da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il Racconto

A chi ama scrivere un racconto, può capitare che gli sembri che le idee che gli affollano la mente siano persino troppe.

Occorre raccoglierle, dare loro ordine e selezionarle in modo che realtà e finzione, una parola dopo l’altra acquisiscano nuova vita per prendere la forma di un RACCONTO.

Il racconto è la forma letteraria che meglio consente allo scrittore di esprimere la propria creatività e di trasmettere al lettore il frutto della sua fantasia.

Si può anche raccontare di se stessi però tenendo sempre presente che occorre mettersi dalla parte di chi leggerà, del quale occorre catturare l’attenzione prima, l’interesse dopo.

Noi accompagneremo le parole dei nostri scrittori verso lettori interessati e attenti.

La tecnica dello scrivere bene si impara, ma lo scrittore deve anche tener presente che per imparare a confrontarsi è necessario leggere quel che altri hanno scritto. 

Tutte le opere da noi pubblicate rimarranno sempre consultabili e rileggibili nell’ARCHIVIO.

Certo parecchi di voi avranno pronti più elaborati e continueranno a scrivere. Mandateceli pure tutti, ma uno per volta, a meno che siano molto brevi onde consentirci di prenderli in esame con la massima attenzione e darvene conto. 

I manoscritti dovranno essere inviati come allegato via mail agli indirizzi indicati nel sito.

 

                                                                                                                            Vera Vasques

 

