'alto.
"Merda!"
"Che c'è?"
"Niente" dico.
Sento che, per la troppa pressione dei piedi, un frammento di roccia sta precipitando, l'impressione mi resta nel sangue oltre il tempo dei sonori rimbalzi.
"Giuro che d'ora in avanti porterò la corda e i moschettoni anche se vado a pisciare"  mugugna Pietro.
Calcolo mentalmente da quant'è che stiamo in parete. Il segnavia indicava dieci minuti dal bivio al rifugio, a me sembra d'averli abbondantemente superati. Mentre rimugino, avverto un frullare d'ali dietro le spalle e, sullo spunzone sopra la testa, vedo appollaiarsi tre corvi. Gli uccellacci ci osservano gracchiando con aria di sfida. Non si scompongono neppure durante il ripetersi degli squilli dei cellulari.
"Via bestiacce, all'Inferno!"  grido.
"Mauro ci siamo! Riconosco la bandiera!"  esulta Pietro.
Come d'incanto, il senso d'impotenza si trasforma in fiducia. A segnalare la vicinanza del rifugio, dalla costa contigua, sventola il tricolore. Anche i corvi non sembrano più interessarsi alla nostra avventura. S'involano verso l'azzurro per farci gustare meglio la fine del pericolo. Ringrazio il cielo al pensiero che tra pochi minuti potrò tranquillizzare mia moglie. Già sento in gola il solco di grappa con cui seppelliremo questa pazzia.
"Che dici Pietro, andiamo tutti al ristorante stasera?"
La risposta è un'imprecazione.
Sebbene stia un po' dietro, lui s'è accorto prima di me che la salvezza è tornata un miraggio.
Una brutta fenditura spacca la roccia, interrompendo la via ferrata a un passo da dove siamo arrivati. L'acqua che filtra dal nevaio passa giù con gorgogli sinistri, solo una stella alpina ingentilisce il bordo del crepaccio. Basterebbe uno slancio deciso per riagguantare la fune al di là della falla insidiosa, se si fosse imbracati.
Sento che i cuori ci galoppano insieme. È un miracolo che le gambe non ci ballino per la tensione. So che Pietro sta lottando per il figlio che deve nascere, e anch'io m'attacco a quel sentimento.
"Vai!"

Mi ricordo di fare un respiro profondo, prima del balzo.