da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il Racconto

A chi ama scrivere un racconto, può capitare che gli sembri che le idee che gli affollano la mente siano persino troppe.

Occorre raccoglierle, dare loro ordine e selezionarle in modo che realtà e finzione, una parola dopo l’altra acquisiscano nuova vita per prendere la forma di un RACCONTO.

Il racconto è la forma letteraria che meglio consente allo scrittore di esprimere la propria creatività e di trasmettere al lettore il frutto della sua fantasia.

Si può anche raccontare di se stessi però tenendo sempre presente che occorre mettersi dalla parte di chi leggerà, del quale occorre catturare l’attenzione prima, l’interesse dopo.

Noi accompagneremo le parole dei nostri scrittori verso lettori interessati e attenti.

La tecnica dello scrivere bene si impara, ma lo scrittore deve anche tener presente che per imparare a confrontarsi è necessario leggere quel che altri hanno scritto. 

Tutte le opere da noi pubblicate rimarranno sempre consultabili e rileggibili nell’ARCHIVIO.

Certo parecchi di voi avranno pronti più elaborati e continueranno a scrivere. Mandateceli pure tutti, ma uno per volta, a meno che siano molto brevi onde consentirci di prenderli in esame con la massima attenzione e darvene conto. 

I manoscritti dovranno essere inviati come allegato via mail agli indirizzi indicati nel sito.

 

                                                                                                                            Vera Vasques

 

 

 

A essere una mosca, nella mia classe ci sarebbe da divertirsi. Bisognerebbe fare un po’ d’attenzione quando si passa vicino a Caputo, detto Robinùd, ultimo banco vicino alla finestra, perché lui ha sempre un elastico pronto e sbaglia raramente, pure la maestra lo sa e ogni tanto gli chiede di far fuori calabroni e vespe. Detto questo, volare di qua e di là spiando quel che i compagni combinano di nascosto sotto il banco o scrivono sul diario e nei temi, sarebbe un magnifico passatempo. A leggere i temi si imparano molte cose su chi li scrive, la maestra invece guarda soprattutto gli errori e tira righe blu per quelli leggeri e rosse per quelli gravi. Due rigacce rosse una sotto l’altra e di sicuro ti prendi insufficiente.

Io mosca non sono, però ho la diaccadì, una sindrome (che sarebbe una specie di malattia) che ti fa stare sempre in movimento e ti fa stare attento a tutto quanto succede, anche a quello che non dovresti. Così magari succede che non stai attento alle cose giuste. Non so quando me la sono beccata, comunque la psicologa dice che ora che ce l’ho me la tengo; però poi è venuta a scuola per spiegare alle maestre che non devono sempre mettermi in castigo se mi alzo dalla sedia o se guardo fuori dalla finestra (c’è un albero, in cortile, con un gran va e vieni di gatti e di uccelli, per quelli con la sindrome è difficile resistere), e da allora posso alzarmi e andare in giro per la classe quanto voglio, basta che non parli e che non faccia cadere le cose. Soprattutto vado a buttare la carta nel cestino (ci faccio le palline, con la carta, la psicologa mi ha detto che serve a combattere l’agitazione) e ogni volta faccio un giro diverso. Così, anche se non posso volare, sbircio qua e là, poi torno al banco e sto tranquillo per un po’.

Ah, mi chiamo Mustafa, detto Musta, sono nato in Siria ma adesso faccio quarta B a Torino. Come ci sono arrivato è una storia un po’ lunga, anche se ho solo nove anni, è lunga. Di chilometri e di fatica. La maestra dice che le presentazioni si fanno all’inizio, io mi dimentico sempre, credo sia colpa della diaccadì, però stavolta ce l’ho fatta, non proprio all’inizio, quasi. A Torino ci sono già da due anni, ho imparato in fretta l’italiano e così non mi hanno messo con i bambinetti di seconda. Non ci ho messo tanto perché mi piace leggere, pure in Siria mi piaceva anche se ero piccolo e la lingua era molto diversa. A leggere si impara.