Avrebbe potuto essere una vita del tutto diversa, e forse anche migliore. Da diversi giorni Francesco, un uomo di cinquantotto anni, è tormentato da questo pensiero. Ha tra le mani una fotografia, scruta l'immagine a lungo, poi distoglie lo sguardo, chiude gli occhi, poi riguarda… Più la osserva e più rivolge a se stesso una domanda, pur sapendo che non c'è risposta: " Come sarebbe stata la mia vita se avessi vissuto con lei?"
Tutto ha avuto inizio il sabato precedente, subito dopo pranzo, quando ha deciso di scendere in cantina per fare ordine. In verità continuava a rinviare quella cosa da parecchio tempo, erano mesi che anche sua moglie glielo ripeteva, e dai e ridai infine si era deciso. Quel sabato alzandosi da tavola aveva preso la chiave della cantina ed era andato giù.  Al momento di uscire, affacciandosi alla porta della cucina, aveva detto alla moglie:
 - Laura, scendo di sotto a sistemare la cantina.
- Era ora, - ha risposto lei. E lui di rimando: - Quando finisci di riordinare scendi anche tu. Sicuramente ci sono cose da vedere insieme.
Era quasi un anno che non ci metteva piede, entrando ha sentito una stretta al cuore; perché vedere il disordine delle tante cose cui è legato, gli fa male. Questa volta però ha deciso di darci dentro, di sistemare tutto per bene. Si guarda attorno e sceglie di iniziare dalla libreria addossata alla parete, piena di riviste e vecchi libri buttati là alla rinfusa, suoi e di Laura, ma anche dei figli. Loro adesso sono grandi e vivono lontani da casa, in cantina hanno lasciato i libri dell'adolescenza e chissà…forse non verranno mai a riprenderseli, pensa. Con pazienza comincia a vuotarla, a spolverare i testi e a risistemarli seguendo una logica di appartenenza: in un ripiano i suoi, nell'altro quelli di Laura, più sotto quelli di Andrea e più sotto ancora quelli di Marco. Ogni tanto si ferma. Rigira tra le mani un libro che per qualche motivo fa riaffiorare dei ricordi: il manuale dell'ingegnere usato nei primi anni di università, una grammatica di spagnolo di Laura, un atlante geografico di Andrea quand'era alle scuole medie. In un angolo nota un cofanetto in radica, piccolo, di quelli che conservano le carte da gioco. Ricorda di averlo avuto in regalo da qualcuno, quand'era ragazzo, ma di averlo sempre utilizzato per metterci altre cose.
Ricorda in particolare di aver custodito lì varie decine di monete antiche, quando gli era venuta la passione per la numismatica. Passione che col tempo s’era affievolita sino a dissolversi. Di cosa ci sia adesso non ha idea, perciò lo prende e lo apre. Nel fondo ci sono alcune sue vecchie fotografie, anch'esse dimenticate, ma la cosa che più lo sorprende è un piccolo cilindro in plastica nera contenente un rullino fotografico che evidentemente non è mai stato sviluppato. C’è attaccato un adesivo dove c'è scritto: febbraio 1971.  Francesco si ferma un attimo a riflettere, non ricorda nulla di quel rullino, eppure la calligrafia sull'adesivo è la sua. Ricorda solo che in quegli anni faceva molte fotografie perché suo padre, al rientro da un viaggio in Germania, gli aveva regalato una piccola reflex tedesca. Ricorda anche che quello era stato l'anno della sua maturità liceale. Dopo questi pensieri infila il rullino in tasca ripromettendosi di portarlo a sviluppare, e riprende il lavoro. Decide di non parlarne con Laura, prima vuole vedere cosa contiene, anche perché nel settantadue ancora non si conoscevano. E quel sabato mattina, tra le altre commissioni, non dimentica di passare nel negozio per ritirare le foto. La settimana precedente, quando l'aveva portato, aveva detto al fotografo che si trattava di una vecchia pellicola di quarant’anni prima dimenticata in cantina, e magari danneggiata dal tempo. Invece, con sua grande sorpresa, il negoziante ora gli dice che è stato possibile stampare tutti gli scatti e anzi gli fa i complimenti per la qualità delle ventiquattro foto in bianco e nero! Hanno un fascino particolare, gli dice, diverso dalle attuali foto digitali a colori. Francesco, lì in negozio, dà una scorsa veloce e via via che le osserva si sente assalire dall'emozione perché nella sua mente è riemersa nitida l'immagine di una giornata particolare: lui che con la reflex fotografa uno per uno tutti i compagni di classe, ciascuno a mezzo busto, ciascuno che regge un cartoncino con su scritto il proprio nome e cognome.
Salutato il fotografo esce di fretta e si infila in un caffè a poche decine di metri dal negozio, andando a sistemarsi in un tavolino un po’ appartato. Preso da una certa impazienza esamina lentamente quei giovani volti, i suoi compagni e compagne dell'ultimo anno di scuola. A ogni immagine sente una scossa. Rivedere quei volti gli provoca sia piacere che nostalgia. Nota che in tutte le pose c'è il sorriso; alcuni, e alcune, ridono proprio, nella tipica bella risata amicante tra compagni di scuola. A rivederle ricorda bene le facce di ognuno ma di alcuni non ricorda i nomi, e fortuna che ora può leggerli nel cartoncino che ciascuno tiene in mano.
L'ultima delle foto lo fa quasi sobbalzare: è quella di Sofia Bracco, e istantaneamente sente un tuffo al cuore. Sofia, la prima della classe, la compagna sempre perfetta in tutto e della quale si era da subito innamorato, ma che, per timidezza e per soggezione, aveva considerato irraggiungibile. Sofia, dal portamento signorile, dal passo leggero, dallo sguardo vagamente lontano e sognante. Sofia, così alta e snella, le mani lunghe e sottili, il tono della voce buono come il pane…Era stata nella sua classe solo quell'anno, provenendo dal liceo di un'altra città, dopo il trasferimento del padre che ricordava essere un Prefetto. Nella fotografia ha un'espressione intensa, lo sguardo diretto, un leggero sorriso familiare. Quel giorno indossava una maglia sottile, nera, col collo da ciclista. I capelli castani, lisci, erano lunghi e raccolti a formare una piccola coda. Francesco seduto lì al caffè non può fare a meno di domandarsi che cosa ne sia stato di lei dopo un tempo così lungo…
A partire da quel sabato mattina pensa a lei, e continua a ripetersi se avrebbe senso rincontrarla. E, anche volendo: come avrebbe potuto fare per rintracciarla? E lei che reazione avrebbe potuto avere? Col tempo si cambia: in meglio, in peggio, chi lo sa…
Non ne ha parlato con sua moglie perché pensa che porsi queste domande per una vecchia compagna di scuola sia un po' ridicolo. A lei ha solo mostrato tutte le fotografie della classe senza fare cenno a quella particolare compagna, a Sofia della quale allora s’era preso una bella cotta. Tra sé e sé ripete che ora, in effetti, non ne è più innamorato, perché il tempo e i fatti della vita hanno una tale forza che riescono a cancellare quasi tutto ciò che è stato, e soprattutto i sentimenti dell'adolescenza. Oggi sente di amare Laura ma, nonostante tutto, non sa frenare la propria curiosità e decide di fare qualche tentativo per rintracciare Sofia. Farà in modo che l'incontro sembri casuale e si limiterà ad una chiacchierata.
Inizia dall'elenco telefonico: di Bracco a quei tempi c'era solo la famiglia di Sofia. Ma ora purtroppo nell’elenco non risulta alcun abbonato con quel cognome. Ricordando il condominio dove lei abitava da ragazza decide di fare un secondo tentativo: andare lì e vedere sui campanelli. Posteggia l'auto in una strada laterale e sale a piedi lungo il viale alberato. Ecco, lo ricorda, era un palazzo d'epoca, imponente, rientrato rispetto al viale, con davanti una fontanella d'acqua corrente attorniata da piante acquatiche, e a qualche metro due panchine in pietra sotto un grande pino. Sale i gradini dell'ingresso, il portone è socchiuso, dà uno sguardo all'interno, alla scala liberty che sale a spirale ai piani superiori. C'è silenzio, controlla: nessuno dei campanelli riporta il nome Bracco. Si guarda attorno, non c'è nessuno, e allora decide di aspettare qualche minuto e siede nei pressi della fontana. Poco dopo una vecchia signora sta rientrando con le buste della spesa. Francesco gli si fa incontro e le chiede se ha conosciuto la famiglia Bracco. Lui tanti anni prima era amico di Sofia, le dice, e vorrebbe sapere dove siano andati a vivere adesso. Certo, dice la signora, li conosceva bene, abitavano due piani sopra casa sua ed era una famiglia tanto a modo. Il dottor Bracco, il Prefetto, era morto oramai da molti anni, e la signora Tecla, la madre di Sofia, dopo questo fatto aveva lasciato l'appartamento diventato troppo grande per lei ed era tornata a vivere da una sorella, a Siena, perché loro erano di là. Quanto a Sofia, saranno passati una trentina d’anni, si era sposata ed era andata ad abitare in un altro quartiere, ma non sapeva esattamente dove. Ciò che sapeva, dice la signora, era che Sofia era entrata in magistratura e che perciò lavorava nel palazzo giustizia. Era tanto che non s'era più vista ma era venuta a sapere che aveva due figli e che anche il marito era magistrato. Francesco, confortato dalle cose apprese, ringrazia la signora e fa rientro a casa. Ora sa dove può riuscire a incontrarla, ma certo non sarà facile. Lui farà qualche tentativo, in fondo vede bene l'eventualità di poterla osservare a distanza, magari in un'aula del tribunale durante un’udienza.
Per alcune mattine percorre gli anditi affollati del palazzo di giustizia e, una per una, si affaccia nelle diverse aule dove sono in corso delle udienze. Dal fondo dell'aula osserva con attenzione i magistrati presenti. Ma niente. Nessuna donna che anche lontanamente possa ricordargli Sofia.
Il secondo giorno Francesco, un po’ scoraggiato, sta uscendo dal palazzo e scende lungo la gradinata che porta alla piazza. Vede venirgli incontro una signora che un po’ a fatica sale i gradini. Ha un tuffo al cuore, gli sembra lei, si sposta per non incrociarla e la osserva, così, discosto e in parte coperto da altre persone. Ha molti dubbi. Dubbi che svaniscono non appena sente che la signora chiede a una guardia giurata che sosta nell'ingresso, dove sia un certo ufficio. No, dice a sé stesso, non può essere Sofia. Ma il fatto gli fa balenare l'idea di rivolgersi anche lui a quella guardia. Si accosta e senza indugiare gli chiede in quale ufficio può parlare con la dottoressa Bracco. Questi consulta un elenco e gli dice che la dottoressa è la responsabile dell'Archivio Sentenze, al sottopiano. Lui va di sotto e mentre scende le due rampe di scale sente aumentare i battiti del cuore e gli vien da pensare che provava questa sensazione anche quando, tra i banchi del liceo, gli capitava di accostarsi a lei: il cuore impazziva e lui diventava tutto rosso…
L'Archivio Sentenze è aperto. Attraverso un ampio ingresso si accede a un salone occupato in gran parte da alte scaffalature cariche di centinaia di faldoni. Sulla sinistra c'è un bancone con due impiegate addette al servizio, sulla destra, c'è un'altra porta e una targa dove è scritto: Direzione Archivio Sentenze - dott.ssa S. Bracco.  C'è un via vai di persone: avvocati, cancellieri, privati cittadini. Francesco si avvicina all'ingresso dell'ufficio e, fingendo di leggere un manifesto affisso sulla parete, cerca di sbirciare dentro la stanza. E la vede. È seduta dietro un'ampia scrivania stracolma di carte. La prima cosa che lo colpisce è l'espressione del viso della compagna: vede una faccia stanca, annoiata. Lo sguardo, che ricordava molto espressivo, ora è spento. Ha anche un'aria trasandata, nota il collo flaccido e rugoso, il doppio mento, i capelli radi e senza forma, le spalle curve. Francesco esce nel corridoio, si appoggia alla parete di fianco all'ingresso e fa un lungo respiro. Deve essere molto pallido perché un signore che gli passa accanto lo guarda e gli chiede se sta male. Lui risponde di no e si allontana verso le scale. Certo, pur essendosi preparato, non si aspettava quella visione. E adesso? Cosa voglio fare adesso? Comincia a chiedersi. Ma è molto scosso, non sa proprio come comportarsi… Indugia sulle scale poi decide di rientrare a casa. Tornerà uno dei prossimi giorni, oggi di salutarla non ha proprio il coraggio.
E ci torna, tre giorni dopo, con in tasca la vecchia fotografia e deciso almeno a scambiare con lei un saluto. Ma mentre è lì, nei pressi dell'ingresso, assiste a una scena che lo fa desistere per la seconda volta: Sofia si sta alzando dalla scrivania per avvicinarsi a un impiegato che le sta parlando, e nel procedere zoppica, e rispondendo a quel collega la sua voce è ben diversa da come Francesco la ricordava: una voce dolce e buona che ora invece è assai flebile eppure stridula. Assistendo a questa scena Francesco ha un moto di sconforto e istintivamente cerca un’uscita d’emergenza… Volta le spalle e va via, non ce la fa ad affrontarla e lì per lì decide di lasciar perdere, preferisce conservare il ricordo di Sofia così come appare nella fotografia di quarant’anni prima. Rientra a casa più che mai convinto che passato un certo tempo non ha senso rivedere vecchi compagni di scuola.

