da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il Racconto

A chi ama scrivere un racconto, può capitare che gli sembri che le idee che gli affollano la mente siano persino troppe.

Occorre raccoglierle, dare loro ordine e selezionarle in modo che realtà e finzione, una parola dopo l’altra acquisiscano nuova vita per prendere la forma di un RACCONTO.

Il racconto è la forma letteraria che meglio consente allo scrittore di esprimere la propria creatività e di trasmettere al lettore il frutto della sua fantasia.

Si può anche raccontare di se stessi però tenendo sempre presente che occorre mettersi dalla parte di chi leggerà, del quale occorre catturare l’attenzione prima, l’interesse dopo.

Noi accompagneremo le parole dei nostri scrittori verso lettori interessati e attenti.

La tecnica dello scrivere bene si impara, ma lo scrittore deve anche tener presente che per imparare a confrontarsi è necessario leggere quel che altri hanno scritto. 

Tutte le opere da noi pubblicate rimarranno sempre consultabili e rileggibili nell’ARCHIVIO.

Certo parecchi di voi avranno pronti più elaborati e continueranno a scrivere. Mandateceli pure tutti, ma uno per volta, a meno che siano molto brevi onde consentirci di prenderli in esame con la massima attenzione e darvene conto. 

I manoscritti dovranno essere inviati come allegato via mail agli indirizzi indicati nel sito.

 

                                                                                                                            Vera Vasques

 

La maschera di terracotta, appesa alla parete della cucina, sembrava la stesse osservando.


Alle soglie dei suoi vent’anni, Diana non aveva ancora capito se quel viso, liscio e bianco come la cera, fosse di una femmina o di un maschio. Era stato un regalo di Tziu Buriccu a suo padre, forse vent’anni prima, quando le mani sapienti dell’artigiano plasmavano ancora le maschere per la Sartiglia. 

Lei quella maschera l’aveva sempre vista lì, cimelio solitario nella nuda parete di calce, come se fosse una componente importante della famiglia. Nemmeno alla sacra foto dei nonni era stata attribuita una tale importanza, relegata com’era, sulla mensola in legno ricavata tra i due muri portanti della cucina.
Se la immaginava cucita sul viso di un qualche misterioso cavaliere, lanciato al galoppo, la spada tesa nel tentativo di infilzare la stella. Solo un impavido, , poteva pensare di centrare un obiettivo così difficile. 
Diana non l’aveva mai vista quella gara, antica e pericolosa, ma se la immaginava così, dai racconti di Tziu Buriccu e di suo padre, e ne era rimasta affascinata.
Mentre osservava la maschera, sua madre Raimonda stava ripulendo la farina con il setaccio in seta. Con il movimento ondulatorio delle braccia e delle anche faceva leggermente oscillare la gonna lunga e nera, come il suo umore. Era un ballo triste quello di Raimonda che mentre lavorava piangeva silenziosa. 
Diana l’aveva notato. Quei leggeri risucchi del naso, quasi impercettibili, li conosceva bene, ma faceva finta di niente. Qualsiasi domanda sarebbe stata inopportuna, anche perchè sapeva quale era la fonte di quelle lacrime. Preferiva starsene lì in silenzio, seduta sullo scanno a osservare la maschera, i gomiti appoggiati sul tavolo e la testa fra le mani.
Nonostante la paresi le avesse ridotto la mobilità della parte destra sia del viso che degli arti, Raimonda Mereu si ostinava ancora a svolgere alcuni pesanti lavori da massaia, come quello di setacciare la farina o fare il pane, compiti per lei di vitale importanza, come moglie e madre.
Davanti alle figlie si era inventata di essere diventata mancina, con una finta allegria alla quale nemmeno lei credeva.
«I mancini sono quelli che hanno più estro di tutti» diceva spesso ai suoi familiari. Lo diceva anche alle sue compaesane quando la incontravano in strada, ma con un tono diverso per spezzare gli imbarazzanti silenzi che si creavano dopo le loro domande invadenti, accompagnate da sguardi che parlavano più delle bocche. 
Il più alto livello di irriverenza si manifestava con le sue due dirimpettaie: le sorelle Fois. Due zitelle, la cui lingua tutto il paese era convinto si sarebbe fermata solo quando sarebbero uscite in posizione orizzontale dalla loro casa,.
Ogni volta che Raimonda Mereu si allontanava dalla sua abitazione, al suo rientro le ritrovava sulla soglia di casa, vestite di nero, puntuali come la morte. 
Tzia Giacinta Fois, prima di parlare aveva il vizio di inumidirsi sempre con la lingua le labbra, poi, sotto il mento stringeva il nodo del fazzoletto nero che le fasciava la testa, quasi in un rito propiziatorio.
«Raimondina, ma dove sei andata?» o 
«Mischinetta, chissà quanto ti costa camminare con quella gamba!»
«Ma tuo marito non ti aiuta, adesso che è disoccupato?»
Nelle loro domande c’era sempre la speranza di conoscere, prima delle altre compaesane, un eventuale peggioramento del suo stato di salute o di quello di suo marito.
«Tzia Giacinta, Tzia Bonaria, scusatemi ma Fartziscu non è ancora rientrato, devo lasciarvi» tagliava corto Raimonda. 
In quella risposta apparentemente garbata Raimonda Mereu includeva tutto: il fatto che non poteva certo lasciare al marito i doveri che lei come moglie, si sentiva sulle spalle; la necessità di rientrare per preparare la cena; il bisogno di evitare quel grigio cortile di chiacchiere femminili. Forse in quella risposta Raimonda includeva anche un “andate al diavolo” insaporito da qualche improperio. 
Ogni volta, dopo quella frase, le due zitelle si scambiavano uno sguardo torvo e severo, pensando entrambe quanto fosse sfacciata Raimondina a dar loro sempre la stessa risposta.

