da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il Racconto

A chi ama scrivere un racconto, può capitare che gli sembri che le idee che gli affollano la mente siano persino troppe.

Occorre raccoglierle, dare loro ordine e selezionarle in modo che realtà e finzione, una parola dopo l’altra acquisiscano nuova vita per prendere la forma di un RACCONTO.

Il racconto è la forma letteraria che meglio consente allo scrittore di esprimere la propria creatività e di trasmettere al lettore il frutto della sua fantasia.

Si può anche raccontare di se stessi però tenendo sempre presente che occorre mettersi dalla parte di chi leggerà, del quale occorre catturare l’attenzione prima, l’interesse dopo.

Noi accompagneremo le parole dei nostri scrittori verso lettori interessati e attenti.

La tecnica dello scrivere bene si impara, ma lo scrittore deve anche tener presente che per imparare a confrontarsi è necessario leggere quel che altri hanno scritto. 

Tutte le opere da noi pubblicate rimarranno sempre consultabili e rileggibili nell’ARCHIVIO.

Certo parecchi di voi avranno pronti più elaborati e continueranno a scrivere. Mandateceli pure tutti, ma uno per volta, a meno che siano molto brevi onde consentirci di prenderli in esame con la massima attenzione e darvene conto. 

I manoscritti dovranno essere inviati come allegato via mail agli indirizzi indicati nel sito.

 

                                                                                                                            Vera Vasques

 

 

Bruna non lo aveva sentito uscire. Forse il rumore del frullino aveva coperto la porta che si chiudeva. Da quando suo padre non riusciva più a masticare, lei gli tritava tutto e lui, docilmente mangiava, si sbrodolava. Come un bambino. I ruoli si erano tristemente invertiti.

"Papà! Arrivo! La cena è pronta, preparati!"

Non aveva fatto caso al silenzio prolungato. Del resto tra loro i discorsi erano ridotti al minimo e a volte persino a lei mancavano le parole. "Oddio! Ho anche io la sua malattia." Pensieri fugaci che nelle notti insonni le si insinuavano nella mente e le mettevano angoscia.


"Papà? Hai preso il tovagliolo? Prendi anche un cucchiaio”.
Silenzio. Nessun mugugno. Nessun ciabattare in arrivo.

"Papà? Mi rispondi? Ci sei?"

No, non c'era. E non solo in quel momento.

Papà? Dove sei? si domandò Buna. Un veloce giro nelle stanze, il battito del cuore che accelerava, la paura che cresceva.
"Dove sei finito? Perché non rispondi?".

Silenzio: era uscito, se n'era andato, da solo.

Per un attimo Bruna si era sentita sollevata, come se un grosso peso le fosse caduto dalle spalle, l'aveva invasa un senso di libertà, finalmente libera. Poteva ricominciare a vivere,  riprendere in mano la sua esistenza che da cinque anni non le apparteneva più. Giornate tutte uguali tra medicine, odore di urina, televisione sempre accesa a volume altissimo. Sempre la stessa sequela: colazione, passeggiata, pranzo, sonnellino, cena, notte. E poi con il buio, insonnia, sogni che all'alba si infrangevano e non restava che un giorno uguale agli altri. Poteva sembrare la giornata di una mamma con il suo bambino... Se solo la sua vita avesse preso un'altra direzione!

Sarebbe bastato pensare a se stessa e dire un –Sì-.

Paolo le aveva detto:

" Bruna, io ti amo, ma non posso accettare di vivere anche con tuo padre."
"Non posso lasciarlo così. Ha bisogno di me. E' fragile, malato, solo."
"Ti capisco, ma anche noi abbiamo diritto alla nostra vita. E' sempre meno il tempo che passiamo insieme e quel poco lo trascorriamo in tre. Io con te voglio una vita normale! Voglio sposare te!"
"Non posso abbandonarlo. E' mio padre"
"Non ti ho mai chiesto di abbandonarlo, ma di trovare una soluzione per lui e per noi. Una badante, un soggiorno per anziani."
"Tutto troppo costoso"
"Ce la possiamo fare, tranquilla! Sposiamoci, Bruna, non desidero altro."
"Non posso, non ora, forse più avanti..."
"Bruna, sono dieci anni che ci conosciamo ed io voglio farmi una famiglia, ora. Non tra altri dieci anni. Adesso. Scegli, o me o lui."