Oggi è giorno di tema, figuriamoci se ho perso l’occasione di aumentarmi un po’ la diaccadì, così faccio più palline di carta e più viaggi al cestino della spazzatura. La maestra mi guarda un po’ storto, io allargo le braccia e guardo al cielo, almeno cercherò di fare un bel tema; prima però mi devo sfogare un pochino. A proposito, oggi la maestra si è inventata un titolo strano, “Uscita d’emergenza”, chissà cos’aveva in testa. Magari si è ricordata che l’anno scorso è stata assente a lungo, la malattia doveva essere grave perché nessuno ci diceva il nome, solo scuotevano la testa. Ma per fortuna dopo le vacanze è tornata, ora cammina con un bastone però è quasi come prima.

Ho i miei trucchi: per andare al cestino cammino adagio, intanto butto l’occhio sui fogli dei compagni. A leggere sono svelto, mica come Ferrini, detto Lumaca, che ci mette il triplo di tempo e quando gli chiedi cos’ha letto non te lo sa dire. Ma non è colpa sua, anche lui ha un disturbo (che è più o meno come avere una malattia, o una sindrome), che lo fa leggere lento. Quindi anche lui la maestra non lo sgrida; e poi abbiamo scoperto che se la lezione gliela legge qualcun altro lui la impara benissimo, così ogni tanto Ferrini ci chiede di leggere al suo posto, di imprestargli la lettura.

Zitto zitto passo dietro a Brandani, detto Cicci. Sua madre lo accompagna sempre in classe e gli porta lo zaino fino al banco, poi gli dà pure un bacio, una carezza e gli dice “Ti aspetto, Cicci, fa’ il bravo!” proprio così, davanti a tutti, in quarta elementare… Mi sa che quello dorme ancora nel letto con lei. ”Quando vado al cinema mi siedo sempre nel posto vicino all’uscita d’emergenza, anzi nel secondo più vicino, perché nel più vicino ci si siede mia madre, così mi apre lei la porta in caso di incendio. A volte non si vede tanto bene lo schermo, ma per lo meno siamo al sicuro, non si sa mai…”.

Ora c’è Pelissero, detta Pelo, la più brava della classe, di tema prende sempre dieci, una volta che c’era la supplente e le ha dato nove e mezzo, lei ha pianto per due ore. “Con l’espressione ‘uscita d’emergenza’ si intende un’apertura, di solito una porta unidirezionale, che consente di allontanarsi rapidamente da un locale nel caso si verifichi una situazione di pericolo…” Che noia, come fanno a darle dieci di tema, sembra un vocabolario! Proprio allora Pelo si è accorta di me e ha subito coperto il suo tema con il braccio. Ha paura che glielo copi, figuriamoci…

Altra pallina, altro viaggio al cestino, altri due temi, uno all’andata e uno al ritorno. “Mio padre fabbrica le porte, comprese quelle che servono per le uscite d’emergenza dei cinema, dei ristoranti e delle scuole. Senza mio padre moriremmo tutti, perché le porte degli altri costruttori di porte funzionano tutte da schifo, ecco perché costano poco. Mio padre, invece,…” Questo era Marotta, detto Paperone, perché é ricco straricco e di matematica è un genio; ma se gli chiedi un ciuingam se lo fa pagare. Magari torno a vedere come concluderà il suo tema, è capace che stavolta ci mette il listino prezzi dei vari modelli.

Ora la mia fidanzata (però lei non lo sa ancora) Levetti, detta Fede, un po’ perché si chiama Federica, un po’ perché crede a quasi tutto quello che uno le racconta. Gli altri dicono che è un difetto; per me avere fiducia è una bella cosa, almeno finché si può. “Io spero di non aver mai bisogno di usare un’uscita d’emergenza, ma se ciò succedesse, vorrei che fosse larga e spaziosa, in modo che ci possano passare tutti, anche i vecchietti e quelli più lenti…”. E’ fatta così, pensa sempre agli altri, mi sa che da grande farà l’assistente sociale. Però i temi non si cominciano con “Io”, la maestra dice che non va bene, son due rigacce assicurate. Faccio cadere la pallina sul suo foglio, mentre mi scuso approfitto per farle segno, lei capisce al volo e mi sorride stupita.

