da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il Racconto

A chi ama scrivere un racconto, può capitare che gli sembri che le idee che gli affollano la mente siano persino troppe.

Occorre raccoglierle, dare loro ordine e selezionarle in modo che realtà e finzione, una parola dopo l’altra acquisiscano nuova vita per prendere la forma di un RACCONTO.

Il racconto è la forma letteraria che meglio consente allo scrittore di esprimere la propria creatività e di trasmettere al lettore il frutto della sua fantasia.

Si può anche raccontare di se stessi però tenendo sempre presente che occorre mettersi dalla parte di chi leggerà, del quale occorre catturare l’attenzione prima, l’interesse dopo.

Noi accompagneremo le parole dei nostri scrittori verso lettori interessati e attenti.

La tecnica dello scrivere bene si impara, ma lo scrittore deve anche tener presente che per imparare a confrontarsi è necessario leggere quel che altri hanno scritto. 

Tutte le opere da noi pubblicate rimarranno sempre consultabili e rileggibili nell’ARCHIVIO.

Certo parecchi di voi avranno pronti più elaborati e continueranno a scrivere. Mandateceli pure tutti, ma uno per volta, a meno che siano molto brevi onde consentirci di prenderli in esame con la massima attenzione e darvene conto. 

I manoscritti dovranno essere inviati come allegato via mail agli indirizzi indicati nel sito.

 

                                                                                                                            Vera Vasques

 