Passa qualche giorno, è sera, Francesco sta per mettersi a tavola per la cena.
Squilla il telefono, va a rispondere e dall'altra parte del filo una voce flebile eppure un po’ stridula lo saluta: - Ciao Francesco, sono Sofia Bracco…
Segue un lungo e imbarazzato silenzio.
Poi lui prende coraggio e risponde: - Sofia, che sorpresa! Quanto tempo…Come stai?
E lei: - Sai ti ho visto l'altro giorno, fuori dal mio ufficio…Mi sto chiedendo come mai non sei entrato a salutarmi…
Lui non sa come rispondere… poi replica: - Beh, non ci sono riuscito. E tu perché non ti sei avvicinata?
Segue un altro lungo silenzio. Ognuno nella cornetta sente il respiro dell'altro, ognuno aspetta, ciascuno vorrebbe dire tante cose ma quarant’anni sono un macigno, il tempo pesa sugli uomini, sui loro sentimenti, fino ad annullarli, a schiacciarli.
Poi Sofia risponde: - Sai quando ti ho visto sono rimasta come fulminata. Cioè ti ho riconosciuto, nonostante i tanti anni trascorsi, ma allo stesso tempo mi sei sembrata un'altra persona. Devo essere sincera: mi ha colpito la tua espressione, diversa da come ti ricordavo, mi è sembrata piuttosto spenta, e lo sguardo, anche, un po’ perso…E poi ho notato i capelli grigi e radi, il doppio mento, lo stomaco prominente e tutta la figura ingrassata. Nella mia mente sei sempre rimasto a come eri ai tempi del liceo, anche perché ti devo confessare che allora mi ero un po’ innamorata di te…E quando capitava di sfiorarti mi veniva la tremarella. Scusami ma l'altro giorno non ho avuto il coraggio di reagire alla sorpresa…E tu, perché non ci sei riuscito?
Francesco è quasi impietrito. Quello che Sofia gli ha appena detto è esattamente la sua stessa motivazione, e con un nodo in gola glielo dice: - Non ce l'ho fatta ad avvicinarmi per le tue stesse ragioni. Ti ho visto tanto cambiata rispetto a come ti ricordavo e non me la sono sentita…Sofia, anch'io ai tempi del liceo ero innamorato di te…E non ce lo siamo mai detti…Ma adesso che senso avrebbe…
Francesco si ferma, non ne è sicuro ma gli sembra che Sofia stia sospirando, e aspetta.
Poi è lei che a fatica e con voce tremante riprende a parlare: - Hai ragione, adesso che senso avrebbe…Potrei chiederti come è stata la tua vita in tutti questi anni; e tu potresti chiedermi altrettanto. Potremmo domandarci come sarebbe stata la nostra vita se avessimo deciso di stare insieme, da innamorati. Ma a questo punto è meglio che non ci diciamo niente. Non servirebbe. È preferibile che ciascuno di noi conservi dell'altro l'immagine di allora. Sei d'accordo?
Ora anche Francesco ha gli occhi lucidi. Ha ascoltato le parole di Sofia e si è commosso. E le risponde: - Sì, sono d'accordo. È molto meglio conservare il ricordo di allora perché sia tu che io ci siamo innamorati quando eravamo diversissimi da oggi. Addio Sofia Bracco, ti auguro tanta felicità.  
E anche Sofia prima di riattaccare, con voce ancora emozionata, aggiunge:
- Addio. Buona fortuna a te, Francesco Todini.
Lui posa la cornetta, entra nello studio, estrae dal cassetto il piccolo album dove ha riposto le ventiquattro fotografie, riprende la vecchia foto della compagna amata e sul retro scrive: - Scattata nel febbraio 1971, quando ne ero innamorato.
E sotto aggiunge: aprile 2016. Dopo esserci visti di sfuggita, ci siamo sentiti per telefono. Ho saputo oggi che anche lei quarantacinque anni fa era innamorata di me… Ci siamo emozionati, e poi ci siamo scambiati un addio.  La vita è anche questo. -

