da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il Racconto

A chi ama scrivere un racconto, può capitare che gli sembri che le idee che gli affollano la mente siano persino troppe.

Occorre raccoglierle, dare loro ordine e selezionarle in modo che realtà e finzione, una parola dopo l’altra acquisiscano nuova vita per prendere la forma di un RACCONTO.

Il racconto è la forma letteraria che meglio consente allo scrittore di esprimere la propria creatività e di trasmettere al lettore il frutto della sua fantasia.

Si può anche raccontare di se stessi però tenendo sempre presente che occorre mettersi dalla parte di chi leggerà, del quale occorre catturare l’attenzione prima, l’interesse dopo.

Noi accompagneremo le parole dei nostri scrittori verso lettori interessati e attenti.

La tecnica dello scrivere bene si impara, ma lo scrittore deve anche tener presente che per imparare a confrontarsi è necessario leggere quel che altri hanno scritto. 

Tutte le opere da noi pubblicate rimarranno sempre consultabili e rileggibili nell’ARCHIVIO.

Certo parecchi di voi avranno pronti più elaborati e continueranno a scrivere. Mandateceli pure tutti, ma uno per volta, a meno che siano molto brevi onde consentirci di prenderli in esame con la massima attenzione e darvene conto. 

I manoscritti dovranno essere inviati come allegato via mail agli indirizzi indicati nel sito.

 

                                                                                                                            Vera Vasques

 

 

Corri Filippo, corri!

  Scappa Filippo, scappa! Più veloce, corri più veloce che puoi!

  Come animate da un vento impetuoso, le dune si sollevano, si gonfiano fino ad assumere la forma di un ombrello che minaccioso copre il cielo; un ombrello nero enorme pronto a chiudersi, e per quel bambino che corre spaventato sulla spiaggia non c’è scampo, finirà schiacciato da quella forza immensa.

  Scappa Filippo, scappa! Non voltarti, scappa! Ti puoi ancora salvare, scappa!

  Ogni mattina lo stesso incubo, puntuale.

  Al pari di un film proiettato mille volte, la prima scena si svolge all’alba: uno spicchio di sole sorge dal mare, rischiara l’aria e la lunga spiaggia di sabbia gelata; sì, gelata, talmente è reale il suo incubo a occhi aperti che ha la sensazione del freddo sotto i piedi nudi.

  Guarda Filippo, ora che c’è luce li puoi distinguere bene, guarda indietro i tuoi passi. Sono tutte in fila le orme sulla sabbia; una sabbia così liscia e uguale, quasi fosse un lenzuolo. Unico segno, le tracce che si fanno sempre più piccole fino a perdersi, laggiù, dove si ergono le dune, dove non esiste confine tra terra e mare.

  Da quel buio arrivano i tuoi passi.

  Quanto è bello immaginare di poter tornare indietro, di camminare lentamente fino all’’origine che non si conosce.

  E’ un’emozione strana, quasi una magia.

  Allora non restare fermo, affacciato alla finestra con gli occhi sbarrati. Alzati Filippo, cammina; percorri a ritroso le orme, passo dopo passo. Coraggio, vai a vedere dove nasce il vento che solleva le dune e ti terrorizza, coraggio, cammina Filippo, ce la puoi fare, vai, coraggio!

  Sì, è vero, tutte le mattine provi a tornare sui tuoi passi.

  Ti avvii dapprima incerto, poi sempre più convinto non appena la luce del sole illumina la sabbia.  

  Tu arrivi da laggiù, dove il cielo si confonde con le dune nascosto in una nebbiolina tremolante, dove sembra ci sia il nulla, mentre è proprio da lì che nascono i tuoi incubi.

  Tu sai che là ci sono gli ostacoli, ma un giorno li hai superati, con impeto uno dopo l’altro. E’ stato faticoso, affondavi nella sabbia, ti piegavi in avanti per darti una spinta e vincere la salita.

  Anche oggi, in questa spiaggia infinita e deserta, segui le tue orme a ritroso senza pensare a quanto hai camminato nella illusione di un facile orizzonte.

  E’ davvero sconfinata questa spiaggia. Mentre vai affianchi il mare, però non senti lo sciabordio delle onde; le vedi rimontare a riva e scendere dolcemente silenziose. Il mare è indifferente alla furia della tempesta. Tu vuoi dimenticare la tempesta, convincerti che non esista, ma inesorabile essa ritorna, è un’ossessione.  

  Attento Filippo, si sta alzando il vento!

  Proprio come ieri, puntuale e sempre più forte. Senti come ulula, sembra un lupo affamato che ringhi e ti salti addosso!  