La maestra ha fatto la faccia di quando sta per perdere la pazienza e mi ha indicato l’orologio sopra la cattedra. Ora comincio, ho risposto con gli occhi.

“Maestra, questo tema per me è difficile. Io di uscite di emergenza ne ho già attraversate parecchie, ma quando uscivo da un’emergenza quasi subito entravo in un’altra, allora vuol dire che non era per davvero un’uscita d’emergenza. Quindi non sono sicuro di dire le cose giuste. Quando le bombe hanno fatto crollare la nostra casa in Siria, la mamma ha portato fuori me e Omar, che sapevamo camminare, trascinandoci per un braccio in mezzo alle macerie e alla polvere. Ci ha lasciati sotto il fico in fondo al giardino e lì mi è sembrato di essere uscito dall’emergenza. Ma poi mamma è rientrata per prendere le gemelle che erano rimaste nella culla, e non è più tornata. Io piangevo, Omar mi consolava, ma quell’emergenza lì, di restare senza mamma, era peggio che essere seppellito dal crollo. Arrivò un’ambulanza e ci portò via, verso un ospedale lontano, ci dicevano di stare tranquilli che eravamo in salvo, ma a me non sembrava. Intorno era tutto distrutto, le bombe continuavano a cadere e io volevo la mamma. Anche Omar la voleva, ma non lo faceva vedere per consolarmi, lui è mio fratello più grande, da quando papà era andato in guerra faceva lui l’uomo di casa. Dall’ospedale siamo poi finiti, Omar ed io, in una specie di campeggio, ma non era proprio una vacanza: ci hanno spiegato che dovevamo rimanere lì fino a che i nostri genitori ci venivano a prendere, ma il tempo passava e io piangevo tutte le sere (pure Omar piangeva, ma poco). Dev’essere in quei mesi che ho preso la diaccadì. A piangere troppo ci si ammala, lo diceva mamma quando mi sbucciavo le ginocchia sulle pietre.

Omar girava per il campo, parlava con i grandi, una sera mi disse “Stai pronto, che partiamo”. Io volevo sapere per dove, ma lui mi disse zitto, non fare domande, proprio come fanno gli adulti. Io mi fidavo di Omar, così l’ho seguito su un camion, nascosto sotto i sacchi dell’ immondizia. Dall’emergenza del campo eravamo usciti, ma dopo un po’ ne arrivò un’altra peggiore: bisognava attraversare il mare. Io il mare non l’avevo mai visto, ma all’inizio non mi ha fatto paura, perché era notte e, appena saliti sul gommone, mi sono addormentato sulle ginocchia di Omar. Come mi capitava con la mamma, prima. Il viaggio è stato molto lungo, il mare è grandissimo e anche un po’ agitato. Come me. Infatti la diaccadì mi aumentava sempre, a dover stare fermo e seduto, così cominciai a toccare di qua e di là, finché trovai uno sportellino nascosto che si apriva con un po’ di fatica. Dentro c’era un giubbetto salvagente, lo tirai fuori di notte per guardarlo bene e lo riposi senza che nessuno mi vedesse. Così, quando venne la tempesta e il gommone non ce la faceva più a stare a galla, io riaprii lo sportellino e infilai il salvagente, un attimo prima che un’onda più grossa delle altre ci rovesciasse. Sentii il grido di Omar “Musta, ne hai uno per me?”, vidi le sue mani che cercavano di raggiungermi, poi un’altra onda.

Maestra, è vero che dopo un po’ mi hanno tirato su dal mare, asciugato, scaldato; erano tutti gentili, anche se non capivo ancora l’italiano; poi sono arrivato qui e Simona e Max mi hanno tenuto a casa con loro, mi trattano bene e vorrebbero che li chiamassi mamma e papà. Però, quando chiudo gli occhi per dormire, vedo sempre mamma che ritorna verso casa per prendere le gemelle, e poi Omar che mi chiede il salvagente, e poi l’onda. Da questa emergenza non ce la faccio ad uscire, ho paura che l’uscita non ci sia proprio.

Mi sa che ho sbagliato il tema.”