Avrebbe potuto essere una vita del tutto diversa, e forse anche migliore. Da diversi giorni Francesco, un uomo di cinquantotto anni, è tormentato da questo pensiero. Ha tra le mani una fotografia, scruta l'immagine a lungo, poi distoglie lo sguardo, chiude gli occhi, poi riguarda… Più la osserva e più rivolge a se stesso una domanda, pur sapendo che non c'è risposta: " Come sarebbe stata la mia vita se avessi vissuto con lei?"
Tutto ha avuto inizio il sabato precedente, subito dopo pranzo, quando ha deciso di scendere in cantina per fare ordine. In verità continuava a rinviare quella cosa da parecchio tempo, erano mesi che anche sua moglie glielo ripeteva, e dai e ridai infine si era deciso. Quel sabato alzandosi da tavola aveva preso la chiave della cantina ed era andato giù.  Al momento di uscire, affacciandosi alla porta della cucina, aveva detto alla moglie:
 - Laura, scendo di sotto a sistemare la cantina.
- Era ora, - ha risposto lei. E lui di rimando: - Quando finisci di riordinare scendi anche tu. Sicuramente ci sono cose da vedere insieme.
Era quasi un anno che non ci metteva piede, entrando ha sentito una stretta al cuore; perché vedere il disordine delle tante cose cui è legato, gli fa male. Questa volta però ha deciso di darci dentro, di sistemare tutto per bene. Si guarda attorno e sceglie di iniziare dalla libreria addossata alla parete, piena di riviste e vecchi libri buttati là alla rinfusa, suoi e di Laura, ma anche dei figli. Loro adesso sono grandi e vivono lontani da casa, in cantina hanno lasciato i libri dell'adolescenza e chissà…forse non verranno mai a riprenderseli, pensa. Con pazienza comincia a vuotarla, a spolverare i testi e a risistemarli seguendo una logica di appartenenza: in un ripiano i suoi, nell'altro quelli di Laura, più sotto quelli di Andrea e più sotto ancora quelli di Marco. Ogni tanto si ferma. Rigira tra le mani un libro che per qualche motivo fa riaffiorare dei ricordi: il manuale dell'ingegnere usato nei primi anni di università, una grammatica di spagnolo di Laura, un atlante geografico di Andrea quand'era alle scuole medie. In un angolo nota un cofanetto in radica, piccolo, di quelli che conservano le carte da gioco. Ricorda di averlo avuto in regalo da qualcuno, quand'era ragazzo, ma di averlo sempre utilizzato per metterci altre cose.
Ricorda in particolare di aver custodito lì varie decine di monete antiche, quando gli era venuta la passione per la numismatica. Passione che col tempo s’era affievolita sino a dissolversi. Di cosa ci sia adesso non ha idea, perciò lo prende e lo apre. Nel fondo ci sono alcune sue vecchie fotografie, anch'esse dimenticate, ma la cosa che più lo sorprende è un piccolo cilindro in plastica nera contenente un rullino fotografico che evidentemente non è mai stato sviluppato. C’è attaccato un adesivo dove c'è scritto: febbraio 1971.  Francesco si ferma un attimo a riflettere, non ricorda nulla di quel rullino, eppure la calligrafia sull'adesivo è la sua. Ricorda solo che in quegli anni faceva molte fotografie perché suo padre, al rientro da un viaggio in Germania, gli aveva regalato una piccola reflex tedesca. Ricorda anche che quello era stato l'anno della sua maturità liceale. Dopo questi pensieri infila il rullino in tasca ripromettendosi di portarlo a sviluppare, e riprende il lavoro. Decide di non parlarne con Laura, prima vuole vedere cosa contiene, anche perché nel settantadue ancora non si conoscevano. E quel sabato mattina, tra le altre commissioni, non dimentica di passare nel negozio per ritirare le foto. La settimana precedente, quando l'aveva portato, aveva detto al fotografo che si trattava di una vecchia pellicola di quarant’anni prima dimenticata in cantina, e magari danneggiata dal tempo. Invece, con sua grande sorpresa, il negoziante ora gli dice che è stato possibile stampare tutti gli scatti e anzi gli fa i complimenti per la qualità delle ventiquattro foto in bianco e nero! Hanno un fascino particolare, gli dice, diverso dalle attuali foto digitali a colori. Francesco, lì in negozio, dà una scorsa veloce e via via che le osserva si sente assalire dall'emozione perché nella sua mente è riemersa nitida l'immagine di una giornata particolare: lui che con la reflex fotografa uno per uno tutti i compagni di classe, ciascuno a mezzo busto, ciascuno che regge un cartoncino con su scritto il proprio nome e cognome.
Salutato il fotografo esce di fretta e si infila in un caffè a poche decine di metri dal negozio, andando a sistemarsi in un tavolino un po’ appartato. Preso da una certa impazienza esamina lentamente quei giovani volti, i suoi compagni e compagne dell'ultimo anno di scuola. A ogni immagine sente una scossa. Rivedere quei volti gli provoca sia piacere che nostalgia. Nota che in tutte le pose c'è il sorriso; alcuni, e alcune, ridono proprio, nella tipica bella risata amicante tra compagni di scuola. A rivederle ricorda bene le facce di ognuno ma di alcuni non ricorda i nomi, e fortuna che ora può leggerli nel cartoncino che ciascuno tiene in mano.
L'ultima delle foto lo fa quasi sobbalzare: è quella di Sofia Bracco, e istantaneamente sente un tuffo al cuore. Sofia, la prima della classe, la compagna sempre perfetta in tutto e della quale si era da subito innamorato, ma che, per timidezza e per soggezione, aveva considerato irraggiungibile. Sofia, dal portamento signorile, dal passo leggero, dallo sguardo vagamente lontano e sognante. Sofia, così alta e snella, le mani lunghe e sottili, il tono della voce buono come il pane…Era stata nella sua classe solo quell'anno, provenendo dal liceo di un'altra città, dopo il trasferimento del padre che ricordava essere un Prefetto. Nella fotografia ha un'espressione intensa, lo sguardo diretto, un leggero sorriso familiare. Quel giorno indossava una maglia sottile, nera, col collo da ciclista. I capelli castani, lisci, erano lunghi e raccolti a formare una piccola coda. Francesco seduto lì al caffè non può fare a meno di domandarsi che cosa ne sia stato di lei dopo un tempo così lungo…
A partire da quel sabato mattina pensa a lei, e continua a ripetersi se avrebbe senso rincontrarla. E, anche volendo: come avrebbe potuto fare per rintracciarla? E lei che reazione avrebbe potuto avere? Col tempo si cambia: in meglio, in peggio, chi lo sa…
