da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il Racconto

A chi ama scrivere un racconto, può capitare che gli sembri che le idee che gli affollano la mente siano persino troppe.

Occorre raccoglierle, dare loro ordine e selezionarle in modo che realtà e finzione, una parola dopo l’altra acquisiscano nuova vita per prendere la forma di un RACCONTO.

Il racconto è la forma letteraria che meglio consente allo scrittore di esprimere la propria creatività e di trasmettere al lettore il frutto della sua fantasia.

Si può anche raccontare di se stessi però tenendo sempre presente che occorre mettersi dalla parte di chi leggerà, del quale occorre catturare l’attenzione prima, l’interesse dopo.

Noi accompagneremo le parole dei nostri scrittori verso lettori interessati e attenti.

La tecnica dello scrivere bene si impara, ma lo scrittore deve anche tener presente che per imparare a confrontarsi è necessario leggere quel che altri hanno scritto. 

Tutte le opere da noi pubblicate rimarranno sempre consultabili e rileggibili nell’ARCHIVIO.

Certo parecchi di voi avranno pronti più elaborati e continueranno a scrivere. Mandateceli pure tutti, ma uno per volta, a meno che siano molto brevi onde consentirci di prenderli in esame con la massima attenzione e darvene conto. 

I manoscritti dovranno essere inviati come allegato via mail agli indirizzi indicati nel sito.

 

                                                                                                                            Vera Vasques

 