"Diana inizia con tua sorella a preparare il tavolo, tra un pochino ceniamo"

disse ora Raimonda interrompendo il ritmico moto del setaccio e i pensieri della figlia. Quando si sedettero a tavola con i genitori Diana e sua sorella Caterina non avrebbero mai immaginato che quella cena avrebbe cambiato il corso della loro vita per sempre. Sedute una accanto all’altra, trovavano anomalo l’insistente silenzio, scandito solo dal rumore delle posate sui piatti, come il ticchettio di un orologio a cucù, da cui da un momento all’altro ci si aspetta che venga fuori la sorpresa. Ogni tanto si scambiavano uno sguardo, come chiedendo l’una all’altra se conoscesse il “perché” di quel prolungato silenzio. Diana ogni tanto intercettava lo sguardo di sua madre che incrociava quello del padre Francesco. Solo dopo diversi anni, ripensandoci, Diana aveva capito di quanto coraggio, quella sera, si erano inumiditi gli occhi di sua madre. 
La conseguenza di una situazione pesante. Lo stato di salute di suo padre Francesco infatti stava nettamente peggiorando. 
La giovinezza aveva abbandonato da tempo la faccia itterica e sciupata di Francesco Mereu, piena di rughe come la scorza di un melone lasciato maturare troppo al sole. Negli ultimi mesi era vistosamente dimagrito. Nemmeno i medici sapevano quale fosse veramente il male che lo affliggeva, l’unico fatto certo era che il suo corpo stava velocemente decadendo. 
«Fartziscu! E prenditelo qualche ricostituente!» gli consigliava sua moglie Raimonda, tra il serio e il faceto. 
Francesco Mereu aveva sempre avuto il vizio di non seguire i consigli dei dottori, nemmeno quelli del dottor Boi, il medico del paese.
«Raimonda lasciami stare, i dottori, più li ascolti e più ti ammali!» replicava lui. 
All’epoca però, il declino nella sua rilevanza non si era ancora manifestato. Adesso le cose erano cambiate. Raimonda aveva capito che c’era qualcosa di grave. Quando gli occhi del marito sembravano chiederle disperatamente una soluzione, i suoi silenzi erano l’unica risposta sincera che egli potesse ricevere.
Con il passare del tempo era diventato magro, come un carciofo privato dalle foglie, la testa sproporzionata rispetto al corpo. La sua schiena curva sembrava disegnare un punto interrogativo, come quello che affliggeva da tempo lui e Raimonda. Di cosa era malato Francesco Mereu? Perché nessuno riusciva a curarlo? Il paese intero si chiedeva cosa affliggesse Tziu Fartziscu (soprattutto le sorelle Fois), ma nessuno era riuscito a saperlo. Nemmeno i medici l’avevano capito. 
Come un carro di buoi, che in un dirupo precipita inesorabilmente trascinando con sé il suo prezioso carico, così la salute di Francesco Mereu stava trascinando verso il baratro lui e tutta la sua famiglia.
Davanti a quel piatto di minestra e patate, ora l’uomo non sapeva come iniziare il discorso. Egli non amava quel che stava mangiando, non gli era mai piaciutala la minestra di patate. 
Sin dai primi giorni da quando si erano sposati, aveva fatto presente a 
Raimonda che non gradiva quella strana zuppa, insipida e troppo farinosa per il suo palato, ma ormai erano cambiate le cose e con il passare del tempo si era abituato a mangiarla. Anche la minestra di patate, insaporita purtroppo con il sale del bisogno, aveva assunto un gusto più accettabile. Fartziscu se l’era fatta piacere e non diceva più nulla, per rispetto verso sua moglie e anche verso se stesso. 

