da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il Racconto

A chi ama scrivere un racconto, può capitare che gli sembri che le idee che gli affollano la mente siano persino troppe.

Occorre raccoglierle, dare loro ordine e selezionarle in modo che realtà e finzione, una parola dopo l’altra acquisiscano nuova vita per prendere la forma di un RACCONTO.

Il racconto è la forma letteraria che meglio consente allo scrittore di esprimere la propria creatività e di trasmettere al lettore il frutto della sua fantasia.

Si può anche raccontare di se stessi però tenendo sempre presente che occorre mettersi dalla parte di chi leggerà, del quale occorre catturare l’attenzione prima, l’interesse dopo.

Noi accompagneremo le parole dei nostri scrittori verso lettori interessati e attenti.

La tecnica dello scrivere bene si impara, ma lo scrittore deve anche tener presente che per imparare a confrontarsi è necessario leggere quel che altri hanno scritto. 

Tutte le opere da noi pubblicate rimarranno sempre consultabili e rileggibili nell’ARCHIVIO.

Certo parecchi di voi avranno pronti più elaborati e continueranno a scrivere. Mandateceli pure tutti, ma uno per volta, a meno che siano molto brevi onde consentirci di prenderli in esame con la massima attenzione e darvene conto. 

I manoscritti dovranno essere inviati come allegato via mail agli indirizzi indicati nel sito.

 

                                                                                                                            Vera Vasques

 

 

E’ stato pubblicato sulle pagine di un quotidiano nazionale che una bambina è stata abbandonata nella libreria della mia piccola e poco conosciuta città. Che strano, una bambina sola in una libreria! - mi dico - Come ci è arrivata e con chi? Tutti se lo domanderanno... 

La proprietaria del negozio è seccata e rimprovera il commesso.
- Dovresti fare più attenzione a chi entra e a chi esce. Il negozio è piccolo qui non abbiamo telecamere, non possiamo permettercele, costano troppo e con questa crisi, non ci sono soldi da buttare. E adesso che facciamo?
Il commesso dice che ricorda i clienti abituali come il generale De Medici, pensionato da poco, ma con l’aria di voler mettere ancora tutti sull’attenti. Lui sì, sono sicuro, è entrato nel pomeriggio, anche se pioveva a dirotto. Per un po’ si è aggirato tra gli scaffali, poi è rimasto almeno un’ora davanti al reparto libri gialli. E quel cronista sempre a caccia di notizie, si ricorda? Anche lui è venuto in libreria e, a pensarci bene, non ha nemmeno salutato! E dire che lo aiuto sempre facendogli vedere le ultime novità in fatto di viaggi e scoperte, la sua passione! E…
- Basta, basta, non mi fare l’elenco, per carità! Telefona piuttosto alla polizia! Sbrigati, è quasi ora di chiudere. Doveva succedere proprio alla vigilia di Natale, non so come finirà questa storia!
La bambina sembra tranquilla. Seduta sul divanetto dei lettori, sta mangiando un cioccolatino.

A me è nata una grande curiosità: voglio conoscere quella bambina, vederla da vicino! Devo assolutamente andare in quella libreria! Mi affretto, perché è già tardi, vado… ma subito il commesso mi blocca all’ingresso.

- Eh no, signora, mi dispiace, non si può entrare! Stiamo per chiudere.
- Chiudere ? No, non potete chiudere proprio adesso, non sapete ancora niente della bambina! Potreste avere delle grane! E se si trattasse di un abbandono, sarebbe abbandono di minore!
- Delle grane? Abbandono di minore? Ma scusi, lei perché si intromette? E’ un problema nostro!
- Caro ragazzo – rispondo – questo è un problema di tutti, anche mio!- e , con una leggera spinta, entro decisa nel negozio.
- Adesso chiamo la padrona!
- Ma no, la lasci tranquilla, ha già il suo daffare con il poliziotto - entrato nel locale qualche minuto prima che io vi mettessi piede, non darò alcun fastidio, mi creda. Voglio solo vedere la bambina e sapere come va a finire la faccenda.
- Non stiamo mica girando la scena di un film ! E poi, lei chi è? Che autorità ha per intromettersi così? E’ forse quella che risolverà l’enigma?
- Mah, chissà! Sono soprattutto una lettrice e la libreria è il posto ideale per me, in cui mi sento sempre a mio agio.
- D’accordo, allora, ma non fiati. Adesso ho altro da fare.

