da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il Racconto

A chi ama scrivere un racconto, può capitare che gli sembri che le idee che gli affollano la mente siano persino troppe.

Occorre raccoglierle, dare loro ordine e selezionarle in modo che realtà e finzione, una parola dopo l’altra acquisiscano nuova vita per prendere la forma di un RACCONTO.

Il racconto è la forma letteraria che meglio consente allo scrittore di esprimere la propria creatività e di trasmettere al lettore il frutto della sua fantasia.

Si può anche raccontare di se stessi però tenendo sempre presente che occorre mettersi dalla parte di chi leggerà, del quale occorre catturare l’attenzione prima, l’interesse dopo.

Noi accompagneremo le parole dei nostri scrittori verso lettori interessati e attenti.

La tecnica dello scrivere bene si impara, ma lo scrittore deve anche tener presente che per imparare a confrontarsi è necessario leggere quel che altri hanno scritto. 

Tutte le opere da noi pubblicate rimarranno sempre consultabili e rileggibili nell’ARCHIVIO.

Certo parecchi di voi avranno pronti più elaborati e continueranno a scrivere. Mandateceli pure tutti, ma uno per volta, a meno che siano molto brevi onde consentirci di prenderli in esame con la massima attenzione e darvene conto. 

I manoscritti dovranno essere inviati come allegato via mail agli indirizzi indicati nel sito.

 

                                                                                                                            Vera Vasques

 

Il Cantastorie


Sedeva, il cantastorie, con il dorso appoggiato al tronco di un grosso larice.
Avvolto nel mantello, aspettava che spiovesse e ricordava.
Di quando inventava favole di cavalieri e di streghe per incantare i bambini, o con le storie d’ amore strappava palpiti e lacrime alle ragazze (molte ne consolava – a notte - nei pagliai); e dei cortili, delle feste e del vino, del riso e degli amori.
Pensava a quando credeva di poter curare con la fantasia, di poter trasformare gli uomini con il sorriso dell' invenzione.
Quel tempo era finito, e da mesi il taccuino delle storie rimaneva bianco.
Così era salito in montagna, a cercare.
Guardava lontano, il cantastorie, adagiato contro il larice: vide un cammino lungo e difficile, che le gambe non volevano più fare; e, al fondo, una belva minacciosa, dalla cui stretta tentava di fuggire, e non riusciva.
La belva lo ghermì.


Incontro


"State bene, signore?" Un viso giovane e preoccupato lo fissava, una mano di ragazza gli scuoteva il braccio.
"Sto bene" mentì. "E non sono un signore. Sono un cantastorie"
"Io sono una ragazza. Vi ho visto giacere e ho pensato…"
"Non ancora, non oggi" rise il cantastorie.
La montagna gli aveva già offerto un dono.

Bivio

“Che porti nello zaino?” le domandò il cantastorie.
“Del vino, per ristorarmi”. Arrossì un poco “E per darmi coraggio”.
“La montagna non fa paura, abbraccia ”.
“Conosco il sentiero di valle. Ma quello di monte è difficile, e si perde tra le nebbie. Forse non mi basterà il piede…”
“Dubbio” la chiamò. “Bevi dunque, e decidi”.
La ragazza s’incamminò per il sentiero di monte, ma tentennava.
Il cantastorie si alzò : “Vado anch’ io da quella parte. Faremo un po’ di strada insieme”

 

Cammino

Il sentiero saliva ripido, ma non impediva le parole.
La ragazza parlava di progetti, di amori, di sogni. Il cantastorie raccontava ricordi, viaggi, rimpianti.
“E’ bello ascoltarti, cantastorie”.
“E’ il mio mestiere. Guardo la vita, e racconto”
La ragazza saliva con passo leggero.
“Camoscio” la fermò. “Hai piedi esperti, e cammini veloce”
“E’ il mio mestiere. Non so stare ferma, corro, salto. Vivo”. Riflettè un istante: “Da vecchia, forse anch’io…”
“Pugnale” la interruppe. “Feriscono, le tue parole”.


