da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il Racconto

A chi ama scrivere un racconto, può capitare che gli sembri che le idee che gli affollano la mente siano persino troppe.

Occorre raccoglierle, dare loro ordine e selezionarle in modo che realtà e finzione, una parola dopo l’altra acquisiscano nuova vita per prendere la forma di un RACCONTO.

Il racconto è la forma letteraria che meglio consente allo scrittore di esprimere la propria creatività e di trasmettere al lettore il frutto della sua fantasia.

Si può anche raccontare di se stessi però tenendo sempre presente che occorre mettersi dalla parte di chi leggerà, del quale occorre catturare l’attenzione prima, l’interesse dopo.

Noi accompagneremo le parole dei nostri scrittori verso lettori interessati e attenti.

La tecnica dello scrivere bene si impara, ma lo scrittore deve anche tener presente che per imparare a confrontarsi è necessario leggere quel che altri hanno scritto. 

Tutte le opere da noi pubblicate rimarranno sempre consultabili e rileggibili nell’ARCHIVIO.

Certo parecchi di voi avranno pronti più elaborati e continueranno a scrivere. Mandateceli pure tutti, ma uno per volta, a meno che siano molto brevi onde consentirci di prenderli in esame con la massima attenzione e darvene conto. 

I manoscritti dovranno essere inviati come allegato via mail agli indirizzi indicati nel sito.

 

                                                                                                                            Vera Vasques

 

 


Cucina delle ottime minestre.

Si allontana secca, allampanata, vestita di grigio e bianco, grigi i calzoni, grigia la maglia. Bianche le grosse perle alle orecchie, del tutto bianchi raccolti sulla nuca, i capelli che un tempo sono stati neri.

Cesare rimane seduto, estrae il fazzoletto bianco dal taschino, toglie gli occhiali, li pulisce accuratamente.
Alto com’è, fragile, com’è divenuto con l’età, si alza dal divano con movenze di gru. Pure la pelle del viso che ha rosea, chiara, fa pensare agli eleganti uccelli che a volte compaiono solitari nei campi, in inverno, d’estate immobili sulle barene in laguna, o a frotte rosa, vocianti, migliaia di esemplari veduti nella Camargue.
Ci sono stati i viaggi, lunghe vacanze fuori stagione, in luoghi che parevano riservati a loro soli. Lui, e Benetta.
Forse perché anche lei è così lunga e stretta, infatti appartengono entrambi alla tipologia d’uomo lunga e stretta, che si sono accorciati su altre cose.
Il divano di casa ad esempio, due posti anziché tre, le poltrone non tanto grandi e alquanto rigide, negato il diritto a sprofondarci dentro, e i nomi: Be ne det ta e Ce sa re.

Così gli viene comodo accorciarli, Benetta e Cicci, Cicci e Benetta.