Finalmente!

Dal mio angolo osservo meglio ogni cosa, non devo lavorare solo di fantasia; posso riordinare le idee, scegliere con cura le parole e decidere di far continuare la ricerca, magari con il mio contributo.
La bambina è ancora intenta a sgranocchiare il cioccolatino, scelto tra quelli che la signora le ha trovato in una tasca del cappotto rosso. Ce ne sono di varie forme, tutte senza involucro, né stagnola dorata né cartina luccicante.
- Lasci stare – ordina il poliziotto - non inquini le prove! Non ha trovato niente altro? Nemmeno un piccolo indizio, che so, un biglietto, un nome? domanda alla libraia
- No, no , davvero nulla! Questa bambina sembra piovuta dal cielo.
Il poliziotto insiste:
- Chi sei, da dove vieni, piccola, come ti chiami?
- Non parla, le dico! E’ più di un’ora che le facciamo domande, forse è muta oppure vuole farci un dispetto.
- Mi lasci pensare, signora. Non sia precipitosa. Il caso è davvero molto, molto strano. Ma dobbiamo risolverlo, devo risolverlo!
La donna sembra irritata e offesa per essere stata zittita e si allontana.
Il poliziotto invece, è sempre più interessato ai cioccolatini.
- E’ lì l’enigma. - pensa - Niente di niente, sono solo cioccolatini. - riflette e intanto ne annusa uno, ne sente il profumo, lo rigira tra le dita. Il calore dei polpastrelli lo ammorbidisce e il cioccolatino finisce di sciogliersi… nella sua bocca.
La dolce fragranza lo riporta improvvisamente a un altro momento della vita, a un mondo infantile dimenticato.
- Cicciona, grassona!
Con uno scatto improvviso, un suo compagno di classe aveva dato uno spintone alla bambina dai capelli rossi che si era ritrovata a terra, gambe all’aria, una smorfia di meraviglia e dolore sul viso lentigginoso. Accecato dalla rabbia verso l’amico manesco e rissoso, lui gli si era scagliato contro con forza.
Già allora affioravano in lui il senso del dovere, dell’amicizia e il desiderio di ergersi a paladino dei più deboli, anche se la bambina – per la verità – tanto debole non era.
I due si erano azzuffati. Uno strattone, un braccio alzato.
- Scansati, scansati!
E all’improvviso gli era arrivato un duro pugno in faccia. Lacrimoni amari si erano mischiati al fiotto di sangue che gli scendeva copioso dal naso. Ecco la maestra che tampona il sangue con l’acqua fredda e castiga l’insolente. La bambina che si rialza, gli occhi blu adoranti nel ringraziarlo per averla difesa, la manina paffuta che gli porge un cioccolatino fondente, unico superstite nella tasca del grembiule nero.
Il sapore delle lacrime è mitigato da un altro gusto amaro che subito si ammorbidisce in bocca, rilasciando una fragranza di mandorle e vaniglia con una scia dolce, come il sorriso della piccola vittima.
Quella sensazione di felicità e di piacere era stata l’avvio alle scelte più importanti della sua vita: il lavoro di poliziotto e il legame con una delle più belle ragazze del paese. Capelli rossi, occhi blu, pelle di latte e miele.

Il poliziotto deglutisce ora l’ultimo boccone profumato e ritorna ad osservare la piccola che, nel frattempo, si è alzata dal divanetto.

