da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il Racconto

A chi ama scrivere un racconto, può capitare che gli sembri che le idee che gli affollano la mente siano persino troppe.

Occorre raccoglierle, dare loro ordine e selezionarle in modo che realtà e finzione, una parola dopo l’altra acquisiscano nuova vita per prendere la forma di un RACCONTO.

Il racconto è la forma letteraria che meglio consente allo scrittore di esprimere la propria creatività e di trasmettere al lettore il frutto della sua fantasia.

Si può anche raccontare di se stessi però tenendo sempre presente che occorre mettersi dalla parte di chi leggerà, del quale occorre catturare l’attenzione prima, l’interesse dopo.

Noi accompagneremo le parole dei nostri scrittori verso lettori interessati e attenti.

La tecnica dello scrivere bene si impara, ma lo scrittore deve anche tener presente che per imparare a confrontarsi è necessario leggere quel che altri hanno scritto. 

Tutte le opere da noi pubblicate rimarranno sempre consultabili e rileggibili nell’ARCHIVIO.

Certo parecchi di voi avranno pronti più elaborati e continueranno a scrivere. Mandateceli pure tutti, ma uno per volta, a meno che siano molto brevi onde consentirci di prenderli in esame con la massima attenzione e darvene conto. 

I manoscritti dovranno essere inviati come allegato via mail agli indirizzi indicati nel sito.

 

                                                                                                                            Vera Vasques

 


La morte in estate giunge inopportuna. Si è in vacanza, e tutto si interrompe nell’antro freddo di una chiesa.

Dopo la caduta fu veloce nel rialzarsi, spazzarsi maglia e calzoni e dare un’occhiata al gomito arrossato. Nulla di grave, un graffio e nemmeno una goccia di sangue.

Rassicurò l’automobilista che pallido, sconvolto, gli si era avvicinato per vedere come stesse,  se si fosse fatto male. Se fosse vivo.

“Una sbucciatura, vede? Come quelle che si fanno strisciando sull’asfalto da ragazzi, tanto da buttare i freni“ rise “le suole delle scarpe, appunto, i gomiti”.

“Lasci vedere, forse sarebbe meglio che…”

“Un medico? L’ambulanza? Scherzerà? Guardi!” pizzicò con l’indice un po’ di saliva dalla lingua, ripulì ben bene il gomito.

La bici era ancora a terra, riversa  di traverso tra carreggiata e ciglio della strada. La ruota posteriore girava veloce, i raggi ticchettavano come la molla forzata di un orologio, senza mai fermarsi.

Era stato un buon colpo, secco. L’automobilista ebbe la vista annebbiata. Gli sembrò che il signore con la maglia a righe stesse nuotando sopra il  parabrezza.

Raggelato di un sudore che gli intrise gli abiti e  gli appannò gli occhiali pensò di averlo ammazzato. Ne era sicuro. Era stato svelto nell’arrestarsi, ad aprire la portiera e trovarsi di fronte a quel Lazzaro che come se niente fosse, incrociata  la morte  giusto il tempo di un saluto, gli  parlava con tranquillità rassicurandolo.

Un atteggiamento paterno; di anni quel tipo doveva averne assai più di lui.

Impiegato del Comune, stava rientrando a casa. Erano le sei del pomeriggio del  dieci luglio e faceva un caldo tremendo. Il caldo che cova e scoppia  insopportabile,  e con la mente  pesante dentro la bambagia di afa a labbra chiuse si impreca, anzi, parlando a voce alta spesso soli , come i matti:  “Tornerà l’inverno!”

L’automobilista non correva mai, non gli andava. 

A quell’ora tirava giusto a fare in santa pace quella decina di chilometri che lo separavano da casa.  La testa ancora nella giornata di lavoro appena conclusa, piena di numeri e correzioni al bilancio,  richieste di informazioni, telefonate pressanti,  faticose interruzioni. Sempre educato,  ma contrariato per avere perso il filo, il conto dei totali che non tornavano e che doveva riprendere daccapo sfinito.  

Ma cos’era successo? Come’era potuto accadere?

Nell’ombreggiare della luce che se ne stava andando, la provinciale deserta. A perdita d’occhio un mare di verde, segale e granturco, la bianca fioritura, rada, dei campi di patate. Si era d’estate.

Il tizio in piedi, quello della bicicletta, solido ben piantato, il ventre prominente e tondo, spinto contro le righe della maglietta in filo di cotone, la  pelle scura di un bel color del bronzo dava il senso della buona salute. Un vigore nello spirito, la forza che si concilia al bel carattere, la fiducia che guarda indulgente alla vita. Il suo contrario, per differente indole.

