da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il Racconto

A chi ama scrivere un racconto, può capitare che gli sembri che le idee che gli affollano la mente siano persino troppe.

Occorre raccoglierle, dare loro ordine e selezionarle in modo che realtà e finzione, una parola dopo l’altra acquisiscano nuova vita per prendere la forma di un RACCONTO.

Il racconto è la forma letteraria che meglio consente allo scrittore di esprimere la propria creatività e di trasmettere al lettore il frutto della sua fantasia.

Si può anche raccontare di se stessi però tenendo sempre presente che occorre mettersi dalla parte di chi leggerà, del quale occorre catturare l’attenzione prima, l’interesse dopo.

Noi accompagneremo le parole dei nostri scrittori verso lettori interessati e attenti.

La tecnica dello scrivere bene si impara, ma lo scrittore deve anche tener presente che per imparare a confrontarsi è necessario leggere quel che altri hanno scritto. 

Tutte le opere da noi pubblicate rimarranno sempre consultabili e rileggibili nell’ARCHIVIO.

Certo parecchi di voi avranno pronti più elaborati e continueranno a scrivere. Mandateceli pure tutti, ma uno per volta, a meno che siano molto brevi onde consentirci di prenderli in esame con la massima attenzione e darvene conto. 

I manoscritti dovranno essere inviati come allegato via mail agli indirizzi indicati nel sito.

 

                                                                                                                            Vera Vasques

 

