da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il Racconto

A chi ama scrivere un racconto, può capitare che gli sembri che le idee che gli affollano la mente siano persino troppe.

Occorre raccoglierle, dare loro ordine e selezionarle in modo che realtà e finzione, una parola dopo l’altra acquisiscano nuova vita per prendere la forma di un RACCONTO.

Il racconto è la forma letteraria che meglio consente allo scrittore di esprimere la propria creatività e di trasmettere al lettore il frutto della sua fantasia.

Si può anche raccontare di se stessi però tenendo sempre presente che occorre mettersi dalla parte di chi leggerà, del quale occorre catturare l’attenzione prima, l’interesse dopo.

Noi accompagneremo le parole dei nostri scrittori verso lettori interessati e attenti.

La tecnica dello scrivere bene si impara, ma lo scrittore deve anche tener presente che per imparare a confrontarsi è necessario leggere quel che altri hanno scritto. 

Tutte le opere da noi pubblicate rimarranno sempre consultabili e rileggibili nell’ARCHIVIO.

Certo parecchi di voi avranno pronti più elaborati e continueranno a scrivere. Mandateceli pure tutti, ma uno per volta, a meno che siano molto brevi onde consentirci di prenderli in esame con la massima attenzione e darvene conto. 

I manoscritti dovranno essere inviati come allegato via mail agli indirizzi indicati nel sito.

 

                                                                                                                            Vera Vasques

 

Pioviggina, già le otto e mezza. . Fuori il prato è giallo di foglie, le ultime cadute dal melo.

Non fa freddo, non c’è la luce del giorno, tutto è sospeso in un fitto grigiore, avvolto nella nitida nebbia.

Netti i profili delle case intorno, lucide le tegole dei tetti, scure le cortecce bagnate degli alberi, più verdi gli ultimi ciuffi d’erba che resistono all’arrivo dell’ inverno.

Oggi, è una di quelle giornate buie in cui ci si aggiusta verso sera, quando si accendono le luci e questa finalmente giusta, conforta e riscalda.

Guarda di nuovo l’orologio.

Otto e trenta, in ritardo sulla tabella di marcia, in ritardo senza che nessuno

le corra dietro.

Si era già svegliata una prima volta, nemmeno le cinque, troppo presto.

La grondaia rimandava l’eco delle gocce che cadevano pesanti, un ritmo irregolare, prima tanto poi nulla.

Non era rimasta sveglia a lungo, lo aveva temuto; invece, girata sul fianco destro, lei che di solito stava sul sinistro, si era riaddormentata.

Aveva anche sognato, i sogni vividi, quelli che permangono al risveglio.

Forse era stato proprio quel sogno a trattenerla in un sonno oltre il consueto, le otto e mezza infatti.

Ma che male c’è, è festa oggi.

Lo chiamò, gli disse sono sveglia, e lui dal piano di sotto rispose ora ti porto sù il caffè.

Un vassoio, le due tazze, chissà se aveva preso i biscotti che le piacevano, i più semplici, niente creme, niente marmellata. Quattro biscotti secchi, due per ciascuno, e un buon caffè bollente sporcato di latte.

Furono l’una di fronte all’altro sul letto grande, il vassoio in mezzo, lei ancora assonnata.

- Grazie per questo buon caffè.

- Figurati …prima dormivi, mi sono affacciato e ti ho chiesto : - sei sveglia? Non mi hai risposto e allora io ho bevuto un caffè.

- Ma questo? - gli chiese lei.

Le tende alla finestra non lasciano intravvedere nulla all’esterno, la giornata grigia, la stanza ora rischiarata dalla lampada sul comodino.  

- Questo lo bevo volentieri con te - la rassicura, e lei con maggior gusto inzuppa un biscotto portandolo veloce alla bocca prima che ricada nella tazza.

Che vizio inconfessabile quello di bere il caffè a letto!