Chiaro di pelle, minuto di ossatura seppure di buona altezza aveva l’aria di chi assaggia  poco il sole, l’aria aperta e piuttosto e meglio il chiuso di un ufficio; nello svago, il silenzio di letture impegnative. A posto, rispettoso per costituzione. Del limite di velocità, senz’altro.    

“Io le chiedo scusa. Sono pronto a rispondere di tutto. Le spese mediche, tutto. La bicicletta.”

I raggi inarrestabili giravano. A lungo vi posò lo sguardo, trattenuto dal moto circolare e riflettente, nel metallo, il sole  calante. 

Giravano ed ebbe, lui, l’automobilista, un vago senso di vertigine, di nausea. Si portò a pugno, stretta,  la mano alla bocca dello stomaco.  

“ E’ sicuro? Davvero io rispondo, sono assicurato io…”

“ Venga  a bere un bicchiere di rosso. Su, venga!” Lo esortò l’uomo della bicicletta, in una sorta di affettuoso, confidenziale conforto. A occhio e croce, l’automobilista spaventato avrebbe potuto essergli figlio.

L’uomo dalla maglia a righe, la voce grassa e pastosa come quella di certi preti cui vien facile intonare i salmi ai funerali, indicò -  alzato il mento -   una casa la cui facciata di colore rosa s’intravvedeva non lontana.

La prospettiva inganna le distanze. Il fatto era successo all’entrata di una curva  nel punto dove si inizia, chi sia buon guidatore lo sa, ad accelerare di poco, ma  accelerare assolutamente per vincere la forza centripeta che altrimenti porta a raddrizzare il gomito e uscir di strada.

Così forse aveva fatto il guidatore o forse no, chi a questo punto avrebbe potuto confermarlo. Chi?

“E’ stata colpa mia glielo assicuro,  il pedale vede? E’ saltato via  - lo indicò a terra, il tipo bene in carne, meno di un paio di metri in là -  …avanti, andiamo ad assaggiarlo il rosso di quest’anno. Non è successo niente per fortuna.”

“Oh! No, grazie. Ma, ma forse sarà meglio che lei si metta seduto, si controlli, anche se ora non sente nulla.”

L’uomo dall’aspetto forte e sano si asciugò fronte e collo con un  fazzoletto verde  a rombi fitti bianchi e neri, piccoli, ridotto a una palla stropicciata che teneva, all’uso dei mancini, nella  tasca sinistra dei calzoni.  Badò a non toccar la testa, per non scomporre, - parevano incollati - capelli grigi ripresi in un elaborato riporto.  

“Il rosso, quello di quest’anno è fenomenale, maturo proprio adesso che è caldo e dà alla testa peggio che a febbraio”  riprese soddisfatto.

L’automobilista lo stava ad ascoltare. Le orecchie alla voce, gli occhi al volto del ciclista dalle braccia forti,  la pelle cotta  dal lavoro della terra. Non assimilava però volto e parole se non passivamente tant’era l’angoscia che provava. Una paura crescente - pure immotivata ormai -   di quel che sarebbe potuto succedere se…

E non era successo.

E forse nulla comunque  avrebbe  potuto essergli imputato se non che il tipo con la maglia a righe, la catenina d’oro che scompariva nel solco fondo delle rughe alla base del collo, aveva scartato all’improvviso, e per restare in sella aveva ondeggiato prima  a sinistra e poi a destra, di nuovo a sinistra, come un orso del circo, goffo e ammaestrato, con un  tempo ridotto di equilibrio,  per poi finire  a terra.

A pochi centimetri dal paraurti dell’utilitaria. Senza toccarsi, senza sfiorarsi nemmeno. Un  miracolo.

“Eccolo, quel maledetto. Stupido io a rimandare. A non far subito le cose, finisce che passa di mente. Me n’ero accorto da giorni che il pedale era rotto. Si arrotolava su se stesso all’incontrario, indietro anziché avanti. Guai a non farle subito le cose! E si rimanda, si rimanda.”

“Si, è male quando si rimanda, non si deve”  disse senza forze, con  voce che si udiva appena l’automobilista.

“Avevo da imbottigliare il vino, capisce,  anche un solo giorno e fa la differenza. L’alone della luna, già, la luna.”

L’automobilista beveva volentieri, conosceva i vini e il piacere di gustarli nelle occasioni di incontro, o d’abitudine, quel mezzo bicchiere la sera, prima di cena. Gli piaceva il vino bianco. Il rosso, quei rossi di grado e un po’ rabbiosi al gusto, gli riuscivano aspri, scontrosi anche bevuti pasteggiando.  