Nuoto in un mare color petrolio verso una striscia altalenante che non è terra mia. Sotto la superficie si agita la corrente e tra le onde livide non scorgo appigli. Bevo e annaspo per fuggire da chi m'insegue. Per restare a galla devo compiere sforzi immani. D'un tratto, mi fanno sperare i lampi rossi e verdi di un faro e la sagoma di un'imbarcazione. Prontamente i segnali spariscono nel gran ribollire di schizzi. Inseguitore e tenebre mi spingono sull'orlo di un gorgo nero. Precipito a testa in giù, prima di destarmi.
Non voglio ripensare al sogno di stanotte, ma forse l'acqua tumultuosa era un avvertimento, un'anticipazione del pericolo che sto correndo adesso.
Mi sono cacciato in quest'avventura in compagnia di un amico, anche lui appassionato di escursioni in montagna. La giornata è bellissima e, quasi con spensieratezza, ci siamo intestarditi a voler attraversare una parete dolomitica su una via ferrata interamente esposta. Sopra e sotto di noi scorgiamo metri e metri di roccia verticale. Avremmo dovuto rinunciare all'impresa fin dall'inizio, ma dal punto dove siamo arrivati, sarebbe troppo imprudente tornare indietro.
Quando dopo colazione siamo partiti dal residence, avevamo in mente un'escursione tranquilla, certi che il percorso di oggi non avrebbe presentato nessun tipo di difficoltà. Per questo, insieme alla borraccia e ai panini, non s'è messa nello zaino l'attrezzatura per superare i passaggi difficili. Per restare in equilibrio, ci spostiamo con il corpo aderente alla parete, staccando dalla fune metallica le mani una per volta, premendo la punta degli scarponi dove ci sia un accenno di traccia.
Se sbircio tra le gambe, intravedo la fine dello strapiombo con un tappetino verde macchiettato di rosa. Se si dovesse scivolare sarà tra quei rododendri che ci troveranno.
Mi viene da pensare alla dolce sensazione che mi ha sorpreso ieri pomeriggio, mentre si aspettava il tramonto discutendo di progetti sull'erba di un pianoro. A un certo punto la compagna di Pietro mi ha tenuto la mano per farmi sentire i bozzi del bimbo che le ruzzolava in pancia, e io ho annuito all'occhiata di mia moglie che esprimeva il desiderio di fare un figlio.
"Però, quelle teste del CAI avrebbero dovuto segnalare che la via breve porta in parete" sbuffa Pietro.
"Lascia perdere, toccava a noi controllare la cartina. Meno male che il sole ha dissolto la nebbia".
In effetti la visibilità è perfetta, comunque ci siamo comportati da principianti. Non è la prima estate che veniamo in vacanza in questa valle, ma è la prima volta che, attratti dalla punta innevata, si è deciso di raggiungere da un versante diverso il rifugio dove tre anni fa si strinse amicizia. Al crocevia ci siamo fidati della nostra esperienza, imboccando senza riflettere il tracciato più corto".
"Per fortuna stamani il mercato ha tenuto le donne in paese - dico per sdrammatizzare".
"In compenso potrebbero esser vedove prima di sera".
"Toccati!"
"Magari ci riuscissi"
Nonostante il pericolo, l'ansia non ci paralizza. Centimetro dopo centimetro riusciamo ad avanzare con cauti spostamenti laterali. Non ce lo diciamo, però si teme che qualcuno possa spuntare in senso contrario.
Ripenso alla scarica d'adrenalina che da ragazzo mi tirò fuori da una buca del fiume. Terminata la scuola, ero corso con un compagno di giochi a fare un bagno e, senza sapere come, ero riuscito a uscire da quel buco sott'acqua. Se ora invece dalla cima si staccasse una frangia di neve, la minaccia piomberebbe dall'alto.
"Merda!"
"Che c'è?"
"Niente" dico.
Sento che, per la troppa pressione dei piedi, un frammento di roccia sta precipitando, l'impressione mi resta nel sangue oltre il tempo dei sonori rimbalzi.
"Giuro che d'ora in avanti porterò la corda e i moschettoni anche se vado a pisciare"  mugugna Pietro.
Calcolo mentalmente da quant'è che stiamo in parete. Il segnavia indicava dieci minuti dal bivio al rifugio, a me sembra d'averli abbondantemente superati. Mentre rimugino, avverto un frullare d'ali dietro le spalle e, sullo spunzone sopra la testa, vedo appollaiarsi tre corvi. Gli uccellacci ci osservano gracchiando con aria di sfida. Non si scompongono neppure durante il ripetersi degli squilli dei cellulari.
"Via bestiacce, all'Inferno!"  grido.
"Mauro ci siamo! Riconosco la bandiera!"  esulta Pietro.
Come d'incanto, il senso d'impotenza si trasforma in fiducia. A segnalare la vicinanza del rifugio, dalla costa contigua, sventola il tricolore. Anche i corvi non sembrano più interessarsi alla nostra avventura. S'involano verso l'azzurro per farci gustare meglio la fine del pericolo. Ringrazio il cielo al pensiero che tra pochi minuti potrò tranquillizzare mia moglie. Già sento in gola il solco di grappa con cui seppelliremo questa pazzia.
"Che dici Pietro, andiamo tutti al ristorante stasera?"
La risposta è un'imprecazione.
Sebbene stia un po' dietro, lui s'è accorto prima di me che la salvezza è tornata un miraggio.
Una brutta fenditura spacca la roccia, interrompendo la via ferrata a un passo da dove siamo arrivati. L'acqua che filtra dal nevaio passa giù con gorgogli sinistri, solo una stella alpina ingentilisce il bordo del crepaccio. Basterebbe uno slancio deciso per riagguantare la fune al di là della falla insidiosa, se si fosse imbracati.
Sento che i cuori ci galoppano insieme. È un miracolo che le gambe non ci ballino per la tensione. So che Pietro sta lottando per il figlio che deve nascere, e anch'io m'attacco a quel sentimento.
"Vai!"

Mi ricordo di fare un respiro profondo, prima del balzo.