Con la caduta dello scirocco, anche l'inquietudine che mi aveva attraversato la mente nei giorni appena trascorsi, sembrava essersi trasformata in freschi pensieri. Il ritorno della brezza faceva risplendere il sole su tutta la costa.
Prima d'inoltrarmi tra i colori della spiaggia, in attesa che mia moglie si decidesse ad uscire dalla <Bottega dei Saldi>, pregustavo la nuotata che avrei fatto più tardi nel mare tornato tranquillo. Perfino la fioritura degli oleandri sembrava annunciarmi una giornata serena. Soltanto il formicolio dei venditori africani già pronti all'assalto del litorale, mi provocava un certo fastidio. Tra loro non vedevo la giovane senegalese che vendeva fermagli e collanine passando tra i lettini con la figlioletta legata dietro la schiena. Quel piccolo corpo imbracato in un telo arancione, la testolina ricciuta che si voltava se le sorridevo, mi metteva tristezza, soprattutto se là intorno sgambettavano altri bambini.
Finalmente udii la voce di mia moglie.
   - Prendi, è tua sorella - mi disse.
Dal modo in cui mi porse il cellulare compresi che stava per arrivarmi una grana.
   - Buongiorno! - esclamai.
La risposta fu perentoria.
   - Come ho spiegato a tua moglie, mi sono ricordata di un impegno a cui non posso
rinunciare.
   - D'accordo... È forse morto un parente? - chiesi cercando di capire.
   - Ma come?!... Alle undici c'è l'esumazione del babbo!
D'improvviso mi ricordai che il giorno prima della partenza ero stato in Comune a saldare la concessione del loculo dove avrebbero riposato i resti di nostro padre, però una volta in vacanza me ne ero dimenticato. Del resto era stata mia sorella a dirmi che sentiva l'obbligo d'assistere al disseppellimento.
    - Purtroppo sono già in spiaggia - spiegai. - Adesso non potrei arrivare in tempo,  ci sono anche i lavori sulla superstrada.
    - Non preoccuparti, ho già parlato con gli operatori. Mi hanno promesso che       possono attendere.
    - Vai, accontentala! - suggerì mia moglie impedendomi di trovare un'altra   giustificazione.
    - Allora d'accordo - sospirai.
    - Grazie, mi hai fatto un grande favore!
    - Non è niente - mentii.
Ero talmente contrariato che neppure cercai di conoscere la natura dell'impedimento.
Al cimitero ci giunsi intorno a mezzogiorno. I becchini avevano già iniziato a scavare con una piccola ruspa. Mi sistemai a lato della tomba e, nel momento che la pala meccanica incontrò la cassa, ebbi la sensazione che qualcosa di mio padre potesse riaffiorare. Mescolate alle schegge di legno, non vedevo che ossa spolpate. Tuttavia il cuore cominciò a uscirmi dal petto quando, tra le zollette umide e grasse, spuntò il cranio. Al di sopra delle orbite vuote rividi il ciuffetto brizzolato che da sempre caratterizzava la sua fronte. Quei pochi capelli rinsecchiti mi fecero pensare ai suoi ultimi giorni, alla rassegnazione che gli leggevo negli occhi quando lo assaliva la febbre.
      - Convincili tu i dottori a darmi il chinino - riusciva a balbettare, se mi   riconosceva.
D'un tratto mi tornarono in mente gli aneddoti che raccontava quand'ero bambino. A cena ci parlava delle sue avventure tra gli acquitrini della costa e le colline brulle di Macomer. Per punizione era stato trasferito in Sardegna durante il servizio militare e, negli anni della guerra, lo avevano nominato portaordini. Aveva contratto la malaria correndo da una postazione all'altra, salvandosi con le dosi di chinino avute di contrabbando da un amico tenente. Mi facevano impressione le sue fughe di casema per nuotare nelle acque trasparenti del golfo di Oristano. Un giorno, avrò avuto sei anni, mi portò sulla riva dell'Arno per insegnarmi a galleggiare.
Intanto i becchini s'accorsero che era quasi ora di smontare, iniziarono a pulire le ossa deponendole in una cassetta zincata. Con celerità e maestria si rigirarono tra le mani costole e vertebre, scartando i grumi terrosi. Per ultimo spazzolarono il teschio capelluto.
Dopo aver assistito alla chiusura del loculo, ripresi la direzione del mare sostando solo per uno spuntino. Tuttavia, il tempo che mi occorse per il ritorno, fu di gran lunga superiore a quello d'andata. Non ho l'abitudine d'ascoltare la radio durante la guida ma, a metà del percorso, si era formato un serpentone che si muoveva a singhiozzo. Rassegnato a dover rimanere in colonna, avevo cercato un programma di musica leggera. Purtroppo tutte le stazioni stavano dando la notizia di un atto terroristico avvenuto in un ristorante della Capitale. La polizia non era in grado di precisare il numero delle vittime e, per buona parte del pomeriggio, avevo ascoltato le analisi degli esperti sull'impossibilità di prevenire questi attentati. Il blocco della circolazione si era poi prolungato per un tamponamento tra una ripartenza e l'altra.
Quando il carro attrezzi aveva liberato la corsia, il groppo che mi aveva chiuso lo stomaco non era diminuito. Continuò a dilatarsi anche quando raggiunsi lo stabilimento balneare e potei ammirare il disco del sole pronto all'immersione.
Parcheggiai in un corridoio tra i bagni e rividi i venditori africani che discutevano in cerchio accennando alla merce invenduta. Questa volta con loro c'era anche la venditrice senegalese, con la bambina sulle ginocchia che sembrava addormentata.
    - Ciao, finalmente! - gridò mia moglie mentre raccoglieva le sue cose per tornare   
      in albergo.
   - Ho avuto un intoppo - le dissi.
   - È stato faticoso il viaggio?
   - Abbastanza, hai saputo dell'attentato?
   - Me lo ha detto il bagnino, e tu hai telefonato a tua sorella?
   - No, chiamerà lei se crede.
   - Sempre che abbia finito la seduta.
   - Che seduta?!
   - Tanto non avresti capito.
   - Capisco che i malanni li inventa
   - Questa volta l'appuntamento non era dall'analista.
   - Ne sei sicura?
   - Oggi le scadeva il buono per un taglio di capelli.
   - Brava, e io mi son fatto trecento chilometri per uno sciampo!
   - Pare che il nuovo parrucchiere la faccia ringiovanire.
   - Addirittura!... Non dirmi altro perché faccio una nuotata per scaricarmi.
Accomodai scarpe, pantaloni e maglietta sul bordo del lettino ed entrai in acqua.
Dei fili d'alga mi punsero appena mi tuffai, ma la fresca sensazione mi fece credere che nuotando il malessere poteva attenuarsi. Mi spinsi a largo con determinazione, senza però ottenere il beneficio sperato.
Il miglioramento si manifestò al rientro nell'acqua bassa. Quando mi rialzai, la bambina si staccò dalla madre. Vidi i suoi piedini battere sul bagnasciuga per correre tra le mie gambe. Quell'entrata tutta trilli e batter di mani mi costrinse giocare. Le potevo contare le costole mentre tentavo di catturarla e nel frattempo lei squittiva svolazzandomi attorno. Spruzzava una vitalità imbarazzante. E appena si fece acciuffare e le toccai la spina dorsale, i suoi palpiti mi arrivarono al cuore... In quel momento il morso della malaria mi abbandonò.
A cena confessai la stranezza a mia moglie.
   - Vedo che la bambolina tutta pelle e ossa ti ha ridato la parola.
   - Ti assicuro che non è un bambolotto.
   - Certo, sei tu che ti fai influenzare.
   - Sarebbe?
   - Ormai ti conosco. Ti rendi conto che ti eri estraniato? Sei stato assente tre giorni.
   - È stato lo scirocco.
   - Bugiardo, ti sei fatto un film con quel libro!
Stavo per ammetterlo... Ma il cameriere ci portò il vassoio delle orate in bella vista e ci costrinse a sospendere la discussione.
In effetti l'inquietudine mi era arrivata col vento di scirocco e si era gonfiata con la lettura di un saggio sul destino dell'Occidente. Al contrario, la vitalità della bambina l'avevo percepita come lo scarto che arresta il declino... Me lo indicava la pianta di ficus lussureggiante in mezzo alla sala, quel tronco aveva atteso un innesto per rinverdire.

