da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il Racconto

A chi ama scrivere un racconto, può capitare che gli sembri che le idee che gli affollano la mente siano persino troppe.

Occorre raccoglierle, dare loro ordine e selezionarle in modo che realtà e finzione, una parola dopo l’altra acquisiscano nuova vita per prendere la forma di un RACCONTO.

Il racconto è la forma letteraria che meglio consente allo scrittore di esprimere la propria creatività e di trasmettere al lettore il frutto della sua fantasia.

Si può anche raccontare di se stessi però tenendo sempre presente che occorre mettersi dalla parte di chi leggerà, del quale occorre catturare l’attenzione prima, l’interesse dopo.

Noi accompagneremo le parole dei nostri scrittori verso lettori interessati e attenti.

La tecnica dello scrivere bene si impara, ma lo scrittore deve anche tener presente che per imparare a confrontarsi è necessario leggere quel che altri hanno scritto. 

Tutte le opere da noi pubblicate rimarranno sempre consultabili e rileggibili nell’ARCHIVIO.

Certo parecchi di voi avranno pronti più elaborati e continueranno a scrivere. Mandateceli pure tutti, ma uno per volta, a meno che siano molto brevi onde consentirci di prenderli in esame con la massima attenzione e darvene conto. 

I manoscritti dovranno essere inviati come allegato via mail agli indirizzi indicati nel sito.

 

                                                                                                                            Vera Vasques

 

Per paura di arrivare in ritardo, ho fatto la strada di corsa, ma adesso, nel vedere la chiesa vuota, mi rendo conto che ho esagerato. Del resto, la sposa si fa sempre attendere. E' la tradizione. Ma per che motivo? Verrà? Non verrà? Certo che verrà e sarà bellissima.

   Solo, nel silenzio e nella penombra della chiesa, mi siedo al fondo della navata. E' arrivata la fioraia e addobba i banchi, l'altare, mettendo anche un bouquet di fiori bianchi e gialli ai piedi di quel Cristo che dall'alto della sua croce mi guarda benevolo: sa cosa provo. Anche lui ha amato di un amore vero, sincero e sofferto fino alla fine. Le sue braccia, come le mie, si sono strette attorno ad un corpo; le sue mani, come le mie, hanno accarezzato, sfiorato, guarito. Lui ha perdonato. Io no.

   L'urlo silenzioso di un dolore forte mi fa sprofondare. Buio, tutto si annebbia. Poi il giallo delle gerbere diventa un'esplosione di luce davanti ai miei occhi e torno a respirare. Lentamente, come quando i nostri ansiti si calmavano e il cuore riprendeva il battito normale. Ci allontanavamo un po' per osservare i corpi sudati, frementi, tatuati da baci insaziabili. Ti portavo dentro di me anche quando ci separavamo, in mezzo alla gente, nella solitudine della mia stanza, sul lavoro... Ovunque. Con te la mia esistenza aveva un senso, un colore, un respiro. Eri vita per me.

   Dalla cappellina entrano i ragazzi del coro, accordano gli strumenti, provano qualche attacco. Approfitto dello scompiglio per spostarmi ancora più verso il fondo. Non voglio essere visto né compatito.

   "Vorrei ancora cercarti all'aurora e chiamarti fino al tramonto", dice la canzone, ma davanti a me solo notti insonni e interminabili. Non posso più volare con te "su ali d'aquila nei nostri cieli limpidi"; riesco solo a trascinarmi nella polvere di sentieri senza meta. Eri la mia stella polare ed ora ti ho persa per sempre.

   Arrivano i primi invitati. Entra lo sposo con la madre. Foto. Sorrisi. Auguri. Manca poco al tuo arrivo. Sussurri. Poi silenzio. Un grande applauso e parte la marcia nuziale.

   Tu entri, in una nuvola di tulle, ad illuminare la chiesa con il tuo sorriso.

Io esco dalla tua vita, dileguandomi come un ladro dalla porta laterale.