Salamandra

"Guarda, cantastorie!"
Una salamandra, nera come la pece, attraversava il sentiero ancheggiando.
"E' una creatura magica. Salta nel fuoco e non brucia."
"Credi nella magia, cantastorie ?"
"Tutto è magia, oppure nulla lo è"
"Sei oscuro"
"Dipende da come guardi. Le ragioni della magia sono nascoste, ma parlano. Il caso non dice nulla"
"Non mi piace il caso"
" Fata " concluse il cantastorie. " Non è per caso che ci siamo incontrati".


Frutti di bosco

 

Dai cespugli lungo il sentiero occhieggiavano bacche colorate.
Il cantastorie le conosceva bene. Lamponi, auspicio d' amore; mirtilli, di saggezza; e more, presagio di sofferenza.
Già la ragazza ne aveva tinte le mani e le labbra, come un bambino goloso.
"Molte ne ho mangiate, ma non sono sazia"
"Fame". Il cantastorie porse la mano colma. "Ne ho colte per te"
"Mi offri molti mirtilli, e lamponi" osservò la ragazza ."Non una mora"
"Non ci ho badato" mentì.


Funghi

 

“Funghi, cantastorie! Mangiamone, ho ancora fame”.
La mano del cantastorie la fermò con rudezza: “Sciocca. E’ vero, alcuni saziano, ma altri danno la pazzia…”
“Lo so” replicò lei, e una nube le attraversò gli occhi. Tacque, quasi dispiaciuta di avere parlato.
“Come lo sai ?” l’aggredì il cantastorie, e subito si pentì dello scatto. Aveva imparato, negli anni dell’ ascolto, a rispettare le stanze segrete, ad entrare solo se invitato; oggi però non s’ era frenato.
Ci fu silenzio.
“Nube” la chiamò, con gli occhi bassi.
“Cantastorie?”
“Scusami”
La ragazza alzò lo sguardo, negli occhi non c’era più ombra né tristezza: “Camminiamo”.
Stavolta il suo racconto fu di incubi e menzogne, di oscurità e illusioni. Terminò con un silenzio, rotto solo dai passi.
“Cantastorie” la chiamò lui.
La ragazza trasalì, stupita dal nome.
“Hai raccontato una storia difficile”
“A volte raccontare fa bene”
“Già” concluse il cantastorie. “A volte ascoltare fa male” pensava, ma tacque.


Airone

 

Il sentiero correva a saliscendi sul fianco della montagna, come un balcone sulla vallata.
“Guarda su, cantastorie!” Un airone si era levato in volo poco lontano; compì un ampio cerchio sopra di loro e proseguì volando diritto, fino a scomparire alla vista.
“E’ l’uccello della felicità. Ci sta dicendo…”
La ragazza interruppe : “… che si può ripercorrere il passato, ma è verso il futuro che si deve andare”
“Indovino” disse il cantastorie. “Mi leggi i pensieri”
“Non tutti, cantastorie” sorrise la ragazza.
“Meglio così”


Acrobata

 

Fu un attimo. Una radice sporgente, lo sguardo distratto dai giochi delle nuvole, un grido.
Quando si volse, il cantastorie la vide scivolare sul pendio ripido e bagnato. Impietrito, vide la paura negli occhi, vide lo scivolo d’erba, il baratro, l’ urlo, il silenzio.
Riaprì gli occhi. La ragazza, pallida e graffiata, stava aggrappata ad un arbusto a un passo dal nulla.
“Che capitombolo” rise.
“Acrobata.” Il cantastorie non trovava la voce: ”Mi hai fatto paura”.
“Così siamo noi acrobati. La gente ci guarda e trattiene il respiro”
“Sai cadere e rialzarti. E’ una cosa buona” concluse il cantastorie, ma non disse ciò che aveva visto ad occhi chiusi.