- Laviamo queste manine impiastricciate – dice la proprietaria della libreria – prima che mi insudici qualche libro.
La bambina la guarda in silenzio, gli occhi socchiusi in due fessure azzurre.
- Anche il muso ha bisogno di una ripulita - aggiunge la donna, spingendola innanzi a sé. Ma prima, curvando la schiena, rassetta il divano e subito vi nota una macchia scura.
- Troppo tardi! - pensa. Dovrà anche smacchiare l’intero rivestimento, rinnovato da poco! Un cioccolatino a forma di pesce sembra sia lì, per lei e lei con la mano destra, un po’ tremante lo porta alla bocca, mentre la piccola la guarda e sembra in attesa di qualcosa.
Un gusto delizioso e fresco, un cuore di menta, avvolge la donna e scioglie i ricordi… i suoi diciotto anni, la passione per il nuoto. Da giovane era stata un’ottima nuotatrice e aveva partecipato a gare importanti. Ma la più importante, la prova che le aveva sconvolto la vita, le si era presentata con un grave incidente. La lesione subita le aveva lasciato una menomazione, superata solo in parte. Aveva dovuto rinunciare ai sogni e si era chiusa nella libreria paterna. Qui, poco a poco, i libri avevano sostituito il mare e gli orizzonti aperti. Lei si era dedicata a ricomporre il passato, scrivendo memorie, venate di poesia. Il padre le aveva inviate a un editore amico, ma tanto tempo era trascorso ormai. E tutto era stato sepolto.
Ora la donna ha un fremito, un brivido la riporta alla realtà.
Deve ripulire la bambina che, docile, l’ha seguita nel retro del negozio, senza aprir bocca.
- Perché non parli, piccola?
La domanda resta senza risposta. Solo gli occhi sembrano voler parlare, scrutano intorno, come aspettando un segnale.
Un trillo.
Il telefono squilla all’improvviso. La donna sussulta. Il commesso si affretta a rispondere, balbetta qualcosa sottovoce, ringrazia a nome della padrona e riattacca.
Qualche istante dopo la libraia, incredula, deve sedersi sul divanetto nell’apprendere che l’editore, proprio quel sabato di Natale, ha pensato a lei, al suo manoscritto.
- E’ proprio vero?
Sì, le comunica che lo pubblicherà entro la fine dell’anno!
Una fortuna insperata, questa, che la salva dal fallimento. Senza accorgersene, vinta dall’emozione, la donna stringe la mano della bambina e le sembra che il viso della piccola si allontani, diventi diafano, forse a causa delle lacrime che le velano la vista.
- Dobbiamo chiudere, signora? domanda il commesso che poi, rivolto al poliziotto - Che ne sarà della piccola?
La signora si offre di ospitarla per la notte. Il poliziotto non risponde; è come sospeso in una folla di pensieri.