Bruna ricorda il sudore freddo che le scese lungo la schiena a quelle parole, il tremore delle gambe, il nodo in gola. Lei amava Paolo, ma la scelta era difficile e dolorosa, e lui non avrebbe dovuto domandarle di scegliere.

Paolo se n'era andato, e lei non aveva che suo padre, o meglio, ciò che restava di quel bell'uomo, alto, brizzolato, sorridente che ora era solo un fragile involucro che la vita aveva curvato e svuotato.a volte a Bruna capitava di guardarlo e di non riconoscere in lui niente del suo papà che ricordava, di quando la faceva ballare nei balli a palchetto e il suo sguardo era pieno di orgoglio per quella figlia. Di quando l'accompagnava a scuola, aspettando che entrasse in classe per salutarla ancora una volta. O di quando le aveva insegnato a guidare per le stradine di campagna.
Ricordava l'unica vacanza che avevano fatto con la Fiat 850 bianca, due giorni al mare. Lo rivedeva in macchina mentre cantava a squarciagola una canzoncina per bambini. Se lo ricordava bene, anche a distanza di anni, non poteva immaginare che diventasse così come è ora.
Sul libro della sua vita a Bruna avevano insegnato che si deve scrivere in modo ordinato, seguendo le righe, senza andare fuori dai margini, con bella calligrafia, con le "d" e le "t" dritte e i puntini sulle "i", quaderno con regole, pagine pulite e bei voti. Altrimenti? Altrimenti non era una brava bambina.

E ora? Ora Bruna sentiva che era arrivato il momento di prendere fogli colorati, senza margini né righe, usare pastelli e pennarelli, fare scarabocchi, nuvole e fiori. Nessuna regola. Solo libertà, armonia ed equilibrio. Sarebbe stata capace?

Aveva aspettato troppo. Doveva prendere in mano la sua vita. Prima, però, doveva uscire e cercare suo padre.

Suonai il campanello due volte. Ero infastidito dal comportamento di quell'uomo che da quando era arrivato in paese non aveva creato che problemi.

Non potevo permettere che continuasse a ingannare tutti, in quel modo.

Non avendo risultato suonai ancora, lasciando il dito premuto per diversi secondi.

La porta era vecchia e tarlata e pensai che probabilmente mi sarei trovato davanti un tizio sporco e malmesso.

Finalmente sentii la serratura fare un piccolo scatto e la porta non più trattenuta, si aprì leggermente. Aspettai qualche secondo, in attesa che qualcuno si facesse vedere.

Silenzio.

Spinsi delicatamente l'uscio, il minimo per consentirmi di passare.. Mi ritrovai in un corridoio stretto e buio su cui si apriva una stanza, anch'essa mal illuminata. Chiazze gialle alle pareti confermavano l'odore fastidioso di umidità stantia.

     "Venga avanti" udii una voce dal fondo.

Avanzando sentii solo il trapestio delle mie scarpe, che ad ogni passo schiacciavano qualcosa, forse sabbia, non so.

Arrivato in fondo mi affacciai oltre una porta, sporgendo appena la testa. L'immagine che si presentò ai miei occhi aveva qualcosa di surreale. Vidi centinaia, forse migliaia di libri impilati ovunque: sui tavoli, sui piani degli scaffali, sul pavimento. Ampolle e alambicchi di dimensioni diverse si trovavano tra i libri in un ambiente cupo e sinistro, privo di altro. Pensai che quella stanza fosse il cuore di tutti i mali.