Avrebbe potuto essere una vita del tutto diversa, e forse anche migliore. Da diversi giorni Francesco, un uomo di cinquantotto anni, è tormentato da questo pensiero. Ha tra le mani una fotografia, scruta l'immagine a lungo, poi distoglie lo sguardo, chiude gli occhi, poi riguarda… Più la osserva e più rivolge a se stesso una domanda, pur sapendo che non c'è risposta: " Come sarebbe stata la mia vita se avessi vissuto con lei?"
Tutto ha avuto inizio il sabato precedente, subito dopo pranzo, quando ha deciso di scendere in cantina per fare ordine. In verità continuava a rinviare quella cosa da parecchio tempo, erano mesi che anche sua moglie glielo ripeteva, e dai e ridai infine si era deciso. Quel sabato alzandosi da tavola aveva preso la chiave della cantina ed era andato giù.  Al momento di uscire, affacciandosi alla porta della cucina, aveva detto alla moglie:
 - Laura, scendo di sotto a sistemare la cantina.
- Era ora, - ha risposto lei. E lui di rimando: - Quando finisci di riordinare scendi anche tu. Sicuramente ci sono cose da vedere insieme.
Era quasi un anno che non ci metteva piede, entrando ha sentito una stretta al cuore; perché vedere il disordine delle tante cose cui è legato, gli fa male. Questa volta però ha deciso di darci dentro, di sistemare tutto per bene. Si guarda attorno e sceglie di iniziare dalla libreria addossata alla parete, piena di riviste e vecchi libri buttati là alla rinfusa, suoi e di Laura, ma anche dei figli. Loro adesso sono grandi e vivono lontani da casa, in cantina hanno lasciato i libri dell'adolescenza e chissà…forse non verranno mai a riprenderseli, pensa. Con pazienza comincia a vuotarla, a spolverare i testi e a risistemarli seguendo una logica di appartenenza: in un ripiano i suoi, nell'altro quelli di Laura, più sotto quelli di Andrea e più sotto ancora quelli di Marco. Ogni tanto si ferma. Rigira tra le mani un libro che per qualche motivo fa riaffiorare dei ricordi: il manuale dell'ingegnere usato nei primi anni di università, una grammatica di spagnolo di Laura, un atlante geografico di Andrea quand'era alle scuole medie. In un angolo nota un cofanetto in radica, piccolo, di quelli che conservano le carte da gioco. Ricorda di averlo avuto in regalo da qualcuno, quand'era ragazzo, ma di averlo sempre utilizzato per metterci altre cose.
Ricorda in particolare di aver custodito lì varie decine di monete antiche, quando gli era venuta la passione per la numismatica. Passione che col tempo s’era affievolita sino a dissolversi. Di cosa ci sia adesso non ha idea, perciò lo prende e lo apre. Nel fondo ci sono alcune sue vecchie fotografie, anch'esse dimenticate, ma la cosa che più lo sorprende è un piccolo cilindro in plastica nera contenente un rullino fotografico che evidentemente non è mai stato sviluppato. C’è attaccato un adesivo dove c'è scritto: febbraio 1971.  Francesco si ferma un attimo a riflettere, non ricorda nulla di quel rullino, eppure la calligrafia sull'adesivo è la sua. Ricorda solo che in quegli anni faceva molte fotografie perché suo padre, al rientro da un viaggio in Germania, gli aveva regalato una piccola reflex tedesca. Ricorda anche che quello era stato l'anno della sua maturità liceale. Dopo questi pensieri infila il rullino in tasca ripromettendosi di portarlo a sviluppare, e riprende il lavoro. Decide di non parlarne con Laura, prima vuole vedere cosa contiene, anche perché nel settantadue ancora non si conoscevano. E quel sabato mattina, tra le altre commissioni, non dimentica di passare nel negozio per ritirare le foto. La settimana precedente, quando l'aveva portato, aveva detto al fotografo che si trattava di una vecchia pellicola di quarant’anni prima dimenticata in cantina, e magari danneggiata dal tempo. Invece, con sua grande sorpresa, il negoziante ora gli dice che è stato possibile stampare tutti gli scatti e anzi gli fa i complimenti per la qualità delle ventiquattro foto in bianco e nero! Hanno un fascino particolare, gli dice, diverso dalle attuali foto digitali a colori. Francesco, lì in negozio, dà una scorsa veloce e via via che le osserva si sente assalire dall'emozione perché nella sua mente è riemersa nitida l'immagine di una giornata particolare: lui che con la reflex fotografa uno per uno tutti i compagni di classe, ciascuno a mezzo busto, ciascuno che regge un cartoncino con su scritto il proprio nome e cognome.
Salutato il fotografo esce di fretta e si infila in un caffè a poche decine di metri dal negozio, andando a sistemarsi in un tavolino un po’ appartato. Preso da una certa impazienza esamina lentamente quei giovani volti, i suoi compagni e compagne dell'ultimo anno di scuola. A ogni immagine sente una scossa. Rivedere quei volti gli provoca sia piacere che nostalgia. Nota che in tutte le pose c'è il sorriso; alcuni, e alcune, ridono proprio, nella tipica bella risata amicante tra compagni di scuola. A rivederle ricorda bene le facce di ognuno ma di alcuni non ricorda i nomi, e fortuna che ora può leggerli nel cartoncino che ciascuno tiene in mano.
L'ultima delle foto lo fa quasi sobbalzare: è quella di Sofia Bracco, e istantaneamente sente un tuffo al cuore. Sofia, la prima della classe, la compagna sempre perfetta in tutto e della quale si era da subito innamorato, ma che, per timidezza e per soggezione, aveva considerato irraggiungibile. Sofia, dal portamento signorile, dal passo leggero, dallo sguardo vagamente lontano e sognante. Sofia, così alta e snella, le mani lunghe e sottili, il tono della voce buono come il pane…Era stata nella sua classe solo quell'anno, provenendo dal liceo di un'altra città, dopo il trasferimento del padre che ricordava essere un Prefetto. Nella fotografia ha un'espressione intensa, lo sguardo diretto, un leggero sorriso familiare. Quel giorno indossava una maglia sottile, nera, col collo da ciclista. I capelli castani, lisci, erano lunghi e raccolti a formare una piccola coda. Francesco seduto lì al caffè non può fare a meno di domandarsi che cosa ne sia stato di lei dopo un tempo così lungo…
A partire da quel sabato mattina pensa a lei, e continua a ripetersi se avrebbe senso rincontrarla. E, anche volendo: come avrebbe potuto fare per rintracciarla? E lei che reazione avrebbe potuto avere? Col tempo si cambia: in meglio, in peggio, chi lo sa…