Lea, seduta al volante, ingranò la prima e partì.
Era di fretta. Come ogni mattina si alzava dal letto alle sei e mezzo e, ancora assonnata, andava in bagno in punta di piedi, si vestiva quasi al buio per non disturbare il marito, poi, via... dopo una tazzina di caffé.
Con qualunque tempo, alle sette precise  Lea era pronta per avviarsi al lavoro.
Alle otto in punto era in ufficio.
Di solito, non pensava a niente, la sua mente era piatta e vuota come un deserto.
La vettura si mosse ed iniziò la sua corsa tra le strade e i viali della città.
Nel guidare, stava attenta a tutti i semafori che si susseguivano durante il tragitto fino all’ufficio.
Il traffico in città a quell’ora era caotico, così, ogni volta che riusciva a superare biciclette e  motorini, tirava  un  profondo sospiro di sollievo e procedeva spedita.  
Cercava di arrivare al semaforo prima che diventasse rosso.
Non sopportava l’idea di fermarsi. L’attesa la infastidiva.
Nel percorrere sempre lo stesso tratto di strada aveva perfezionato i suoi tempi di marcia: né troppo piano, né troppo veloce.
La vettura docilmente ubbidiva ai suoi comandi, mantenendo un’andatura costante.
Quella mattina però l’auto procedeva a singhiozzo, correndo o rallentando per qualche intoppo.
Lea era nervosa, temeva lo sguardo serio e arcigno del capoufficio se fosse arrivata in ritardo.
Era concentrata alla guida e osservava con  attenzione l’alternarsi dei colori dei semafori, per evitare ogni indugio.
I suoi occhi, accecati dal lampeggiare delle luci dei fanali delle vetture, talvolta la facevano cadere in qualche imboscata, così scambiava il verde col giallo, il giallo col rosso.
L’auto raggiunse un incrocio e  Lea notò con piacere la luce verde- smeraldo del semaforo che, risaltando sul cupo grigiore dell’asfalto, la  invitava a proseguire.
Pigiò l’acceleratore per superare vittoriosamente quel  verde, il colore, per  convenzione, di accesso libero e di percorrenza senza intoppi, né fermate
Ritrovò energia ed entusiasmo e si sentì  leggera come una piuma nell’accingersi ad oltrepassare  l’ostacolo e continuare spedita la sua corsa come  un cavallo al galoppo
Dal finestrino si rese conto della luce chiara e limpida di quella giornata che dolcemente avanzava dopo tanti giorni di pioggia e di nuvole grigie.
La luce del sole si posava sulle aiule fiorite e  sugli alti  palazzi,  illuminando la strada.
Stava ormai per compiere il salto e scappare, ma, frastornata da quelle immagini, non si accorse che il verde aveva lasciato repentinamente il proprio posto al giallo.
Era come se il semaforo avesse voluto farle uno sgambetto.
Lea fu costretta a rallentare, ma non si perse d’animo, anche con il giallo  avrebbe potuto continuare ad andare.
Dalla seconda passò in terza per dare maggior vigore al motore, ma il segnale luminoso, come un istrione, cambiò ancora colore e divenne rosso.
Quel colore non ammetteva deroghe, né patteggiamenti.
Era rosso e ciò stava ad indicare che l’auto avrebbe dovuto attendere di nuovo il verde per ripartire. Fu proprio in quel momento che la  vettura si fermò per la brusca frenata.  
Lea  era contrariata e seccata per quella fermata non prevista, ciò le avrebbe fatto perdere tempo.
Non c’era niente da fare, bisognava avere pazienza.
Si guardò nello specchietto per controllare il suo aspetto, aprì la borsetta e chiamò con il cellulare un’ amica chiedendole se, dopo il lavoro, sarebbe andata con lei a far delle compere.
Controllò che i finestrini fossero  ben chiusi per sentirsi sicura, protetta all’interno del suo abitacolo.
Sapeva di storie poco raccomandabili che capitavano ai semafori: furti di borsette da parte di vagabondi, per lo più stranieri dediti alla rapina e alla violenza. I giornali ogni giorno spaventavano la gente con quei racconti di cronaca nera.
Anche lei, nel leggerli, avvertiva un certo disagio.