"Vostro padre deve parlarvi" esordì Raimonda interrompendo il silenzio e lasciando rispettosamente al marito, l’onere di iniziare quel discorso.

Francesco quando mangiava aveva l’abitudine di arrotolarsi le maniche della camicia sino ai gomiti. Le braccia magre e lunghe uscivano ora, come due zampe di ragno dal suo gilet di velluto marrone. Dopo alcuni secondi sollevò coraggiosamente gli occhi dal piatto e il suo sguardo severo e malinconico si infilò, come una spada, dritto negli occhi di Caterina e poi di Diana.
"Voi sapete quanto io e vostra madre vi vogliamo bene. Ma siete due ragazze intelligenti e avete capito quanto difficile si sia fatta la nostra situazione."
Diana e Caterina lo ascoltavano con attenzione.
"Voi sapete bene che non siamo dei -maneggioni-, non lo siamo mai stati. Vostro padre, anche quando stavamo bene, non ha mai regalato forme di formaggio a nessuno per facilitare i vostri studi."
La ritrovata postura impettita di Francesco Mereu sembrava respingere con fierezza qualsiasi dubbio sulla veridicità delle sue parole.
"Non possiamo però chiudere gli occhi alla realtà. Non possiamo accettare che le avversità ci travolgano, costringendoci ad accettare le indecorose scappatoie della gente senza midollo."
Diana e sua sorella conoscevano bene quell’espressione del padre, egli ce l’aveva sempre avuta contro la gente senza midollo. Definiva così, quei personaggi del paese che pur di alleviare le difficoltà di quel luogo avaro di prospettive, si abbassavano ad accettare compromessi, condizioni e situazioni che li privavano della loro dignità di uomini e di lavoratori.
Ora le smorfie di dolore e fierezza combattevano tra loro una battaglia crudele sul volto di Francesco Mereu, che dopo essersi preso una pausa quasi per assicurarsi che entrambe le figlie non avessero perso la concentrazione, riprese a parlare.

"Una di voi due deve partire."


Quella frase arrivò come uno schiaffo,sembrava buttata lì, quasi per caso, senza delicatezza, senza pensare a chi potesse recare maggior dolore, senza un discorso preparatorio. Forse per Diana, ci sarebbe stato bisogno di un preambolo graduale .