Non ne ha parlato con sua moglie perché pensa che porsi queste domande per una vecchia compagna di scuola sia un po' ridicolo. A lei ha solo mostrato tutte le fotografie della classe senza fare cenno a quella particolare compagna, a Sofia della quale allora s’era preso una bella cotta. Tra sé e sé ripete che ora, in effetti, non ne è più innamorato, perché il tempo e i fatti della vita hanno una tale forza che riescono a cancellare quasi tutto ciò che è stato, e soprattutto i sentimenti dell'adolescenza. Oggi sente di amare Laura ma, nonostante tutto, non sa frenare la propria curiosità e decide di fare qualche tentativo per rintracciare Sofia. Farà in modo che l'incontro sembri casuale e si limiterà ad una chiacchierata.
Inizia dall'elenco telefonico: di Bracco a quei tempi c'era solo la famiglia di Sofia. Ma ora purtroppo nell’elenco non risulta alcun abbonato con quel cognome. Ricordando il condominio dove lei abitava da ragazza decide di fare un secondo tentativo: andare lì e vedere sui campanelli. Posteggia l'auto in una strada laterale e sale a piedi lungo il viale alberato. Ecco, lo ricorda, era un palazzo d'epoca, imponente, rientrato rispetto al viale, con davanti una fontanella d'acqua corrente attorniata da piante acquatiche, e a qualche metro due panchine in pietra sotto un grande pino. Sale i gradini dell'ingresso, il portone è socchiuso, dà uno sguardo all'interno, alla scala liberty che sale a spirale ai piani superiori. C'è silenzio, controlla: nessuno dei campanelli riporta il nome Bracco. Si guarda attorno, non c'è nessuno, e allora decide di aspettare qualche minuto e siede nei pressi della fontana. Poco dopo una vecchia signora sta rientrando con le buste della spesa. Francesco gli si fa incontro e le chiede se ha conosciuto la famiglia Bracco. Lui tanti anni prima era amico di Sofia, le dice, e vorrebbe sapere dove siano andati a vivere adesso. Certo, dice la signora, li conosceva bene, abitavano due piani sopra casa sua ed era una famiglia tanto a modo. Il dottor Bracco, il Prefetto, era morto oramai da molti anni, e la signora Tecla, la madre di Sofia, dopo questo fatto aveva lasciato l'appartamento diventato troppo grande per lei ed era tornata a vivere da una sorella, a Siena, perché loro erano di là. Quanto a Sofia, saranno passati una trentina d’anni, si era sposata ed era andata ad abitare in un altro quartiere, ma non sapeva esattamente dove. Ciò che sapeva, dice la signora, era che Sofia era entrata in magistratura e che perciò lavorava nel palazzo giustizia. Era tanto che non s'era più vista ma era venuta a sapere che aveva due figli e che anche il marito era magistrato. Francesco, confortato dalle cose apprese, ringrazia la signora e fa rientro a casa. Ora sa dove può riuscire a incontrarla, ma certo non sarà facile. Lui farà qualche tentativo, in fondo vede bene l'eventualità di poterla osservare a distanza, magari in un'aula del tribunale durante un’udienza.
Per alcune mattine percorre gli anditi affollati del palazzo di giustizia e, una per una, si affaccia nelle diverse aule dove sono in corso delle udienze. Dal fondo dell'aula osserva con attenzione i magistrati presenti. Ma niente. Nessuna donna che anche lontanamente possa ricordargli Sofia.
Il secondo giorno Francesco, un po’ scoraggiato, sta uscendo dal palazzo e scende lungo la gradinata che porta alla piazza. Vede venirgli incontro una signora che un po’ a fatica sale i gradini. Ha un tuffo al cuore, gli sembra lei, si sposta per non incrociarla e la osserva, così, discosto e in parte coperto da altre persone. Ha molti dubbi. Dubbi che svaniscono non appena sente che la signora chiede a una guardia giurata che sosta nell'ingresso, dove sia un certo ufficio. No, dice a sé stesso, non può essere Sofia. Ma il fatto gli fa balenare l'idea di rivolgersi anche lui a quella guardia. Si accosta e senza indugiare gli chiede in quale ufficio può parlare con la dottoressa Bracco. Questi consulta un elenco e gli dice che la dottoressa è la responsabile dell'Archivio Sentenze, al sottopiano. Lui va di sotto e mentre scende le due rampe di scale sente aumentare i battiti del cuore e gli vien da pensare che provava questa sensazione anche quando, tra i banchi del liceo, gli capitava di accostarsi a lei: il cuore impazziva e lui diventava tutto rosso…
L'Archivio Sentenze è aperto. Attraverso un ampio ingresso si accede a un salone occupato in gran parte da alte scaffalature cariche di centinaia di faldoni. Sulla sinistra c'è un bancone con due impiegate addette al servizio, sulla destra, c'è un'altra porta e una targa dove è scritto: Direzione Archivio Sentenze - dott.ssa S. Bracco.  C'è un via vai di persone: avvocati, cancellieri, privati cittadini. Francesco si avvicina all'ingresso dell'ufficio e, fingendo di leggere un manifesto affisso sulla parete, cerca di sbirciare dentro la stanza. E la vede. È seduta dietro un'ampia scrivania stracolma di carte. La prima cosa che lo colpisce è l'espressione del viso della compagna: vede una faccia stanca, annoiata. Lo sguardo, che ricordava molto espressivo, ora è spento. Ha anche un'aria trasandata, nota il collo flaccido e rugoso, il doppio mento, i capelli radi e senza forma, le spalle curve. Francesco esce nel corridoio, si appoggia alla parete di fianco all'ingresso e fa un lungo respiro. Deve essere molto pallido perché un signore che gli passa accanto lo guarda e gli chiede se sta male. Lui risponde di no e si allontana verso le scale. Certo, pur essendosi preparato, non si aspettava quella visione. E adesso? Cosa voglio fare adesso? Comincia a chiedersi. Ma è molto scosso, non sa proprio come comportarsi… Indugia sulle scale poi decide di rientrare a casa. Tornerà uno dei prossimi giorni, oggi di salutarla non ha proprio il coraggio.
E ci torna, tre giorni dopo, con in tasca la vecchia fotografia e deciso almeno a scambiare con lei un saluto. Ma mentre è lì, nei pressi dell'ingresso, assiste a una scena che lo fa desistere per la seconda volta: Sofia si sta alzando dalla scrivania per avvicinarsi a un impiegato che le sta parlando, e nel procedere zoppica, e rispondendo a quel collega la sua voce è ben diversa da come Francesco la ricordava: una voce dolce e buona che ora invece è assai flebile eppure stridula. Assistendo a questa scena Francesco ha un moto di sconforto e istintivamente cerca un’uscita d’emergenza… Volta le spalle e va via, non ce la fa ad affrontarla e lì per lì decide di lasciar perdere, preferisce conservare il ricordo di Sofia così come appare nella fotografia di quarant’anni prima. Rientra a casa più che mai convinto che passato un certo tempo non ha senso rivedere vecchi compagni di scuola.