Passano lunghe ore silenziose insieme. Attenti a molte cose, gli oggetti che li circondano: il nuovo fiore sbocciato sul terrazzo, il particolare di un quadro mai notato prima, la nota curiosa e dissonante di un disco sfuggita ai ripetuti ascolti, l’aspetto, e al tatto la croccante consistenza della verdura fresca comprata per fare la minestra.
E la frutta, le mele rosse, le prugne viola, opache per la patina bianca che si divertono a togliere lustrandole vigorosamente con il tovagliolo.
Cicci fa leva sul bracciolo del divano per alzarsi, si impegna stringendolo con forza, ha dita nodose , scivola sino al bordo del cuscino.
Poi, in un movimento sinuoso disegna un’ansa morbida che lo fa somigliare di più ai fenicotteri della Camargue, la preda nel becco, il collo che una volta riemerso prima di inghiottire si raddrizza ed è finalmente in piedi.
Ha faticato, si batte con il palmo della mano il taschino della giacca. Ne spunta per due centimetri di troppo il fazzoletto bianco con cui ha pulito gli occhiali poco fa.
Lo sfila, lo ripiega e lo rimette a posto badando a farne sporgere appena un lembo, una riga bianca spicca sulla giacca grigia.
Rigido, eretto, si sistema meglio, scrolla il risvolto del calzone rimasto involontariamente infilato nello scarponcino di camoscio nero.
Fatti due passi esitati, gli esseri come gli oggetti troppo alti pare che in cima traballino sensibili al minimo spostamento d’aria quanto un’antenna, o appunto una gru, è a pochi centimetri dal quadro.
Un ritratto a olio, due occhi neri e vivi, i capelli mossi, forse un tempo d’estate caldo, ventoso, una giovane donna, bella. Sua madre.
Di là, oltre il corridoio, i suoni conosciuti provengono dalla cucina, quasi l’avvio di un motore freddo: due stoviglie si urtano, un cassetto si apre, un coltello che batte e trancia le carote, la zucchina, le foglie di bieta.
Ecco lo scatto dell’accendigas, un frinire spezzato di cicala si ripete due, tre volte.
Benetta si muove ovunque con eleganza, la schiena diritta, il collo lungo spesso avvolto in morbide sciarpe, dentro immacolate camice dal colletto sollevato.
Eleganti le mani sottili, la pelle scura tanto fine da sembrare trasparente, un delta di vene blu che si diramano infinite.
Un unico anello, prezioso, grande. Si sono fidanzati. Quando? Non ricorda. Sta preparando la minestra, non può ricordare quando. Bisogna fermarsi sulle cose. Avere gli occhi a quel preciso istante. Pensarci.
Ora è impegnata, c’è la fiamma già accesa. Sul piano in marmo le verdure disposte per essere cucinate. Non deve scordare il sale.
Non ricorda se ha già messo il sale, e per un attimo ci deve pensare. Le capita di non ricordare cose banali e essenziali allo stesso tempo, se dopo avere versato il caffè nella tazzina lo ha bevuto, oppure no.
Il sale non è importante: una volta a tavola, Cicci osserverà:
“Buona questa minestra, ma va corretta di sale.”
Lei si vendicherà più tardi quando lui le mostrerà il prossimo pastello, triglie su piatto blu.
Oggi, venerdì, al mercato hanno comprato insieme il pesce.
“Bello, ma va corretto il blu ” e lui passerà l’intero pomeriggio sulla stessa sfumatura.
Sono bene assortiti, così alti entrambi, e magri. Timidi curati eleganti.
Difficile immaginare l’amore tra loro, il trasporto.
Pare si accudiscano l’un l’altro con circospezione.
Benetta si affaccia dalla porta che divide la sala da pranzo dal salotto.
La tavola è bene apparecchiata.
La tovaglia di un tenero giallo ricade con il bordo tutto ricamato sulle seggiole imbottite, un bel verde salvia, un cotone pesante dalla trama irregolare, larghe, comode.
E come d’abitudine sul tavolo al centro, a eguale distanza tra acqua e vino, il bicchiere con il fiore rosso, il geranio ultimo fiorito sul terrazzo, e una foglia di edera screziata di bianco.
Benetta viene verso Cicci, intento ad ammirare il quadro, gli sfiora un braccio.
“E’ pronto“ annuncia.
Si sono presi per mano una frazione di secondo, vergognosi di un gesto evidentemente tanto intimo, istintivo.
Insieme sono belli, un po’ misteriosi. Forse indecifrabili.
“Non ci siamo fatti mai un dispetto.” Afferma sorridendo, anticipando la domanda che legge nello sguardo di chi li vede insieme.
Cesare ha tolto gli occhiali, di nuovo il fazzoletto dalla tasca per pulirli, alitandoci sopra.
Si è avvicinato di più all’olio appeso alla parete, una nicchia, una sorpresa che si mimetizza tra i libri riposti con ordine sugli scaffali.
La libreria, spiega, nata con l’alloggio ancora in costruzione, l’ha disegnata lui. Ripiani rientranti, ad altezze diverse per i libri, e in mezzo a loro, a fargli da cornice lo spazio calcolato esattamente per il quadro, illuminato da una luce invisibile, come accade nei musei o per certe immagini sacre nelle chiese.
Al piano di sopra qualcuno cammina, voci indistinte disturbano il silenzio raccolto di pochi istanti.
“Oh, i dispetti, qualcuno ce lo saremo anche fatto. E’ che ce ne siamo dimenticati. ” - dice Benedetta, che ora di scatto come spazientita, si dirige rapida in cucina.
“Vede….“ Cesare parla mentre accarezza con tocco delicato i tratti del volto, le spesse pennellate di nero dei capelli, il bianco delle piegoline di un abito leggero, accollato. Si sofferma sulla fronte, sul ciuffo ribelle, che vorrebbe potesse, lui pittore dilettante, scostare e riacconciare per bene.
“Vede” ripete, rattristato, lo sguardo sottratto all’immagine che pare sorridergli, per la colpa che conosce e lo umilia “Benetta è brava! Una brava donna”.
Volge la testa al profumo della minestra che fumante nella zuppiera bianca sta per arrivare in tavola, aggiunge con impeto, un entusiasmo del quale sembra volersi convincere, che lo prostra : “Benetta è brava. Una brava donna… e …cucina bene le minestre”. 
Il dito con cui un momento prima carezzava graffi di colore nero cade inerte, la mano, tutto il braccio abbandonati lungo il fianco, fiaccati da un confronto senza risoluzione.
Inforca gli occhiali, ripone il fazzoletto nel taschino della giacca, vi batte sopra la mano all’altezza del cuore.
Un sospiro, forse un dolore.