Qualche giorno per diluire una pillola così amara, il babbo poteva concederlo. 
Perché era stato così crudo? Perché non le aveva preparate prima?
Diana ripensandoci, qualche anno più tardi, si era convinta che sua sorella Caterina forse aveva avuto la stessa e sua sensazione e forse era arrivata alle stesse conclusioni. 
Conosceva suo padre. Non era mai stato un padre espansivo ma non era 
mai stato assente nel dimostrare l’amore verso sua moglie e le due figlie. Era “essenziale” Francesco Mereu, non si dilungava in chiacchiere. Tutto quello che aveva da dire ora l’aveva detto. Da come aveva introdotto il discorso si capiva subito che non era una scelta imposta. Il suo "deve partire" non aveva il tono di impposizione. Non voleva sbarazzarsi di una delle sue due figlie. Quel "deve" era un grido di aiuto, nella disperata ricerca di risolvere i problemi e di ritrovare la dignità della famiglia. Un "deve" carico di spirito reattivo verso chi doveva fare qualcosa per cambiare il corso della "loro" storia. 
Non era un caso che fosse rivolta solamente a una delle due figlie e che quella scelta fosse stata lasciata a Diana e a Caterina. Era chiaro che due persone così malate come Francesco e Raimonda avrebbero avuto bisogno di una delle due figlie, ma la dignità di Francesco Mereu coprì velatamente e volutamente quell’aspetto, volgendo l’attenzione verso ciò che di positivo, per tutta la famiglia, sarebbe derivato da quella partenza solitaria.
Diana e Caterina decisero di riflettere sul discorso di quella sera, senza condizionarsi l’un l’altra, in completa autonomia. si sarebbero confrontate e avrebbero deciso, senza forzature, come auspicava il loro padre.
La mattina successiva Diana decise di dirigersi verso il piccolo boschetto vicino al paese e di rimanervi con la sola compagnia del fruscio delle piante di eucalipti. 
Seduta sulla panchina di legno, le mani posate sulle ginocchia, sembrava assorta in una preghiera silenziosa. Le ansie e le prospettive si intrecciavano e si mischiavano in un turbinio di pensieri dove smentivano le altre e le paure cercavano disperatamente certezze. 
Anche Giovanna, la figlia di Tzia Cra, è partita. Ho sentito dire che ha trovato lavoro a Milano, come portinaia in un palazzo e che la pagano bene. Se ce l’ha fatta lei, perché non dovrei riuscire a farcela anch’io o Caterina? si domandò
Se dovessi partire io, un appoggio però lo devo avere. Non posso certo andare a dormire in una pensione per chissà quanto tempo! E poi? Cosa posso fare con il mio diploma? Il babbo conosce qualche porta dove andare a bussare? 
A Torino c’è Zia Efisia, la cugina di mamma. Chissà se si ricorda di noi. Quella però era già tirchia quando era giovane. 
E se rimango? Che futuro avrei qui da sola con due persone anziane e malate? 
Come sarebbe la mia vita in questo paesino sperduto? Avrei lo stesso la mia fetta di sogni? Potrei ancora avere delle ambizioni? 
Qual è la scelta giusta per non pentirsi? continuava a domandarsi.
Prima di decidere, lei e sua sorella si sarebbero comunque confrontate, seppure silenziosamente e senza scontri. Era consapevole che un giorno ambedue si sarebbero chieste se la scelta dell’una era stata più vantaggiosa rispetto a quella dell’altra. Pensava a quel tipo di confronto, inesorabile e crudele. Prima o poi quei pensieri cattivi l’avrebbero raggiunta. 
Solo a pensarlo portava Diana a rifiutare l’idea di rimanere. Il paese stesso era per lei motivo di conflitto interiore.
La colpa è di questo luogo, di questa terra. Di questa inerzia. Di questo -nulla- che si trasforma in angoscia. Lo trovava estremamente ingiusto e la prima sensazione fu quella di scappare, scappare via. 
I miei figli non dovranno mai affrontare conflitti come questo! 
La paura dell’ignoto era, però, altrettanto forte, come la paura di scegliere.
La colpa era del loro padre.
Non era facile la situazione in cui le aveva messe!
Diana ripensò all’episodio biblico di Abramo e di suo figlio Isacco. Si vedeva anche lei immolata come un agnello, sacrificato in nome del -Dio Dignità-. 
La dignità della famiglia 
Ma poi subito si pentì di quei pensieri. Sapeva bene che il dio di suo padre era un altro. Bisognava guadagnarsi il proprio destino. Come un cavaliere coraggioso.
Lo sbalzo di pressione quando il treno entrò in galleria la fece sobbalzare, ridestandola da quel fragile torpore. Diana guardò la valigia per assicurarsi che fosse ancora sopra la rete. Quando incrociò lo sguardo sicuro dell’uomo seduto di fronte a lei, si sentì come se quello avesse già capito che era la prima volta che metteva piede fuori dalla Sardegna. Le fragili sicurezze del suo primo giorno di impresa sembravano vacillare davanti alle invadenti occhiate dei cinquant’anni di quel tizio dall’aria continentale. 
Però era partita, questa era la cosa più importante. Il paesaggio le scorreva davanti, cambiando velocemente, come nuovi e incalzanti pezzi di vita che si susseguivano. Gallerie buie e boschi umidi si intervallavano a brevi tratti pianeggianti, schiariti da timidi cenni di sole. Diana ebbe la sensazione che fossero la veloce sintesi di tutto ciò che probabilmente si stava accingendo ad affrontare. 
Era partita durante la notte, senza dire niente a nessuno. Aveva chiuso lentamente la porta, affinché il picchiotto non facesse rumore lasciandosi alle spalle quella vita, per sempre. 
Aveva capito che solo lei aveva il coraggio di partire e che solo Caterina possedeva quello di rimanere. Entrambe non avevano il coraggio dell’altra. Aveva volutamente evitato ipocrisie. Detestava solo l’idea che una delle due si fosse impossessata delle intenzioni dell’altra. Detestava anche gli addii, che avrebbero solamente appesantito il macigno di colpe che i suoi genitori certo sentivano sulle loro spalle.
Aveva voluto evitare tutto questo. 
Adesso era lì, come un cavaliere al galoppo. Ma non si sentiva sola, la sorreggeva il coraggio di sua sorella Caterina, pronta ad innestare la sua vita, in quel terreno arido di prospettive, affrontando l’ineluttabile declino dei suoi genitori. C’era la dignità di suo padre Francesco, che resisteva tenacemente ai morsi della decadenza fisica, e c’era la forza di sua madre Raimonda, pronta a piangere sulle sofferenze.

