da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il Racconto

A chi ama scrivere un racconto, può capitare che gli sembri che le idee che gli affollano la mente siano persino troppe.

Occorre raccoglierle, dare loro ordine e selezionarle in modo che realtà e finzione, una parola dopo l’altra acquisiscano nuova vita per prendere la forma di un RACCONTO.

Il racconto è la forma letteraria che meglio consente allo scrittore di esprimere la propria creatività e di trasmettere al lettore il frutto della sua fantasia.

Si può anche raccontare di se stessi però tenendo sempre presente che occorre mettersi dalla parte di chi leggerà, del quale occorre catturare l’attenzione prima, l’interesse dopo.

Noi accompagneremo le parole dei nostri scrittori verso lettori interessati e attenti.

La tecnica dello scrivere bene si impara, ma lo scrittore deve anche tener presente che per imparare a confrontarsi è necessario leggere quel che altri hanno scritto. 

Tutte le opere da noi pubblicate rimarranno sempre consultabili e rileggibili nell’ARCHIVIO.

Certo parecchi di voi avranno pronti più elaborati e continueranno a scrivere. Mandateceli pure tutti, ma uno per volta, a meno che siano molto brevi onde consentirci di prenderli in esame con la massima attenzione e darvene conto. 

I manoscritti dovranno essere inviati come allegato via mail agli indirizzi indicati nel sito.

 

                                                                                                                            Vera Vasques

 

Non avrei mai pensato di dover scegliere.

L’occasione si presentò quando venne nel mio ufficio Suor Cristina, una settimana fa.

Arrivò con una borsa dalla quale, dopo i dovuti convenevoli, fece uscire una serie di documenti che, era certa, mi avrebbero convinto ad aiutarla.

Suor Cristina mi guardò con i suoi occhi pervinca, perfettamente incastonati in un ovale botticelliano. No, non potevo comprendere come una donna dai tratti così deliziosi, dal corpo così ben modellato che neppure il vestito da suora riusciva a nascondere, avesse preso i voti e rinunciato per sempre a essere donna. Da quando era arrivata e l'avevo conosciuta, mi ero posto questa domanda, che ha avuto risposta soltanto quando sono stato informato della sua storia. È da allora che, vedendola passare in piazza dalle finestre del mio ufficio, a passo svelto e occhi bassi e presumo ignara del turbamento che porta agli uomini del paese, ho iniziato a immaginare quella donna con ben altre vesti che quelle esibite.

E adesso mi era davanti, seduta su quella scomoda sedia, con i suoi occhi infiniti, i suoi documenti e la sua richiesta.

«Ciò che mi chiede è molto pericoloso, Suor Cristina» le risposi, attento a non fornire appigli per interpretazioni affrettate.

«Me ne rendo conto, signor segretario, ma la situazione sta peggiorando di giorno in giorno. Si parla di rastrellamenti tedeschi che sono giunti fino a qui vicino e non ci sentiamo più al sicuro. Non pensiamo alla nostra incolumità, io e le mie sorelle siamo solo strumenti nelle mani del Signore. Ciò che ci preme è il destino dei nostri ragazzi, quelle creature sfortunate, che sono a rischio, più di quanto lo siano state finora.».

Annuii, senza dire nulla. La guardai negli occhi sforzandomi di nascondere i miei pensieri.

Era iniziata la nostra personale partita a scacchi e io avevo due regine. Le ricordai quale fosse il mio ruolo, cosa significasse, soprattutto dopo l'8 settembre. Eravamo in un paesino insignificante, sperduto tra le montagne, ma i rapporti con gli ufficiali tedeschi erano sempre più tesi, anche se quelli non erano problemi miei, piuttosto del Podestà.

Suor Cristina non era venuta per chiedere ma per implorarmi. La loro opera, insistette, era stata discreta, quasi nascosta, ma se certe voci fossero arrivate dove non dovevano...

