da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il Racconto

A chi ama scrivere un racconto, può capitare che gli sembri che le idee che gli affollano la mente siano persino troppe.

Occorre raccoglierle, dare loro ordine e selezionarle in modo che realtà e finzione, una parola dopo l’altra acquisiscano nuova vita per prendere la forma di un RACCONTO.

Il racconto è la forma letteraria che meglio consente allo scrittore di esprimere la propria creatività e di trasmettere al lettore il frutto della sua fantasia.

Si può anche raccontare di se stessi però tenendo sempre presente che occorre mettersi dalla parte di chi leggerà, del quale occorre catturare l’attenzione prima, l’interesse dopo.

Noi accompagneremo le parole dei nostri scrittori verso lettori interessati e attenti.

La tecnica dello scrivere bene si impara, ma lo scrittore deve anche tener presente che per imparare a confrontarsi è necessario leggere quel che altri hanno scritto. 

Tutte le opere da noi pubblicate rimarranno sempre consultabili e rileggibili nell’ARCHIVIO.

Certo parecchi di voi avranno pronti più elaborati e continueranno a scrivere. Mandateceli pure tutti, ma uno per volta, a meno che siano molto brevi onde consentirci di prenderli in esame con la massima attenzione e darvene conto. 

I manoscritti dovranno essere inviati come allegato via mail agli indirizzi indicati nel sito.

 

                                                                                                                            Vera Vasques

 

 

Anche se le vacanze non avrebbero potuto essere quelle di un tempo, il richiamo delle Dolomiti ci aveva fatto tornare in Val Gardena. Durante la settimana mi ero limitato a spingere la carrozzina di mia moglie per le vie di Ortisei, rassegnato a ammirare da lontano le creste rocciose. Quel pomeriggio, il penultimo del nostro soggiorno, non essendoci temporali in arrivo, e soprattutto per scongiurare ulteriori su e giù tra le vetrine, proposi di prendere l'auto e salire in quota. Mi era venuta in mente la baita con trine e fiori alle finestre, poco distante dal Passo. Prima dell'incidente, al ritorno dalle nostre escursioni, si faceva sempre una sosta su quella terrazza odorosa di resina.
Nel transitare per i tornanti, nel rivedere pareti del Sella, avevo avvertito un lieve formicolio nel sangue. Al Passo invece, per respingere l'attacco di nostalgia, avevo parcheggiato in fretta, portando la carrozzina al di là della strada senza rivolgere lo sguardo all'Albergo, né al canalone della Val Setus.
Nei miei ricordi il tratto per la baita era agevole, in realtà era seminato di ciottoli e buche che m'obbligavano a brusche sterzate. Stavo per cedere alle proteste di mia moglie che chiedeva di tornare indietro, quando udii uno scalpiccio.
"Se permette, l'aiuto io" mi propose un ragazzo affiancandoci, "possiamo spingere po' per uno".
Quell'inattesa cordialità, che mi consentiva di riprendere fiato, mi fece accettare l’offerta senza riserve.
"Allora ti porto lo zaino" dissi per ricambiare. Valutai che aveva più o meno l'età di mio figlio, come del resto la biondina che saliva con lui.
"Non è pesante" mi assicurò.
Supposi che volesse mostrare il vigore dei muscoli alla ragazza, gli indicai le manopole e lui spinse canticchiando, senza chiedere un cambio. Lo lasciai andare, ma una volta raggiunta la baita, insistei perché si fermassero a bere con noi.
"Non possiamo!" protestò la biondina "ci restano solo due ore. Se arriviamo tardi al rifugio, non ci danno da dormire" si scusò il mio salvatore. Compresi che gli conveniva ubbidire e gli augurai buona fortuna.
Tuttavia, frutto del caso o delle circostanze, la vera sorpresa si presentò di lì a poco.
Il gestore aveva preso la nostra ordinazione facendoci accomodare al tavolo vicino alla balaustra, e già mi stavo godendo la maestosità del paesaggio, quando mi distolse un'esclamazione.
"Carlo!.. ma sei proprio tu?!"
"Non è possibile, Pietro e Daniela!" esclamai anch'io, riconoscendo i compagni di gloriose ascensioni!
Mia moglie tolse il freno alla carrozzina per riabbracciare gli amici persi di vista.
Esaurite le effusioni e le pacche d'affetto, Pietro m'interrogò con occhi visibilmente dispiaciuti.
"Un incidente stradale" dovetti spiegare. "È successo l'altra volta durante il ritorno, in pratica il giorno dopo il temporale che ci sorprese là di fronte. Ti ricordi che lampi e tuoni nella discesa del canalone?"
"Altrochè se ricordo!... Ci eravamo anche promessi di restare in contatto, purtroppo ci sono stati problemi anche per noi".
"Cose non gravi, spero".
"Insomma... Ma dimmi dell'incidente" incalzò Pietro.