  Allora scappa Filippo, scappa, corri più veloce che puoi!

  Presto, più presto, già si fa scuro il sole, già l’ombra avanza rapida!  

  Corri Filippo, corri!

  Sta arrivando l’ombrello di sabbia che ti soffocherà.

  Corri ancora, dai, forza!

  La sabbia è qui, è sopra di te, corri Filippo, corri, corri!

   

Un attimo, e si fa vortice l’ombrello di sabbia, un attimo, e il vortice tutto inghiotte e                lascia, ancora una volta, il bambino a terra, tramortito.

Quanto tempo è passato prima che si potesse rialzare, Filippo ancora oggi non lo sa, rimane lì, immobile, davanti alla finestra gli occhi fissi nel vuoto, immobile, con la sensazione spiacevole della sabbia tra i capelli, sul collo, fin dentro la maglietta. Immobile, a guardare il mare, a fissare le onde nel loro quieto respiro, come se nulla fosse successo.

  Eppure succede, eppure la tempesta c’è stata..

  Sempre, tutti i giorni arriva.

  E poi passa, anche oggi è passata.

  E tu sei vivo, Filippo, il tuo cuore batte.

Non lo sai, ma la mano di un angelo con il casco e la tuta da pompiere ti ha sollevato da sotto l’ombrello di sabbia, ti ha portato fuori dalle macerie della tua casa; una nicchia miracolosa sotto il trave della porta della cucina ti ha salvato, sei rimasto coricato al buio per ore in una pozza d’aria, paralizzato non sentivi più la schiena, però vivo!

  Adesso sei qui, davanti alla finestra, è vero, non muovi più le gambe, ma i dottori ti guariranno, hanno detto che ti guariranno e che presto tornerai a camminare.  Sei vivo, Filippo, vivo!

  Adesso, puoi rimetterti a colorare, ti piaceva Prendi i pennarelli, le orme nere che hai tracciato sul grande foglio bianco, falle diventare sempre più piccole, finchè lontano scompariranno.  

  Domani camminerai sulla spiaggia che tutti i giorni disegni, i tuoi piedi lasceranno alre orme, sentirai il profumo del mare, ti fermerai a guardare le onde; allora non avrai più paura del vento che alza la sabbia color  e gonfia da dietro le dune un ombrello minaccioso.

  Disegna Filippo, hai ancora tanti fogli bianchi davanti a te.

  Ora il cielo ha solo qualche nuvola che al tramonto si incendia, guarda il volo dei gabbiani nel silenzio del tempo e della sua immensità, che i tuoi occhi ancora sbarrati riflettono..

  Filippo, tu hai il tempo dalla tua, dopo la spiaggia, sul grande foglio bianco colora anche il cielo, Filippo!


La morte in estate giunge inopportuna. Si è in vacanza, e tutto si interrompe nell’antro freddo di una chiesa.

Dopo la caduta fu veloce nel rialzarsi, spazzarsi maglia e calzoni e dare un’occhiata al gomito arrossato. Nulla di grave, un graffio e nemmeno una goccia di sangue.

Rassicurò l’automobilista che pallido, sconvolto, gli si era avvicinato per vedere come stesse,  se si fosse fatto male. Se fosse vivo.

“Una sbucciatura, vede? Come quelle che si fanno strisciando sull’asfalto da ragazzi, tanto da buttare i freni“ rise “le suole delle scarpe, appunto, i gomiti”.

“Lasci vedere, forse sarebbe meglio che…”

“Un medico? L’ambulanza? Scherzerà? Guardi!” pizzicò con l’indice un po’ di saliva dalla lingua, ripulì ben bene il gomito.

La bici era ancora a terra, riversa  di traverso tra carreggiata e ciglio della strada. La ruota posteriore girava veloce, i raggi ticchettavano come la molla forzata di un orologio, senza mai fermarsi.

Era stato un buon colpo, secco. L’automobilista ebbe la vista annebbiata. Gli sembrò che il signore con la maglia a righe stesse nuotando sopra il  parabrezza.

Raggelato di un sudore che gli intrise gli abiti e  gli appannò gli occhiali pensò di averlo ammazzato. Ne era sicuro. Era stato svelto nell’arrestarsi, ad aprire la portiera e trovarsi di fronte a quel Lazzaro che come se niente fosse, incrociata  la morte  giusto il tempo di un saluto, gli  parlava con tranquillità rassicurandolo.

Un atteggiamento paterno; di anni quel tipo doveva averne assai più di lui.