Il confine, forse la salvezza distava pochi chilometri e l'importanza di quel “lasciapassare” era vitale. Il destino di dodici ragazzi, concluse, era nelle mie mani, nella mia possibilità di intercedere. Avrei dovuto soltanto fare la scelta giusta, quella che mi suggeriva il cuore.

Era come se mi avesse regalato un cavallo e un alfiere.

Fare una scelta. Quella che mi suggeriva il cuore!

Riuscii, non so come, a trattenermi dal ridere.

Io non avevo mai, dico mai dovuto fare una scelta. La scuola la scelsero i miei genitori, l'educazione, cattolica ovviamente, i precettori che mi accolsero e mi educarono. Nessuna scelta quando il seminarista, dietro di me, mi impose di non parlare di quei momenti privati. E nemmeno da diplomato, quando mia madre decise per me di partecipare al concorso ”sicuro” nella burocrazia statale. Meno che mai, quando lo Stato mi assegnò le varie destinazioni. E ancora, l'essere iscritto al partito Fascista, ovviamente imposto da mio padre, quando mai mi ha dato la necessità di scegliere? Obbedire è stata l'unica opzione possibile.

La scelta non mi apparteneva, in sostanza. Ma l'opportunismo, questo sì.

Avevo capito in fretta che il vero potere non era stare al vertice, ma era celato nei meandri della burocrazia. Non era apparire, ma conoscere. Il Potere non ha volto, non ha nome, ma ha la forza di governare nell'ombra e manovrare la realtà in modo conveniente. In quel caso sarebbe bastato usare il Podestà, un vanaglorioso così poco accorto che avrebbe firmato qualunque cosa, visto che di me si fidava ciecamente. Dovevo soltanto trovare le parole, soprattutto dirle con il tono opportuno.

Altrettanto avrei dovuto fare con suor Cristina.

Mi alzai, girai attorno alla scrivania e mi sedetti su un'altra sedia, riducendo le distanze. I suoi occhi erano ancor più luminosi da così vicino e il suo profumo, o meglio, l'aroma naturale della sua pelle, aveva fatto sì che acquistassi l'audacia di farle capire come stavano realmente le cose.

In fondo il mondo funziona in modo estremamente semplice: do ut des. Da sempre.

E più è alta la posta, maggiore è il prezzo richiesto. Quindi il problema non era mio, ma suo: dipendeva da quanto era disposta a pagare per soddisfare quella sua grave richiesta, e non si trattava di vile denaro. Scacco alla regina.

Suor Cristina capì perfettamente: non era al mio cuore che doveva appellarsi.

Avvampò, scandalizzata: come mi permettevo di fare simili pensieri, simili allusioni, simili proposte, sibilò tra i denti, bianche file di perle perfette.

Io rimasi calmo. Così arrossata esaltava ancor più i tratti del viso. Era irresistibile. Non mi importava nulla che dicesse quanto avevo previsto:

«Lei è un uomo ignobile, segretario! Io, io...»

«Lei dovrà semplicemente prendere una decisione, sorella. In fondo non sono venuto io nel suo ufficio, ma lei nel mio. Non pretendo che mi dica ora cosa intende fare. Le concedo ventiquattro ore di tempo. Un giorno intero per pensarci, in cui speriamo non succeda ciò che non vorremmo: che la Gestapo faccia irruzione nella vostra villa trasformata in lazzaretto. Lei ci pensi con calma e mi faccia sapere»

Non c'era altro da dire. Suor Cristina si alzò dalla sedia , indignata, e uscì di corsa, senza nemmeno prendere la borsa con i documenti. Io rimasi seduto sulla scrivania a guardare tutto il suo furore e i suoi fianchi, malamente celati dalle vesti ecclesiastiche.

L'ebrezza del potere è una sensazione che esalta, rende audaci, riempie l'animo di una esaltazione che ha pochi eguali. Rimasi in quella posizione diversi minuti fumando tranquillamente, poi mi alzai, compiaciuto per aver evitato una scelta, piuttosto averla ribaltata sulle spalle di un'altra persona. Allora, rimisi le carte nella borsa, senza degnarle di uno sguardo.