Passa qualche giorno, è sera, Francesco sta per mettersi a tavola per la cena.
Squilla il telefono, va a rispondere e dall'altra parte del filo una voce flebile eppure un po’ stridula lo saluta: - Ciao Francesco, sono Sofia Bracco…
Segue un lungo e imbarazzato silenzio.
Poi lui prende coraggio e risponde: - Sofia, che sorpresa! Quanto tempo…Come stai?
E lei: - Sai ti ho visto l'altro giorno, fuori dal mio ufficio…Mi sto chiedendo come mai non sei entrato a salutarmi…
Lui non sa come rispondere… poi replica: - Beh, non ci sono riuscito. E tu perché non ti sei avvicinata?
Segue un altro lungo silenzio. Ognuno nella cornetta sente il respiro dell'altro, ognuno aspetta, ciascuno vorrebbe dire tante cose ma quarant’anni sono un macigno, il tempo pesa sugli uomini, sui loro sentimenti, fino ad annullarli, a schiacciarli.
Poi Sofia risponde: - Sai quando ti ho visto sono rimasta come fulminata. Cioè ti ho riconosciuto, nonostante i tanti anni trascorsi, ma allo stesso tempo mi sei sembrata un'altra persona. Devo essere sincera: mi ha colpito la tua espressione, diversa da come ti ricordavo, mi è sembrata piuttosto spenta, e lo sguardo, anche, un po’ perso…E poi ho notato i capelli grigi e radi, il doppio mento, lo stomaco prominente e tutta la figura ingrassata. Nella mia mente sei sempre rimasto a come eri ai tempi del liceo, anche perché ti devo confessare che allora mi ero un po’ innamorata di te…E quando capitava di sfiorarti mi veniva la tremarella. Scusami ma l'altro giorno non ho avuto il coraggio di reagire alla sorpresa…E tu, perché non ci sei riuscito?
Francesco è quasi impietrito. Quello che Sofia gli ha appena detto è esattamente la sua stessa motivazione, e con un nodo in gola glielo dice: - Non ce l'ho fatta ad avvicinarmi per le tue stesse ragioni. Ti ho visto tanto cambiata rispetto a come ti ricordavo e non me la sono sentita…Sofia, anch'io ai tempi del liceo ero innamorato di te…E non ce lo siamo mai detti…Ma adesso che senso avrebbe…
Francesco si ferma, non ne è sicuro ma gli sembra che Sofia stia sospirando, e aspetta.
Poi è lei che a fatica e con voce tremante riprende a parlare: - Hai ragione, adesso che senso avrebbe…Potrei chiederti come è stata la tua vita in tutti questi anni; e tu potresti chiedermi altrettanto. Potremmo domandarci come sarebbe stata la nostra vita se avessimo deciso di stare insieme, da innamorati. Ma a questo punto è meglio che non ci diciamo niente. Non servirebbe. È preferibile che ciascuno di noi conservi dell'altro l'immagine di allora. Sei d'accordo?
Ora anche Francesco ha gli occhi lucidi. Ha ascoltato le parole di Sofia e si è commosso. E le risponde: - Sì, sono d'accordo. È molto meglio conservare il ricordo di allora perché sia tu che io ci siamo innamorati quando eravamo diversissimi da oggi. Addio Sofia Bracco, ti auguro tanta felicità.  
E anche Sofia prima di riattaccare, con voce ancora emozionata, aggiunge:
- Addio. Buona fortuna a te, Francesco Todini.
Lui posa la cornetta, entra nello studio, estrae dal cassetto il piccolo album dove ha riposto le ventiquattro fotografie, riprende la vecchia foto della compagna amata e sul retro scrive: - Scattata nel febbraio 1971, quando ne ero innamorato.
E sotto aggiunge: aprile 2016. Dopo esserci visti di sfuggita, ci siamo sentiti per telefono. Ho saputo oggi che anche lei quarantacinque anni fa era innamorata di me… Ci siamo emozionati, e poi ci siamo scambiati un addio.  La vita è anche questo. -

