da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il Racconto

A chi ama scrivere un racconto, può capitare che gli sembri che le idee che gli affollano la mente siano persino troppe.

Occorre raccoglierle, dare loro ordine e selezionarle in modo che realtà e finzione, una parola dopo l’altra acquisiscano nuova vita per prendere la forma di un RACCONTO.

Il racconto è la forma letteraria che meglio consente allo scrittore di esprimere la propria creatività e di trasmettere al lettore il frutto della sua fantasia.

Si può anche raccontare di se stessi però tenendo sempre presente che occorre mettersi dalla parte di chi leggerà, del quale occorre catturare l’attenzione prima, l’interesse dopo.

Noi accompagneremo le parole dei nostri scrittori verso lettori interessati e attenti.

La tecnica dello scrivere bene si impara, ma lo scrittore deve anche tener presente che per imparare a confrontarsi è necessario leggere quel che altri hanno scritto. 

Tutte le opere da noi pubblicate rimarranno sempre consultabili e rileggibili nell’ARCHIVIO.

Certo parecchi di voi avranno pronti più elaborati e continueranno a scrivere. Mandateceli pure tutti, ma uno per volta, a meno che siano molto brevi onde consentirci di prenderli in esame con la massima attenzione e darvene conto. 

I manoscritti dovranno essere inviati come allegato via mail agli indirizzi indicati nel sito.

 

                                                                                                                            Vera Vasques

 

Suonai il campanello due volte. Ero infastidito dal comportamento di quell'uomo che da quando era arrivato in paese non aveva creato che problemi.

Non potevo permettere che continuasse a ingannare tutti, in quel modo.

Non avendo risultato suonai ancora, lasciando il dito premuto per diversi secondi.

La porta era vecchia e tarlata e pensai che probabilmente mi sarei trovato davanti un tizio sporco e malmesso.

Finalmente sentii la serratura fare un piccolo scatto e la porta non più trattenuta, si aprì leggermente. Aspettai qualche secondo, in attesa che qualcuno si facesse vedere.

Silenzio.

Spinsi delicatamente l'uscio, il minimo per consentirmi di passare.. Mi ritrovai in un corridoio stretto e buio su cui si apriva una stanza, anch'essa mal illuminata. Chiazze gialle alle pareti confermavano l'odore fastidioso di umidità stantia.

     "Venga avanti" udii una voce dal fondo.

Avanzando sentii solo il trapestio delle mie scarpe, che ad ogni passo schiacciavano qualcosa, forse sabbia, non so.

Arrivato in fondo mi affacciai oltre una porta, sporgendo appena la testa. L'immagine che si presentò ai miei occhi aveva qualcosa di surreale. Vidi centinaia, forse migliaia di libri impilati ovunque: sui tavoli, sui piani degli scaffali, sul pavimento. Ampolle e alambicchi di dimensioni diverse si trovavano tra i libri in un ambiente cupo e sinistro, privo di altro. Pensai che quella stanza fosse il cuore di tutti i mali.

Lui era intento a mescolare qualcosa dal colore indefinibile: Sembrò non curarsi della mia presenza. Davanti a sè aveva un libro aperto, riuscivo a vedere le pagine scolorite dal tempo, intonate ai suoi capelli grigi e a tratti ingialliti. Li aveva raccolti dietro in una lunga coda, portati così probabilmente da anni, residui di una gioventù ormai lontana.

     "E' lei Julen?" domandai

     "Con chi ho il piacere di parlare?"

chiese l'uomo voltandosi verso di me.

La profonda cicatrice sotto l'occhio sinistro non mi turbò quanto il suo sguardo gelido e penetrante. Ero però deciso a continuare.

     "Non importa chi io sia - replicai - importa ciò che sono venuto a dirle"

La sua espressione imperturbabile non lasciò trasparire alcuna curiosità o emozione.

     "Lei deve smetterla di prendere in giro la mia gente" dissi

Luomo certo aveva capito a cosa mi stessi riferendo, ma non disse nulla e io proseguii.

       "Glielo dico una sola volta. Questa farsa dei sogni deve finire"

Lui si voltò riprendendo a fare ciò che aveva interrotto.

     "Trasformo solo gli incubi delle persone in piacevoli sogni. Cosa c'è di male in questo?

     "Nulla se non fosse che lo fa pagare a caro prezzo"

L'uomo non si scompose.

     "Non sia ridicolo. Chiedo solo un piccolo compenso, è il mio lavoro-fece una breve pausa poi     

      proseguì-non obblico nessuno, la gente viene da me perchè ne ha bisogno."