Il commesso allora prende a riordinare sugli scaffali i volumi che conosce così bene perché, nei ritagli di tempo, legge con avidità. Ma di tempo ne ha sempre poco, perché lavora per pagarsi gli studi non volendo pesare sulla famiglia. La passione per il computer, che sa usare con abilità, non ha sminuito in lui l’amore per i libr dei quali apprezza ogni cosa: il contenuto, ovviamente, ma anche i caratteri di stampa, nitidi e allineati a svelare parole, pensieri, sentimenti, conoscenze. Gusta perfino la consistenza della carta sotto le dita: liscia, scorrevole, a volte ruvida e porosa. Tutto per lui contribuisce ad aumentare il valore di un libro. Il giovane sa maneggiarli con cura amorevole, quasi col tocco carezzevole della mano della madre sul suo capo, da bambino.
Sullo scaffale più basso, proprio vicino al divanetto dei lettori, c’è ora un libro aperto con accanto, un cioccolatino dalla forma curiosa: una moneta con una testa incoronata di alloro.
Il ragazzo vorrebbe sgridare la bambina per il suo disordine, ma la golosità lo induce a tacere, a porre furtivamente in bocca la delizia cremosa. Una sensazione voluttuosa lo avvolge e poi stordito da quel languore, per la prima volta, chiude gli occhi sulle pagine di un libro.
La voce del poliziotto lo ridesta da quel torpore inconsueto. -Giovanotto, lei può tornarsene a casa quando vuole! per cui poco dopo, il giovane si avvia all’uscita.
Non si ricorda più di me che, in un angolo appartato, ho seguito con discrezione ciò che accadeva. Ora la storia era avviata e sembrava continuare da sola.
Lungo il tragitto verso casa il giovane, frastornato dagli avvenimenti, torna più volte col pensiero al negozio e alla bambina, muta e misteriosa. Sotto la pioggia incessante, cammina a passo svelto stringendosi nel pesante giaccone di lana; rialza il capo alla luce dei lampioni, mentre sferzate oblique di pioggia gli bagnano il viso. All’angolo un manifesto attira la sua attenzione. Pubblicizza lo spettacolo di un circo che ha montato il tendone appena fuori città.
Un circo! Forse la bambina è fuggita da lì.
- Devo avvisare subito il poliziotto, pensa e, istintivamente, ritorna sui suoi passi ma, nell’oscurità, inciampa in un oggetto. A terra c’è un portafogli da uomo, gonfio di banconote. La tentazione di tenerlo lo fa rabbrividire, come ha potuto avere un’idea simile? No, lo consegnerà al poliziotto!
Intanto, sulla porta della libreria, quello si sta congedando dalla proprietaria. Prima di smontare dal suo turno, passerà in Centrale per denunciare il ritrovamento della strana bambina.
Proprio allora, stanco e affannato, ecco arrivare in libreria il generale in pensione. L’anziano uomo si è accorto di avere smarrito i soldi della pensione e della tredicesima e, col cuore in subbuglio, ha subito ripercorso il tragitto fatto nel pomeriggio, dall’ufficio postale alla libreria. E’ disperato e così trafelato che le parole gli si spezzano in gola. Si fa capire a fatica, ma proprio in quel momento sopraggiunge il commesso.
Anche il giovane balbetta qualcosa, riferisce del circo, racconta del portafogli e lo porge, ancora grondante d’acqua, al poliziotto che lo consegna al legittimo proprietario.
Per la felicità del ritrovamento, il generale abbraccia il ragazzo e gli mette in mano una manciata di biglietti – senza offesa, per carità, sono poca cosa, solo un ringraziamento, ma può contare su di lui per qualunque necessità, perché lui non ha avuto la gioia di un nipote ed è solo, troppo solo e i soldi non fanno la felicità e…
In tutto quel trambusto, sembra essersi dimenticati solo di lei.
Che fine ha fatto la bambina?
- Non c’è nessuna bambina qui. – aveva dichiarato il direttore del circo, già pronto per lo spettacolo serale, con indosso la giacca di velluto rosso. Era sembrato infastidito per l’intrusione di quei ficcanaso e le loro domande.
- C’era una bambina, - confessa una donna bruna, scesa dalla roulotte accanto, avvicinandosi al gruppo – se n’è andata il sabato di Natale di cinque anni fa. - aggiunge, con voce rotta dall’emozione. Poi toglie dalla tasca della lunga gonna gitana una manciata di cioccolatini.
- Le piacevano tanto! - afferma, scuotendo dolcemente la testa.
Il leggero movimento fa oscillare il medaglione che la donna porta al collo. Per qualche istante l’immagine della bambina brilla nell’oscurità. Due profondi occhi azzurri risaltano sul faccino pallido.
La luna, intanto, si è fatta spazio tra le nuvole. Ha smesso di piovere.

 

 