Con la caduta dello scirocco, anche l'inquietudine che mi aveva attraversato la mente nei giorni appena trascorsi, sembrava essersi trasformata in freschi pensieri. Il ritorno della brezza faceva risplendere il sole su tutta la costa.
Prima d'inoltrarmi tra i colori della spiaggia, in attesa che mia moglie si decidesse ad uscire dalla <Bottega dei Saldi>, pregustavo la nuotata che avrei fatto più tardi nel mare tornato tranquillo. Perfino la fioritura degli oleandri sembrava annunciarmi una giornata serena. Soltanto il formicolio dei venditori africani già pronti all'assalto del litorale, mi provocava un certo fastidio. Tra loro non vedevo la giovane senegalese che vendeva fermagli e collanine passando tra i lettini con la figlioletta legata dietro la schiena. Quel piccolo corpo imbracato in un telo arancione, la testolina ricciuta che si voltava se le sorridevo, mi metteva tristezza, soprattutto se là intorno sgambettavano altri bambini.
Finalmente udii la voce di mia moglie.
   - Prendi, è tua sorella - mi disse.
Dal modo in cui mi porse il cellulare compresi che stava per arrivarmi una grana.
   - Buongiorno! - esclamai.
La risposta fu perentoria.
   - Come ho spiegato a tua moglie, mi sono ricordata di un impegno a cui non posso
rinunciare.
   - D'accordo... È forse morto un parente? - chiesi cercando di capire.
   - Ma come?!... Alle undici c'è l'esumazione del babbo!
D'improvviso mi ricordai che il giorno prima della partenza ero stato in Comune a saldare la concessione del loculo dove avrebbero riposato i resti di nostro padre, però una volta in vacanza me ne ero dimenticato. Del resto era stata mia sorella a dirmi che sentiva l'obbligo d'assistere al disseppellimento.
    - Purtroppo sono già in spiaggia - spiegai. - Adesso non potrei arrivare in tempo,  ci sono anche i lavori sulla superstrada.
    - Non preoccuparti, ho già parlato con gli operatori. Mi hanno promesso che       possono attendere.
    - Vai, accontentala! - suggerì mia moglie impedendomi di trovare un'altra   giustificazione.
    - Allora d'accordo - sospirai.
    - Grazie, mi hai fatto un grande favore!
    - Non è niente - mentii.
Ero talmente contrariato che neppure cercai di conoscere la natura dell'impedimento.
Al cimitero ci giunsi intorno a mezzogiorno. I becchini avevano già iniziato a scavare con una piccola ruspa. Mi sistemai a lato della tomba e, nel momento che la pala meccanica incontrò la cassa, ebbi la sensazione che qualcosa di mio padre potesse riaffiorare. Mescolate alle schegge di legno, non vedevo che ossa spolpate. Tuttavia il cuore cominciò a uscirmi dal petto quando, tra le zollette umide e grasse, spuntò il cranio. Al di sopra delle orbite vuote rividi il ciuffetto brizzolato che da sempre caratterizzava la sua fronte. Quei pochi capelli rinsecchiti mi fecero pensare ai suoi ultimi giorni, alla rassegnazione che gli leggevo negli occhi quando lo assaliva la febbre.
      - Convincili tu i dottori a darmi il chinino - riusciva a balbettare, se mi   riconosceva.
D'un tratto mi tornarono in mente gli aneddoti che raccontava quand'ero bambino. A cena ci parlava delle sue avventure tra gli acquitrini della costa e le colline brulle di Macomer. Per punizione era stato trasferito in Sardegna durante il servizio militare e, negli anni della guerra, lo avevano nominato portaordini. Aveva contratto la malaria correndo da una postazione all'altra, salvandosi con le dosi di chinino avute di contrabbando da un amico tenente. Mi facevano impressione le sue fughe di casema per nuotare nelle acque trasparenti del golfo di Oristano. Un giorno, avrò avuto sei anni, mi portò sulla riva dell'Arno per insegnarmi a galleggiare.
Intanto i becchini s'accorsero che era quasi ora di smontare, iniziarono a pulire le ossa deponendole in una cassetta zincata. Con celerità e maestria si rigirarono tra le mani costole e vertebre, scartando i grumi terrosi. Per ultimo spazzolarono il teschio capelluto.