Immobile, da alcuni minuti davanti a quel rosso, scorse, all’improvviso,  una strana figura, appoggiata all’asta del semaforo, che la osservava. Avvertì attraverso il finestrino della vettura lo sguardo insistente di due grandi occhi scuri, come se volessero spiarla.
Ebbe paura, abbassò la testa.
Tamburellò con dita nervose sul volante; non vedeva l’ora di ripartire.
L’uomo osservava i suoi movimenti confusi e le sorrise come per tranquillizzarla.
Allora anche lei accennò un lieve sorriso per educazione e per smorzare la paura.
Nel guardare più attentamente il volto dell’uomo lo trovò molto scarno e sciupato per le tante e intricate rughe che correvano da una parte all’altra del viso solcandogli la fronte e gli zigomi, tessendo intorno alla bocca e agli occhi una ragnatela sottile di pieghe.
Tuttavia non le sembrò brutto, al contrario...
Incuriosita lo squadrò ben bene e notò il lungo pastrano verde logoro e sgualcito, pieno di macchie che gli copriva il corpo allampanato e affilato.
In testa un berretto di lana a coprire gli orecchi e nelle mani dei guanti neri forse per nascondere callosità.
L’uomo si sentì osservato, ma non parve seccato dagli  sguardi di lei.
Quegli occhi che indugiavano sulla sua persona forse li trovava piacevoli.
Aprì la bocca dai denti...pochi, bianchissimi per un ampio e luminoso sorriso
La donna, sorpresa, si ritrasse dal finestrino distogliendo subito lo sguardo.
Era intimorita, dopo tutto era un estraneo e per giunta uno “straniero” come dichiarava la scritta pasticciata e poco leggibile su un cartone che l’uomo mostrava mentre tendeva la mano per l’elemosina.
Riuscì a leggere a stento una parola: “Albania.”
Sapeva bene quanto fosse povero quel Paese distrutto da una guerra civile, che aveva  gettato la popolazione nella miseria più totale.
Il sorriso lasciò il posto all’amarezza. Il volto le divenne serio.  
Lea avvertì nell’ animo un moto di ribellione e cacciò le  sue paure più  nascoste.
Presa da uno slancio di carità, abbassò il finestrino per rispondere come poteva a quel sorriso e a quegli occhi scuri che la fissavano.
Stese la mano verso quella dell’uomo per dare un po’ di moneta raccolta in fondo alla tasca della  giacca.
Nell’avvicinarsi per poggiare sul palmo di quella grande mano  i pochi spiccioli, si rese meglio conto dell’età dell’uomo.
Secondo lei certamente superava gli ottanta.
Osservando quel vecchio le venne naturale e spontaneo un confronto con suo padre, che abitava in campagna con la mamma in una casa tranquilla e sicura.
Ogni mattina, prima di andare al lavoro, lei li chiamava al telefono per assicurarsi che stessero bene e li salutava con baci e parole affettuose.
Invece quel vecchio, molto vecchio che le stava davanti in silenzio sul marciapiede certo era stato costretto a lasciare la casa, la famiglia e perfino il suo Paese.
L’uomo, inaspettatamente, ritrasse la mano all’offerta dei suoi soldi.
Come un nobile cavaliere incrociò  le braccia sul petto in segno di affetto, chinò la testa con umiltà e di fronte alla donna ringraziò con un delicato sorriso.
Lea fu sorpresa da tanta gentilezza, si sentì impreparata e inadeguata, non sapeva bene che cosa fare.
Il verde del semaforo appena tornato la tolse dall’ imbarazzo.
Chiuse in fretta il finestrino e pigiò con forza il piede sull’acceleratore per allontanarsi da quella situazione, creata involontariamente dal semaforo rosso.
Nel percorrere l’ultimo pezzo di strada fino al lavoro, la testa le si riempì di buoni pensieri, il suo animo fu avvolto da forti emozioni.  
L’incontro inaspettato l’aveva scossa e l’aveva costretta a prendere coscienza del mondo reale là fuori, oltre il finestrino della sua piccola vettura.
Non aveva più tanta fretta di andare in ufficio e soprattutto non aveva più paura di quei “fantasmi” che ogni mattina, nell’attraversare velocemente le strade della città, intravedeva ai semafori.
Si sentiva forte e più sicura quasi avesse acquisito con quell’incontro fortuito, un nuovo  appagante bagaglio di umanità.
Se fosse giunta tardi al lavoro, avrebbe saputo cosa rispondere al capoufficio.