Ma a lei piace molto. E’ questa una sua cattiva, rassicurante abitudine, e vi si accomoda come in un maglione morbido, come al crepitare della legna d’inverno.

Gli aveva trasmesso il vizio, o forse lui la compiaceva soltanto.

Quelli erano i momenti in cui la sentiva più scoperta, tenera, spettinata. Oltre al caffè, un altro mezzo biscotto secco gli veniva voglia di darle il suo affetto, costante e silenzioso, e il desiderio che aveva di lei.

Riposto il vassoio ai piedi del letto, si stendevano l’uno accanto all’altra.

Aggiustavano meglio i cuscini, lei metteva il proprio a contatto con quello di lui, di poco sovrapposto; lui se ne restava supino e immobile, muto.

Lei gli si accostava di più, il viso quasi sulla sua spalla, poi si rimetteva dritta, due corpi sdraiati e paralleli, si sfioravano, non dicevano nulla assorti al rumore della pioggia.

Lui le stringeva la mano, delle piccole strette intermittenti, un po’ come l’acqua che aveva sentito cadere a tratti il mattino presto quando non erano nemmeno le cinque.

- Che brutta giornata! - gli disse.

- Già - rispose lui, e aperti gli occhi si voltò a guardarla e aggiunse - …Ma noi stiamo bene qui.

Lei gli si fece vicina, gli passò due dita prima sul petto, poi su e giù lungo il viso magro, gli zigomi sporgenti, il mento, quasi dispettosa. Si abbracciarono.

Non ci fu bisogno di richiudere le imposte; il grigiore di quella giornata e la nebbia facevano parte della stanza, entrati di soppiatto a confondere ogni cosa, un bisbiglio, un ridere complice e sommesso, un sussurro, poi il rumore di una piccola luce che si spegne.  

Il loro fu un cercarsi tenero e a tratti inquieto.

- Stiamo bene, qui così io e te - gli sorrise.

Gli sorrideva come si sorride a un amico, un’allegra confidenza, e di nuovo come le piaceva fare, gli accarezzò la spalla e il petto.    

- Sì - le rispondeva, il capo ad annuire, a rafforzare quel sì.

Ora il viso di lui su di lei, tanto vicino da non distinguerne i tratti, ripensava a quando il loro era l’amore giovanile, inesperto, furtivo, e ad altre stagioni, numerose, quando non era stato nella loro casa l’amore, ma nei luoghi dei viaggi, o dei casi cui li aveva portati la vita.

Le capitava, nell’istante che nell’afferrarla scappa, l’affacciarsi ricorrente di un’immagine, e di altri momenti, come un corpo estraneo da scostare dall’obiettivo prima dello scatto.

Ecco allora un mare particolarmente tempestoso visto un’ estate, o un paesaggio verde, il profilo dolce e ancora illuminato a giorno di una collina attraversata chissà quando.

O un uomo, a Parigi, quel signore che vedeva farsi il caffè ogni mattino nel palazzo di fronte, all’interno di una cucina in cui si distinguevano chiaramente le pareti in piastrelle bianche e blu. Avrebbe potuto sentirlo il profumo di quel caffè, e sfiorarela camicia azzurra di quello sconosciuto.

Oppure una montagna cupa e maestosa, lungo il sentiero in costa con la prima neve. Rabbrividiva e si stringeva di più a quel corpo che conosceva come il proprio, che, come ridestandosi da un buon sonno, lentamente, si staccava da lei per rimanerle accanto, a tratti assopito, sulle labbra un’ombra di sorriso.

Così restavano, tranquilli, gli occhi chiusi di lui, quelli di lei aperti, mobili, attenti.

Ancora calda di quello scambio d’amore, scorreva con lo sguardo la stanza illuminata dalla luce buia di un giorno che senza farsene accorgere, al clic di un interruttore, sarebbe scivolato nella sera.

Ecco stagliarsi nella sua mente, un’altra immagine, un nuovo ricordo.