Raccontai di come all'altezza di Bolzano, appena fuori dalla galleria, si fosse rimasti coinvolti in un tamponamento. Non potei confidargli che fino al momento dell'urto guidavo col pensiero rivolto a sua moglie.
“Io me la sono cavata con due costole rotte” precisai. ”lei invece con fratture scomposte, una tremendamente seria alla regione lombare”.
“Suvvia” intervenne Daniela “lasciamo perdere questi accidenti!... Di nuovo insieme! Gesù non riesco a crederci... Pietro, anche se qui brindano a grappa, fai qualcosa di utile, vedi di ordinare una bottiglia di spumante”.
Quando Pietro si risedette al tavolo, c'informò che oltre alla grappa e al latte appena munto, alla baita erano provvisti di svariate bevande. Il Prosecco ce lo avrebbero servito con il dolce che stava per uscire dal forno.
“Oggi dove siete stati?” domandai, vedendo sporgere dagli zaini le imbracature. “Scommetto a fare una ferrata!”
“Purtroppo hai vinto” sospirò Daniela.
“Ah che bravi...!” disse mia moglie riuscendo a non apparire invidiosa.
“Lui è soddisfatto soltanto se mi trascina in qualche pericolo”.
“È quello che so fare meglio” mormorò Pietro.
“A proposito, ti trovi bene nel nuovo liceo?” chiesi per stemperare.
Per festeggiare l'arrivo della cattedra Pietro ci aveva offerto una cenetta in un localino della Valle durante l'ultima vacanza. Tra me e Daniela il desiderio si era acceso in quella serata. Lei aveva risposto ai miei strusciamenti sotto la tovaglia, e soprattutto mi aveva guardato in quel certo modo quando decidemmo di andare in Val Setus il mattino seguente, quasi che l'impervio sentiero che porta sul Sella, potesse favorire un'intimità più profonda.
“Come no?... Adesso è diventato il coccolino della Preside” m'informò lei acida, cercando di ferire.
Il sorriso ci tornò appena ci portarono lo spumante e quattro lucide fette di torta guarnite di lamponi, ma nel momento che Pietro stava per far saltare il tappo, dal versante di fronte ci arrivò un rimbombo sinistro.
“Non sarà il terremoto?” si allarmò mia moglie, mentre in una nube di polvere si videro precipitare una serie di blocchi rocciosi dalla cima di uno spuntone.
“È soltanto un crollo” osservò Daniela. “Speriamo che nessuno venga colpito”.
“Voglio saperne di più” mi disse Pietro sospendendo il brindisi. “Prendo il binocolo e controlliamo da sopra”.
M'allontanai con lui nella direzione presa prima dai 2 ragazzi; a occhio nudo potemmo constatare che i massi si fermavano in una zona senza sentieri.
Ripensando a Daniela cercai di capire cosa nascondesse il suo atteggiamento.
“Allora avete avuto problemi anche voi” dissi a Pietro.
“Figurati, lei si cura tutt'ora, e anch'io ho bisogno dell'analista per sopportare i suoi sbalzi d’umore per la depressione”.
“Depressione?... Accidenti!”
“Tu conoscevi le nostre difficoltà... Credo che le camminate di quell'estate mi abbiano reso gli spermatozoi meno pigri, difatti Daniela era rimasta incinta. Però l'illusione ci durò poco, alla dodicesima settimana perse il bambino... Ci siamo rimasti male entrambi, ma lei sembra avercela ancora con tutti, quasi fosse colpa mia”.
“Capisco” dissi accelerando il passo per non fargli vedere il mio turbamento. Pietro mi stava dicendo che avrei potuto essere di nuovo padre... Padre di un figlio che avrebbe creduto suo!
D'improvviso rividi il sottoscala rischiarato dagli ultimi lampi della bufera. A tener viva l'eccitazione, era stata proprio la violenza del temporale. Durante la discesa, Daniela, si era aggrappata al mio braccio con la scusa dei fulmini che scuotevano la Val Setus. Al Passo ci eravamo rifugiati nel bar dell'Albergo, mandando giù bicchierini di grappa. Poi avevamo approfittato dell'arrivo di altri gitanti, e di una discussione sorta fra Pietro e mia moglie, per sgattaloiare nel sottoscala
L'amore lo avevamo fatto in fretta in uno dei bagni riservati al personale.
Ora le donne ci stavano chiamando per avere notizie Quando le raggiungemmo, mi distrasse un ronzio che saliva dal fondovalle. Gli elicotteri del Soccorso Alpino avevano iniziato a girare attorno alla frana allargandosi fin sopra la baita. Tornati al tavolo, Pietro volle terminare il brindisi, nell'euforia alzò la bottiglia verso i piloti. Mentre l'aria vibrava incontrai gli occhi di Daniela.
Quando il gestore venne col conto, disse che i crolli si verificavano con una certa frequenza, erano eventi che non lasciavano tracce sul paesaggio... In genere non colpivano gli escursionisti, e neppure le cose