Avrebbe potuto essere una vita del tutto diversa, e forse anche migliore. Da diversi giorni Francesco, un uomo di cinquantotto anni, è tormentato da questo pensiero. Ha tra le mani una fotografia, scruta l'immagine a lungo, poi distoglie lo sguardo, chiude gli occhi, poi riguarda… Più la osserva e più rivolge a se stesso una domanda, pur sapendo che non c'è risposta: " Come sarebbe stata la mia vita se avessi vissuto con lei?"
Tutto ha avuto inizio il sabato precedente, subito dopo pranzo, quando ha deciso di scendere in cantina per fare ordine. In verità continuava a rinviare quella cosa da parecchio tempo, erano mesi che anche sua moglie glielo ripeteva, e dai e ridai infine si era deciso. Quel sabato alzandosi da tavola aveva preso la chiave della cantina ed era andato giù.  Al momento di uscire, affacciandosi alla porta della cucina, aveva detto alla moglie:
 - Laura, scendo di sotto a sistemare la cantina.
- Era ora, - ha risposto lei. E lui di rimando: - Quando finisci di riordinare scendi anche tu. Sicuramente ci sono cose da vedere insieme.
Era quasi un anno che non ci metteva piede, entrando ha sentito una stretta al cuore; perché vedere il disordine delle tante cose cui è legato, gli fa male. Questa volta però ha deciso di darci dentro, di sistemare tutto per bene. Si guarda attorno e sceglie di iniziare dalla libreria addossata alla parete, piena di riviste e vecchi libri buttati là alla rinfusa, suoi e di Laura, ma anche dei figli. Loro adesso sono grandi e vivono lontani da casa, in cantina hanno lasciato i libri dell'adolescenza e chissà…forse non verranno mai a riprenderseli, pensa. Con pazienza comincia a vuotarla, a spolverare i testi e a risistemarli seguendo una logica di appartenenza: in un ripiano i suoi, nell'altro quelli di Laura, più sotto quelli di Andrea e più sotto ancora quelli di Marco. Ogni tanto si ferma. Rigira tra le mani un libro che per qualche motivo fa riaffiorare dei ricordi: il manuale dell'ingegnere usato nei primi anni di università, una grammatica di spagnolo di Laura, un atlante geografico di Andrea quand'era alle scuole medie. In un angolo nota un cofanetto in radica, piccolo, di quelli che conservano le carte da gioco. Ricorda di averlo avuto in regalo da qualcuno, quand'era ragazzo, ma di averlo sempre utilizzato per metterci altre cose.
Ricorda in particolare di aver custodito lì varie decine di monete antiche, quando gli era venuta la passione per la numismatica. Passione che col tempo s’era affievolita sino a dissolversi. Di cosa ci sia adesso non ha idea, perciò lo prende e lo apre. Nel fondo ci sono alcune sue vecchie fotografie, anch'esse dimenticate, ma la cosa che più lo sorprende è un piccolo cilindro in plastica nera contenente un rullino fotografico che evidentemente non è mai stato sviluppato. C’è attaccato un adesivo dove c'è scritto: febbraio 1971.  Francesco si ferma un attimo a riflettere, non ricorda nulla di quel rullino, eppure la calligrafia sull'adesivo è la sua. Ricorda solo che in quegli anni faceva molte fotografie perché suo padre, al rientro da un viaggio in Germania, gli aveva regalato una piccola reflex tedesca. Ricorda anche che quello era stato l'anno della sua maturità liceale. Dopo questi pensieri infila il rullino in tasca ripromettendosi di portarlo a sviluppare, e riprende il lavoro. Decide di non parlarne con Laura, prima vuole vedere cosa contiene, anche perché nel settantadue ancora non si conoscevano. E quel sabato mattina, tra le altre commissioni, non dimentica di passare nel negozio per ritirare le foto. La settimana precedente, quando l'aveva portato, aveva detto al fotografo che si trattava di una vecchia pellicola di quarant’anni prima dimenticata in cantina, e magari danneggiata dal tempo. Invece, con sua grande sorpresa, il negoziante ora gli dice che è stato possibile stampare tutti gli scatti e anzi gli fa i complimenti per la qualità delle ventiquattro foto in bianco e nero! Hanno un fascino particolare, gli dice, diverso dalle attuali foto digitali a colori. Francesco, lì in negozio, dà una scorsa veloce e via via che le osserva si sente assalire dall'emozione perché nella sua mente è riemersa nitida l'immagine di una giornata particolare: lui che con la reflex fotografa uno per uno tutti i compagni di classe, ciascuno a mezzo busto, ciascuno che regge un cartoncino con su scritto il proprio nome e cognome.