Impiegato del Comune, stava rientrando a casa. Erano le sei del pomeriggio del  dieci luglio e faceva un caldo tremendo. Il caldo che cova e scoppia  insopportabile,  e con la mente  pesante dentro la bambagia di afa a labbra chiuse si impreca, anzi, parlando a voce alta spesso soli , come i matti:  “Tornerà l’inverno!”

L’automobilista non correva mai, non gli andava. 

A quell’ora tirava giusto a fare in santa pace quella decina di chilometri che lo separavano da casa.  La testa ancora nella giornata di lavoro appena conclusa, piena di numeri e correzioni al bilancio,  richieste di informazioni, telefonate pressanti,  faticose interruzioni. Sempre educato,  ma contrariato per avere perso il filo, il conto dei totali che non tornavano e che doveva riprendere daccapo sfinito.  

Ma cos’era successo? Come’era potuto accadere?

Nell’ombreggiare della luce che se ne stava andando, la provinciale deserta. A perdita d’occhio un mare di verde, segale e granturco, la bianca fioritura, rada, dei campi di patate. Si era d’estate.

Il tizio in piedi, quello della bicicletta, solido ben piantato, il ventre prominente e tondo, spinto contro le righe della maglietta in filo di cotone, la  pelle scura di un bel color del bronzo dava il senso della buona salute. Un vigore nello spirito, la forza che si concilia al bel carattere, la fiducia che guarda indulgente alla vita. Il suo contrario, per differente indole.

Chiaro di pelle, minuto di ossatura seppure di buona altezza aveva l’aria di chi assaggia  poco il sole, l’aria aperta e piuttosto e meglio il chiuso di un ufficio; nello svago, il silenzio di letture impegnative. A posto, rispettoso per costituzione. Del limite di velocità, senz’altro.    

“Io le chiedo scusa. Sono pronto a rispondere di tutto. Le spese mediche, tutto. La bicicletta.”

I raggi inarrestabili giravano. A lungo vi posò lo sguardo, trattenuto dal moto circolare e riflettente, nel metallo, il sole  calante. 

Giravano ed ebbe, lui, l’automobilista, un vago senso di vertigine, di nausea. Si portò a pugno, stretta,  la mano alla bocca dello stomaco.  

“ E’ sicuro? Davvero io rispondo, sono assicurato io…”

“ Venga  a bere un bicchiere di rosso. Su, venga!” Lo esortò l’uomo della bicicletta, in una sorta di affettuoso, confidenziale conforto. A occhio e croce, l’automobilista spaventato avrebbe potuto essergli figlio.

L’uomo dalla maglia a righe, la voce grassa e pastosa come quella di certi preti cui vien facile intonare i salmi ai funerali, indicò -  alzato il mento -   una casa la cui facciata di colore rosa s’intravvedeva non lontana.

La prospettiva inganna le distanze. Il fatto era successo all’entrata di una curva  nel punto dove si inizia, chi sia buon guidatore lo sa, ad accelerare di poco, ma  accelerare assolutamente per vincere la forza centripeta che altrimenti porta a raddrizzare il gomito e uscir di strada.

Così forse aveva fatto il guidatore o forse no, chi a questo punto avrebbe potuto confermarlo. Chi?

“E’ stata colpa mia glielo assicuro,  il pedale vede? E’ saltato via  - lo indicò a terra, il tipo bene in carne, meno di un paio di metri in là -  …avanti, andiamo ad assaggiarlo il rosso di quest’anno. Non è successo niente per fortuna.”

“Oh! No, grazie. Ma, ma forse sarà meglio che lei si metta seduto, si controlli, anche se ora non sente nulla.”

L’uomo dall’aspetto forte e sano si asciugò fronte e collo con un  fazzoletto verde  a rombi fitti bianchi e neri, piccoli, ridotto a una palla stropicciata che teneva, all’uso dei mancini, nella  tasca sinistra dei calzoni.  Badò a non toccar la testa, per non scomporre, - parevano incollati - capelli grigi ripresi in un elaborato riporto.  

“Il rosso, quello di quest’anno è fenomenale, maturo proprio adesso che è caldo e dà alla testa peggio che a febbraio”  riprese soddisfatto.

L’automobilista lo stava ad ascoltare. Le orecchie alla voce, gli occhi al volto del ciclista dalle braccia forti,  la pelle cotta  dal lavoro della terra. Non assimilava però volto e parole se non passivamente tant’era l’angoscia che provava. Una paura crescente - pure immotivata ormai -   di quel che sarebbe potuto succedere se…

E non era successo.