Non mancava nessuno, in quella corsa verso l’ignoto.

 


Cucina delle ottime minestre.

Si allontana secca, allampanata, vestita di grigio e bianco, grigi i calzoni, grigia la maglia. Bianche le grosse perle alle orecchie, del tutto bianchi raccolti sulla nuca, i capelli che un tempo sono stati neri.

Cesare rimane seduto, estrae il fazzoletto bianco dal taschino, toglie gli occhiali, li pulisce accuratamente.
Alto com’è, fragile, com’è divenuto con l’età, si alza dal divano con movenze di gru. Pure la pelle del viso che ha rosea, chiara, fa pensare agli eleganti uccelli che a volte compaiono solitari nei campi, in inverno, d’estate immobili sulle barene in laguna, o a frotte rosa, vocianti, migliaia di esemplari veduti nella Camargue.
Ci sono stati i viaggi, lunghe vacanze fuori stagione, in luoghi che parevano riservati a loro soli. Lui, e Benetta.
Forse perché anche lei è così lunga e stretta, infatti appartengono entrambi alla tipologia d’uomo lunga e stretta, che si sono accorciati su altre cose.
Il divano di casa ad esempio, due posti anziché tre, le poltrone non tanto grandi e alquanto rigide, negato il diritto a sprofondarci dentro, e i nomi: Be ne det ta e Ce sa re.

Così gli viene comodo accorciarli, Benetta e Cicci, Cicci e Benetta.