Nuvola

 

Superarono un colle. All’ altro capo della vallata, sopra la cresta di confine, troneggiava una nuvola gigantesca. Cilindrica e scura in basso, si allargava in una cupola che i raggi dell’ultimo sole tingevano d’ambra.
“Guarda, cantastorie. Sembra un pandolce”
“Ci vuole altro per saziare” rispose brusco.
“Potessi essere un uccello… Mi farei abbracciare da quei riccioli dorati”. La ragazza, ad occhi chiusi, dondolava a braccia aperte e sognava.
“Sogno” la chiamò il cantastorie. “Moriresti folgorata. Poco sotto i riccioli, si annidano fulmini e grandine. E poi non sei un uccello.”
“Non ami le nuvole, cantastorie.”
“Non questa nuvola”

Porci

Giunsero ad una baita. I porci che vi pascolavano si lanciarono minacciosi contro di loro.
La ragazza s’ impaurì: “Fuggiamo, ci sbraneranno…”
Non fuggì, il cantastorie, non ce n’era bisogno; bastò un grido di minaccia per cacciarli.
“Non hai avuto paura, cantastorie ?” ansimò pallida.
“Preda” rise il cantastorie. “Non è me che volevano. Io ho gambe di cuoio, non di seta”.


Altro bivio

 

Declinava il sentiero, a raggiungere il luogo da cui erano partiti. Al bivio la ragazza continuò a man dritta, come a voler ripetere la passeggiata.
Il cantastorie esitò un istante.
“Pesce rosso” la richiamò poi. “Hai già dimenticato la via”.
“Ero distratta…”
“Da questa parte”
Era la strada del commiato.


Vino

 

La ragazza estrasse la fiasca del vino dallo zaino.
"Per te, cantastorie. Non mi serve più"
"Hai davanti un cammino lungo"
"Troverò acqua"
"Il vino dà coraggio, hai detto"
La ragazza alzò le spalle e sorrise. "Ora serve a te, cantastorie"
Il cantastorie cercava parole per l' addio, ma una nebbia gliele nascondeva.


Abbraccio

 

La ragazza non voleva parole.
Senza dirne, abbracciò il cantastorie.
Furono i cuori a parlare.
Poi, poco a poco, il cantastorie non avvertì più il calore del ventre, né il vibrare delle cosce, né il palpito del petto.
Cessò anche la stretta delle mani.
L’ abbraccio era sciolto.


Gioco dei nomi

 

"Drago" disse con poca voce.
La ragazza lo interrogò con uno sguardo.
"Hai il fuoco dentro". Le guardò le mani. "E i tuoi artigli stringono".

"Uomo" le disse poi.
"Cantastorie ?" stralunò la ragazza.
"Hai coraggio. Spalle larghe, e gambe veloci."

La ragazza aspettava, e sorrideva. Di nuovo il cantastorie sapeva giocare.

"Donna" la chiamò ancora.
Avvampò, divertita.
"Comprendi senza parole. I tuoi seni sono cuscini. E i tuoi occhi ridono."
"I tuoi non ridono, cantastorie".
"E' la stanchezza" mentì. "Non ho più vent' anni".

Tacquero.

"Si fa notte, cantastorie. Mi aspettano molte cose, laggiù."
"Rimarrò qui. Ancora un poco"
"Io vado. Addio"


Epilogo

 

Il cantastorie guardò la ragazza che scendeva a valle: a schiena dritta, con passi forti e ritmati, senza voltarsi indietro.
Aprì la bocca per un saluto… Il nome !
Troppo tardi.
Già scompariva tra gli alberi Dubbio, Camoscio, Pesce rosso; Uomo, Preda, Donna e Pugnale; e Fame, Sogno, Nube, Cantastorie, Indovino, Acrobata, Fata, Drago …
Al cantastorie erano rimasti i nomi, non il nome.

Tornò a sedere sotto il larice: sentiva – tra petto e stomaco – un mescolìo, un subbuglio, come un agitarsi e un lottare.
Capì.
La ragazza aveva deposto dentro di lui una storia, che già scalciava per venire alla luce.
Sorrise, grato, e prese dalla bisaccia il taccuino.