 

 

 

 

 

Nota: la “diaccadì” è storpiatura per “ADHD”, sindrome da iperattività e inattenzione, patologia del comportamento divenuta ultimamente molto frequente (alcuni dati suggeriscono una prevalenza superiore al 4% nella popolazione generale)


La bambina stringe al petto la sua bambola bionda, in silenzio. Se ne sta rannicchiata accanto al giovane padre, le guance piene, seminascoste dietro il suo braccio e gli occhi come due pozze nere che si posano, schivi, sugli altri passeggeri. Ogni tanto qualcuno le rivolge un sorriso, oppure la guarda in modo strano, l’espressione assorta.

Si è appena svegliata e stenta a capire dove si trova. Tiene le gambe strette nel tentativo inutile di sottrarsi al contatto con il tizio di fianco, un ragazzone dalla testa rasata e le mani enormi, le unghie mordicchiate sui polpastrelli nudi. Emana un odore acre, che si mescola al puzzo di pesce rancido aggrappato allo scafo e le fa venire la nausea.

Il padre sembra intuire i suoi pensieri. Con una mano la tira a se e la bacia amorevolmente sulla fronte.

- Papà, siamo arrivati? -

Lui le soffia sugli occhi e sorride.

- Quasi… manca poco. -

A bordo ci sono altri bambini. Tutti maschi e tutti più grandi, per la verità; tolto un neonato del quale scorge appena la nuca, avvolto in un telo variopinto, legato intorno alle spalle della madre come un marsupio.

Dove saranno adesso Yaya e Ismail?, si chiede la bambina. Un[RD1]a volta, insieme giocavano a nascondersi, scorrazzavano su e giù per le viuzze di Mogadiscio tra le case bianche in muratura, respirando la brezza calda e polverosa che viene dal mare...

Se ne saranno andati pure loro, chissà. Forse stanno viaggiando stipati nel camion, sfidando la sorte, proprio come hanno fatto lei e suo padre: lui dice che sono stati molto fortunati.

Il crepitio affannato del motore usurpa la notte e il suo silenzio. Lentamente la prua avanza osteggiando le onde, verso un orizzonte nero come il mare. I chiarori della costa sono ormai lontani; solo la luna rimanda il suo riflesso argenteo e getta su quei volti stanchi un lieve bagliore.

L’aria salmastra spinge fra i capelli, sulla faccia. Filtra tra le intercapedini, scende giù per il collo, nelle orecchie. Schizza sale sulla pelle. La bambina stringe le palpebre, apre la bocca e inghiotte quel vento umido che fa rabbrividire, eppure sa di Libertà.

Poi i suoi occhi mobili tornano sui compagni di viaggio. Sagome scure, curve su loro stesse, che oscillano al ritmo ubriaco del mare. Qualcuno dorme, altri pregano, qualcun altro si piega e vomita nel mare.

Ci sono giovani donne, uomini dai volti smunti. E ragazzi, troppi, ragazzi. Volti estranei dagli occhi smarriti, che rilucono di attese. E voci straniere, nomi mai uditi.

Ma quanti saranno? Lei sa contare solo fino a dieci, ma a occhio e croce su quel natante ce ne saranno almeno dieci volte tanti. Se non di più. In fila ai bordi, ammucchiati sul fondo come merci di scarso valore, i giubbotti galleggianti che strusciano l’uno contro l’altro.

Un po’ più in là, qualcuno fa il nome di Sicilia. La bambina vorrebbe chiedere a suo padre chi è Sicilia, l’ha sentita nominare più di una volta. Forse sarà una persona importante che sta in Italia, risponde infine a se stessa. Sì, perché è là che stanno andando tutti, in Italia. Il suo papà dice che è un posto pieno di sole che ospita la gente africana, dove non arrivano gli spari né le bombe, le donne non prendono le botte e i bambini imparano a leggere, a scrivere e a contare.

Non come a Mogadiscio. Lì i bambini non ce li mandano più a scuola, sennò arrivano gli uomini lupi col fucile, prendono i maschi e li portano a fare i soldati. Anche il cugino Jawad ci doveva andare, ma lui è riuscito a scappare. Qualcuno dice che se lo trovano lo uccidono a colpi di mitraglia.