Un paesaggio, il profilo dolce e illuminato di una collina vista chissà quando, ora come succedeva tutte le volte che si amavano, non ricordava dove.

Pioviggina, già le otto e mezza. . Fuori il prato è giallo di foglie, le ultime cadute dal melo.

Non fa freddo, non c’è la luce del giorno, tutto è sospeso in un fitto grigiore, avvolto nella nitida nebbia.

Netti i profili delle case intorno, lucide le tegole dei tetti, scure le cortecce bagnate degli alberi, più verdi gli ultimi ciuffi d’erba che resistono all’arrivo dell’ inverno.

Oggi, è una di quelle giornate buie in cui ci si aggiusta verso sera, quando si accendono le luci e questa finalmente giusta, conforta e riscalda.

Guarda di nuovo l’orologio.

Otto e trenta, in ritardo sulla tabella di marcia, in ritardo senza che nessuno

le corra dietro.

Si era già svegliata una prima volta, nemmeno le cinque, troppo presto.

La grondaia rimandava l’eco delle gocce che cadevano pesanti, un ritmo irregolare, prima tanto poi nulla.

Non era rimasta sveglia a lungo, lo aveva temuto; invece, girata sul fianco destro, lei che di solito stava sul sinistro, si era riaddormentata.

Aveva anche sognato, i sogni vividi, quelli che permangono al risveglio.

Forse era stato proprio quel sogno a trattenerla in un sonno oltre il consueto, le otto e mezza infatti.

Ma che male c’è, è festa oggi.

Lo chiamò, gli disse sono sveglia, e lui dal piano di sotto rispose ora ti porto sù il caffè.

Un vassoio, le due tazze, chissà se aveva preso i biscotti che le piacevano, i più semplici, niente creme, niente marmellata. Quattro biscotti secchi, due per ciascuno, e un buon caffè bollente sporcato di latte.

Furono l’una di fronte all’altro sul letto grande, il vassoio in mezzo, lei ancora assonnata.

- Grazie per questo buon caffè.

- Figurati …prima dormivi, mi sono affacciato e ti ho chiesto : - sei sveglia? Non mi hai risposto e allora io ho bevuto un caffè.

- Ma questo? - gli chiese lei.

Le tende alla finestra non lasciano intravvedere nulla all’esterno, la giornata grigia, la stanza ora rischiarata dalla lampada sul comodino.  

- Questo lo bevo volentieri con te - la rassicura, e lei con maggior gusto inzuppa un biscotto portandolo veloce alla bocca prima che ricada nella tazza.

Che vizio inconfessabile quello di bere il caffè a letto!

Ma a lei piace molto. E’ questa una sua cattiva, rassicurante abitudine, e vi si accomoda come in un maglione morbido, come al crepitare della legna d’inverno.

Gli aveva trasmesso il vizio, o forse lui la compiaceva soltanto.

Quelli erano i momenti in cui la sentiva più scoperta, tenera, spettinata. Oltre al caffè, un altro mezzo biscotto secco gli veniva voglia di darle il suo affetto, costante e silenzioso, e il desiderio che aveva di lei.

Riposto il vassoio ai piedi del letto, si stendevano l’uno accanto all’altra.

Aggiustavano meglio i cuscini, lei metteva il proprio a contatto con quello di lui, di poco sovrapposto; lui se ne restava supino e immobile, muto.

Lei gli si accostava di più, il viso quasi sulla sua spalla, poi si rimetteva dritta, due corpi sdraiati e paralleli, si sfioravano, non dicevano nulla assorti al rumore della pioggia.

Lui le stringeva la mano, delle piccole strette intermittenti, un po’ come l’acqua che aveva sentito cadere a tratti il mattino presto quando non erano nemmeno le cinque.

- Che brutta giornata! - gli disse.

- Già - rispose lui, e aperti gli occhi si voltò a guardarla e aggiunse - …Ma noi stiamo bene qui.