Il signor Alberto Robusti abitava solo, nel centro di una piccola cittadina, in un appartamento di 70 metri quadrati situato di fronte alla biblioteca,
Ogni mattina, per quarant’anni, il signor Alberto si era alzato, lavato, vestito, aveva fatto colazione ed era uscito per andare a lavorare. Faceva il muratore, o meglio, lo era. Egli quel mestiere lo sentiva dentro, non avrebbe potuto né voluto fare altro nella sua vita che spostare mattoni e mescolare sabbia e cemento, arrampicarsi sulle impalcature e vedere muri, prima con la fantasia, poi nascere e crescere verso l’alto.
Alberto si sentiva come le case che costruiva: robusto, forte, imponente, dalle fondamenta ben salde. Quando al mattino il capo gli chiedeva “come stai?” rispondeva “Antisismico! Come le nostre case” e si batteva un pugno sul petto come a verificare la sua stessa solidità.
Robusti era un uomo molto pratico. Credeva solo in quello che vedeva e che faceva. Aveva rifiutato di crearsi una famiglia. Ogni volta che qualcuno gli chiedeva perché, alzava le spalle e rispondeva “Cose per sentimentali”, e dicendolo muoveva in aria la mano destra grande e callosa, quasi volesse scacciare una mosca o un brutto pensiero. Ad essere sinceri per il signor Robusti le cose per sentimentali erano molte altre, la religione, i viaggi, gli sport ma soprattutto i libri. Libri a casa sua non ne aveva mai visti, suo padre li ignorava o li disprezzava, diceva che annebbiavano il cervello. Così, quando gli capitava di vedere qualche collega appartarsi durante la pausa pranzo per leggere un libro, Alberto iniziava a prendersi gioco di lui. Diceva: “Vieni qua a fumarti una sigaretta che è meglio. I libri annebbiano il cervello”. Il signor Robusti in realtà non avrebbe neanche saputo leggerlo, un libro. Aveva frequentato la scuola obbligatoria, solo che il non esercizio gli aveva fatto dimenticare cosa fossero le parole e le sillabe e le frasi, che senso avessero quei segni neri e come si trasformassero in suoni.
Questo però non era mai stato un problema per lui. Non fino a quando aveva raggiunto la pensione. I primi giorni senza il suo lavoro gli erano sembrati piacevoli. Passava le giornate chiuso in casa a poltrire ripetendosi quanto fosse meritato il riposo dopo anni di fatica e sacrifici. Dopo meno di una settimana però, quella situazione gli era sembrata una reclusione piuttosto che una liberazione, così aveva iniziato a chiedersi cosa avrebbe potuto fare per occupare il tempo. Era molto annoiato, nervoso e allo stesso tempo troppo affaticato per dedicarsi a qualche sport. Viaggiare forse gli sarebbe piaciuto ma non avrebbe saputo dove andare e in ogni caso era troppo legato alla sua casa e al suo paese per lasciarli. Non possedeva nemmeno una valigia. Quella che aveva ereditato da suo padre l’aveva regalata ad un cugino che voleva a tutti i costi emigrare in Francia.
Con questi pensieri in testa Robusti raggiunse la finestra che dava sulla strada e per la prima volta si sentì vacillare, come se un terremoto lo stesse investendo. La solitudine lo stava opprimendo, doveva trovare una soluzione.
Guardò oltre il vetro e vide proprio davanti a sé una sala della biblioteca piena di scaffali ricolmi di libri. Si infilò la giacca e il berretto come se dovesse compiere un lungo tragitto e si avviò. Attraversò la strada e raggiunse l’edificio, rimase incerto all’ingresso.
Passò oltre e salì le scale, piano per piano, appoggiandosi con una mano al muro. Una volta raggiunta la sala prestiti Alberto si trovò davanti la faccia di un signore, il bibliotecario, che lo guardava da sopra lo schermo di un computer.
Sentendosi osservato il signor Robusti chiese: “avete dei libri?”. Questa frase fu seguita dalla faccia perplessa del bibliotecario e da un silenzio imbarazzante, spezzato da una precisazione “libri per bambini, volevo dire”.
L’uomo gli indicò in modo vago una sala, verso destra. Alberto seguì l’inconsistenza di quel gesto fino a quando arrivò in una stanza silenziosa circondata di scaffali sui quali stavano in piedi, come soldatini da collezione, una gran quantità di libri con copertine dai colori sgargianti.
Alberto allora, prese con mani tremanti un volume di poche pagine e grosse figure, iniziò a sfiorarlo leggermente come se tra le dita avesse un oggetto fragile e prezioso, come se improvvisamente le pagine potessero dissolversi senza una ragione. Poi raggiunse l’unico angolo della sala libero e appoggiando la schiena alla parete si sedette, aprì il libro, lo appoggiò sulle ginocchia e iniziò a sillabare lentamente sussurrando piano. Faticava a mettere insieme le lettere, sentiva che ogni parola che riusciva a pronunciare aveva il peso e la consistenza di un mattone posto su un altro. Quel giorno capì che le parole costruivano le frasi, e le frasi, una dopo l’altra, creavano immagini, come i muri che fanno stare in piedi le case.
Ma questo non lo capì il bibliotecario né tutte le persone che passando lo videro rannicchiato in quel cantuccio.