     "Lei ha solo approfittato della credulità delle persone"

     "Stia attento come parla, non osi andare oltre" tuonò alzandosi

Fu allora che mi lasciai sfuggire parole di cui mi pentii subito dopo.

     "Lei è solo un ciarlatano" gli urlai.

Nell'udire quell'insulto l'uomo raccolse dal tavolo un coltello che non avevo notato. Fino a quel momento pensavo di essere nella stanza di un alchimista, di un venditore di sogni eccentrico, ma innocuo. Indietreggiai, spaventato e confuso, il mio piede urtò qualcosa e caddi all'indietro.

L'uomo non si arrestò e brandendo il coltello mi si avvicinò. Gli occhi sgranati, la bocca serrata, i denti stretti in una smorfia di rabbia. Mi spaventai a tal punto che la vista mi si annebbiò mentre la lama si avvicinava al mio petto.

Urlai. Urlai a pieni polmoni come mai mi era accaduto. Mi ritrovai seduto sul letto, aprii gli occhi. Rebecca dormiva accanto a me.,

Era stato un sogno, un maledetto incubo. Ansimavo.

Faceva caldo nella stanza. Dalla finestra trapelava appena un filo di luce. Lei dormiva tranquilla, forse avevo urlato solo nel sogno. Guardai l'orologio: le sei e un quarto. Il viso di Rebecca era sereno, pensai che sicuramente stava sognando qualcosa di piacevole. Decisi di lasciarla dormire e di farmi una doccia.

Uscii di casa, chiusi il portone e mi incamminai.

Era una giornata afosa, ma la doccia mi aveva rigenerato. Mario il giornalaio mi salutò come ogni mattina. Attraversai la piazza e svoltai l'angolo.

Guardai la casa di fronte, il mio sguardo si fermò sulla porta, l'avevo già vista molte volte.

Fu lì che lo riconobbi. In piedi, la spalla destra appoggiata allo stipite, sembrava mi stesse aspettando. L'inconfondibile cicatrice, lo sguardo gelido.

Mi fermai.

Vedendomi si tolse la sigaretta dalla bocca, schiudendola appena pet espirare lentamente il fumo.

Capii che il suo sorriso beffardo e sornione era diretto a me.

    

 

 

Per paura di arrivare in ritardo, ho fatto la strada di corsa, ma adesso, nel vedere la chiesa vuota, mi rendo conto che ho esagerato. Del resto, la sposa si fa sempre attendere. E' la tradizione. Ma per che motivo? Verrà? Non verrà? Certo che verrà e sarà bellissima.

   Solo, nel silenzio e nella penombra della chiesa, mi siedo al fondo della navata. E' arrivata la fioraia e addobba i banchi, l'altare, mettendo anche un bouquet di fiori bianchi e gialli ai piedi di quel Cristo che dall'alto della sua croce mi guarda benevolo: sa cosa provo. Anche lui ha amato di un amore vero, sincero e sofferto fino alla fine. Le sue braccia, come le mie, si sono strette attorno ad un corpo; le sue mani, come le mie, hanno accarezzato, sfiorato, guarito. Lui ha perdonato. Io no.

   L'urlo silenzioso di un dolore forte mi fa sprofondare. Buio, tutto si annebbia. Poi il giallo delle gerbere diventa un'esplosione di luce davanti ai miei occhi e torno a respirare. Lentamente, come quando i nostri ansiti si calmavano e il cuore riprendeva il battito normale. Ci allontanavamo un po' per osservare i corpi sudati, frementi, tatuati da baci insaziabili. Ti portavo dentro di me anche quando ci separavamo, in mezzo alla gente, nella solitudine della mia stanza, sul lavoro... Ovunque. Con te la mia esistenza aveva un senso, un colore, un respiro. Eri vita per me.

   Dalla cappellina entrano i ragazzi del coro, accordano gli strumenti, provano qualche attacco. Approfitto dello scompiglio per spostarmi ancora più verso il fondo. Non voglio essere visto né compatito.

   "Vorrei ancora cercarti all'aurora e chiamarti fino al tramonto", dice la canzone, ma davanti a me solo notti insonni e interminabili. Non posso più volare con te "su ali d'aquila nei nostri cieli limpidi"; riesco solo a trascinarmi nella polvere di sentieri senza meta. Eri la mia stella polare ed ora ti ho persa per sempre.

   Arrivano i primi invitati. Entra lo sposo con la madre. Foto. Sorrisi. Auguri. Manca poco al tuo arrivo. Sussurri. Poi silenzio. Un grande applauso e parte la marcia nuziale.

   Tu entri, in una nuvola di tulle, ad illuminare la chiesa con il tuo sorriso.

Io esco dalla tua vita, dileguandomi come un ladro dalla porta laterale.