Lei gli si fece vicina, gli passò due dita prima sul petto, poi su e giù lungo il viso magro, gli zigomi sporgenti, il mento, quasi dispettosa. Si abbracciarono.

Non ci fu bisogno di richiudere le imposte; il grigiore di quella giornata e la nebbia facevano parte della stanza, entrati di soppiatto a confondere ogni cosa, un bisbiglio, un ridere complice e sommesso, un sussurro, poi il rumore di una piccola luce che si spegne.  

Il loro fu un cercarsi tenero e a tratti inquieto.

- Stiamo bene, qui così io e te - gli sorrise.

Gli sorrideva come si sorride a un amico, un’allegra confidenza, e di nuovo come le piaceva fare, gli accarezzò la spalla e il petto.    

- Sì - le rispondeva, il capo ad annuire, a rafforzare quel sì.

Ora il viso di lui su di lei, tanto vicino da non distinguerne i tratti, ripensava a quando il loro era l’amore giovanile, inesperto, furtivo, e ad altre stagioni, numerose, quando non era stato nella loro casa l’amore, ma nei luoghi dei viaggi, o dei casi cui li aveva portati la vita.

Le capitava, nell’istante che nell’afferrarla scappa, l’affacciarsi ricorrente di un’immagine, e di altri momenti, come un corpo estraneo da scostare dall’obiettivo prima dello scatto.

Ecco allora un mare particolarmente tempestoso visto un’ estate, o un paesaggio verde, il profilo dolce e ancora illuminato a giorno di una collina attraversata chissà quando.

O un uomo, a Parigi, quel signore che vedeva farsi il caffè ogni mattino nel palazzo di fronte, all’interno di una cucina in cui si distinguevano chiaramente le pareti in piastrelle bianche e blu. Avrebbe potuto sentirlo il profumo di quel caffè, e sfiorarela camicia azzurra di quello sconosciuto.

Oppure una montagna cupa e maestosa, lungo il sentiero in costa con la prima neve. Rabbrividiva e si stringeva di più a quel corpo che conosceva come il proprio, che, come ridestandosi da un buon sonno, lentamente, si staccava da lei per rimanerle accanto, a tratti assopito, sulle labbra un’ombra di sorriso.

Così restavano, tranquilli, gli occhi chiusi di lui, quelli di lei aperti, mobili, attenti.

Ancora calda di quello scambio d’amore, scorreva con lo sguardo la stanza illuminata dalla luce buia di un giorno che senza farsene accorgere, al clic di un interruttore, sarebbe scivolato nella sera.

Ecco stagliarsi nella sua mente, un’altra immagine, un nuovo ricordo.

Un paesaggio, il profilo dolce e illuminato di una collina vista chissà quando, ora come succedeva tutte le volte che si amavano, non ricordava dove.

Pioviggina, già le otto e mezza. . Fuori il prato è giallo di foglie, le ultime cadute dal melo.

Non fa freddo, non c’è la luce del giorno, tutto è sospeso in un fitto grigiore, avvolto nella nitida nebbia.

Netti i profili delle case intorno, lucide le tegole dei tetti, scure le cortecce bagnate degli alberi, più verdi gli ultimi ciuffi d’erba che resistono all’arrivo dell’ inverno.

Oggi, è una di quelle giornate buie in cui ci si aggiusta verso sera, quando si accendono le luci e questa finalmente giusta, conforta e riscalda.

Guarda di nuovo l’orologio.

Otto e trenta, in ritardo sulla tabella di marcia, in ritardo senza che nessuno

le corra dietro.

Si era già svegliata una prima volta, nemmeno le cinque, troppo presto.

La grondaia rimandava l’eco delle gocce che cadevano pesanti, un ritmo irregolare, prima tanto poi nulla.

Non era rimasta sveglia a lungo, lo aveva temuto; invece, girata sul fianco destro, lei che di solito stava sul sinistro, si era riaddormentata.