Passano lunghe ore silenziose insieme. Attenti a molte cose, gli oggetti che li circondano: il nuovo fiore sbocciato sul terrazzo, il particolare di un quadro mai notato prima, la nota curiosa e dissonante di un disco sfuggita ai ripetuti ascolti, l’aspetto, e al tatto la croccante consistenza della verdura fresca comprata per fare la minestra.
E la frutta, le mele rosse, le prugne viola, opache per la patina bianca che si divertono a togliere lustrandole vigorosamente con il tovagliolo.
Cicci fa leva sul bracciolo del divano per alzarsi, si impegna stringendolo con forza, ha dita nodose , scivola sino al bordo del cuscino.
Poi, in un movimento sinuoso disegna un’ansa morbida che lo fa somigliare di più ai fenicotteri della Camargue, la preda nel becco, il collo che una volta riemerso prima di inghiottire si raddrizza ed è finalmente in piedi.
Ha faticato, si batte con il palmo della mano il taschino della giacca. Ne spunta per due centimetri di troppo il fazzoletto bianco con cui ha pulito gli occhiali poco fa.
Lo sfila, lo ripiega e lo rimette a posto badando a farne sporgere appena un lembo, una riga bianca spicca sulla giacca grigia.
Rigido, eretto, si sistema meglio, scrolla il risvolto del calzone rimasto involontariamente infilato nello scarponcino di camoscio nero.
Fatti due passi esitati, gli esseri come gli oggetti troppo alti pare che in cima traballino sensibili al minimo spostamento d’aria quanto un’antenna, o appunto una gru, è a pochi centimetri dal quadro.
Un ritratto a olio, due occhi neri e vivi, i capelli mossi, forse un tempo d’estate caldo, ventoso, una giovane donna, bella. Sua madre.
Di là, oltre il corridoio, i suoni conosciuti provengono dalla cucina, quasi l’avvio di un motore freddo: due stoviglie si urtano, un cassetto si apre, un coltello che batte e trancia le carote, la zucchina, le foglie di bieta.
Ecco lo scatto dell’accendigas, un frinire spezzato di cicala si ripete due, tre volte.
Benetta si muove ovunque con eleganza, la schiena diritta, il collo lungo spesso avvolto in morbide sciarpe, dentro immacolate camice dal colletto sollevato.
Eleganti le mani sottili, la pelle scura tanto fine da sembrare trasparente, un delta di vene blu che si diramano infinite.
Un unico anello, prezioso, grande. Si sono fidanzati. Quando? Non ricorda. Sta preparando la minestra, non può ricordare quando. Bisogna fermarsi sulle cose. Avere gli occhi a quel preciso istante. Pensarci.
Ora è impegnata, c’è la fiamma già accesa. Sul piano in marmo le verdure disposte per essere cucinate. Non deve scordare il sale.
Non ricorda se ha già messo il sale, e per un attimo ci deve pensare. Le capita di non ricordare cose banali e essenziali allo stesso tempo, se dopo avere versato il caffè nella tazzina lo ha bevuto, oppure no.
Il sale non è importante: una volta a tavola, Cicci osserverà:
“Buona questa minestra, ma va corretta di sale.”
Lei si vendicherà più tardi quando lui le mostrerà il prossimo pastello, triglie su piatto blu.
Oggi, venerdì, al mercato hanno comprato insieme il pesce.
“Bello, ma va corretto il blu ” e lui passerà l’intero pomeriggio sulla stessa sfumatura.
Sono bene assortiti, così alti entrambi, e magri. Timidi curati eleganti.
Difficile immaginare l’amore tra loro, il trasporto.
Pare si accudiscano l’un l’altro con circospezione.
Benetta si affaccia dalla porta che divide la sala da pranzo dal salotto.
La tavola è bene apparecchiata.
La tovaglia di un tenero giallo ricade con il bordo tutto ricamato sulle seggiole imbottite, un bel verde salvia, un cotone pesante dalla trama irregolare, larghe, comode.
E come d’abitudine sul tavolo al centro, a eguale distanza tra acqua e vino, il bicchiere con il fiore rosso, il geranio ultimo fiorito sul terrazzo, e una foglia di edera screziata di bianco.
Benetta viene verso Cicci, intento ad ammirare il quadro, gli sfiora un braccio.
“E’ pronto“ annuncia.
Si sono presi per mano una frazione di secondo, vergognosi di un gesto evidentemente tanto intimo, istintivo.
Insieme sono belli, un po’ misteriosi. Forse indecifrabili.
“Non ci siamo fatti mai un dispetto.” Afferma sorridendo, anticipando la domanda che legge nello sguardo di chi li vede insieme.
Cesare ha tolto gli occhiali, di nuovo il fazzoletto dalla tasca per pulirli, alitandoci sopra.
Si è avvicinato di più all’olio appeso alla parete, una nicchia, una sorpresa che si mimetizza tra i libri riposti con ordine sugli scaffali.
La libreria, spiega, nata con l’alloggio ancora in costruzione, l’ha disegnata lui. Ripiani rientranti, ad altezze diverse per i libri, e in mezzo a loro, a fargli da cornice lo spazio calcolato esattamente per il quadro, illuminato da una luce invisibile, come accade nei musei o per certe immagini sacre nelle chiese.
Al piano di sopra qualcuno cammina, voci indistinte disturbano il silenzio raccolto di pochi istanti.
“Oh, i dispetti, qualcuno ce lo saremo anche fatto. E’ che ce ne siamo dimenticati. ” - dice Benedetta, che ora di scatto come spazientita, si dirige rapida in cucina.
“Vede….“ Cesare parla mentre accarezza con tocco delicato i tratti del volto, le spesse pennellate di nero dei capelli, il bianco delle piegoline di un abito leggero, accollato. Si sofferma sulla fronte, sul ciuffo ribelle, che vorrebbe potesse, lui pittore dilettante, scostare e riacconciare per bene.
“Vede” ripete, rattristato, lo sguardo sottratto all’immagine che pare sorridergli, per la colpa che conosce e lo umilia “Benetta è brava! Una brava donna”.
Volge la testa al profumo della minestra che fumante nella zuppiera bianca sta per arrivare in tavola, aggiunge con impeto, un entusiasmo del quale sembra volersi convincere, che lo prostra : “Benetta è brava. Una brava donna… e …cucina bene le minestre”. 
Il dito con cui un momento prima carezzava graffi di colore nero cade inerte, la mano, tutto il braccio abbandonati lungo il fianco, fiaccati da un confronto senza risoluzione.
Inforca gli occhiali, ripone il fazzoletto nel taschino della giacca, vi batte sopra la mano all’altezza del cuore.
Un sospiro, forse un dolore.

“ …Ma la mia Mamma, la mia Mamma era così bella! “