Non ne ha parlato con sua moglie perché pensa che porsi queste domande per una vecchia compagna di scuola sia un po' ridicolo. A lei ha solo mostrato tutte le fotografie della classe senza fare cenno a quella particolare compagna, a Sofia della quale allora s’era preso una bella cotta. Tra sé e sé ripete che ora, in effetti, non ne è più innamorato, perché il tempo e i fatti della vita hanno una tale forza che riescono a cancellare quasi tutto ciò che è stato, e soprattutto i sentimenti dell'adolescenza. Oggi sente di amare Laura ma, nonostante tutto, non sa frenare la propria curiosità e decide di fare qualche tentativo per rintracciare Sofia. Farà in modo che l'incontro sembri casuale e si limiterà ad una chiacchierata.
Inizia dall'elenco telefonico: di Bracco a quei tempi c'era solo la famiglia di Sofia. Ma ora purtroppo nell’elenco non risulta alcun abbonato con quel cognome. Ricordando il condominio dove lei abitava da ragazza decide di fare un secondo tentativo: andare lì e vedere sui campanelli. Posteggia l'auto in una strada laterale e sale a piedi lungo il viale alberato. Ecco, lo ricorda, era un palazzo d'epoca, imponente, rientrato rispetto al viale, con davanti una fontanella d'acqua corrente attorniata da piante acquatiche, e a qualche metro due panchine in pietra sotto un grande pino. Sale i gradini dell'ingresso, il portone è socchiuso, dà uno sguardo all'interno, alla scala liberty che sale a spirale ai piani superiori. C'è silenzio, controlla: nessuno dei campanelli riporta il nome Bracco. Si guarda attorno, non c'è nessuno, e allora decide di aspettare qualche minuto e siede nei pressi della fontana. Poco dopo una vecchia signora sta rientrando con le buste della spesa. Francesco gli si fa incontro e le chiede se ha conosciuto la famiglia Bracco. Lui tanti anni prima era amico di Sofia, le dice, e vorrebbe sapere dove siano andati a vivere adesso. Certo, dice la signora, li conosceva bene, abitavano due piani sopra casa sua ed era una famiglia tanto a modo. Il dottor Bracco, il Prefetto, era morto oramai da molti anni, e la signora Tecla, la madre di Sofia, dopo questo fatto aveva lasciato l'appartamento diventato troppo grande per lei ed era tornata a vivere da una sorella, a Siena, perché loro erano di là. Quanto a Sofia, saranno passati una trentina d’anni, si era sposata ed era andata ad abitare in un altro quartiere, ma non sapeva esattamente dove. Ciò che sapeva, dice la signora, era che Sofia era entrata in magistratura e che perciò lavorava nel palazzo giustizia. Era tanto che non s'era più vista ma era venuta a sapere che aveva due figli e che anche il marito era magistrato. Francesco, confortato dalle cose apprese, ringrazia la signora e fa rientro a casa. Ora sa dove può riuscire a incontrarla, ma certo non sarà facile. Lui farà qualche tentativo, in fondo vede bene l'eventualità di poterla osservare a distanza, magari in un'aula del tribunale durante un’udienza.
Per alcune mattine percorre gli anditi affollati del palazzo di giustizia e, una per una, si affaccia nelle diverse aule dove sono in corso delle udienze. Dal fondo dell'aula osserva con attenzione i magistrati presenti. Ma niente. Nessuna donna che anche lontanamente possa ricordargli Sofia.
Il secondo giorno Francesco, un po’ scoraggiato, sta uscendo dal palazzo e scende lungo la gradinata che porta alla piazza. Vede venirgli incontro una signora che un po’ a fatica sale i gradini. Ha un tuffo al cuore, gli sembra lei, si sposta per non incrociarla e la osserva, così, discosto e in parte coperto da altre persone. Ha molti dubbi. Dubbi che svaniscono non appena sente che la signora chiede a una guardia giurata che sosta nell'ingresso, dove sia un certo ufficio. No, dice a sé stesso, non può essere Sofia. Ma il fatto gli fa balenare l'idea di rivolgersi anche lui a quella guardia. Si accosta e senza indugiare gli chiede in quale ufficio può parlare con la dottoressa Bracco. Questi consulta un elenco e gli dice che la dottoressa è la responsabile dell'Archivio Sentenze, al sottopiano. Lui va di sotto e mentre scende le due rampe di scale sente aumentare i battiti del cuore e gli vien da pensare che provava questa sensazione anche quando, tra i banchi del liceo, gli capitava di accostarsi a lei: il cuore impazziva e lui diventava tutto rosso…
L'Archivio Sentenze è aperto. Attraverso un ampio ingresso si accede a un salone occupato in gran parte da alte scaffalature cariche di centinaia di faldoni. Sulla sinistra c'è un bancone con due impiegate addette al servizio, sulla destra, c'è un'altra porta e una targa dove è scritto: Direzione Archivio Sentenze - dott.ssa S. Bracco.  C'è un via vai di persone: avvocati, cancellieri, privati cittadini. Francesco si avvicina all'ingresso dell'ufficio e, fingendo di leggere un manifesto affisso sulla parete, cerca di sbirciare dentro la stanza. E la vede. È seduta dietro un'ampia scrivania stracolma di carte. La prima cosa che lo colpisce è l'espressione del viso della compagna: vede una faccia stanca, annoiata. Lo sguardo, che ricordava molto espressivo, ora è spento. Ha anche un'aria trasandata, nota il collo flaccido e rugoso, il doppio mento, i capelli radi e senza forma, le spalle curve. Francesco esce nel corridoio, si appoggia alla parete di fianco all'ingresso e fa un lungo respiro. Deve essere molto pallido perché un signore che gli passa accanto lo guarda e gli chiede se sta male. Lui risponde di no e si allontana verso le scale. Certo, pur essendosi preparato, non si aspettava quella visione. E adesso? Cosa voglio fare adesso? Comincia a chiedersi. Ma è molto scosso, non sa proprio come comportarsi… Indugia sulle scale poi decide di rientrare a casa. Tornerà uno dei prossimi giorni, oggi di salutarla non ha proprio il coraggio.
E ci torna, tre giorni dopo, con in tasca la vecchia fotografia e deciso almeno a scambiare con lei un saluto. Ma mentre è lì, nei pressi dell'ingresso, assiste a una scena che lo fa desistere per la seconda volta: Sofia si sta alzando dalla scrivania per avvicinarsi a un impiegato che le sta parlando, e nel procedere zoppica, e rispondendo a quel collega la sua voce è ben diversa da come Francesco la ricordava: una voce dolce e buona che ora invece è assai flebile eppure stridula. Assistendo a questa scena Francesco ha un moto di sconforto e istintivamente cerca un’uscita d’emergenza… Volta le spalle e va via, non ce la fa ad affrontarla e lì per lì decide di lasciar perdere, preferisce conservare il ricordo di Sofia così come appare nella fotografia di quarant’anni prima. Rientra a casa più che mai convinto che passato un certo tempo non ha senso rivedere vecchi compagni di scuola.