La città è zeppa di uomini lupi: anime nere, come quelle dei demoni malvagi che di tanto in tanto le vengono in sogno. È per questo che hanno deciso di andarsene. La mamma invece è volata su una stella e da lassù illumina il loro cammino. Così le ha detto il suo papà; ma sono stati gli uomini lupi a mandarcela, lei lo sa bene…

Ora i suoi occhi frugano in cielo in cerca della stella più grossa e lucente. Eccola, è facile scorgerla: balla e pulsa solitaria il suo fulgore come un richiamo. Lei porta le dita alle labbra e soffia in aria un bacio.

- Come ti chiami? -, le chiede all’improvviso il ragazzo dalle mani enormi, facendola trasalire.

Lei china il capo intimorita, aggiusta il vestitino alla sua bambola e se la stringe di nuovo al petto.

- È molto bella… - insiste lui. - Me lo dici il suo nome? -.

La bambina indugia ancora, guardinga. Poi, tutto d’un tratto, sfuggendo lo sguardo del suo interlocutore balbetta: - Fa… Faaghira -.

Il ragazzo rimane pensieroso qualche istante. E precisa: - Fiore di gelsomino… - riferendosi al nome che la bambina ha appena pronunciato.

Lei fa cenno di sì con la testa e intanto furtivamente insegue lo sguardo del padre, il quale le rivolge un cenno di assenso. Vuol dire che non c’è nulla di male se parla un po’ con quel ragazzo: in fondo ha gli occhi buoni e una voce che suona allegria, ora non sente più nemmeno il suo cattivo odore… -.

- Io sono Baschir. - sta dicendo adesso, porgendole la mano.

Lei risponde con una stretta incerta.

- Non ci crederai, - continua lui. - ma avevo un’amica che si chiamava proprio come la tua bambola… -

Lo guarda, incuriosita.

- Era la tua ragazza? -

- Può darsi… - risponde lui cercando di nascondere l’amarezza.

- E adesso? Non è più la tua ragazza? -

- Ora non è più qui… È andata a vivere su una stella… -

La bambina sussulta spalancando gli occhi: - Allora forse conosce la mia mamma… -

- È probabile. Qual è la sua stella? -

- È quella lì… - fa lei puntando l’indice al cielo. - Quella più grande. -

Il ragazzo azzarda un sorriso ripigliandosi dal precedente imbarazzo e con una mano le sfiora i capelli.

- Non c’è dubbio! Anche Faaghira è lassù, di sicuro saranno diventate amiche... - conclude infine con eccessiva convinzione.

Lei leva lo sguardo in alto e per un momento torna con la memoria nella casa di Mogadiscio. Le sembra di sentire nell’aria il profumo di tè allo zenzero, il sapore intenso e aromatico del cardamomo. Negli occhi, il sorriso di mamma Ebe e nel cuore la morbidezza del suo abbraccio, così vivo e vibrante di calore, i capelli che odorano di eucalipto.

- Sono sicuro che adesso ci stanno sorridendo... - dice Baschir cercando di strapparla alla malinconia.

L’uno accanto all’altra sollevano lo sguardo, come in attesa di uno segno dal cielo. Poi il ragazzo la prende sottobraccio e intona a bassa voce la nenia che sua madre gli cantava un tempo per farlo addormentare.

Lei lo ascolta incantata, intanto osserva il padre. Ha gli occhi chiusi, due strisce sulla fronte e ai lati della bocca gli appesantiscono il volto malgrado la giovane età: forse gli occhi di fuoco di un demone malvagio stanno puntando verso di lui usurpando anche i suoi sogni, dice fra se. Poi appoggia il capo sulla spalla del suo nuovo amico, annusa i capelli della sua bambola e chiude gli occhi, sperando che quella dolce melodia scacci ogni paura.

La Terra è una sagoma accesa alla luce dell’alba, i contorni ancora sfocati. È là, all’orizzonte. Una fiamma nel mare che riscalda l’animo e inonda gli occhi, un inno alla vita, uno schiaffo alla morte.