Salutato il fotografo esce di fretta e si infila in un caffè a poche decine di metri dal negozio, andando a sistemarsi in un tavolino un po’ appartato. Preso da una certa impazienza esamina lentamente quei giovani volti, i suoi compagni e compagne dell'ultimo anno di scuola. A ogni immagine sente una scossa. Rivedere quei volti gli provoca sia piacere che nostalgia. Nota che in tutte le pose c'è il sorriso; alcuni, e alcune, ridono proprio, nella tipica bella risata amicante tra compagni di scuola. A rivederle ricorda bene le facce di ognuno ma di alcuni non ricorda i nomi, e fortuna che ora può leggerli nel cartoncino che ciascuno tiene in mano.
L'ultima delle foto lo fa quasi sobbalzare: è quella di Sofia Bracco, e istantaneamente sente un tuffo al cuore. Sofia, la prima della classe, la compagna sempre perfetta in tutto e della quale si era da subito innamorato, ma che, per timidezza e per soggezione, aveva considerato irraggiungibile. Sofia, dal portamento signorile, dal passo leggero, dallo sguardo vagamente lontano e sognante. Sofia, così alta e snella, le mani lunghe e sottili, il tono della voce buono come il pane…Era stata nella sua classe solo quell'anno, provenendo dal liceo di un'altra città, dopo il trasferimento del padre che ricordava essere un Prefetto. Nella fotografia ha un'espressione intensa, lo sguardo diretto, un leggero sorriso familiare. Quel giorno indossava una maglia sottile, nera, col collo da ciclista. I capelli castani, lisci, erano lunghi e raccolti a formare una piccola coda. Francesco seduto lì al caffè non può fare a meno di domandarsi che cosa ne sia stato di lei dopo un tempo così lungo…
A partire da quel sabato mattina pensa a lei, e continua a ripetersi se avrebbe senso rincontrarla. E, anche volendo: come avrebbe potuto fare per rintracciarla? E lei che reazione avrebbe potuto avere? Col tempo si cambia: in meglio, in peggio, chi lo sa…
Non ne ha parlato con sua moglie perché pensa che porsi queste domande per una vecchia compagna di scuola sia un po' ridicolo. A lei ha solo mostrato tutte le fotografie della classe senza fare cenno a quella particolare compagna, a Sofia della quale allora s’era preso una bella cotta. Tra sé e sé ripete che ora, in effetti, non ne è più innamorato, perché il tempo e i fatti della vita hanno una tale forza che riescono a cancellare quasi tutto ciò che è stato, e soprattutto i sentimenti dell'adolescenza. Oggi sente di amare Laura ma, nonostante tutto, non sa frenare la propria curiosità e decide di fare qualche tentativo per rintracciare Sofia. Farà in modo che l'incontro sembri casuale e si limiterà ad una chiacchierata.
Inizia dall'elenco telefonico: di Bracco a quei tempi c'era solo la famiglia di Sofia. Ma ora purtroppo nell’elenco non risulta alcun abbonato con quel cognome. Ricordando il condominio dove lei abitava da ragazza decide di fare un secondo tentativo: andare lì e vedere sui campanelli. Posteggia l'auto in una strada laterale e sale a piedi lungo il viale alberato. Ecco, lo ricorda, era un palazzo d'epoca, imponente, rientrato rispetto al viale, con davanti una fontanella d'acqua corrente attorniata da piante acquatiche, e a qualche metro due panchine in pietra sotto un grande pino. Sale i gradini dell'ingresso, il portone è socchiuso, dà uno sguardo all'interno, alla scala liberty che sale a spirale ai piani superiori. C'è silenzio, controlla: nessuno dei campanelli riporta il nome Bracco. Si guarda attorno, non c'è nessuno, e allora decide di aspettare qualche minuto e siede nei pressi della fontana. Poco dopo una vecchia signora sta rientrando con le buste della spesa. Francesco gli si fa incontro e le chiede se ha conosciuto la famiglia Bracco. Lui tanti anni prima era amico di Sofia, le dice, e vorrebbe sapere dove siano andati a vivere adesso. Certo, dice la signora, li conosceva bene, abitavano due piani sopra casa sua ed era una famiglia tanto a modo. Il dottor Bracco, il Prefetto, era morto oramai da molti anni, e la signora Tecla, la madre di Sofia, dopo questo fatto aveva lasciato l'appartamento diventato troppo grande per lei ed era tornata a vivere da una sorella, a Siena, perché loro erano di là. Quanto a Sofia, saranno passati una trentina d’anni, si era sposata ed era andata ad abitare in un altro quartiere, ma non sapeva esattamente dove. Ciò che sapeva, dice la signora, era che Sofia era entrata in magistratura e che perciò lavorava nel palazzo giustizia. Era tanto che non s'era più vista ma era venuta a sapere che aveva due figli e che anche il marito era magistrato. Francesco, confortato dalle cose apprese, ringrazia la signora e fa rientro a casa. Ora sa dove può riuscire a incontrarla, ma certo non sarà facile. Lui farà qualche tentativo, in fondo vede bene l'eventualità di poterla osservare a distanza, magari in un'aula del tribunale durante un’udienza.