Lui era intento a mescolare qualcosa dal colore indefinibile: Sembrò non curarsi della mia presenza. Davanti a sè aveva un libro aperto, riuscivo a vedere le pagine scolorite dal tempo, intonate ai suoi capelli grigi e a tratti ingialliti. Li aveva raccolti dietro in una lunga coda, portati così probabilmente da anni, residui di una gioventù ormai lontana.

     "E' lei Julen?" domandai

     "Con chi ho il piacere di parlare?"

chiese l'uomo voltandosi verso di me.

La profonda cicatrice sotto l'occhio sinistro non mi turbò quanto il suo sguardo gelido e penetrante. Ero però deciso a continuare.

     "Non importa chi io sia - replicai - importa ciò che sono venuto a dirle"

La sua espressione imperturbabile non lasciò trasparire alcuna curiosità o emozione.

     "Lei deve smetterla di prendere in giro la mia gente" dissi

Luomo certo aveva capito a cosa mi stessi riferendo, ma non disse nulla e io proseguii.

       "Glielo dico una sola volta. Questa farsa dei sogni deve finire"

Lui si voltò riprendendo a fare ciò che aveva interrotto.

     "Trasformo solo gli incubi delle persone in piacevoli sogni. Cosa c'è di male in questo?

     "Nulla se non fosse che lo fa pagare a caro prezzo"

L'uomo non si scompose.

     "Non sia ridicolo. Chiedo solo un piccolo compenso, è il mio lavoro-fece una breve pausa poi     

      proseguì-non obblico nessuno, la gente viene da me perchè ne ha bisogno."

     "Lei ha solo approfittato della credulità delle persone"

     "Stia attento come parla, non osi andare oltre" tuonò alzandosi

Fu allora che mi lasciai sfuggire parole di cui mi pentii subito dopo.

     "Lei è solo un ciarlatano" gli urlai.

Nell'udire quell'insulto l'uomo raccolse dal tavolo un coltello che non avevo notato. Fino a quel momento pensavo di essere nella stanza di un alchimista, di un venditore di sogni eccentrico, ma innocuo. Indietreggiai, spaventato e confuso, il mio piede urtò qualcosa e caddi all'indietro.

L'uomo non si arrestò e brandendo il coltello mi si avvicinò. Gli occhi sgranati, la bocca serrata, i denti stretti in una smorfia di rabbia. Mi spaventai a tal punto che la vista mi si annebbiò mentre la lama si avvicinava al mio petto.

Urlai. Urlai a pieni polmoni come mai mi era accaduto. Mi ritrovai seduto sul letto, aprii gli occhi. Rebecca dormiva accanto a me.,

Era stato un sogno, un maledetto incubo. Ansimavo.

Faceva caldo nella stanza. Dalla finestra trapelava appena un filo di luce. Lei dormiva tranquilla, forse avevo urlato solo nel sogno. Guardai l'orologio: le sei e un quarto. Il viso di Rebecca era sereno, pensai che sicuramente stava sognando qualcosa di piacevole. Decisi di lasciarla dormire e di farmi una doccia.

Uscii di casa, chiusi il portone e mi incamminai.

Era una giornata afosa, ma la doccia mi aveva rigenerato. Mario il giornalaio mi salutò come ogni mattina. Attraversai la piazza e svoltai l'angolo.

Guardai la casa di fronte, il mio sguardo si fermò sulla porta, l'avevo già vista molte volte.

Fu lì che lo riconobbi. In piedi, la spalla destra appoggiata allo stipite, sembrava mi stesse aspettando. L'inconfondibile cicatrice, lo sguardo gelido.

Mi fermai.

Vedendomi si tolse la sigaretta dalla bocca, schiudendola appena pet espirare lentamente il fumo.

Capii che il suo sorriso beffardo e sornione era diretto a me.