Aveva anche sognato, i sogni vividi, quelli che permangono al risveglio.

Forse era stato proprio quel sogno a trattenerla in un sonno oltre il consueto, le otto e mezza infatti.

Ma che male c’è, è festa oggi.

Lo chiamò, gli disse sono sveglia, e lui dal piano di sotto rispose ora ti porto sù il caffè.

Un vassoio, le due tazze, chissà se aveva preso i biscotti che le piacevano, i più semplici, niente creme, niente marmellata. Quattro biscotti secchi, due per ciascuno, e un buon caffè bollente sporcato di latte.

Furono l’una di fronte all’altro sul letto grande, il vassoio in mezzo, lei ancora assonnata.

- Grazie per questo buon caffè.

- Figurati …prima dormivi, mi sono affacciato e ti ho chiesto : - sei sveglia? Non mi hai risposto e allora io ho bevuto un caffè.

- Ma questo? - gli chiese lei.

Le tende alla finestra non lasciano intravvedere nulla all’esterno, la giornata grigia, la stanza ora rischiarata dalla lampada sul comodino.  

- Questo lo bevo volentieri con te - la rassicura, e lei con maggior gusto inzuppa un biscotto portandolo veloce alla bocca prima che ricada nella tazza.

Che vizio inconfessabile quello di bere il caffè a letto!

Ma a lei piace molto. E’ questa una sua cattiva, rassicurante abitudine, e vi si accomoda come in un maglione morbido, come al crepitare della legna d’inverno.

Gli aveva trasmesso il vizio, o forse lui la compiaceva soltanto.

Quelli erano i momenti in cui la sentiva più scoperta, tenera, spettinata. Oltre al caffè, un altro mezzo biscotto secco gli veniva voglia di darle il suo affetto, costante e silenzioso, e il desiderio che aveva di lei.

Riposto il vassoio ai piedi del letto, si stendevano l’uno accanto all’altra.

Aggiustavano meglio i cuscini, lei metteva il proprio a contatto con quello di lui, di poco sovrapposto; lui se ne restava supino e immobile, muto.

Lei gli si accostava di più, il viso quasi sulla sua spalla, poi si rimetteva dritta, due corpi sdraiati e paralleli, si sfioravano, non dicevano nulla assorti al rumore della pioggia.

Lui le stringeva la mano, delle piccole strette intermittenti, un po’ come l’acqua che aveva sentito cadere a tratti il mattino presto quando non erano nemmeno le cinque.

- Che brutta giornata! - gli disse.

- Già - rispose lui, e aperti gli occhi si voltò a guardarla e aggiunse - …Ma noi stiamo bene qui.

Lei gli si fece vicina, gli passò due dita prima sul petto, poi su e giù lungo il viso magro, gli zigomi sporgenti, il mento, quasi dispettosa. Si abbracciarono.

Non ci fu bisogno di richiudere le imposte; il grigiore di quella giornata e la nebbia facevano parte della stanza, entrati di soppiatto a confondere ogni cosa, un bisbiglio, un ridere complice e sommesso, un sussurro, poi il rumore di una piccola luce che si spegne.  

Il loro fu un cercarsi tenero e a tratti inquieto.

- Stiamo bene, qui così io e te - gli sorrise.

Gli sorrideva come si sorride a un amico, un’allegra confidenza, e di nuovo come le piaceva fare, gli accarezzò la spalla e il petto.    

- Sì - le rispondeva, il capo ad annuire, a rafforzare quel sì.

Ora il viso di lui su di lei, tanto vicino da non distinguerne i tratti, ripensava a quando il loro era l’amore giovanile, inesperto, furtivo, e ad altre stagioni, numerose, quando non era stato nella loro casa l’amore, ma nei luoghi dei viaggi, o dei casi cui li aveva portati la vita.

Le capitava, nell’istante che nell’afferrarla scappa, l’affacciarsi ricorrente di un’immagine, e di altri momenti, come un corpo estraneo da scostare dall’obiettivo prima dello scatto.