Per alcune mattine percorre gli anditi affollati del palazzo di giustizia e, una per una, si affaccia nelle diverse aule dove sono in corso delle udienze. Dal fondo dell'aula osserva con attenzione i magistrati presenti. Ma niente. Nessuna donna che anche lontanamente possa ricordargli Sofia.
Il secondo giorno Francesco, un po’ scoraggiato, sta uscendo dal palazzo e scende lungo la gradinata che porta alla piazza. Vede venirgli incontro una signora che un po’ a fatica sale i gradini. Ha un tuffo al cuore, gli sembra lei, si sposta per non incrociarla e la osserva, così, discosto e in parte coperto da altre persone. Ha molti dubbi. Dubbi che svaniscono non appena sente che la signora chiede a una guardia giurata che sosta nell'ingresso, dove sia un certo ufficio. No, dice a sé stesso, non può essere Sofia. Ma il fatto gli fa balenare l'idea di rivolgersi anche lui a quella guardia. Si accosta e senza indugiare gli chiede in quale ufficio può parlare con la dottoressa Bracco. Questi consulta un elenco e gli dice che la dottoressa è la responsabile dell'Archivio Sentenze, al sottopiano. Lui va di sotto e mentre scende le due rampe di scale sente aumentare i battiti del cuore e gli vien da pensare che provava questa sensazione anche quando, tra i banchi del liceo, gli capitava di accostarsi a lei: il cuore impazziva e lui diventava tutto rosso…
L'Archivio Sentenze è aperto. Attraverso un ampio ingresso si accede a un salone occupato in gran parte da alte scaffalature cariche di centinaia di faldoni. Sulla sinistra c'è un bancone con due impiegate addette al servizio, sulla destra, c'è un'altra porta e una targa dove è scritto: Direzione Archivio Sentenze - dott.ssa S. Bracco.  C'è un via vai di persone: avvocati, cancellieri, privati cittadini. Francesco si avvicina all'ingresso dell'ufficio e, fingendo di leggere un manifesto affisso sulla parete, cerca di sbirciare dentro la stanza. E la vede. È seduta dietro un'ampia scrivania stracolma di carte. La prima cosa che lo colpisce è l'espressione del viso della compagna: vede una faccia stanca, annoiata. Lo sguardo, che ricordava molto espressivo, ora è spento. Ha anche un'aria trasandata, nota il collo flaccido e rugoso, il doppio mento, i capelli radi e senza forma, le spalle curve. Francesco esce nel corridoio, si appoggia alla parete di fianco all'ingresso e fa un lungo respiro. Deve essere molto pallido perché un signore che gli passa accanto lo guarda e gli chiede se sta male. Lui risponde di no e si allontana verso le scale. Certo, pur essendosi preparato, non si aspettava quella visione. E adesso? Cosa voglio fare adesso? Comincia a chiedersi. Ma è molto scosso, non sa proprio come comportarsi… Indugia sulle scale poi decide di rientrare a casa. Tornerà uno dei prossimi giorni, oggi di salutarla non ha proprio il coraggio.
E ci torna, tre giorni dopo, con in tasca la vecchia fotografia e deciso almeno a scambiare con lei un saluto. Ma mentre è lì, nei pressi dell'ingresso, assiste a una scena che lo fa desistere per la seconda volta: Sofia si sta alzando dalla scrivania per avvicinarsi a un impiegato che le sta parlando, e nel procedere zoppica, e rispondendo a quel collega la sua voce è ben diversa da come Francesco la ricordava: una voce dolce e buona che ora invece è assai flebile eppure stridula. Assistendo a questa scena Francesco ha un moto di sconforto e istintivamente cerca un’uscita d’emergenza… Volta le spalle e va via, non ce la fa ad affrontarla e lì per lì decide di lasciar perdere, preferisce conservare il ricordo di Sofia così come appare nella fotografia di quarant’anni prima. Rientra a casa più che mai convinto che passato un certo tempo non ha senso rivedere vecchi compagni di scuola.