Passa qualche giorno, è sera, Francesco sta per mettersi a tavola per la cena.
Squilla il telefono, va a rispondere e dall'altra parte del filo una voce flebile eppure un po’ stridula lo saluta: - Ciao Francesco, sono Sofia Bracco…
Segue un lungo e imbarazzato silenzio.
Poi lui prende coraggio e risponde: - Sofia, che sorpresa! Quanto tempo…Come stai?
E lei: - Sai ti ho visto l'altro giorno, fuori dal mio ufficio…Mi sto chiedendo come mai non sei entrato a salutarmi…
Lui non sa come rispondere… poi replica: - Beh, non ci sono riuscito. E tu perché non ti sei avvicinata?
Segue un altro lungo silenzio. Ognuno nella cornetta sente il respiro dell'altro, ognuno aspetta, ciascuno vorrebbe dire tante cose ma quarant’anni sono un macigno, il tempo pesa sugli uomini, sui loro sentimenti, fino ad annullarli, a schiacciarli.
Poi Sofia risponde: - Sai quando ti ho visto sono rimasta come fulminata. Cioè ti ho riconosciuto, nonostante i tanti anni trascorsi, ma allo stesso tempo mi sei sembrata un'altra persona. Devo essere sincera: mi ha colpito la tua espressione, diversa da come ti ricordavo, mi è sembrata piuttosto spenta, e lo sguardo, anche, un po’ perso…E poi ho notato i capelli grigi e radi, il doppio mento, lo stomaco prominente e tutta la figura ingrassata. Nella mia mente sei sempre rimasto a come eri ai tempi del liceo, anche perché ti devo confessare che allora mi ero un po’ innamorata di te…E quando capitava di sfiorarti mi veniva la tremarella. Scusami ma l'altro giorno non ho avuto il coraggio di reagire alla sorpresa…E tu, perché non ci sei riuscito?
Francesco è quasi impietrito. Quello che Sofia gli ha appena detto è esattamente la sua stessa motivazione, e con un nodo in gola glielo dice: - Non ce l'ho fatta ad avvicinarmi per le tue stesse ragioni. Ti ho visto tanto cambiata rispetto a come ti ricordavo e non me la sono sentita…Sofia, anch'io ai tempi del liceo ero innamorato di te…E non ce lo siamo mai detti…Ma adesso che senso avrebbe…
Francesco si ferma, non ne è sicuro ma gli sembra che Sofia stia sospirando, e aspetta.
Poi è lei che a fatica e con voce tremante riprende a parlare: - Hai ragione, adesso che senso avrebbe…Potrei chiederti come è stata la tua vita in tutti questi anni; e tu potresti chiedermi altrettanto. Potremmo domandarci come sarebbe stata la nostra vita se avessimo deciso di stare insieme, da innamorati. Ma a questo punto è meglio che non ci diciamo niente. Non servirebbe. È preferibile che ciascuno di noi conservi dell'altro l'immagine di allora. Sei d'accordo?
Ora anche Francesco ha gli occhi lucidi. Ha ascoltato le parole di Sofia e si è commosso. E le risponde: - Sì, sono d'accordo. È molto meglio conservare il ricordo di allora perché sia tu che io ci siamo innamorati quando eravamo diversissimi da oggi. Addio Sofia Bracco, ti auguro tanta felicità.  
E anche Sofia prima di riattaccare, con voce ancora emozionata, aggiunge:
- Addio. Buona fortuna a te, Francesco Todini.
Lui posa la cornetta, entra nello studio, estrae dal cassetto il piccolo album dove ha riposto le ventiquattro fotografie, riprende la vecchia foto della compagna amata e sul retro scrive: - Scattata nel febbraio 1971, quando ne ero innamorato.
E sotto aggiunge: aprile 2016. Dopo esserci visti di sfuggita, ci siamo sentiti per telefono. Ho saputo oggi che anche lei quarantacinque anni fa era innamorata di me… Ci siamo emozionati, e poi ci siamo scambiati un addio.  La vita è anche questo. -