“ …Ma la mia Mamma, la mia Mamma era così bella! “

 

 

Anche se le vacanze non avrebbero potuto essere quelle di un tempo, il richiamo delle Dolomiti ci aveva fatto tornare in Val Gardena. Durante la settimana mi ero limitato a spingere la carrozzina di mia moglie per le vie di Ortisei, rassegnato a ammirare da lontano le creste rocciose. Quel pomeriggio, il penultimo del nostro soggiorno, non essendoci temporali in arrivo, e soprattutto per scongiurare ulteriori su e giù tra le vetrine, proposi di prendere l'auto e salire in quota. Mi era venuta in mente la baita con trine e fiori alle finestre, poco distante dal Passo. Prima dell'incidente, al ritorno dalle nostre escursioni, si faceva sempre una sosta su quella terrazza odorosa di resina.
Nel transitare per i tornanti, nel rivedere pareti del Sella, avevo avvertito un lieve formicolio nel sangue. Al Passo invece, per respingere l'attacco di nostalgia, avevo parcheggiato in fretta, portando la carrozzina al di là della strada senza rivolgere lo sguardo all'Albergo, né al canalone della Val Setus.
Nei miei ricordi il tratto per la baita era agevole, in realtà era seminato di ciottoli e buche che m'obbligavano a brusche sterzate. Stavo per cedere alle proteste di mia moglie che chiedeva di tornare indietro, quando udii uno scalpiccio.
"Se permette, l'aiuto io" mi propose un ragazzo affiancandoci, "possiamo spingere po' per uno".
Quell'inattesa cordialità, che mi consentiva di riprendere fiato, mi fece accettare l’offerta senza riserve.
"Allora ti porto lo zaino" dissi per ricambiare. Valutai che aveva più o meno l'età di mio figlio, come del resto la biondina che saliva con lui.
"Non è pesante" mi assicurò.
Supposi che volesse mostrare il vigore dei muscoli alla ragazza, gli indicai le manopole e lui spinse canticchiando, senza chiedere un cambio. Lo lasciai andare, ma una volta raggiunta la baita, insistei perché si fermassero a bere con noi.
"Non possiamo!" protestò la biondina "ci restano solo due ore. Se arriviamo tardi al rifugio, non ci danno da dormire" si scusò il mio salvatore. Compresi che gli conveniva ubbidire e gli augurai buona fortuna.
Tuttavia, frutto del caso o delle circostanze, la vera sorpresa si presentò di lì a poco.
Il gestore aveva preso la nostra ordinazione facendoci accomodare al tavolo vicino alla balaustra, e già mi stavo godendo la maestosità del paesaggio, quando mi distolse un'esclamazione.
"Carlo!.. ma sei proprio tu?!"
"Non è possibile, Pietro e Daniela!" esclamai anch'io, riconoscendo i compagni di gloriose ascensioni!
Mia moglie tolse il freno alla carrozzina per riabbracciare gli amici persi di vista.
Esaurite le effusioni e le pacche d'affetto, Pietro m'interrogò con occhi visibilmente dispiaciuti.
"Un incidente stradale" dovetti spiegare. "È successo l'altra volta durante il ritorno, in pratica il giorno dopo il temporale che ci sorprese là di fronte. Ti ricordi che lampi e tuoni nella discesa del canalone?"
"Altrochè se ricordo!... Ci eravamo anche promessi di restare in contatto, purtroppo ci sono stati problemi anche per noi".
"Cose non gravi, spero".
"Insomma... Ma dimmi dell'incidente" incalzò Pietro.