I gabbiani planano e gridano rauchi sopra le loro teste. Ancora poche miglia ed è fatta!, pensa il giovane padre. Sua figlia potrà finalmente crescere in terra di pace, lontano dalla distruzione, dagli uomini della guerra e i bambini soldato, dagli ordigni e le loro grandi bocche, spalancate sul selciato e trasformate in fetide piscine, dove orde di ragazzini sguazzano inconsapevoli.

Gli occhi della sua bambina hanno già visto troppo. E ancora non sa che presto la chiameranno migrante.

Mille occhi si poseranno su di lei, su di loro. Biechi, malevoli. Alcuni più indulgenti e compassionevoli, forse solo rassegnati. Occhiate sospettose, ciniche e superbe.

E parleranno di lei, creatura innocente colpita dalla sciagura, figlia di un popolo di intrusi, potenziali delinquenti. La compareranno agli incivili e ai ladri, predoni di case e di lavoro, portatori di sporcizia e di guai.

Ne dibatteranno i leader internazionali, rimpallandosi vicendevolmente la loro sorte. E ne parleranno sui giornali, nelle televisioni. Qualcuno, seduto comodamente sulla sua poltrona, sbufferà davanti a quelle immagini tediose. Qualcun altro si indignerà, ascoltando la conta dei cadaveri invocherà il Padre Eterno, spenderà perfino qualche lacrima sincera. Infine, cambierà canale.

Ma il sole nasce e la terra è a un passo, il futuro a portata di mano. Al resto, ancora una volta penserà la misericordia di Dio, e se Lui vorrà, qualcheduno tenderà loro una mano.

Il giovane padre sorride sporgendosi e odorando il mare, la faccia controvento e lo sguardo rivolto alla nuova alba e a quella terra sempre più vicina.

Poi si guarda intorno e si accorge che sul barcone sono rimasti soltanto lui e la sua creatura. Mucchi di indumenti sono disseminati ovunque, insieme ai giubbotti di salvataggio, cinture e scarpe da ginnastica, bottigliette di plastica, qualche giocattolo.

Ma sua figlia gli sorride e allunga le braccia verso di lui, la bambola Faaghira che le penzola da una mano. Lui la prende in braccio, e quando fa per stringerla a se il suo corpicino svanisce in un istante e la bambola rotola in mare. Stretti al petto, solo un mucchietto di vestiti.

Il giovane padre sobbalza e sbarra gli occhi.

Sua figlia è aggrappata a lui, parla nel sonno. Davanti a se, il centinaio dei disperati compagni di viaggio con indosso i loro vestiti, sdraiati l’uno sull’altro, mentre il vento sta cambiando e il mare ora sembra cattivo. Quel deserto d’acqua lo ha schernito. I demoni del sonno si sono presi gioco di lui e la notte ha lasciato il posto a un’alba in tempesta. Onde alte e minacciose sbattono sui fianchi. L’acqua invade lo scafo, colpisce i corpi, inzuppa i vestiti. All’orizzonte, un lampo di luce che squarcia una massa di nubi scure, e ancora la stessa linea indistinta che separa cielo e mare.

Niente terra. Niente futuro. Niente Dio. Almeno, non ancora...

La bambina stringe al petto la sua bambola fradicia, in silenzio. Se ne sta rannicchiata accanto a un ragazzone dalla testa rasata e le mani enormi. Ha le guance piene rigate dalle lacrime, gli occhi come due pozze nere e i capelli che sgocciolano, una coperta avvolta intorno alle spalle.

- Andrà tutto bene… - sussurra Baschir.

Lei lo abbraccia. Poi gli mostra la sua bambola bionda.

- Anch’io, mi chiamo Faaghira… -

Baschir la stringe forte a se. Avverte il palpito del suo cuore, e intanto guarda il mare.

 

12 luglio 2003.

Un quotidiano recita:

Nave della Marina Militare soccorre un peschereccio carico di migranti al largo della Libia. A bordo novantotto persone tra cui una decina di minori. Rinvenuti dodici corpi. Cinque i dispersi.

In basso una fotografia immortala un giovane dalla testa rasata che porge una bambola a una bambina di cinque anni.