 

 

A essere una mosca, nella mia classe ci sarebbe da divertirsi. Bisognerebbe fare un po’ d’attenzione quando si passa vicino a Caputo, detto Robinùd, ultimo banco vicino alla finestra, perché lui ha sempre un elastico pronto e sbaglia raramente, pure la maestra lo sa e ogni tanto gli chiede di far fuori calabroni e vespe. Detto questo, volare di qua e di là spiando quel che i compagni combinano di nascosto sotto il banco o scrivono sul diario e nei temi, sarebbe un magnifico passatempo. A leggere i temi si imparano molte cose su chi li scrive, la maestra invece guarda soprattutto gli errori e tira righe blu per quelli leggeri e rosse per quelli gravi. Due rigacce rosse una sotto l’altra e di sicuro ti prendi insufficiente.

Io mosca non sono, però ho la diaccadì, una sindrome (che sarebbe una specie di malattia) che ti fa stare sempre in movimento e ti fa stare attento a tutto quanto succede, anche a quello che non dovresti. Così magari succede che non stai attento alle cose giuste. Non so quando me la sono beccata, comunque la psicologa dice che ora che ce l’ho me la tengo; però poi è venuta a scuola per spiegare alle maestre che non devono sempre mettermi in castigo se mi alzo dalla sedia o se guardo fuori dalla finestra (c’è un albero, in cortile, con un gran va e vieni di gatti e di uccelli, per quelli con la sindrome è difficile resistere), e da allora posso alzarmi e andare in giro per la classe quanto voglio, basta che non parli e che non faccia cadere le cose. Soprattutto vado a buttare la carta nel cestino (ci faccio le palline, con la carta, la psicologa mi ha detto che serve a combattere l’agitazione) e ogni volta faccio un giro diverso. Così, anche se non posso volare, sbircio qua e là, poi torno al banco e sto tranquillo per un po’.

Ah, mi chiamo Mustafa, detto Musta, sono nato in Siria ma adesso faccio quarta B a Torino. Come ci sono arrivato è una storia un po’ lunga, anche se ho solo nove anni, è lunga. Di chilometri e di fatica. La maestra dice che le presentazioni si fanno all’inizio, io mi dimentico sempre, credo sia colpa della diaccadì, però stavolta ce l’ho fatta, non proprio all’inizio, quasi. A Torino ci sono già da due anni, ho imparato in fretta l’italiano e così non mi hanno messo con i bambinetti di seconda. Non ci ho messo tanto perché mi piace leggere, pure in Siria mi piaceva anche se ero piccolo e la lingua era molto diversa. A leggere si impara.

Oggi è giorno di tema, figuriamoci se ho perso l’occasione di aumentarmi un po’ la diaccadì, così faccio più palline di carta e più viaggi al cestino della spazzatura. La maestra mi guarda un po’ storto, io allargo le braccia e guardo al cielo, almeno cercherò di fare un bel tema; prima però mi devo sfogare un pochino. A proposito, oggi la maestra si è inventata un titolo strano, “Uscita d’emergenza”, chissà cos’aveva in testa. Magari si è ricordata che l’anno scorso è stata assente a lungo, la malattia doveva essere grave perché nessuno ci diceva il nome, solo scuotevano la testa. Ma per fortuna dopo le vacanze è tornata, ora cammina con un bastone però è quasi come prima.

Ho i miei trucchi: per andare al cestino cammino adagio, intanto butto l’occhio sui fogli dei compagni. A leggere sono svelto, mica come Ferrini, detto Lumaca, che ci mette il triplo di tempo e quando gli chiedi cos’ha letto non te lo sa dire. Ma non è colpa sua, anche lui ha un disturbo (che è più o meno come avere una malattia, o una sindrome), che lo fa leggere lento. Quindi anche lui la maestra non lo sgrida; e poi abbiamo scoperto che se la lezione gliela legge qualcun altro lui la impara benissimo, così ogni tanto Ferrini ci chiede di leggere al suo posto, di imprestargli la lettura.

Zitto zitto passo dietro a Brandani, detto Cicci. Sua madre lo accompagna sempre in classe e gli porta lo zaino fino al banco, poi gli dà pure un bacio, una carezza e gli dice “Ti aspetto, Cicci, fa’ il bravo!” proprio così, davanti a tutti, in quarta elementare… Mi sa che quello dorme ancora nel letto con lei. ”Quando vado al cinema mi siedo sempre nel posto vicino all’uscita d’emergenza, anzi nel secondo più vicino, perché nel più vicino ci si siede mia madre, così mi apre lei la porta in caso di incendio. A volte non si vede tanto bene lo schermo, ma per lo meno siamo al sicuro, non si sa mai…”.