Si era a fine giornata quando l’aria, ripreso vigore si alza proprio in quei giorni più caldi, e rumori nuovi,  vivaci, ridanno voce alla campagna. Le prime rane nei fossi, certi galli sballati d’orario cantano all’imbrunire  che sembra l’alba,  la gente cena presto al fresco delle case, con la televisione accesa, a un volume che diffonde intorno un confuso gracchiare di notizie. Le rondini, sulla sera ancora  chiara, scendono rapidissime a volo radente sulla strada e i campi,  garrule, irrequiete per poi disporsi in lunghe righe nere, ordinate, sui fili della luce.

L’automobilista avanzò di un paio passi,  chinandosi raccolse  il pedale, volato in mezzo all’asfalto. Lo osservò con stupore, così come si osserva  un oggetto i cui effetti sorprendono, e senza stringerlo, quasi gambo fragile di un fiore, lo rese  all’uomo dalla maglia a righe.

Avvenne rapidamente.

Si sentì prendere al gomito con mano ferma, la presa divenuta dolorosa. Si  appoggiò, cercandovi sostegno, all’uomo forte che faceva il vino. Ogni cosa gli girò intorno, e dentro di nuovo la vertigine, la nausea, i pensieri, le immagini, anche i suoni ormai   indistinti e lontani. Tutto vago, appannato quanto un bicchier d’acqua in cui si lasci cadere un goccio di latte. I grilli, i raggi della bicicletta che cicalavano perpetui, impazziti come un orologio rotto.

Si fermarono i vigili.

Una pattuglia che rientrava senza una sola contravvenzione fatta poiché la sera, nelle campagne non passa mai nessuno, sì e no qualche ragazzino che per noia  si è divertito a bucare la marmitta. Non si poté  parlare di incidente tra quei due. Neppure sfiorati, fatalità, e si dice, le disgrazie… 

Accorse il medico condotto.

Perché d’estate, la buona stagione in cui pare che anche il male debba fare vacanza, c’è chi invece  il male lo mantiene  e muore magari in un momento, allora il dottore  lo si chiama di corsa. La Legge. Spiegare e sottoscrivere che un tale o la tal’altra non c’è più. Ogni cosa è più vicina e raggiungibile al Paese, dove prima che accadano le cose già si sanno.

La prassi obbliga gesti dovuti. E’ lungo l’occhio di un buon  medico, lungo. Non ci sarebbe stato nemmeno bisogno di tastare il polso al magro signore adagiato sull’erba, al sicuro fuori dalla strada per avere la conferma che non vi era alcun fiato, solo  il silenzio estremo.  

“Come spiegare, dottore, come dire…”  si inceppava  balbettante il signore dalla maglia a righe, la testa tra le mani., addolorato, incredulo.  

“Nulla. Nulla da spiegare. E’così” asserì calmo il dottore, quasi fosse la constatazione del meccanico per l’ovvietà di una gomma bucata, o di  un motore fuso per mancanza d’acqua al radiatore  “ Si muore “  disse  alzando le spalle.

Reggendolo, riaccompagnò il braccio dell’automobilista come l’aveva trovato. Fredda la mano aperta, minuta, le dita sottili che con rispetto ripose sulla camicia bianca all’altezza del cuore.

Il Cantastorie


Sedeva, il cantastorie, con il dorso appoggiato al tronco di un grosso larice.
Avvolto nel mantello, aspettava che spiovesse e ricordava.
Di quando inventava favole di cavalieri e di streghe per incantare i bambini, o con le storie d’ amore strappava palpiti e lacrime alle ragazze (molte ne consolava – a notte - nei pagliai); e dei cortili, delle feste e del vino, del riso e degli amori.
Pensava a quando credeva di poter curare con la fantasia, di poter trasformare gli uomini con il sorriso dell' invenzione.
Quel tempo era finito, e da mesi il taccuino delle storie rimaneva bianco.
Così era salito in montagna, a cercare.
Guardava lontano, il cantastorie, adagiato contro il larice: vide un cammino lungo e difficile, che le gambe non volevano più fare; e, al fondo, una belva minacciosa, dalla cui stretta tentava di fuggire, e non riusciva.
La belva lo ghermì.


Incontro


"State bene, signore?" Un viso giovane e preoccupato lo fissava, una mano di ragazza gli scuoteva il braccio.
"Sto bene" mentì. "E non sono un signore. Sono un cantastorie"
"Io sono una ragazza. Vi ho visto giacere e ho pensato…"
"Non ancora, non oggi" rise il cantastorie.
La montagna gli aveva già offerto un dono.