 

Il cortile raccoglieva tre caseggiati dei primi anni del novecento.
I ciottoli, che spuntavano nell’ampio spazio, contrari a qualsiasi tipo di tacco, ospitavano al centro bidoni per la raccolta differenziata, a cui gli inquilini prima riluttanti, si stavano piacevolmente adattando.
Un tempo il cortile era pieno della vitalità di bambini festosi.
Con l’arrivo dei bidoni e la ristrutturazione, nell’assemblea condominiale per sicurezza, era stato deciso di impedirne l’ingresso per i giochi.
Il cortile era dunque diventato teatro di sperimentazioni ambientali, passando da profumi infantili a odori varianti a seconda dei venti.
La raccolta era collegata ad un fatto misterioso, gli odori difatti passavano da effluvi di sapori etnici a quelli di sapori mediterranei. Come se i menù fossero concordati, e tutti si ritrovassero a cucinare lo stesso piatto nella stessa giornata. Un libro di cucina aperto alla identica pagina.
Le storie, si sa, possono aver inizi indimenticabili e romantici.
Lui e lei si erano incontrati in quel cortile, nelle prime ore del mattino, pronti per il lavoro, tessuto da clessidre frettolose.
Erano passate, oltre alla galanteria di lui che teneva sollevati i coperchi, parole da generare simpatia.
Un gentile vicino di casa, con le spalle larghe, un interessante incontro fuori programma, avevano pensato.
Si erano rivisti con le borse del supermercato davanti all’ascensore; da quella di lui spuntava il detersivo abituale, scelto per il piacere della scritta “più grigio non si può”, da quella di lei molte confezioni di panna, tutte da montare.
Parole di passione per i libri, per i cibi, per i mari si erano altalenate nel viaggio ai piani alti.
Un giorno, anzi una sera, lui aveva con dito leggero sfiorato il suo campanello. Affranto chiedeva un aiuto per i chiodi di garofano assenti dai suoi armadietti di cucina.
Lei aveva riso:
“Ma che ci fai con i chiodi di garofano? Il vino caldo forse, il cinghiale, il camoscio?”
-Mah…una sua amica (sicuramente un invito galante) arrivava a cena e aveva chiesto di farle trovare quell’ ingrediente, ma la sua testa era rimasta ingarbugliata nei casi ospedalieri. Insomma si era scordato-.
Così, scuotendo i ricci, l’aveva guidato nella sua minuscola cucina e rifornito dell’ingrediente richiesto.
“Ecco” gli disse
“Mi riscatterò con un invito a cena”
“Mi metto in lista di attesa”
Da quel momento la storia si era dipanata in incontri, senza preavvisi.
Lui aveva un piccolo camino ben funzionante, valida risorsa per cuocere filetti croccanti. E indispensabile per scaldare mani, piedi e cuori.
Lei aveva un libro di cucina più volte rilegato, il talismano della felicità da cui attingere ricette, varianti secondo stagione.
I piatti salivano e scendevano per le scale.
C’era nei loro scambi un mondo da sottobosco, allietato da parole di vita passata e da tempi lenti. Un mare sollecito e placido, senza incrinature di onde.
C’era un nutrimento da alimentare al caldo, far cuocere a lenta cottura, allietato dalla musica, che accoglieva i due inquilini del cortile malandrino .
C’era il patto silenzioso, che chi ospitava dava tregua all’altro nel raccogliere gli avanzi nei sacchetti della raccolta sollevando a turno l’incombenza dei bidoni.
Tutto sembrava girare come sui cavalli bianchi della giostra.
Lei sceglieva quello alto, inghirlandato di fiocchi e decori.
Lui saliva su quello in disparte, altero, munito di briglia e zoccoli.
Qualche volta si scambiavano consigli incoraggianti di abbinamenti spavaldi: abiti con spacchi avventati, maglie ardite, pantaloni dalle gambe affusolate.
Così oltre ai cibi salivano e scendevano lungo le scale grucce di legno, per prove improvvise a lume di candela.
Un sera montarono nella stanza soggiorno di lui una mensola nuova.
Sul balconcino di lei, arredato con vimini e piante fiorite, potevano nelle serate clementi, scrivere dilettevoli racconti .
Lui iniziava e lei aggiungeva pezzi in subbuglio che deviavano la storia.
Le carte, scritte rigorosamente a mano con stilografica dall’inchiostro verde, venivano archiviate in una scatola di latta sulla mensola.
In serate di scacciamalumori, una storia estratta a caso veniva riletta. Pezzi inseriti a casaccio, senza costrutto, producevano immagini sfavillanti. La fantasia del testo dava un tocco leggero al resto delle ore, continuando a rilasciare beneficio nei giorni seguenti.
Il balcone si affacciava sul cortile e accadeva di vedere movimenti simpatici degli altri inquilini. Un bello spunto per redigere una cronaca, scritta però in anticipo, prima che gli eventi accadessero. Tanto c’era sempre una mamma con un bambino che sfuggiva all’assiduo controllo, un ragazzo che furtivo buttava i sacchetti in un solo bidone, un signore che scappava con i sogni degli altri.
Una sera, la sera su cui la storia vuole puntare la luce, lei aveva proposto il gioco del desiderio – colore -.
“Se vuoi che un sogno si avveri, devi abbinarlo ad un colore preciso. Non è sufficiente un colore e basta, deve avere il ricordo di una emozione. Io sogno una scatola con dentro il silenzio della neve, quello ovattato, quello che scardina le cose e le fa brillare.
Il suo colore è bianco panna come le pagine di un libro in attesa di essere scritto”
“Io sogno una scatola per un Natale diverso con sorpresa incorporata. Il suo colore è grigio fumo, quello di una caldaia a vapore” rispose lui
Il tempo si stava stringendo, decollando verso le feste di babbo natale con addobbi discreti anche in cortile.
I bidoni erano stati per l’occasione spostati da un lato e al centro spiccava un pino decorato da fiocchi rosso e turchino.
Lui aveva nei giorni seguenti alcune notti impegnate in ospedale, turni su turni da ingolfare le spalle larghe.
Lei aveva riunioni per un evento con scadenza a fine anno.
I giorni da impegni erano scivolati così.
Lui, rientrato una mattina dalla notte, aveva trovato un pacco sormontato da un fiocco color grigio fumo davanti alla porta.
Prima di aprirlo era sceso, e aveva schiacciato con forza il campanello di lei. Aveva fretta di consegnare il suo di dono, immacolato.
Aprì un omone con lunga barba mescolata a capelli rossi.
“Cerco lei” disse
“Lei chi?” domandò scortese quello “qui abito io da tre giorni”
“Cerco l’inquilina che abitava prima di lei, allora”
“Mi hanno detto che l’alloggio era vuoto da molti mesi”
Lui rimase fermo qualche minuto.
Scese le scale.
Entrò in casa.
Sfilò il giubbotto.
Pensò, che strano.
E poi con molta calma aprì il pacco.
Buttò la carta natalizia Però conservò il fiocco.

 

 

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