Lea, seduta al volante, ingranò la prima e partì.
Era di fretta. Come ogni mattina si alzava dal letto alle sei e mezzo e, ancora assonnata, andava in bagno in punta di piedi, si vestiva quasi al buio per non disturbare il marito, poi, via... dopo una tazzina di caffé.
Con qualunque tempo, alle sette precise  Lea era pronta per avviarsi al lavoro.
Alle otto in punto era in ufficio.
Di solito, non pensava a niente, la sua mente era piatta e vuota come un deserto.
La vettura si mosse ed iniziò la sua corsa tra le strade e i viali della città.
Nel guidare, stava attenta a tutti i semafori che si susseguivano durante il tragitto fino all’ufficio.
Il traffico in città a quell’ora era caotico, così, ogni volta che riusciva a superare biciclette e  motorini, tirava  un  profondo sospiro di sollievo e procedeva spedita.  
Cercava di arrivare al semaforo prima che diventasse rosso.
Non sopportava l’idea di fermarsi. L’attesa la infastidiva.
Nel percorrere sempre lo stesso tratto di strada aveva perfezionato i suoi tempi di marcia: né troppo piano, né troppo veloce.
La vettura docilmente ubbidiva ai suoi comandi, mantenendo un’andatura costante.
Quella mattina però l’auto procedeva a singhiozzo, correndo o rallentando per qualche intoppo.
Lea era nervosa, temeva lo sguardo serio e arcigno del capoufficio se fosse arrivata in ritardo.
Era concentrata alla guida e osservava con  attenzione l’alternarsi dei colori dei semafori, per evitare ogni indugio.
I suoi occhi, accecati dal lampeggiare delle luci dei fanali delle vetture, talvolta la facevano cadere in qualche imboscata, così scambiava il verde col giallo, il giallo col rosso.
L’auto raggiunse un incrocio e  Lea notò con piacere la luce verde- smeraldo del semaforo che, risaltando sul cupo grigiore dell’asfalto, la  invitava a proseguire.
Pigiò l’acceleratore per superare vittoriosamente quel  verde, il colore, per  convenzione, di accesso libero e di percorrenza senza intoppi, né fermate
Ritrovò energia ed entusiasmo e si sentì  leggera come una piuma nell’accingersi ad oltrepassare  l’ostacolo e continuare spedita la sua corsa come  un cavallo al galoppo
Dal finestrino si rese conto della luce chiara e limpida di quella giornata che dolcemente avanzava dopo tanti giorni di pioggia e di nuvole grigie.
La luce del sole si posava sulle aiule fiorite e  sugli alti  palazzi,  illuminando la strada.
Stava ormai per compiere il salto e scappare, ma, frastornata da quelle immagini, non si accorse che il verde aveva lasciato repentinamente il proprio posto al giallo.
Era come se il semaforo avesse voluto farle uno sgambetto.
Lea fu costretta a rallentare, ma non si perse d’animo, anche con il giallo  avrebbe potuto continuare ad andare.
Dalla seconda passò in terza per dare maggior vigore al motore, ma il segnale luminoso, come un istrione, cambiò ancora colore e divenne rosso.
Quel colore non ammetteva deroghe, né patteggiamenti.
Era rosso e ciò stava ad indicare che l’auto avrebbe dovuto attendere di nuovo il verde per ripartire. Fu proprio in quel momento che la  vettura si fermò per la brusca frenata.  
Lea  era contrariata e seccata per quella fermata non prevista, ciò le avrebbe fatto perdere tempo.
Non c’era niente da fare, bisognava avere pazienza.
Si guardò nello specchietto per controllare il suo aspetto, aprì la borsetta e chiamò con il cellulare un’ amica chiedendole se, dopo il lavoro, sarebbe andata con lei a far delle compere.
Controllò che i finestrini fossero  ben chiusi per sentirsi sicura, protetta all’interno del suo abitacolo.
Sapeva di storie poco raccomandabili che capitavano ai semafori: furti di borsette da parte di vagabondi, per lo più stranieri dediti alla rapina e alla violenza. I giornali ogni giorno spaventavano la gente con quei racconti di cronaca nera.
Anche lei, nel leggerli, avvertiva un certo disagio.