Ecco allora un mare particolarmente tempestoso visto un’ estate, o un paesaggio verde, il profilo dolce e ancora illuminato a giorno di una collina attraversata chissà quando.

O un uomo, a Parigi, quel signore che vedeva farsi il caffè ogni mattino nel palazzo di fronte, all’interno di una cucina in cui si distinguevano chiaramente le pareti in piastrelle bianche e blu. Avrebbe potuto sentirlo il profumo di quel caffè,

e sfiorarela camicia azzurra di quello sconosciuto.

Oppure una montagna cupa e maestosa, lungo il sentiero in costa con la prima neve. Rabbrividiva e si stringeva di più a quel corpo che conosceva come il proprio, che, come ridestandosi da un buon sonno, lentamente, si staccava da lei per rimanerle accanto, a tratti assopito, sulle labbra un’ombra di sorriso.

Così restavano, tranquilli, gli occhi chiusi di lui, quelli di lei aperti, mobili, attenti.

Ancora calda di quello scambio d’amore, scorreva con lo sguardo la stanza illuminata dalla luce buia di un giorno che senza farsene accorgere, al clic di un interruttore, sarebbe scivolato nella sera.

Ecco stagliarsi nella sua mente, un’altra immagine, un nuovo ricordo.

Un paesaggio, il profilo dolce e illuminato di una collina vista chissà quando, ora come succedeva tutte le volte che si amavano, non ricordava dove.

 

 

“Non avrei mai pensato di dover scegliere, l’occasione si presentò quando…”. Qui si interruppe, repentinamente, il discorso. La signora che lo stava pronunciando, a braccetto con la più giovane amica, si arrestò davanti all’entrata del bar. “Entriamo qui, e prendiamoci un cappuccino!” e oltrepassò la soglia.

Furio rimase un attimo interdetto, quasi desiderando seguirle, ma non aveva un soldo in tasca e la cosa sarebbe stata per lo meno imbarazzante. Rallentò per un istante il suo incedere, già normalmente strascicato e ciondolante, ma non trovò altra opzione che proseguire la passeggiata sotto i portici di via Po.

Era sua abitudine gironzolare per Torino, senz’altro obiettivo che guardarsi intorno: non era un cronista, né un ladruncolo e neppure un cercatore di avventure galanti: trovava però interessanti le persone, le espressioni dei volti, il modo di camminare, l’abbigliamento, e persino gli spezzoni di discorsi che riusciva a cogliere, incontrando o superando (più spesso veniva superato) coppie o gruppetti. Nulla di morboso o di invadente: la gente nemmeno faceva caso a quello sfaccendato e tirava dritto senza minimamente registrare l’incontro. Furio invece, pur mantenendo un’espressione distratta e un po’ vacua, era attirato da tutto quel che vedeva o sentiva: poi partiva a fantasticare, in modo disordinato e imprevedibile (ma si può forse imbrigliare, la fantasia?), immaginando i rapporti che intercorrevano tra le persone, o la loro professione, o il motivo che le aveva portate lì; esaminava a colpo d’occhio andature, abbigliamenti, inflessioni dialettali e mimica, deducendo quindi le più varie e indimostrabili conclusioni sul conto dei passanti. Con quale scopo? Nessuno, ovviamente, se non il proprio piacere. Immaginava le vite altrui, provava a dipingerle in base al poco che vedeva, e si crogiolava poi nei meandri delle ipotesi, come un lettore di gialli incompleti.