L'albergo della stazione della cittadina di fondo valle non è un luogo romantico, ma rispondeva ai criteri che servivano: anonimo, con un portiere corruttibile che non aveva fatto una piega davanti al mio documento falso. Una generosa mancia e nella mia mano scivolò la seconda chiave della stanza in cui la signorina Marisa Tolomei, il nome secolare di suor Cristina, era arrivata un'ora prima.

Non andò esattamente come sognavo, all'inizio. L'abito non fa soltanto il monaco, ma anche la suora, evidentemente, e vederla in abiti civili rendeva il tutto meno, come dire?, intrigante.

Forse i suoi occhi esprimevano troppo apertamente il disprezzo che provava per me, forse il suo viso era troppo indurito dallo sdegno. Non saprei.

A volte si eccede nella fantasia e la realtà è meno poetica.

Do ut des, null'altro, in fin dei conti avrei dovuto saperlo.

Ma alla fine ottenni ciò che volevo e con grande soddisfazione, questo conta. Cambiò tutto quando mi volle rivelare che non era più vergine, convinta di darmi una delusione inattesa.

Soltanto quando le dissi che conoscevo perfettamente il suo passato, prima di donna sposata e giovane vedova, poi di presunta amante di un nobile di mezza tacca, fino all'arrivo in convento per sfuggire alla sorte che l'aveva segnata, abbandonò la sua arroganza.

Non riuscì a trattenere le lacrime di rabbia mentre malediva me, la polizia, il suo destino.

Perché il Signore le aveva donato la bellezza se questa non aveva fatto altro che cacciarla nei guai, da quando aveva perso il marito, l'unico uomo che avesse mai amato? Non era andata lei a cercare quel conte che la perseguitava con proposte oscene, non era lei che attirava gli sguardi lascivi degli uomini, dovunque andasse, pur vestita da religiosa, come in un incubo.

«Siete voi uomini i malati, non io» mi urlò tra le lacrime. «Solo tra i miei ragazzi, solo con loro mi sento al sicuro. Perchè loro non vedono quello che guardate voi, maledetti porci, loro vedono la mia anima» concluse.

Le porsi il fazzoletto, aspettai che si sfogasse e che si calmasse.

Lo sfogo non aveva fatto altro che renderla nuovamente desiderabile; il viso si era rilassato e il pianto aveva ridato lucentezza ai suoi occhi incantevoli.

Delle sue parole non mi importava proprio niente, anzi.

Il resto dell'incontro andò come previsto: scacco matto.

Tornai al paese prima che venisse buio.

Seduto sulla sedia, di fronte alla finestra del mio ufficio, accendo un'altra sigaretta e ammiro le montagne, incappuciate da nuvole basse. L'inverno è alle porte e sarà duro, segnato da una guerra civile che sembra essere ogni giorno più infida e cruenta. Un giorno finirà, come tutto, ma nel frattempo dovrò sopravvivere e mi dovrò muovere con sempre maggior cautela.

Questo comporterà compiere quell'atto scomodo che finora ero riuscito a evitare: fare una scelta. Più ci penso e più comprendo che, in realtà, l'ho già fatto infinite volte, anche il giorno in cui iniziò questa storia, in questo ufficio. Perché anche non scegliere mai, in fin dei conti è una decisione.

Solo che ora da me dipende il destino di parecchie persone.

E la domanda è: onorare il patto e far firmare al Podestà il lasciapassare, oppure no?

Non è una domanda banale e la risposta non è scontata.

Tutto ha conseguenze, specialmente in tempi come questi, così complicati.

Se mantenessi la parola data, la bella suora potrebbe partire, probabilmente salvare i suoi protetti e io contribuirei a fare un'opera buona. Ma, a cose fatte, potrei venire sospettato dalla Gestapo come un collaborazionista, con conseguenze molto pericolose.