Bivio

“Che porti nello zaino?” le domandò il cantastorie.
“Del vino, per ristorarmi”. Arrossì un poco “E per darmi coraggio”.
“La montagna non fa paura, abbraccia ”.
“Conosco il sentiero di valle. Ma quello di monte è difficile, e si perde tra le nebbie. Forse non mi basterà il piede…”
“Dubbio” la chiamò. “Bevi dunque, e decidi”.
La ragazza s’incamminò per il sentiero di monte, ma tentennava.
Il cantastorie si alzò : “Vado anch’ io da quella parte. Faremo un po’ di strada insieme”

 

Cammino

Il sentiero saliva ripido, ma non impediva le parole.
La ragazza parlava di progetti, di amori, di sogni. Il cantastorie raccontava ricordi, viaggi, rimpianti.
“E’ bello ascoltarti, cantastorie”.
“E’ il mio mestiere. Guardo la vita, e racconto”
La ragazza saliva con passo leggero.
“Camoscio” la fermò. “Hai piedi esperti, e cammini veloce”
“E’ il mio mestiere. Non so stare ferma, corro, salto. Vivo”. Riflettè un istante: “Da vecchia, forse anch’io…”
“Pugnale” la interruppe. “Feriscono, le tue parole”.


Salamandra

"Guarda, cantastorie!"
Una salamandra, nera come la pece, attraversava il sentiero ancheggiando.
"E' una creatura magica. Salta nel fuoco e non brucia."
"Credi nella magia, cantastorie ?"
"Tutto è magia, oppure nulla lo è"
"Sei oscuro"
"Dipende da come guardi. Le ragioni della magia sono nascoste, ma parlano. Il caso non dice nulla"
"Non mi piace il caso"
" Fata " concluse il cantastorie. " Non è per caso che ci siamo incontrati".


Frutti di bosco

 

Dai cespugli lungo il sentiero occhieggiavano bacche colorate.
Il cantastorie le conosceva bene. Lamponi, auspicio d' amore; mirtilli, di saggezza; e more, presagio di sofferenza.
Già la ragazza ne aveva tinte le mani e le labbra, come un bambino goloso.
"Molte ne ho mangiate, ma non sono sazia"
"Fame". Il cantastorie porse la mano colma. "Ne ho colte per te"
"Mi offri molti mirtilli, e lamponi" osservò la ragazza ."Non una mora"
"Non ci ho badato" mentì.


Funghi

 

“Funghi, cantastorie! Mangiamone, ho ancora fame”.
La mano del cantastorie la fermò con rudezza: “Sciocca. E’ vero, alcuni saziano, ma altri danno la pazzia…”
“Lo so” replicò lei, e una nube le attraversò gli occhi. Tacque, quasi dispiaciuta di avere parlato.
“Come lo sai ?” l’aggredì il cantastorie, e subito si pentì dello scatto. Aveva imparato, negli anni dell’ ascolto, a rispettare le stanze segrete, ad entrare solo se invitato; oggi però non s’ era frenato.
Ci fu silenzio.
“Nube” la chiamò, con gli occhi bassi.
“Cantastorie?”
“Scusami”
La ragazza alzò lo sguardo, negli occhi non c’era più ombra né tristezza: “Camminiamo”.
Stavolta il suo racconto fu di incubi e menzogne, di oscurità e illusioni. Terminò con un silenzio, rotto solo dai passi.
“Cantastorie” la chiamò lui.
La ragazza trasalì, stupita dal nome.
“Hai raccontato una storia difficile”
“A volte raccontare fa bene”
“Già” concluse il cantastorie. “A volte ascoltare fa male” pensava, ma tacque.


Airone

 

Il sentiero correva a saliscendi sul fianco della montagna, come un balcone sulla vallata.
“Guarda su, cantastorie!” Un airone si era levato in volo poco lontano; compì un ampio cerchio sopra di loro e proseguì volando diritto, fino a scomparire alla vista.
“E’ l’uccello della felicità. Ci sta dicendo…”
La ragazza interruppe : “… che si può ripercorrere il passato, ma è verso il futuro che si deve andare”
“Indovino” disse il cantastorie. “Mi leggi i pensieri”
“Non tutti, cantastorie” sorrise la ragazza.
“Meglio così”


Acrobata

 

Fu un attimo. Una radice sporgente, lo sguardo distratto dai giochi delle nuvole, un grido.
Quando si volse, il cantastorie la vide scivolare sul pendio ripido e bagnato. Impietrito, vide la paura negli occhi, vide lo scivolo d’erba, il baratro, l’ urlo, il silenzio.
Riaprì gli occhi. La ragazza, pallida e graffiata, stava aggrappata ad un arbusto a un passo dal nulla.
“Che capitombolo” rise.
“Acrobata.” Il cantastorie non trovava la voce: ”Mi hai fatto paura”.
“Così siamo noi acrobati. La gente ci guarda e trattiene il respiro”
“Sai cadere e rialzarti. E’ una cosa buona” concluse il cantastorie, ma non disse ciò che aveva visto ad occhi chiusi.