Dopo aver assistito alla chiusura del loculo, ripresi la direzione del mare sostando solo per uno spuntino. Tuttavia, il tempo che mi occorse per il ritorno, fu di gran lunga superiore a quello d'andata. Non ho l'abitudine d'ascoltare la radio durante la guida ma, a metà del percorso, si era formato un serpentone che si muoveva a singhiozzo. Rassegnato a dover rimanere in colonna, avevo cercato un programma di musica leggera. Purtroppo tutte le stazioni stavano dando la notizia di un atto terroristico avvenuto in un ristorante della Capitale. La polizia non era in grado di precisare il numero delle vittime e, per buona parte del pomeriggio, avevo ascoltato le analisi degli esperti sull'impossibilità di prevenire questi attentati. Il blocco della circolazione si era poi prolungato per un tamponamento tra una ripartenza e l'altra.
Quando il carro attrezzi aveva liberato la corsia, il groppo che mi aveva chiuso lo stomaco non era diminuito. Continuò a dilatarsi anche quando raggiunsi lo stabilimento balneare e potei ammirare il disco del sole pronto all'immersione.
Parcheggiai in un corridoio tra i bagni e rividi i venditori africani che discutevano in cerchio accennando alla merce invenduta. Questa volta con loro c'era anche la venditrice senegalese, con la bambina sulle ginocchia che sembrava addormentata.
    - Ciao, finalmente! - gridò mia moglie mentre raccoglieva le sue cose per tornare   
      in albergo.
   - Ho avuto un intoppo - le dissi.
   - È stato faticoso il viaggio?
   - Abbastanza, hai saputo dell'attentato?
   - Me lo ha detto il bagnino, e tu hai telefonato a tua sorella?
   - No, chiamerà lei se crede.
   - Sempre che abbia finito la seduta.
   - Che seduta?!
   - Tanto non avresti capito.
   - Capisco che i malanni li inventa
   - Questa volta l'appuntamento non era dall'analista.
   - Ne sei sicura?
   - Oggi le scadeva il buono per un taglio di capelli.
   - Brava, e io mi son fatto trecento chilometri per uno sciampo!
   - Pare che il nuovo parrucchiere la faccia ringiovanire.
   - Addirittura!... Non dirmi altro perché faccio una nuotata per scaricarmi.
Accomodai scarpe, pantaloni e maglietta sul bordo del lettino ed entrai in acqua.
Dei fili d'alga mi punsero appena mi tuffai, ma la fresca sensazione mi fece credere che nuotando il malessere poteva attenuarsi. Mi spinsi a largo con determinazione, senza però ottenere il beneficio sperato.
Il miglioramento si manifestò al rientro nell'acqua bassa. Quando mi rialzai, la bambina si staccò dalla madre. Vidi i suoi piedini battere sul bagnasciuga per correre tra le mie gambe. Quell'entrata tutta trilli e batter di mani mi costrinse giocare. Le potevo contare le costole mentre tentavo di catturarla e nel frattempo lei squittiva svolazzandomi attorno. Spruzzava una vitalità imbarazzante. E appena si fece acciuffare e le toccai la spina dorsale, i suoi palpiti mi arrivarono al cuore... In quel momento il morso della malaria mi abbandonò.
A cena confessai la stranezza a mia moglie.
   - Vedo che la bambolina tutta pelle e ossa ti ha ridato la parola.
   - Ti assicuro che non è un bambolotto.
   - Certo, sei tu che ti fai influenzare.
   - Sarebbe?
   - Ormai ti conosco. Ti rendi conto che ti eri estraniato? Sei stato assente tre giorni.
   - È stato lo scirocco.
   - Bugiardo, ti sei fatto un film con quel libro!
Stavo per ammetterlo... Ma il cameriere ci portò il vassoio delle orate in bella vista e ci costrinse a sospendere la discussione.
In effetti l'inquietudine mi era arrivata col vento di scirocco e si era gonfiata con la lettura di un saggio sul destino dell'Occidente. Al contrario, la vitalità della bambina l'avevo percepita come lo scarto che arresta il declino... Me lo indicava la pianta di ficus lussureggiante in mezzo alla sala, quel tronco aveva atteso un innesto per rinverdire.