Se non lo facessi, Suor Cristina si infurierebbe, tornerebbe qui, potrebbe parlare in giro di me e, se certe voci arrivassero dove non devono, io sarei di nuovo a rischio.

Ma esiste una terza possibilità e riflettendoci bene è quella che mi solletica di più.

In fin dei conti, non stiamo parlando di uomini veri, ma di una masnada di storpi e scemi, menomati nel fisico e nella mente. Quando Suor Cristina mi disse che “solo loro mi vedono in modo diverso” mi scattò dentro qualcosa, che ora mi è chiaro.

La vedono così perché sono diversi, sono esseri inferiori, paragonabili alle bestie. La loro menomazione mentale è troppo grande perché si possa recuperare. Ricordo di averli incontrati, un giorno che uscivano dalla casa per andare chissà dove. Ho provato un tale disgusto che non capisco come si possa star loro vicino, se non ci si vuole nascondere.

Che vivono a fare? Se si tratta di vita, non vale di certo la mia.

Quindi rimane solo la suora, a cui non devo nulla. Lei mi ha cercato, lei ha deciso, poteva rifiutarsi, non l'ha fatto e ora sa troppo. Decisamente troppo. E a me cosa può importare di una donna che si nasconde sotto un abito religioso, quando in realtà dovrebbe fare la puttana?

La terza opzione, quindi, è l'unica possibile e man mano che me ne rendo conto sono preso da una tale vertigine, che ne sono quasi ebbro. La vera forza del potere non è salvare la vita, di questo sono capaci molti uomini. È piuttosto dispensare la morte, che è prerogativa divina. Ecco, con questa decisione, la prima consapevole della mia vita, mi affianco a Dio e ne correggo gli errori, come il permettere di vivere a creature così insignificanti.

Scegliere, rimediare, essere un Dio! Esiste qualcosa di più esaltante?

Bene, il piano è chiaro, ormai. È tempo di agire!

Il lasciapassare fu firmato, in mezzo a molte altre carte e due giorni dopo una camionetta con suor Cristina e dodici ragazzi disabili partì diretta al confine. Pochi chilometri prima, fu fermata da un convoglio della Gestapo, il cui comandante era stato avvertito da una lettera anonima, opportunamente sgrammaticata, che si permetteva anche di suggerire una certa discrezione.

Dal volo del camion fino in fondo al burrone, un terribile incidente, non si salvò nessuno.

Nel marzo del '45, il segretario diede l'accesso ai partigiani a vari documenti riservati, di conseguenza il Podestà, dopo un processo sommario, fu fucilato.

Il segretario si iscrisse al nuovo partito cattolico, fece carriera e fu eletto in parlamento, dove ricoprì sempre ruoli minori, ma molto influenti. Prese molte decisioni di cui non si parlò mai nei giornali, si diede molto da fare per la sua vallata e incidentalmente per la sua famiglia, che divenne molto ricca.


Nel 1993, a due anni dalla sua morte, nel corso di una commovente cerimonia, gli fu intitolata una piazza del paese.

 

Bruna non lo aveva sentito uscire. Forse il rumore del frullino aveva coperto la porta che si chiudeva. Da quando suo padre non riusciva più a masticare, lei gli tritava tutto e lui, docilmente mangiava, si sbrodolava. Come un bambino. I ruoli si erano tristemente invertiti.

"Papà! Arrivo! La cena è pronta, preparati!"

Non aveva fatto caso al silenzio prolungato. Del resto tra loro i discorsi erano ridotti al minimo e a volte persino a lei mancavano le parole. "Oddio! Ho anche io la sua malattia." Pensieri fugaci che nelle notti insonni le si insinuavano nella mente e le mettevano angoscia.


"Papà? Hai preso il tovagliolo? Prendi anche un cucchiaio”.
Silenzio. Nessun mugugno. Nessun ciabattare in arrivo.

"Papà? Mi rispondi? Ci sei?"