E forse nulla comunque  avrebbe  potuto essergli imputato se non che il tipo con la maglia a righe, la catenina d’oro che scompariva nel solco fondo delle rughe alla base del collo, aveva scartato all’improvviso, e per restare in sella aveva ondeggiato prima  a sinistra e poi a destra, di nuovo a sinistra, come un orso del circo, goffo e ammaestrato, con un  tempo ridotto di equilibrio,  per poi finire  a terra.

A pochi centimetri dal paraurti dell’utilitaria. Senza toccarsi, senza sfiorarsi nemmeno. Un  miracolo.

“Eccolo, quel maledetto. Stupido io a rimandare. A non far subito le cose, finisce che passa di mente. Me n’ero accorto da giorni che il pedale era rotto. Si arrotolava su se stesso all’incontrario, indietro anziché avanti. Guai a non farle subito le cose! E si rimanda, si rimanda.”

“Si, è male quando si rimanda, non si deve”  disse senza forze, con  voce che si udiva appena l’automobilista.

“Avevo da imbottigliare il vino, capisce,  anche un solo giorno e fa la differenza. L’alone della luna, già, la luna.”

L’automobilista beveva volentieri, conosceva i vini e il piacere di gustarli nelle occasioni di incontro, o d’abitudine, quel mezzo bicchiere la sera, prima di cena. Gli piaceva il vino bianco. Il rosso, quei rossi di grado e un po’ rabbiosi al gusto, gli riuscivano aspri, scontrosi anche bevuti pasteggiando.  

Si era a fine giornata quando l’aria, ripreso vigore si alza proprio in quei giorni più caldi, e rumori nuovi,  vivaci, ridanno voce alla campagna. Le prime rane nei fossi, certi galli sballati d’orario cantano all’imbrunire  che sembra l’alba,  la gente cena presto al fresco delle case, con la televisione accesa, a un volume che diffonde intorno un confuso gracchiare di notizie. Le rondini, sulla sera ancora  chiara, scendono rapidissime a volo radente sulla strada e i campi,  garrule, irrequiete per poi disporsi in lunghe righe nere, ordinate, sui fili della luce.

L’automobilista avanzò di un paio passi,  chinandosi raccolse  il pedale, volato in mezzo all’asfalto. Lo osservò con stupore, così come si osserva  un oggetto i cui effetti sorprendono, e senza stringerlo, quasi gambo fragile di un fiore, lo rese  all’uomo dalla maglia a righe.

Avvenne rapidamente.

Si sentì prendere al gomito con mano ferma, la presa divenuta dolorosa. Si  appoggiò, cercandovi sostegno, all’uomo forte che faceva il vino. Ogni cosa gli girò intorno, e dentro di nuovo la vertigine, la nausea, i pensieri, le immagini, anche i suoni ormai   indistinti e lontani. Tutto vago, appannato quanto un bicchier d’acqua in cui si lasci cadere un goccio di latte. I grilli, i raggi della bicicletta che cicalavano perpetui, impazziti come un orologio rotto.

Si fermarono i vigili.

Una pattuglia che rientrava senza una sola contravvenzione fatta poiché la sera, nelle campagne non passa mai nessuno, sì e no qualche ragazzino che per noia  si è divertito a bucare la marmitta. Non si poté  parlare di incidente tra quei due. Neppure sfiorati, fatalità, e si dice, le disgrazie… 

Accorse il medico condotto.

Perché d’estate, la buona stagione in cui pare che anche il male debba fare vacanza, c’è chi invece  il male lo mantiene  e muore magari in un momento, allora il dottore  lo si chiama di corsa. La Legge. Spiegare e sottoscrivere che un tale o la tal’altra non c’è più. Ogni cosa è più vicina e raggiungibile al Paese, dove prima che accadano le cose già si sanno.

La prassi obbliga gesti dovuti. E’ lungo l’occhio di un buon  medico, lungo. Non ci sarebbe stato nemmeno bisogno di tastare il polso al magro signore adagiato sull’erba, al sicuro fuori dalla strada per avere la conferma che non vi era alcun fiato, solo  il silenzio estremo.  

“Come spiegare, dottore, come dire…”  si inceppava  balbettante il signore dalla maglia a righe, la testa tra le mani., addolorato, incredulo.  

“Nulla. Nulla da spiegare. E’così” asserì calmo il dottore, quasi fosse la constatazione del meccanico per l’ovvietà di una gomma bucata, o di  un motore fuso per mancanza d’acqua al radiatore  “ Si muore “  disse  alzando le spalle.

Reggendolo, riaccompagnò il braccio dell’automobilista come l’aveva trovato. Fredda la mano aperta, minuta, le dita sottili che con rispetto ripose sulla camicia bianca all’altezza del cuore.