Ora c’è Pelissero, detta Pelo, la più brava della classe, di tema prende sempre dieci, una volta che c’era la supplente e le ha dato nove e mezzo, lei ha pianto per due ore. “Con l’espressione ‘uscita d’emergenza’ si intende un’apertura, di solito una porta unidirezionale, che consente di allontanarsi rapidamente da un locale nel caso si verifichi una situazione di pericolo…” Che noia, come fanno a darle dieci di tema, sembra un vocabolario! Proprio allora Pelo si è accorta di me e ha subito coperto il suo tema con il braccio. Ha paura che glielo copi, figuriamoci…

Altra pallina, altro viaggio al cestino, altri due temi, uno all’andata e uno al ritorno. “Mio padre fabbrica le porte, comprese quelle che servono per le uscite d’emergenza dei cinema, dei ristoranti e delle scuole. Senza mio padre moriremmo tutti, perché le porte degli altri costruttori di porte funzionano tutte da schifo, ecco perché costano poco. Mio padre, invece,…” Questo era Marotta, detto Paperone, perché é ricco straricco e di matematica è un genio; ma se gli chiedi un ciuingam se lo fa pagare. Magari torno a vedere come concluderà il suo tema, è capace che stavolta ci mette il listino prezzi dei vari modelli.

Ora la mia fidanzata (però lei non lo sa ancora) Levetti, detta Fede, un po’ perché si chiama Federica, un po’ perché crede a quasi tutto quello che uno le racconta. Gli altri dicono che è un difetto; per me avere fiducia è una bella cosa, almeno finché si può. “Io spero di non aver mai bisogno di usare un’uscita d’emergenza, ma se ciò succedesse, vorrei che fosse larga e spaziosa, in modo che ci possano passare tutti, anche i vecchietti e quelli più lenti…”. E’ fatta così, pensa sempre agli altri, mi sa che da grande farà l’assistente sociale. Però i temi non si cominciano con “Io”, la maestra dice che non va bene, son due rigacce assicurate. Faccio cadere la pallina sul suo foglio, mentre mi scuso approfitto per farle segno, lei capisce al volo e mi sorride stupita.

La maestra ha fatto la faccia di quando sta per perdere la pazienza e mi ha indicato l’orologio sopra la cattedra. Ora comincio, ho risposto con gli occhi.

“Maestra, questo tema per me è difficile. Io di uscite di emergenza ne ho già attraversate parecchie, ma quando uscivo da un’emergenza quasi subito entravo in un’altra, allora vuol dire che non era per davvero un’uscita d’emergenza. Quindi non sono sicuro di dire le cose giuste. Quando le bombe hanno fatto crollare la nostra casa in Siria, la mamma ha portato fuori me e Omar, che sapevamo camminare, trascinandoci per un braccio in mezzo alle macerie e alla polvere. Ci ha lasciati sotto il fico in fondo al giardino e lì mi è sembrato di essere uscito dall’emergenza. Ma poi mamma è rientrata per prendere le gemelle che erano rimaste nella culla, e non è più tornata. Io piangevo, Omar mi consolava, ma quell’emergenza lì, di restare senza mamma, era peggio che essere seppellito dal crollo. Arrivò un’ambulanza e ci portò via, verso un ospedale lontano, ci dicevano di stare tranquilli che eravamo in salvo, ma a me non sembrava. Intorno era tutto distrutto, le bombe continuavano a cadere e io volevo la mamma. Anche Omar la voleva, ma non lo faceva vedere per consolarmi, lui è mio fratello più grande, da quando papà era andato in guerra faceva lui l’uomo di casa. Dall’ospedale siamo poi finiti, Omar ed io, in una specie di campeggio, ma non era proprio una vacanza: ci hanno spiegato che dovevamo rimanere lì fino a che i nostri genitori ci venivano a prendere, ma il tempo passava e io piangevo tutte le sere (pure Omar piangeva, ma poco). Dev’essere in quei mesi che ho preso la diaccadì. A piangere troppo ci si ammala, lo diceva mamma quando mi sbucciavo le ginocchia sulle pietre.

Omar girava per il campo, parlava con i grandi, una sera mi disse “Stai pronto, che partiamo”. Io volevo sapere per dove, ma lui mi disse zitto, non fare domande, proprio come fanno gli adulti. Io mi fidavo di Omar, così l’ho seguito su un camion, nascosto sotto i sacchi dell’ immondizia. Dall’emergenza del campo eravamo usciti, ma dopo un po’ ne arrivò un’altra peggiore: bisognava attraversare il mare. Io il mare non l’avevo mai visto, ma all’inizio non mi ha fatto paura, perché era notte e, appena saliti sul gommone, mi sono addormentato sulle ginocchia di Omar. Come mi capitava con la mamma, prima. Il viaggio è stato molto lungo, il mare è grandissimo e anche un po’ agitato. Come me. Infatti la diaccadì mi aumentava sempre, a dover stare fermo e seduto, così cominciai a toccare di qua e di là, finché trovai uno sportellino nascosto che si apriva con un po’ di fatica. Dentro c’era un giubbetto salvagente, lo tirai fuori di notte per guardarlo bene e lo riposi senza che nessuno mi vedesse. Così, quando venne la tempesta e il gommone non ce la faceva più a stare a galla, io riaprii lo sportellino e infilai il salvagente, un attimo prima che un’onda più grossa delle altre ci rovesciasse. Sentii il grido di Omar “Musta, ne hai uno per me?”, vidi le sue mani che cercavano di raggiungermi, poi un’altra onda.

Maestra, è vero che dopo un po’ mi hanno tirato su dal mare, asciugato, scaldato; erano tutti gentili, anche se non capivo ancora l’italiano; poi sono arrivato qui e Simona e Max mi hanno tenuto a casa con loro, mi trattano bene e vorrebbero che li chiamassi mamma e papà. Però, quando chiudo gli occhi per dormire, vedo sempre mamma che ritorna verso casa per prendere le gemelle, e poi Omar che mi chiede il salvagente, e poi l’onda. Da questa emergenza non ce la faccio ad uscire, ho paura che l’uscita non ci sia proprio.

Mi sa che ho sbagliato il tema.”

 

 

 

 

 

Nota: la “diaccadì” è storpiatura per “ADHD”, sindrome da iperattività e inattenzione, patologia del comportamento divenuta ultimamente molto frequente (alcuni dati suggeriscono una prevalenza superiore al 4% nella popolazione generale)