No, non c'era. E non solo in quel momento.

Papà? Dove sei? si domandò Buna. Un veloce giro nelle stanze, il battito del cuore che accelerava, la paura che cresceva.
"Dove sei finito? Perché non rispondi?".

Silenzio: era uscito, se n'era andato, da solo.

Per un attimo Bruna si era sentita sollevata, come se un grosso peso le fosse caduto dalle spalle, l'aveva invasa un senso di libertà, finalmente libera. Poteva ricominciare a vivere,  riprendere in mano la sua esistenza che da cinque anni non le apparteneva più. Giornate tutte uguali tra medicine, odore di urina, televisione sempre accesa a volume altissimo. Sempre la stessa sequela: colazione, passeggiata, pranzo, sonnellino, cena, notte. E poi con il buio, insonnia, sogni che all'alba si infrangevano e non restava che un giorno uguale agli altri. Poteva sembrare la giornata di una mamma con il suo bambino... Se solo la sua vita avesse preso un'altra direzione!

Sarebbe bastato pensare a se stessa e dire un –Sì-.

Paolo le aveva detto:

" Bruna, io ti amo, ma non posso accettare di vivere anche con tuo padre."
"Non posso lasciarlo così. Ha bisogno di me. E' fragile, malato, solo."
"Ti capisco, ma anche noi abbiamo diritto alla nostra vita. E' sempre meno il tempo che passiamo insieme e quel poco lo trascorriamo in tre. Io con te voglio una vita normale! Voglio sposare te!"
"Non posso abbandonarlo. E' mio padre"
"Non ti ho mai chiesto di abbandonarlo, ma di trovare una soluzione per lui e per noi. Una badante, un soggiorno per anziani."
"Tutto troppo costoso"
"Ce la possiamo fare, tranquilla! Sposiamoci, Bruna, non desidero altro."
"Non posso, non ora, forse più avanti..."
"Bruna, sono dieci anni che ci conosciamo ed io voglio farmi una famiglia, ora. Non tra altri dieci anni. Adesso. Scegli, o me o lui."


Bruna ricorda il sudore freddo che le scese lungo la schiena a quelle parole, il tremore delle gambe, il nodo in gola. Lei amava Paolo, ma la scelta era difficile e dolorosa, e lui non avrebbe dovuto domandarle di scegliere.

Paolo se n'era andato, e lei non aveva che suo padre, o meglio, ciò che restava di quel bell'uomo, alto, brizzolato, sorridente che ora era solo un fragile involucro che la vita aveva curvato e svuotato.a volte a Bruna capitava di guardarlo e di non riconoscere in lui niente del suo papà che ricordava, di quando la faceva ballare nei balli a palchetto e il suo sguardo era pieno di orgoglio per quella figlia. Di quando l'accompagnava a scuola, aspettando che entrasse in classe per salutarla ancora una volta. O di quando le aveva insegnato a guidare per le stradine di campagna.
Ricordava l'unica vacanza che avevano fatto con la Fiat 850 bianca, due giorni al mare. Lo rivedeva in macchina mentre cantava a squarciagola una canzoncina per bambini. Se lo ricordava bene, anche a distanza di anni, non poteva immaginare che diventasse così come è ora.
Sul libro della sua vita a Bruna avevano insegnato che si deve scrivere in modo ordinato, seguendo le righe, senza andare fuori dai margini, con bella calligrafia, con le "d" e le "t" dritte e i puntini sulle "i", quaderno con regole, pagine pulite e bei voti. Altrimenti? Altrimenti non era una brava bambina.

E ora? Ora Bruna sentiva che era arrivato il momento di prendere fogli colorati, senza margini né righe, usare pastelli e pennarelli, fare scarabocchi, nuvole e fiori. Nessuna regola. Solo libertà, armonia ed equilibrio. Sarebbe stata capace?

Aveva aspettato troppo. Doveva prendere in mano la sua vita. Prima, però, doveva uscire e cercare suo padre.