Nuvola

 

Superarono un colle. All’ altro capo della vallata, sopra la cresta di confine, troneggiava una nuvola gigantesca. Cilindrica e scura in basso, si allargava in una cupola che i raggi dell’ultimo sole tingevano d’ambra.
“Guarda, cantastorie. Sembra un pandolce”
“Ci vuole altro per saziare” rispose brusco.
“Potessi essere un uccello… Mi farei abbracciare da quei riccioli dorati”. La ragazza, ad occhi chiusi, dondolava a braccia aperte e sognava.
“Sogno” la chiamò il cantastorie. “Moriresti folgorata. Poco sotto i riccioli, si annidano fulmini e grandine. E poi non sei un uccello.”
“Non ami le nuvole, cantastorie.”
“Non questa nuvola”

Porci

Giunsero ad una baita. I porci che vi pascolavano si lanciarono minacciosi contro di loro.
La ragazza s’ impaurì: “Fuggiamo, ci sbraneranno…”
Non fuggì, il cantastorie, non ce n’era bisogno; bastò un grido di minaccia per cacciarli.
“Non hai avuto paura, cantastorie ?” ansimò pallida.
“Preda” rise il cantastorie. “Non è me che volevano. Io ho gambe di cuoio, non di seta”.


Altro bivio

 

Declinava il sentiero, a raggiungere il luogo da cui erano partiti. Al bivio la ragazza continuò a man dritta, come a voler ripetere la passeggiata.
Il cantastorie esitò un istante.
“Pesce rosso” la richiamò poi. “Hai già dimenticato la via”.
“Ero distratta…”
“Da questa parte”
Era la strada del commiato.


Vino

 

La ragazza estrasse la fiasca del vino dallo zaino.
"Per te, cantastorie. Non mi serve più"
"Hai davanti un cammino lungo"
"Troverò acqua"
"Il vino dà coraggio, hai detto"
La ragazza alzò le spalle e sorrise. "Ora serve a te, cantastorie"
Il cantastorie cercava parole per l' addio, ma una nebbia gliele nascondeva.


Abbraccio

 

La ragazza non voleva parole.
Senza dirne, abbracciò il cantastorie.
Furono i cuori a parlare.
Poi, poco a poco, il cantastorie non avvertì più il calore del ventre, né il vibrare delle cosce, né il palpito del petto.
Cessò anche la stretta delle mani.
L’ abbraccio era sciolto.


Gioco dei nomi

 

"Drago" disse con poca voce.
La ragazza lo interrogò con uno sguardo.
"Hai il fuoco dentro". Le guardò le mani. "E i tuoi artigli stringono".

"Uomo" le disse poi.
"Cantastorie ?" stralunò la ragazza.
"Hai coraggio. Spalle larghe, e gambe veloci."

La ragazza aspettava, e sorrideva. Di nuovo il cantastorie sapeva giocare.

"Donna" la chiamò ancora.
Avvampò, divertita.
"Comprendi senza parole. I tuoi seni sono cuscini. E i tuoi occhi ridono."
"I tuoi non ridono, cantastorie".
"E' la stanchezza" mentì. "Non ho più vent' anni".

Tacquero.

"Si fa notte, cantastorie. Mi aspettano molte cose, laggiù."
"Rimarrò qui. Ancora un poco"
"Io vado. Addio"


Epilogo

 

Il cantastorie guardò la ragazza che scendeva a valle: a schiena dritta, con passi forti e ritmati, senza voltarsi indietro.
Aprì la bocca per un saluto… Il nome !
Troppo tardi.
Già scompariva tra gli alberi Dubbio, Camoscio, Pesce rosso; Uomo, Preda, Donna e Pugnale; e Fame, Sogno, Nube, Cantastorie, Indovino, Acrobata, Fata, Drago …
Al cantastorie erano rimasti i nomi, non il nome.

Tornò a sedere sotto il larice: sentiva – tra petto e stomaco – un mescolìo, un subbuglio, come un agitarsi e un lottare.
Capì.
La ragazza aveva deposto dentro di lui una storia, che già scalciava per venire alla luce.
Sorrise, grato, e prese dalla bisaccia il taccuino.