La signora di cui aveva captato il brano di discorso l’aveva attirato in modo particolare, in quella mattinata fino ad allora povera di stimoli: poteva avere una settantina d’anni, era di corporatura minuta, sottile e un po’ curva. Portava al guinzaglio un cagnolino, di piccola taglia anche lui, ma bastevole per far di quando in quando ondeggiare, con i suoi strattoni da curioso, la padrona dal passo incerto. Il viso della donna era affilato da un naso aquilino, su cui poggiavano occhiali dalle spesse lenti (dalla montatura di tartaruga, Furio ci avrebbe giurato): dietro le lenti guizzavano però occhi da ragazzina, che trasmettevano curiosità, attenzione e ancora sorpresa per le cose del mondo (vorrei averla io, una simile curiosità, si era detto Furio all’incrociare quello sguardo). E poi la frase carpita… la signora la stava quasi declamando, accompagnandola con ampi gesti delle mani rugose, quasi fosse un direttore d’orchestra, o un’attrice sul palcoscenico. Tra cosa scegliere? E perché non aveva mai pensato di doverlo fare? Furio impazziva per la curiosità. E quale occasione? E quando? Maledetto bar e maledetto cappuccino! Maledetta anche l’abitudine di uscire senza soldi in tasca… Furio si era inchiodato davanti alla vetrina della farmacia, venti metri dopo l’ingresso del bar: un passante ignaro avrebbe pensato che quel tizio immobile stesse valutando con attenzione le diverse offerte di creme idratanti, emollienti, rinforzanti. La mente del Nostro era invece totalmente concentrata sulla condotta da assumere per giungere alla soluzione dell’enigma. Bisognava parlare con la signora, ma come? Furio era di temperamento schivo, timido; più spettatore che protagonista, non ci si vedeva proprio ad apostrofare, pur con tutta la cortesia del caso, la signora dagli occhi curiosi, rivolgendole una domanda che – chissà – poteva riguardare aspetti molto personali, intimi addirittura. Eppure… eppure era ossessionato dal desiderio di sapere, anche a costo di ottenere una spiegazione insignificante di un evento irrilevante: oramai si sentiva catturato da un vortice che non lasciava scampo.

La tensione crebbe ancora quando, con la coda dell’occhio, vide uscire dal bar il terzetto: davanti il cagnolino, che tirava la padrona, che a sua volta si sosteneva al braccio dell’amica. Lo oltrepassarono a passo lento, la bestiola si fermò un attimo ad annusargli i piedi, ricevendo uno strattone “Pippi! Vieni qua!”. Beh, almeno aveva il nome del cane.

“Ehi, che ci devi comprare in farmacia?”. Furio sussultò; alle sue spalle era comparso Graziano, un compagno della scuola media, che alla terza bocciatura aveva smesso di studiare ed aveva iniziato – diceva lui – a lavorare. In realtà si arrabattava a tirare avanti con attività quasi mai entro i limiti della legalità, e sempre a stento. Più di una volta Furio l’aveva ospitato, sfamato, e anche nascosto, quando i guai combinati erano troppo seri. Improvvisa, la soluzione del problema gli si presentò alla mente, limpida e filante come una stella cadente. “Càpiti in un buon momento… Ti va di guadagnarti dieci euro?”. La risposta era ovvia, sicché il discorso tra i due proseguì febbrilmente e sottovoce per alcuni istanti. Poi, a voce più alta: “Hai capito bene? “. ”Ok, certo. Rapido e indolore. Mi conosci…”.“Mi raccomando”. “Tranquillo”.

I due si separarono, Graziano raggiungendo velocemente e superando il terzetto, Furio seguendo a passo lento con fare distratto. Tutto avvenne in un baleno: con l’abituale destrezza, Graziano sfilò la borsa dalla spalla della signora del cane, e si mise a fuggire in direzione di Furio; la signora, dopo un momento di sorpresa, iniziò a gridare “La mia borsa! Mascalzone! Al ladro!”. Anche Pippi abbaiava a tutta forza. In quattro salti Graziano era giunto all’altezza di Furio, il quale tentò di bloccarlo, ricevendo però uno spintone; ma non si perse d’animo e si lanciò ad inseguirlo nel vicolo e poi nel portone in cui il birbante aveva sperato di trovar rifugio. Quel che avvenne nella penombra non sarà qui riferito: fatto sta che, meno di un minuto dopo, Furio – come un torero vincitore – riconsegnava ansante la borsetta alla signora, nel frattempo attorniata da altri passanti che commentavano l’accaduto e cercavano di recar conforto alla vittima del borseggio. “Ecco, signora. L’ho recuperata”.