 

Il panettiere di Is Maljnas quel giorno era particolarmente di fretta.Per la premura di rientrare al più presto in negozio non si era nemmeno cambiato. Ancora con la sua tenuta da lavoro, pantaloni bianchi, sandali bianchi aperti, camicia chiusa sino al collo, anch’essa rigorosamente bianca, aveva lasciato la bottega nelle mani del suo dipendente e aveva deciso di allontanarsi qualche minuto per portare a riparare dei vecchi sandali dal suo calzolaio di fiducia.

Solo dopo aver attraversato la piazza si era accorto  che la porta in legno del ciabattino era chiusa. Appeso, vi era un piccolo cartello con la scritta Chiuso per bella giornata”.

Guardandosi  attorno  per controllare se l’artigiano era ancora nelle vicinanze.-avrei voluto spiegargli alcune cose- pensò. Poi infilò la busta con i sandali nella cassetta vicino alla porta dove il calzolaio era solito  ricevere in caso di sua assenza, le scarpe dei clienti che avevano urgenza. 

Sulla cassetta era stato disegnato un cerchio con all’interno una croce rossa, come il simbolo stampato sulle fiancate dei mezzi di soccorso. Alato era riportata una scritta gialla, fatta velocemente a mano; vi era scritto Pronto soccorso”, che faceva subito capire il temperamento del calzolaio e il suo rapporto con i clienti.

 -Prima o poi me li riparerà- pensò l’uomo sorridendo.

Tutti conoscevano Juan a Is Maljnas, e tutti sapevano che il suo negozio non sempreera aperto. Anzi, tutti sapevano che il suo negozio poteva essere aperto o chiuso, a seconda dell’umore di Juan.

Sì, perché a Juan non interessava lavorare. Non interessava nemmeno guadagnare.

Non che fosse pigro o svogliato, anzi, era il calzolaio numero uno a Is Maljnas. Era un artigiano eccezionale,riusciva a recuperare scarpe totalmente distrutte. Dalle sue mani ruvide e scure era come se magicamente venisse sempre fuori qualcosa di nuovo.

A Is Maljnas era considerato una istituzione. Solo che aveva quel difetto. Apriva e chiudeva il negozio a suo piacimento, senza orari, senza avvisare, senza una precisa ragione. Scattava qualcosa nella sua testa e… track! Chiudeva la porta del negozio all’improvviso.

Un giorno un malcapitato turista, dopo avergli consegnato un paio di scarpe per lui preziosissime (“ci sono molto affezionato” fu la classica frase  nell’affidargli il bene), non conoscendolo, e non sapendo come conoscere i tempi della riconsegna, gli chiese: «Mi scusi, che orari fa? Non vedo nessun cartello appeso fuori.»

«Ma chi io?» gli domandò «lo vede quello?» continuò poi Juan indicandogli il mare.

«Cosa scusi?» domandò il turista.

«Quello lì, lo vede? Quello azzurro davanti a lei» insistette Juan.

«Cosa?.... Il mare?»

«Si. Proprio lui, lo vede?»

«Si… si, lo vedo.»

«Ecco,  se lei guarda attentamente  il mio cartello degli orari è scritto lì» disse Juan sorridendo.

A Juan piaceva il mare. Era innamorato del mare. E quando il negozio era chiuso tutti quanti sapevano che Juan era sicuramente sopra la sua barca. Quello che non sapevano però era quanto tempo ci sarebbe rimasto.