Immobile, da alcuni minuti davanti a quel rosso, scorse, all’improvviso,  una strana figura, appoggiata all’asta del semaforo, che la osservava. Avvertì attraverso il finestrino della vettura lo sguardo insistente di due grandi occhi scuri, come se volessero spiarla.
Ebbe paura, abbassò la testa.
Tamburellò con dita nervose sul volante; non vedeva l’ora di ripartire.
L’uomo osservava i suoi movimenti confusi e le sorrise come per tranquillizzarla.
Allora anche lei accennò un lieve sorriso per educazione e per smorzare la paura.
Nel guardare più attentamente il volto dell’uomo lo trovò molto scarno e sciupato per le tante e intricate rughe che correvano da una parte all’altra del viso solcandogli la fronte e gli zigomi, tessendo intorno alla bocca e agli occhi una ragnatela sottile di pieghe.
Tuttavia non le sembrò brutto, al contrario...
Incuriosita lo squadrò ben bene e notò il lungo pastrano verde logoro e sgualcito, pieno di macchie che gli copriva il corpo allampanato e affilato.
In testa un berretto di lana a coprire gli orecchi e nelle mani dei guanti neri forse per nascondere callosità.
L’uomo si sentì osservato, ma non parve seccato dagli  sguardi di lei.
Quegli occhi che indugiavano sulla sua persona forse li trovava piacevoli.
Aprì la bocca dai denti...pochi, bianchissimi per un ampio e luminoso sorriso
La donna, sorpresa, si ritrasse dal finestrino distogliendo subito lo sguardo.
Era intimorita, dopo tutto era un estraneo e per giunta uno “straniero” come dichiarava la scritta pasticciata e poco leggibile su un cartone che l’uomo mostrava mentre tendeva la mano per l’elemosina.
Riuscì a leggere a stento una parola: “Albania.”
Sapeva bene quanto fosse povero quel Paese distrutto da una guerra civile, che aveva  gettato la popolazione nella miseria più totale.
Il sorriso lasciò il posto all’amarezza. Il volto le divenne serio.  
Lea avvertì nell’ animo un moto di ribellione e cacciò le  sue paure più  nascoste.
Presa da uno slancio di carità, abbassò il finestrino per rispondere come poteva a quel sorriso e a quegli occhi scuri che la fissavano.
Stese la mano verso quella dell’uomo per dare un po’ di moneta raccolta in fondo alla tasca della  giacca.
Nell’avvicinarsi per poggiare sul palmo di quella grande mano  i pochi spiccioli, si rese meglio conto dell’età dell’uomo.
Secondo lei certamente superava gli ottanta.
Osservando quel vecchio le venne naturale e spontaneo un confronto con suo padre, che abitava in campagna con la mamma in una casa tranquilla e sicura.
Ogni mattina, prima di andare al lavoro, lei li chiamava al telefono per assicurarsi che stessero bene e li salutava con baci e parole affettuose.
Invece quel vecchio, molto vecchio che le stava davanti in silenzio sul marciapiede certo era stato costretto a lasciare la casa, la famiglia e perfino il suo Paese.
L’uomo, inaspettatamente, ritrasse la mano all’offerta dei suoi soldi.
Come un nobile cavaliere incrociò  le braccia sul petto in segno di affetto, chinò la testa con umiltà e di fronte alla donna ringraziò con un delicato sorriso.
Lea fu sorpresa da tanta gentilezza, si sentì impreparata e inadeguata, non sapeva bene che cosa fare.
Il verde del semaforo appena tornato la tolse dall’ imbarazzo.
Chiuse in fretta il finestrino e pigiò con forza il piede sull’acceleratore per allontanarsi da quella situazione, creata involontariamente dal semaforo rosso.
Nel percorrere l’ultimo pezzo di strada fino al lavoro, la testa le si riempì di buoni pensieri, il suo animo fu avvolto da forti emozioni.  
L’incontro inaspettato l’aveva scossa e l’aveva costretta a prendere coscienza del mondo reale là fuori, oltre il finestrino della sua piccola vettura.
Non aveva più tanta fretta di andare in ufficio e soprattutto non aveva più paura di quei “fantasmi” che ogni mattina, nell’attraversare velocemente le strade della città, intravedeva ai semafori.
Si sentiva forte e più sicura quasi avesse acquisito con quell’incontro fortuito, un nuovo  appagante bagaglio di umanità.
Se fosse giunta tardi al lavoro, avrebbe saputo cosa rispondere al capoufficio.