Il viso della signora si allargò in un grato sorriso “Grazie, lei non sa che gran piacere mi ha fatto”. Intorno i commenti laudatori si sprecavano, sostituendo le censure e le deprecazioni del minuto precedente.” Ma che brau fieul!”. “Coraggioso!”. “Ma sarà italiano?”. “L’altro no, sicuro…”. ”E’ anche ferito, poverino!”. Poco a poco i curiosi sciamarono, portandosi dietro apprezzamenti e lamentazioni. “Come posso ricompensarla? Davvero… il suo gesto mi ha commosso. Venga, sediamoci un momento, prima di tutto le offro qualcosa. Mi faccia vedere il viso”. Sì, perché Furio aveva un graffio sulla guancia sinistra. “Non è niente, signora, sa, nella colluttazione…”. Furio odiava mentire (il graffio se l’era procurato da solo, per rendere più verosimile la faccenda), ma pensò che il gioco valesse la candela. “Grazie, signora, solo un bicchier d’acqua…” . “Oh, vede l’agitazione, non mi sono nemmeno presentata: mi chiamo Verdiana, Verdiana Valdes. Con la esse finale. Molto piacere!”. “Furio, Furio Di Marzo. Molto lieto anch’io”. “E questa è la mia amica Floresta Pallin, e questa è Pippi, mia delizia e mia croce”. “Piacere. Piacere”. “Lei, Furio, mi ha davvero aiutata molto. Non solo per aver recuperato il poco denaro che avevo con me. Quello che mi fa star bene è vedere qualcuno che si attiva, anche correndo qualche rischio, per evitare un’ingiustizia, così, senza essere obbligato. Le voglio chiedere una cosa: cos’ha pensato in quegli attimi, che cosa l’ha indotta ad entrare in azione?”. “Lei non ci crederà, signora Verdiana, ho pensato ad uno scritto di Calvino. L’inferno dei viventi…”. Verdiana si illuminò e continuò: “… non è qualcosa che sarà, è quello che è già qui, che formiamo stando insieme”. E Furio riprese: “Due modi ci sono per non soffrirne… Vedo che piace anche a lei, Calvino. E così, vedendo quel farabutto strapparle la borsetta, ho pensato se scegliere il modo che riesce facile a molti, cioè infischiarsene e tirar dritto, o l’altro, quello che richiede attenzione e apprendimento continui… “. Verdiana era deliziata, amava davvero Calvino, e sentirlo declamare così a proposito da quel ragazzone generoso le pareva il dono più prezioso dell’avventura appena conclusa. Furio colse l’attimo e giocò la sua carta: “In altre parole, non avrei mai pensato di dover scegliere, l’occasione mi si è presentata poco fa”. Verdiana e Floresta scoppiarono in una risata sorpresa. “Ci scusi, Furio, è che… posso dirglielo, no?... solo poco fa ho usato questa stessa espressione, identica praticamente, e ora lei me la ripete testualmente… la vita non finisce di stupirmi…”. “Beh, è sorprendente davvero… ” mentì di nuovo Furio, ormai pronto per la stoccata : “ E a che proposito, se posso?...” “Ah, nulla di che. Vede, Furio, la mia amica ed io abbiamo fondato un’associazione per persone che si dilettano a scrivere. Racconti, romanzi, poesie. Si chiama “Camminando tra le righe”. Ogni tanto stuzzichiamo i nostri soci con esercizi di scrittura a tema, magari suggerendo l’incipit. Non avrei mai pensato di dover scegliere, eccetera, è l’incipit del prossimo, diciamo così, concorso.

Lei scrive, Furio?”