Raccontai di come all'altezza di Bolzano, appena fuori dalla galleria, si fosse rimasti coinvolti in un tamponamento. Non potei confidargli che fino al momento dell'urto guidavo col pensiero rivolto a sua moglie.
“Io me la sono cavata con due costole rotte” precisai. ”lei invece con fratture scomposte, una tremendamente seria alla regione lombare”.
“Suvvia” intervenne Daniela “lasciamo perdere questi accidenti!... Di nuovo insieme! Gesù non riesco a crederci... Pietro, anche se qui brindano a grappa, fai qualcosa di utile, vedi di ordinare una bottiglia di spumante”.
Quando Pietro si risedette al tavolo, c'informò che oltre alla grappa e al latte appena munto, alla baita erano provvisti di svariate bevande. Il Prosecco ce lo avrebbero servito con il dolce che stava per uscire dal forno.
“Oggi dove siete stati?” domandai, vedendo sporgere dagli zaini le imbracature. “Scommetto a fare una ferrata!”
“Purtroppo hai vinto” sospirò Daniela.
“Ah che bravi...!” disse mia moglie riuscendo a non apparire invidiosa.
“Lui è soddisfatto soltanto se mi trascina in qualche pericolo”.
“È quello che so fare meglio” mormorò Pietro.
“A proposito, ti trovi bene nel nuovo liceo?” chiesi per stemperare.
Per festeggiare l'arrivo della cattedra Pietro ci aveva offerto una cenetta in un localino della Valle durante l'ultima vacanza. Tra me e Daniela il desiderio si era acceso in quella serata. Lei aveva risposto ai miei strusciamenti sotto la tovaglia, e soprattutto mi aveva guardato in quel certo modo quando decidemmo di andare in Val Setus il mattino seguente, quasi che l'impervio sentiero che porta sul Sella, potesse favorire un'intimità più profonda.
“Come no?... Adesso è diventato il coccolino della Preside” m'informò lei acida, cercando di ferire.
Il sorriso ci tornò appena ci portarono lo spumante e quattro lucide fette di torta guarnite di lamponi, ma nel momento che Pietro stava per far saltare il tappo, dal versante di fronte ci arrivò un rimbombo sinistro.
“Non sarà il terremoto?” si allarmò mia moglie, mentre in una nube di polvere si videro precipitare una serie di blocchi rocciosi dalla cima di uno spuntone.
“È soltanto un crollo” osservò Daniela. “Speriamo che nessuno venga colpito”.
“Voglio saperne di più” mi disse Pietro sospendendo il brindisi. “Prendo il binocolo e controlliamo da sopra”.
M'allontanai con lui nella direzione presa prima dai 2 ragazzi; a occhio nudo potemmo constatare che i massi si fermavano in una zona senza sentieri.
Ripensando a Daniela cercai di capire cosa nascondesse il suo atteggiamento.
“Allora avete avuto problemi anche voi” dissi a Pietro.
“Figurati, lei si cura tutt'ora, e anch'io ho bisogno dell'analista per sopportare i suoi sbalzi d’umore per la depressione”.
“Depressione?... Accidenti!”
“Tu conoscevi le nostre difficoltà... Credo che le camminate di quell'estate mi abbiano reso gli spermatozoi meno pigri, difatti Daniela era rimasta incinta. Però l'illusione ci durò poco, alla dodicesima settimana perse il bambino... Ci siamo rimasti male entrambi, ma lei sembra avercela ancora con tutti, quasi fosse colpa mia”.
“Capisco” dissi accelerando il passo per non fargli vedere il mio turbamento. Pietro mi stava dicendo che avrei potuto essere di nuovo padre... Padre di un figlio che avrebbe creduto suo!
D'improvviso rividi il sottoscala rischiarato dagli ultimi lampi della bufera. A tener viva l'eccitazione, era stata proprio la violenza del temporale. Durante la discesa, Daniela, si era aggrappata al mio braccio con la scusa dei fulmini che scuotevano la Val Setus. Al Passo ci eravamo rifugiati nel bar dell'Albergo, mandando giù bicchierini di grappa. Poi avevamo approfittato dell'arrivo di altri gitanti, e di una discussione sorta fra Pietro e mia moglie, per sgattaloiare nel sottoscala
L'amore lo avevamo fatto in fretta in uno dei bagni riservati al personale.
Ora le donne ci stavano chiamando per avere notizie Quando le raggiungemmo, mi distrasse un ronzio che saliva dal fondovalle. Gli elicotteri del Soccorso Alpino avevano iniziato a girare attorno alla frana allargandosi fin sopra la baita. Tornati al tavolo, Pietro volle terminare il brindisi, nell'euforia alzò la bottiglia verso i piloti. Mentre l'aria vibrava incontrai gli occhi di Daniela.
Quando il gestore venne col conto, disse che i crolli si verificavano con una certa frequenza, erano eventi che non lasciavano tracce sul paesaggio... In genere non colpivano gli escursionisti, e neppure le cose