Passa qualche giorno, è sera, Francesco sta per mettersi a tavola per la cena.
Squilla il telefono, va a rispondere e dall'altra parte del filo una voce flebile eppure un po’ stridula lo saluta: - Ciao Francesco, sono Sofia Bracco…
Segue un lungo e imbarazzato silenzio.
Poi lui prende coraggio e risponde: - Sofia, che sorpresa! Quanto tempo…Come stai?
E lei: - Sai ti ho visto l'altro giorno, fuori dal mio ufficio…Mi sto chiedendo come mai non sei entrato a salutarmi…
Lui non sa come rispondere… poi replica: - Beh, non ci sono riuscito. E tu perché non ti sei avvicinata?
Segue un altro lungo silenzio. Ognuno nella cornetta sente il respiro dell'altro, ognuno aspetta, ciascuno vorrebbe dire tante cose ma quarant’anni sono un macigno, il tempo pesa sugli uomini, sui loro sentimenti, fino ad annullarli, a schiacciarli.
Poi Sofia risponde: - Sai quando ti ho visto sono rimasta come fulminata. Cioè ti ho riconosciuto, nonostante i tanti anni trascorsi, ma allo stesso tempo mi sei sembrata un'altra persona. Devo essere sincera: mi ha colpito la tua espressione, diversa da come ti ricordavo, mi è sembrata piuttosto spenta, e lo sguardo, anche, un po’ perso…E poi ho notato i capelli grigi e radi, il doppio mento, lo stomaco prominente e tutta la figura ingrassata. Nella mia mente sei sempre rimasto a come eri ai tempi del liceo, anche perché ti devo confessare che allora mi ero un po’ innamorata di te…E quando capitava di sfiorarti mi veniva la tremarella. Scusami ma l'altro giorno non ho avuto il coraggio di reagire alla sorpresa…E tu, perché non ci sei riuscito?
Francesco è quasi impietrito. Quello che Sofia gli ha appena detto è esattamente la sua stessa motivazione, e con un nodo in gola glielo dice: - Non ce l'ho fatta ad avvicinarmi per le tue stesse ragioni. Ti ho visto tanto cambiata rispetto a come ti ricordavo e non me la sono sentita…Sofia, anch'io ai tempi del liceo ero innamorato di te…E non ce lo siamo mai detti…Ma adesso che senso avrebbe…
Francesco si ferma, non ne è sicuro ma gli sembra che Sofia stia sospirando, e aspetta.
Poi è lei che a fatica e con voce tremante riprende a parlare: - Hai ragione, adesso che senso avrebbe…Potrei chiederti come è stata la tua vita in tutti questi anni; e tu potresti chiedermi altrettanto. Potremmo domandarci come sarebbe stata la nostra vita se avessimo deciso di stare insieme, da innamorati. Ma a questo punto è meglio che non ci diciamo niente. Non servirebbe. È preferibile che ciascuno di noi conservi dell'altro l'immagine di allora. Sei d'accordo?
Ora anche Francesco ha gli occhi lucidi. Ha ascoltato le parole di Sofia e si è commosso. E le risponde: - Sì, sono d'accordo. È molto meglio conservare il ricordo di allora perché sia tu che io ci siamo innamorati quando eravamo diversissimi da oggi. Addio Sofia Bracco, ti auguro tanta felicità.  
E anche Sofia prima di riattaccare, con voce ancora emozionata, aggiunge:
- Addio. Buona fortuna a te, Francesco Todini.
Lui posa la cornetta, entra nello studio, estrae dal cassetto il piccolo album dove ha riposto le ventiquattro fotografie, riprende la vecchia foto della compagna amata e sul retro scrive: - Scattata nel febbraio 1971, quando ne ero innamorato.
E sotto aggiunge: aprile 2016. Dopo esserci visti di sfuggita, ci siamo sentiti per telefono. Ho saputo oggi che anche lei quarantacinque anni fa era innamorata di me… Ci siamo emozionati, e poi ci siamo scambiati un addio.  La vita è anche questo. -